martedì 31 agosto 2010

Gheddafi e il luna park Italia

Lo show di Gheddafi imbarazza tutti. L'Avvenire: «Scene incresciose»




Un' «incresciosa messa in scena» firmata dal colonnello Gheddafi o «forse solo un boomerang», «certamente è stata una lezione, magari pure per i suonatori professionisti di allarmi sulla laicità insidiata». Il quotidiano dei vescovi, Avvenire, in un editoriale firmato dal direttore Marco Tarquinio tira le fila della visita del leader libico a Roma, tra affari e provocazioni.

«Incontrarsi serve comunque e sempre», premette Tarquinio lodando la «nuova stagione» e la «riconciliazione» tra Roma e Tripoli. Però - sottolinea il giornale della Cei - non si possono sottacere «aspetti sostanziali e circostanze volutamente folkloristiche» della visita così come «momenti incresciosi e urtanti» quali l'incontro per «una sessione di propaganda islamica (a sfondo addirittura europeo) tra il leader libico e hostess appositamente reclutate».

Avvenire si chiede quindi come Gheddafi - nella «tollerante e pluralista Italia» dalle «profonde e vive radici cristiane» e al tempo stesso capace di «una positiva laicità» - abbia potuto «fare deliberato spettacolo di proselitismo (anche grazie a un Tg pubblico incredibilmente servizievole...). Non sapremmo dire in quanti altri paesi tutto questo avrebbe avuto luogo o, in ogni caso,avrebbe avuto spropositata (e stolida) eco». «Probabilmente è stato un boomerang - conclude l'editoriale -una dimostrazione di quanto possano confondersi persino in certo islam giudicato non (più) estremista piano politico e piano religioso».

Una valanga di critiche anche dalla stampa estera, che riporta le reazioni delle diplomazie estere alla visita del colonnello in Italia. Il viaggio italiano del leader libico non passa inosservato sulla stampa internazionale e se, da una parte c'è chi come Le
Monde sottolinea come la cooperazione fra Italia e Libia si sia rafforzata, dall'altra la maggior parte dei quotidiani, l'Independent in testa, sottolinea le polemiche che hanno seguito la lezione sull'Islam ad un folto gruppo di ragazze reclutate da un'agenzia di hostess. Nessun commento invece sulla stampa americana. «Il marchio di diplomazia, unico nel suo genere, del leader
libico ammalia l'Italia», è il titolo dell'Independent, che si chiede: «Potrebbe il colonnello Gheddafi, 68 anni, pensare di ritirarsi in Italia?», sottolineando il fatto che si tratta della quarta visita del leader libico in poco meno di un anno. Il giornale punta sul fatto che anche se Gheddafi continua a sembrare una comparsa in una opera, dall'altra ci sono diversi indizi che indicano come al leader piace girare per Roma come qualsiasi turista. «Per il resto - scrive il quotidiano - è stato il solito cocktail di insolenza e grande commercio. Molti capi di stato del mondo islamico hanno visitato Roma negli ultimi anni, ma risulta dubbio che qualcuno di loro abbia avuto l'idea di riunire centinaia di romane attraenti e imbronciate per ascoltare il messaggio che l'Europa dovrebbe essere islamica e che loro stesse dovrebbero convertirsi». «Berlusconi giustifica il circo romano di Gheddafi: è solo folklore, è il titolo di El Paìs che in un lungo articolo con tanto di foto del leader libico e del premier, punta sulle polemiche seguite alla lezione sull'Islam mentre gli interessi economici sono passati in secondo piano. Stesso filone seguito dal Fiancial Times che titola: 'Italiani indignati dalla visita di Gheddafì, sottolineando la reazione dell'opposizione alle affermazioni del leader sul fatto che l'Islam dovrebbe diventare la religione d'Europa. Le Monde punta invece sulla cooperazione economica tra Italia e Libia dopo il trattato di Amicizia firmato a Bengasi nel 2008 e sostiene che Tripoli «ha rispettato la sua parte dell'accordo per impedire lo sbarco di immigrati clandestini sulle coste italiane. Adesso tocca all'Italia dopo che il governo si è impegnato a investire 3,9
miliardi di euro in Libia in 20 anni».
Spazio alla visita di Gheddafi anche sui giornali tedeschi. L'inganno di Gheddafì, è il titolo del quotidiano Sueddeutsche Zeitung, che sottolinea il fatto che il colonnello libico viene a festeggiare un 'Trattato di Amicizià, ma preme sugli investimenti italiani soprattutto per la realizzazione di un'autostrada di 1.700 km dalla costa della Tunisia al confine con l'Egitto e chiede «delle armi».
«Per sottolineare i propri desideri, Gheddafi è in grado di controllare il flusso degli emigrati attraverso il Mediterraneo«, scrive il giornale: «Non deve essere un caso che il numero dei profughi, che era diminuito (in passato), è di nuovo aumentato un pò prima della (sua) visita a Roma».
L'unico altro giornale tedesco che si occupa della visita di Gheddafi è la Welt, con una corrispondenza da Roma, accompagnata da un'immagine del leader libico, dal titolo: 'Gheddafi fa appello all'Europa per convertirla all'Islam'.

Oltre alla stampa estera, imbarazzo e irritazione anche dall'Unione europea: «Non commentiamo le dichiarazioni di mister Gheddafi»: così il portavoce della Commissione Europea ha risposto a chi gli chiedeva di commentare alle parole del leader libico che ha chiesto alla Ue 5 miliardi di euro l'anno per fermare l'immigrazione irregolare. Il portavoce ha comunque ricordato come, «il dialogo resta lo strumento principale per migliorare la cooperazione con le autorità libiche, in particolare per quel che riguarda la situazione degli immigrati irregolari».

Da Bruxelles David Sassoli, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo, ha definito la visita del colonnello libico in Italia «uno spettacolo avvilente». Lo show del colonnello non ha irritato e imbarazzato soltanto l'Italia, l'opposizione e l'Europa, ma anche la stessa maggioranza. Alla cena di ieri sera, cui hanno partecipato oltre trecento invitati, non sono intervenute i ministri Mara Carfagna e Giorgia Meloni, che ha manifestato «un certo fastidio» per il fatto che Muammar Gheddafi «si sia rivolto alle ragazze italiane e non a tutti, come sarebbe normale». Senza peli sulla lingua anche il ministro Zaia, convinto che la visita in Italia del colonnello libico Muammar Gheddafi avrebbe dovuto essere ricevuto «come un qualsiasi altro cittadino». Al governatore leghista, che riconosce che il leader libico è in «capo di Stato che persegue i propri interessi nazionali», non è poi piaciuta la lezione di islamismo impartita a Roma dal colonnello: «Gheddafi i suoi inviti all'islamizzazione - sottolinea in un passo di un'intervista al Mattino di Padova - li vada a fare a casa sua»

Infine, piovono critiche anche dalla stampa araba, secondo cui le lezioni di Gheddafi sull'Islam sarebbero state «uno sbaglio».

Dai silenzi imbarazzati dei leghisti si può capire quanto sia stata vergognosa l'ultima visita in Italia di Gheddafi,poichè al contrario se la stessa onorificenza organizzata dal sultano l'avesse messa in atto l'attuale opposizione,avrebbero fatto fuoco e fiamme.
Gli zimbelli d'Europa,una delle tante brutte figure,per il classico tozzo di pane elargito con interessi dal leader libico.

La dichiarazione sempre del Presidente libico,ovvero che l'Europa deve diventare mussulmana,attorniato dalle solite ragazze catapultate volontariamente per qualche decina di euro,non se la sarebbe potuta permettere altrove,ma qui come al solito a parte i soliti noti,il silenzio diffuso nasconde l'opportunismo più bieco.

&& S.I. &&

lunedì 30 agosto 2010

Le luci della ribalta su Walter Veltroni,dal misfatto quotidiano

Errare è umano,perseverare è diabolico



[ dall'inserto satirico ]

Gli scritti corsari di Walter

di Walter Veltroni

Scrivo al mio supplemento satirico perché 14 milioni di italiani hanno messo una croce sul mio nome, 50 deputati veltroniani mi hanno tradito e due bambini mi hanno fatto una pernacchia. Scrivo ai narratori toscani di mezza età che ancora siedono grazie a me nei consigli di amministrazione delle più importanti aziende di Stato; Scrivo ai tanti registi democratici che hanno ispirato la scenografia di Spello, scrivo ai sacerdoti africani, ai bambini diversamente abili, ai jazzisti depressi, ai grandi italiani come Pierluigi Diaco, Marianna Madia e Franco Califano, a capolavori del cinema come “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda” o “Viva la Foca” e a tutte le donne che come mia madre Ivanka, sapevano come, quando e a che titolo parlare. E scrivo pure a Patricio, se almeno sapessi dove abita e chi cazzo è. Costruire una nuova Italia, parlare al Paese, inventare un nuovo rinascimento italiano: è difficile, è possibile. Certo, ho sofferto in questi mesi, e non lo nego. Ho sofferto per le mille cattiverie gratuite, ma le dimentico in nome della salvaguardia delle Istituzioni e invece di dar retta a De Gregori, non torno in Africa e continuo qui un percorso di speranza. Il leader dello schieramento a noi avverso è sempre quello e quindi scrivo agli italiani che guardano i programmi prime time della tv pubblica, ma anche a quelli
che hanno trovato la scheda Mediaset Premium nei fustini del Dixan perché è tempo di far cadere le barriere dell'odio ideologico che hanno diviso il nostro bel paese. Chiunque alzi gli occhi al cielo nella cornice dello stadio Olimpico o all'esterno del vecchio folkstudio o ancora nella galleria Alberto Sordi, chiunque calpesti le splendide rive del Villaggio Tognazzi a Torvaianica non può non sentire tutto intero l'orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Ero deluso. Deluso e stanco. Amareggiato. Volevo lasciare la politica ma ho pensato che questo meraviglioso paese ha bisogno di coraggio. Sono tentato di candidarmi alle primarie. E’ difficile, è possibile. (testo raccolto in una capanna di Korogocho da Lutel e Malpag)





Niente da fare,gli ammalati di protagonismo politico e non solo,non gettano mai la spugna,un politico come Veltroni,che sarebbe da considerare bruciato in una qualsiasi democrazia normale,continua a insistere nel proporsi come uomo dell'armata brancaleone Democratica.
E dire che sarebbero già un paio d'anni che avrebbe potuto rendersi molto utile in Africa,come promesso volontario,almeno si spera...

&& S.I. &&

Appello di Roberto Saviano per Sakineh Ashtiani

La donna accusata di adulterio in Iran rischia la lapidazione




"Una donna di 43 anni, madre di due figli, Sakineh Mohammadi-Ashtiani, rischia nella Repubblica Islamica dell'Iran l'esecuzione per lapidazione (dopo aver ricevuto come "punizione" pubblica, e in presenza di uno dei suoi figli, a titolo di "esempio", 99 colpi di frusta)".
"I suoi crimini agli occhi delle autorità politico-religiose di questo paese? L'adulterio, che non è un crimine né un delitto. Ma, soprattutto, la presunta complicità in un omicidio che è stata costretta a confessare, talmente costretta che ha poi subito ritrattato".
"Cosa bisogna pensare di questi metodi diretti a estorcere pretese verità? Noi, firmatari di questo testo, facciamo appello dunque alle autorità iraniane perchè mettano fine a questo tipo di procedure, oltre che a queste punizioni inique e barbare.
Ci uniamo a tutte le iniziative già intraprese dalle organizzazioni di difesa dei diritti dell'uomo, quali Human
Rights Watch e Amnesty International, a favore della signora Sakineh Mohammadi-Ashtiani".
"Per il rispetto della dignità e della libertà di tutte le donne iraniane".

Firma anche tu l'appello per la sua salvezza

CLICK Sakineh Ashtiani

Marco Travaglio,il passaparola del lunedì,approfondimento su Schifani



Il testo integrale dell'intervento

Buongiorno a tutti, torniamo in diretta dopo le vacanze, spero che siano andate bene per tutti quanti voi.
Torniamo a parlare di attualità, in particolare della seconda e terza carica dello Stato, la quarta, il Cavaliere, lasciamola un attimo da parte, perché è interessante vedere le novità che sono emerse sul presidente del Senato e sul presidente della Camera in questo mese in cui non ci siamo parlati in diretta e l'eco che le novità sui presidenti dei due rami del Parlamento hanno avuto presso la pubblica opinione. Cosa è emerso, quanto è grave e quanto se ne è saputo: c'è un'asimmetria totale sulle informazioni a proposito della seconda carica dello Stato, Schifani, e della terza Fini.

Il "caso" Fini

Fini, alla fine di luglio, è stato di fatto messo alla porta dal partito che aveva cofondato insieme a Berlusconi, è stato di fatto cacciato con una segnalazione ai probi viri del PDL – pare che il PDL abbia addirittura trovato dei viri probi, non si sa bene dove li abbia trovati – questi probi viri rimasti inattivi tutti questi anni, del resto non c'era materia per coinvolgere i probi viri, c'erano solo casi come quelli di Dell'Utri, Verdini, Cosentino, Brancher, Berlusconi quindi a che servono i probi viri?
Invece, appena Fini ha pronunciato la parola legalità e Granata la parola antimafia, sono stati immediatamente cacciati, perché certe parole non si dicono, non sta bene pronunciare certi vocaboli volgari e inopportuni. Quindi per eccessi di legalità e antimafia, Fini e i suoi fedelissimi, Granata, Briguglio e Bocchino, sono stati messi alla porta. E allora c'è stata la scissione: molti parlamentari, molti più di quelli che Berlusconi si aspettava, hanno seguito Fini. Sono più di trenta alla Camera e una decina al Senato, tanti quanti ne bastano per far perdere la maggioranza a PDL a Montecitorio e, può darsi, se si sganciano ancora un paio di senatori, anche a Palazzo Madama.
Berlusconi, circondato da servi, era stato rassicurato dai suoi servi, i quali non gli dicono la verità ma solo quello che vuole sentirsi dire, gli avevano garantito che intorno a Fini c'erano quattro gatti e quindi potevano essere buttati fuori senza problemi; in realtà i gatti erano 44 e così si è ritrovato praticamente con la maggioranza in crisi, anche se adesso sta cercando, con una bella campagna acquisti in perfetto stile arcoriano, di ricomprarsi qualcuno.
Da quel momento Fini è diventato il personaggio del giorno, è stato oggetto di prime pagine, tutti i giorni, sui giornali di Berlusconi o fiancheggiatori, soprattutto i soliti tre o quattro cioè il Foglio, il Giornale e Panorama e, naturalmente, su Libero che è la fotocopia, il ciclostilato del Giornale, e poi sui telegiornali delle reti Mediaset e sul TG1 del prode Minzolingua, che ha seguito amorevolmente le vicende di Fini e famiglia, in perfetta sintonia con gli house organ della ditta.
Così, per tutta l'estate tutti gli italiani praticamente, almeno una volta, hanno sentito parlare di scandali a proposito di Fini. Qual è lo scandalo? In estrema sintesi, lo scandalo sarebbe questo: Fini convive con la sua nuova compagna, Elisabetta Tulliani, già fidanzata di Luciano Gaucci, la quale Tulliani ha un fratello che quindi è il quasi cognato di Fini, di fatto il cognato di Fini, che, come la società intestata alla madre della Tulliani ha avuto qualche lavoretto alla Rai e, soprattutto, affitta, non si sa per quale cifra, un alloggio di 65 mq a Montecarlo.
Questo alloggio è il vero centro del cosiddetto caso Fini dell'estate, perché questo alloggio una dozzina di anni fa fu lasciato in eredità ad AN, cioè a Fini, da una nobildonna, la contessa Anna Maria Colleoni, discendente di Bartolomeo Colleoni, il condottiero che la leggenda vuole avesse tre palle e non solo due come noi comuni mortali; ebbene, questa signora dona varie proprietà fra le quali questo alloggetto a Montecarlo ad AN, cioè al partito di Fini.
L'alloggio viene valutato, in quel momento, da esperti a cui viene dato in esame, anche per le sue condizioni che vengono descritte piuttosto fatiscenti, 400-450 milioni di lire, una dozzina di anni fa, ripeto, dopodiché rimane improduttivo, infruttuoso per anni fino a quando, non so se due o tre anni fa, gli amministratori di AN decidono di venderlo a una società estera che ha sede nell'isola di Santa Lucia, ai Caraibi. Questa società lo paga 300.000 euro, quindi l'equivalente di circa 600 milioni di lire, più di quello che era stato valutato. Questa società lo rivende a un'altra società gemella, diciamo, che ha sede anch'essa nelle isole di Santa Lucia e questa società, lo si è scoperto quest'estate, ha affittato questo appartamento a Giancarlo Tulliani, il quasi cognato di Fini.
Immediatamente, la storia ovviamente fa notizia perché c'è il sospetto che Fini abbia dirottato questo appartamento a prezzi di favore tra le mani di suo cognato.
Fini fa un comunicato dicendo di aver saputo che la casa era stata venduta ma di non aver saputo che poi quelli che l'avevano comprata l'avevano affittata a suo cognato, e lì il Giornale, Libero, Panorama e tutta la grancassa si sono scatenati nel tentativo di smentire questa versione di Fini, e finora, devo dire, non ci sono riusciti. Sapete che hanno tentato, addirittura, di farlo con la storia di una cucina Scavolini da 4500 euro che Fini e la Tulliani comprarono in un mobilificio alla periferia di Roma, sull'Aurelia, un posto non proprio da VIP e una cucina non proprio da VIP, 4500 euro.
Cucina che, secondo un supertestimone scovato dai segugi del Giornale, un arredatore che lavorava in questo mobilificio insieme alla moglie, si diceva che fosse destinata a Montecarlo. Questa sarebbe dunque la prova che, se Fini avesse comprato la cucina per la casa di Montecarlo dove abita Tulliani, sapeva benissimo che Tulliani aveva affittato quella casa, e questa sarebbe la prova non che Fini ha rubato, ma almeno che ha mentito, che ha in qualche modo favorito il quasi cognato.
Fini ribatte che la cucina non è a Montecarlo, ma in una casa di Roma; a questo punto sta naturalmente al Giornale e a Libero dimostrare che non è vero, e non ci riescono. Anzi, questo loro supertestimone comincia a balbettare, a dire che non è sicuro, comunque non ci sono carte che dimostrino la spedizione della cucina a Montecarlo; è anche abbastanza improbabile che chi vuole arredare un appartamento a Montecarlo compri una cucina a Roma e poi spenda un sacco di soldi in spedizione. Se uno vuole arredare una casa a Montecarlo, i mobili li compra a Montecarlo o lì vicino, quindi sarebbe anche una cosa abbastanza curiosa. Insomma, il legame tra la cucina e Montecarlo non viene fuori e, anzi, si scopre un elemento piuttosto sospetto: il supertestimone, l'arredatore, dice di avere dato le dimissioni dal mobilificio, lui e la moglie perdendo così il posto di lavoro e due stipendi in una botta sola, per poter finalmente gridare la verità su Fini, che peraltro loro dicono di non conoscere perché sostengono semplicemente di aver sentito dire che la cucina andava a Montecarlo. O siamo di fronte a un eroe, a un temerario, a un martire che si immola col suo posto di lavoro e il suo stipendio al servizio della verità, oppure dobbiamo pensare che sia uno dei tanti supertestimoni, ne abbiamo visti in questi anni, che poi si sono scoperti calunniatori diciamo con la loro bella convenzienza. E voi sapete che l'impero del presidente del Consiglio non ha problemi a sistemare qualcuno dopo che ha reso i giusti servigi. Comunque, in questo caso, non sappiamo cosa ci sia dietro, sappiamo però che quella cucina non si è dimostrato che sia a Montecarlo, anzi Fini farebbe molto bene quando rientra dalle vacanze a spalancare le porte della casa dove è situata questa cucina in modo da sbugiardare, se lo può fare, i giornali che lo hanno attaccato per tutta l'estate.
Resta il fatto, naturalmente, che Fini deve completare la spiegazione: nel comunicato ha dato alcuni elementi, dicendo che al momento possedeva soltanto quelli, si spera che adesso acciuffi il Tulliani, gli faccia sputare tutta la verità su questa storia, e se Tulliani avesse avuto delle condizioni di favore danneggiando così le casse del partito, gli faccia scucire un po' di soldi a titolo di risarcimento perché pare che al Tulliani non manchino i mezzi, visto che è stato fotografato con una Ferrari.
Questo è lo scandalo Fini, naturalmente non c'è nemmeno un euro di denaro pubblico che balla in tutta questa storia, quindi è un discreto chissenefrega, forse in Scandinavia ci si potrebbe dedicare al ricamo e al merletto e quindi andare a vedere il pelo nell'uovo, perché stiamo parlando davvero di un pelo nell'uovo: è un bene privato che viene venduta a un ente privato. I partiti purtroppo non hanno una configurazione giuridica che consenta di controllare i bilanci, la gestione dei finanziamenti pubblici che ricevono, il partito lo vende a società private, la società privata affitta a un altro privato, quindi non stiamo parlando di denaro pubblico, nulla a che vedere con gli scandali delle banche o delle tangenti, dove appunto ci sono denari pubblici. E nulla a che vedere nemmeno con il caso Scajola, a cui Feltri ha tentato invano di paragonare il caso Fini-Tulliani. Il caso Scajola è un ministro che si fa pagare la casa con 900.000 euro, una casa da 250 mq sul Colosseo, da un costruttore, Anemone, senz'arte né parte, che comincia a vincere appalti su appalti dal governo, dalla Protezione Civile, dal ministero dell'Interno, quindi altroché se ci sono soldi pubblici. Mentre nella trafila dell'alloggio di Montecarlo, finito poi in affitto a Tulliani non c'è nemmeno un euro di denaro pubblico. Ma in ogni caso Fini deve spiegare, perché comunque dobbiamo sapere se è o è stato succube di questo sgomitante Tulliani e dobbiamo sapere come è stato alienato un bene del partito. Se non ha nulla da nascondere, come dice, non avrà problemi a tirar fuori tutti i passaggi e prendere ulteriormente le distanze da questo signorino troppo intraprendente che evidentemente ha speso più di una volta il cognome di Fini approfittando del fatto che si è fidanzato con sua sorella; anche se poi, alla fine, il bottino non è stato granché, stiamo parlando di un appartamentino a Montecarlo e stiamo parlando di un appaltino su Rai2 per una serata, una seconda serata. Voglio dire, visto come vanno le cose in Rai, è proprio anche lì il pelo nell'uovo. Però, ogni spiegazione richiesta va data, soprattutto se, come dice Fini, non si ha nulla da temere.
E questo è quello che è emerso a carico della terza carica dello Stato, il presidente della Camera Gianfranco Fini. Uno di questi giorni mi metterò lì e conterò quante prime pagine di Libero, del Giornale e quanti titoli dei telegiornali pubblici e privati sono stati dedicati a questa solennissima minchiata della cucina e della casa di Montecarlo. Per non parlare del linciaggio che ha subito Elisabetta Tulliani di cui ancora non si è capito quale sia il delitto, se non quello appunto di stare insieme a Gianfranco Fini, a sua volta autore del gravissimo delitto di essersi smarcato da Berlusconi, perché se Fini non si fosse smarcato da Berlusconi e fosse rimasto sotto il suo ombrello protettivo a quest'ora potrebbe andare a rapinare le banche e stuprare le minorenni e nessuno scriverebbe una riga su quello sta facendo il rapinatore e stupratore Fini, anzi ci sarebbero forbiti editoriali di Feltri e Belpietro, i quali sosterrebbero che è cosa buona e giusta stuprare le minorenni e rapinare le banche.

Schifani e l'ombrello del Cavaliere

Vediamo ora che cosa succede a chi rimane sotto l'ombrello protettivo del Cavaliere, per esempio la seconda carica dello Stato, Renato Schifani.Su Renato Schifani ci siamo intrattenuti più volte, sapete quello che era emerso fino a un mese e mezzo fa, anche perché ero andato a parlarne da Fabio Fazio due anni fa, perché ne avevano scritto Gomez e Lirio Abbate nel loro libro “I Complici”, perché ne aveva scritto Marco Lillo su L'Espresso, perché c'era stato detto che non erano cose gravi, c'era stato detto che non ci sarebbe stato più niente da scoprire su Schifani, quindi bisognava smetterla di parlare di Schifani.
Ricordere l'attacco che io subii dal vicedirettore di Repubblica, il quale mentre io parlavo di Schifani tirò fuori che il problema ero io, perché si diceva che io vado in vacanza a spese della mafia, e dovetti documentare che le vacanze mie me le ero pagate da solo e che non avevo mai conosciuto mafiosi in vita mia. Insomma, lasciamo perdere il pregresso di Schifani: lo conosciamo.
Ci sono novità? Sì, ci sono almeno quattro novità che sono emerse grazie a due organi di stampa, fra i pochissimi liberi in Italia, liberi di parlare della seconda carica dello Stato, sebbene sia protetta dall'ombrello del Cavaliere. Uno è Il Fatto Quotidiano, l'altro è L'Espresso.
Il Fatto Quotidiano, grazie a Marco Lillo, ha scoperto in questo mese di agosto tre fatti piuttosto importanti e gravi.
Il primo: Schifani, oltre a tutto quello che già sapevamo, ha nel suo pedigree tre iscrizioni nel registro degli indagati per associazione mafiosa, non per concorso esterno ma per associazione mafiosa, della procura di Palermo che negli anni l'ha indagato tre volte e lo ha fatto archiviare dal GIP tre volte per decorrenza dei termini delle indagini. Cos'è l'archiviazione? Non è l'assoluzione: l'assoluzione vuol dire che ho accertato che tu sei innocente o che non ci sono le prove che tu sia colpevole. Ho fatto tutto il lavoro, indagine, processo, dibattimento e ho stabilito che tu non sei colpevole. L'archiviazione è un'altra cosa: c'è una notizia di reato, iscrivo la persona che è sospettata di averlo commesso, indago, quando mi scadono le indagini non ho concluso la mia indagine e al momento non ho elementi per chiedere il rinvio a giudizio, allora chiedo al giudice di archiviare. Mettiamo in archivio, facciamo un provvedimento di archiviazione. Vuol dire che se emergono nuovi elementi possiamo riaprire quell'indagine, invece se uno viene assolto per gli stessi fatti per i quali è stato assolto non può più essere reindagato e ripreocessato, si chiama ne bis in idem. Questo è molto importante per capire la differenza. L'archiviazione può essere riaperta in qualsiasi momento, mentre l'assoluzione chiude la partita.
Schifani viene indagato, archiviato, poi indagato di nuovo, poi archiviato di nuovo, poi indagato di nuovo, poi archiviato di nuovo perché negli anni Novanta e nei primi anni Duemila emergono degli elementi che fanno ritenere che sia partecipe dell'associazione mafiosa Cosa Nostra. Poi questi elementi non bastano mai per chiedere il rinvio a giudizio, archiviazione.
La prima volta viene indagato nel 1996, era procuratore Caselli a Palermo. Si pente l'ingegner Salvatore Lanzalacco, professionista di Palermo che si occupava di appalti pubblici, era in contatto con Angelo Siino, il re degli appalti, il garante della mafia e del sistema delle imprese della politica sul tavolino della spartizione, sapete che in Sicilia le tangenti gli imprenditori non le devono pagare solo ai politici, le devono pagare anche ai mafiosi sotto forma di sub appalti alle imprese amiche di Cosa Nostra. Lanzalacco racconta l'appalto della metanizzazione del Comune di Palermo, una gara da 140 miliardi di lire, che viene aggiudicata nel 1993 a un'associazione temporanea di imprese capeggiata dalla Saipem di Milano, credo che la Saipem fosse del gruppo Eni. Secondo Lanzalaco quella gara era truccata a suon di mazzette e c'era una percentuale dell'1.5 percento per la mafia e per un suo socio. Lanzalaco racconta di essere andato a Parma a parlare con gli imprenditori della ditta Bonatti sulla spartizione dei lavori che avrebbero dovuto andare in subappalto alle imprese mafiose o amiche della mafia.
Cosa succede? Che in queste missioni al nord per parlare di quell'appalto, a Parma, dice Lanzalaco “partecipava l'avvocato Schifani” che all'epoca era un consulente del comune di Palermo e, dice Lanzalaco, “lo Schifani era a conoscenza di tutte le fasi illecite di gestione della gara e mi risulta che fosse molto inserito tra i consulenti del comune di Palermo”. Schifani viene iscritto nel registro degli indagati il 13 marzo 1996 per associazione mafiosa. Nel marzo 1998, cioè due anni dopo, massimi termini per indagare, viene archiviato perché il GICO della guardia di Finanza non ha ancora consegnato il rapporto che la procura gli ha commissionato per riscontrare le accuse di Lanzalaco.
Il rapporto arriva dopo l'archiviazione, e sulla base di questo la procura reiscrive Schifani, perché nel rapporto c'è la notizia di reato, cioè per esempio si scopre che i subappalti li ottennero per il movimento terra ditte che facevano capo al cugino del boss Cancemi, poi pentito, Vincenzo Cancemi, e una società di Vito Buscemi, poi arrestato e sottoposto a misura di prevenzione per mafia. Buscemi, tra l'altro, abita nel palazzo di Via D'Amelio costruito da una cooperativa in cui sia Buscemi che Schifani sono stati soci per un certo periodo, prima di diventare condomini di questo stabile che sta nella stessa via dove esplose la bomba contro Paolo Borsellino.
I finanzieri vanno anche a controllare se è possibile che Schifani abbia viaggiato in quel periodo in cui c'era questa spola tra Palermo e Parma, e scoprono appunto dei voli nelle date indicate da Lanzalaco tra Palermo e Bologna e tra i passeggeri di questi voli c'era appunto Schifani.
Nel 1999 comunque, non ritenendo sufficienti questi elementi per richiedere il rinvio a giudizio, la procura di Palermo chiede di nuovo l'archiviazione, quindi Schifani viene archiviato. Ma, subito dopo, viene di nuovo indagato perché si sono scoperti altri elementi, non solo per associazione mafiosa ma anche per altri nove reati, tra i quali concorso in corruzione, concussione, abuso d'ufficio, scrive la procura, “in relazione all'acquisto dei decreti di finanziamento e al pilotaggio dell'asta inerente l'appalto per la metanizzazione della città di Palermo, e in particolare agli accordi raggiunti con Cosa Nostra per l'assegnazione della gara a un gruppo di imprese collegate con l'organizzazione mafiosa e agli accordi economici successivi per l'affidamento di noli autorizzati a imprese facenti capo direttamente o indirettamente a Cosa Nostra”.

Schifani e i fratelli Graviano

Altri due anni di indagine, una parte degli indagati assieme a Schifani viene poi arrestata per bancarotta aggravata dal favoreggiamento alla mafia, mentre viene archiviata sempre per insufficienza di elementi utili a ottenere il rinvio a giudizio, la posizione di Schifani e il filone principale.
Scrivono i magistrati: “considerato, in base alle dichiarazioni dei collaboratori e all'attività di riscontri, il GICO non è stato possibile ricostruire in concreto quali interessi specifici o quali condotte in concreto abbia tenuto, lo Schifani – che è menzionato solo da Lanzalaco come soggetto che avrebbe fatto parte di un gruppo che a Parma avrebbe redatto i patti parasociali per il contratto di appalto – deve essere archiviato”. Il 2 marzo 2002 il GIP archivia la posizione di Schifani che nel frattempo è diventato capogruppo di Forza Italia al Senato.
A questo punto cosa succede? Altre due novità scoperte una sempre da Marco Lillo per il Fatto Quotidiano, l'altra da Lirio Abbate per L'Espresso, cioè due pentiti parlano e tirano in ballo pesantemente Schifani davanti ai magistrati di Palermo, che stanno indagando sulle dichiarazioni fatte da Spatuzza, il quale dice di aver visto un giorno Schifani in un capannone industriale frequentato dai Graviano.
Campanella è il primo pentito che parla ai magistrati e racconta che quando Schifani lo ha querelato perché Campanella l'aveva accusato di avere sistemato il piano regolatore di Villabate a seconda degli interessi della cosca di Nino Mandalà, il capomafia di Villabate che conosceva Schifani dagli anni Settanta perché erano stati soci nella Sicula Broker, Campanella dice che quando Schifani lo ha querelato ha mentito, perché ha minimizzato il suo ruolo nel mettere le mani sul piano regolatore di Villabate, mentre invece le mani ce le ha messe con diverse varianti che, a suo dire, erano state suggerite o comunque servivano agli interessi della cosca di Mandalà.
Il sindaco di Villabate presso il quale lavorava come consulente urbanistico Schifani era una cosa con il clan Mandalà, il famigerato sindaco Navetta.
Naturalmente, il comune di Villabate è stato sciolto per mafia due volte, a causa di questo grumo di interessi Navetta, prestanome di Mandaltà. Campanella perché parla? Perché era un politico dell'Udeur, ex democristiano, che faceva il presidente del consiglio comunale di Villabate, non è un mafioso che va in giro a sparare, è un mafioso col colletto bianco che si occupa di soldi e fa politica per conto della mafia, e oggi è pentito e racconta che c'erano forti interessi nel centro storico e nei terreni delle cooperative edilizie che sono stati in qualche modo risolti da Schifani nell'interesse di Mandalà, questo dice Campanella.
Naturalmente accuse tutte da verificare, noi sappiamo soltanto che Schifani è stato consulente di quel comune piuttosto puzzolente, fino a quando non è stato eletto senatore nell'aprile del 1996.
Altra novità: nuove rivelazioni di Spatuzza. Spatuzza, lo rivela l'Espresso questa settimana grazie a Lirio Abbate, è stato sentito l'anno scorso dalla procura antimafia di Firenze, dai PM che stanno indagando, sulle stragi del 1993 di Milano, Firenze e Roma, e ha detto che Schifani nei primi anni Novanta sarebbe stato decisivo per mettere in contatto Berlusconi e Dell'Utri con i fratelli Graviano. Si sa, e questo è ciò che rende non del tutto incredibile quello che dice Spatuzza, che Schifani alla fine degli anni Ottanta, lo scrive L'Espresso citando una fonte autorevole, aveva avuto già contatti con Dell'Utri, ben prima che nascesse Forza Italia. In quel periodo viaggiava spesso tra Palermo e Milano. Questa stessa fonte, scrive Abbate, rivela che Schifani veniva chiamato il “contabile” di Berlusconi. All'epoca era avvocato esperto di urbanistica, aveva tra i suoi assistiti Giovanni Bontade, fratello del boss Stefano che come è noto, secondo i giudici di Palermo, era legatissimo a Dell'Utri e Berlusconi, fu lui praticamente a battezzare l'assunzione di Vittorio Mangano nella villa di Arcore, poi questo Giovanni Bontade, il fratello del boss dei boss, è stato anche lui condannato per traffico di droga al maxiprocesso, poi è stato assassinato con la moglie nel 1988.
Altri clienti di Schifani, Domenico Federico che era socio di Bontade e un altro boss imprenditore Ludovico Visconti. Questo scrive Lirio Abbate per dire che voi sapete che il coté della mafia di Bontade è sempre stato considerato uno dei possibili flussi di finanziamento del gruppo Berlusconi negli anni Settanta, quando anche come racconta Massimo Ciancimino, la mafia investì nelle imprese e nei cantieri e nelle televisioni.
In quel periodo, dunque, sarebbe nato questo link tra Schifani e Dell'Utri che poi avrebbe portato, sempre secondo quello che dice Spatuzza, Schifani a diventare una specie di anello di congiunzione fra il clan dei Graviano e Dell'Utri e Berlusconi in un periodo nel quale poi noi sappiamo che nel 1993 i Graviano si prendono la responsabilità diretta ed esclusiva delle stragi, che secondo i magistrati e secondo molti collaboratori di giustizia servivano appunto ad accelerare, a spingere la nascita di questo nuovo soggetto politico che poi proprio Dell'Utri ha inventato e ha di fatto indotto Berlusconi a fondare tra il 1993 e il 1994.
Anche queste accuse, come quelle di Campanella, vengono da una fonte da verificare: è un mafioso, Spatuzza, che collabora con la giustizia, ma capite che essendoci stata un'inchiesta tre volte archiviata per mafia su Schifani, notizia che si è saputa dal Fatto quest'estate e che nessuno ha ripreso, adesso è probabile che i magistrati siano costretti a riaprire quest'inchiesta, perché come vi ho detto le archiviazioni, se emergono nuove notizie di reato, vengono revocate e si ricomincia a indagare. Scrive appunto Lirio Abbate che questa indagine verrà riaperta e a settembre, quindi praticamente adesso, i magistrati di Palermo interrogheranno Spatuzza e probabilmente torneranno a interrogare Campanella e tutti gli altri che hanno parlato di Schifani per vedere se c'è qualcosa di concreto e di ancora documentabile oggi su questi racconti che naturalmente risalgono a prima che Schifani entrasse in Parlamento, prima del 1996, o se c'è anche qualcosa di più recente.

Schifani e il palazzo dei mafiosi

La quarta e ultima novità su Schifani la racconta Marco Lillo sul Fatto Quotidiano e cioè che tra i vari clienti di Schifani c'era un certo Lo Sicco, un costruttore anche lui arrestato per mafia e condannato con sentenza definitiva nel 2008, che aveva costruito un enorme e mostruoso palazzo in piazza Leoni a Palermo, a due passi dal parco della Favorita; in quel palazzo abitavano fior di mafiosi, anche latitanti per un certo periodo.
Quel palazzo incombe e mina la solidità, la stabilità di una piccola casetta dove abitano due anziane sorelle, le sorelle Pilliu. A Palermo le conoscono tutti, perché sono state tra le ultime persone a incontrare Paolo Borsellino, in quanto già nel 1992 si lamentavano per la protervia di questo costruttore mafioso che gli aveva fatto una casa sopra la loro, e che aveva fatto crepare la loro piccola casetta per via dei lavori di questo gigantesco stabile.
Eppure, per 18 anni, vent'anni, forse di più si sono battute invano, perché non riuscivano mai ad avere ragione. Chi aveva torno, cioè il costruttore mafioso coni suoi inquilini mafiosi, era assistito da Renato Schifani ed era una potenza di fuoco tale per cui queste poverette credevano di non avere più nessuna speranza. Ma proprio quest'estate, il 21 luglio, la corte d'appello di Palermo ha confermato la sentenza di primo grado che era arrivata addirittura 8 anni fa, e ha stabilito che il palazzo del costruttore mafioso deve essere abbattuto almeno in parte perché deve arretrare di due metri e mezzo in modo da dare respiro e non minacciare più la stabilità della casetta delle sorelle Pilliu, che intanto è andata a ramengo e quindi deve essere consolidata spese dello Stato perché lo Stato non ha saputo difendere queste due sorelle dall'arroganza del costruttore mafioso e dei suoi amici, naturalmente il costruttore mafioso difeso dall'attuale presidente del Senato.
Questa è una delle poche storie a lieto a fine che si riesce a raccontare. Di tutto questo gli italiani non sanno nulla perché mentre sappiamo tutto della cucina Scavolini e dell'appartamentino a Montecarlo e della Ferrari di Tulliani e della schedina che non si sa se abbia vinto al superenalotto la Tulliani o Gaucci, e delle beghe familiari tra Gaucci e la Tulliani, non sappiamo niente di tutta questa storia che riguarda non la terza ma la seconda carica dello Stato. Perché? Perché non c'è nessun giornale, a parte l'Espresso e il Fatto, che abbia dedicato una riga a queste vicende.
Quando l'Espresso ha anticipato il suo scoop, l'unico quotidiano che ha ripreso la notizia oltre al Fatto Quotidiano è stata Repubblica che lo ha confinato in un trafiletto a pagina 25, praticamente invisibile.
Il giorno dopo Schifani ha detto: “sono indignato per questo nuove insinuazioni, ma sono pronto a farmi interrogare dai magistrati per chiarire tutto” ed è una posizione importante. Il presidente del Senato si dice pronto ad essere interrogato al più presto dai magistrati antimafia di Palermo che stanno indagando su eventuali sue partecipazioni alla mafia. Di questo stiamo parlando: stanno indagando su accuse di mafia nei confronti del presidente del Senato, lui fa un comunicato ufficiale dove dice che vuole essere sentito, è una cosa buona, magari dicesse “voglio essere sentito” e i giornali non scrivono una riga, nessuno a parte il nostro che lo mette in prima pagina. Perché? Perché chi ha censurato le accuse di Spatuzza e Campanella, chi non ha ripreso la notizia che Schifani ha avuto tre iscrizioni per mafia e tre archiviazioni per mafia non può dare conto della replica di Schifani, perché se uno legge la replica si domanda: “ma perchè Schifani vuole essere interrogato su questioni di mafia?” Se nessuno ci ha raccontato che è stato accusato di mafia da qualcuno? Se censuri la notizia devi anche censurare la replica, censura chiama censura, così, mentre da una parte tutti gli italiani sanno delle pagliuzze eventuali di Fini o di suo cognato, nessuno conosce le travi del presidente del Senato. E che differenza c'è tra Fini e Schifani? Sono tutti e due del centro destra, uno ha i capelli e l'altro no, aveva il riporto ora nemmeno quello. La vera differenza è che uno si è scostato da sotto l'ombrello protettivo del Cavaliere e hanno cominciato a sparargli a vista, e non trovandogli travi hanno cercato di inventare delle pagliuzze.
Dall'altro lato c'è un signore che ha delle travi grosse così, almeno da spiegare, non dico che le abbia fatte, ma almeno le deve spiegare, e non c'è nessuno che ne parla e nessuno che lo sa per la semplice ragione che è rimasto a corte e non si sogna nemmeno di allontanarsene. E nessuno si allontanerà da quella corte, dopo aver visto che fine ha fatto quello che se ne è allontanato quest'estate.


Questo è in fondo la migliore prova su strada del conflitto di interessi, ed è anche la migliore spiegazione del perché nessuno, a destra come a sinistra, ha mai pensato a risolverlo.
Buona settimana, passate parola.


[ Kenzo ]

domenica 29 agosto 2010

Il silenzio assordante mediatico sul caso Schifani-Cosa nostra



di Marco Travaglio


Sempre più difficile. Dopo aver censurato lo scoop dell’Espresso sulle nuove accuse di mafia lanciate da Spatuzza a Schifani, la libera stampa italiana si è vista costretta a censurare anche la replica del presidente del Senato alle accuse di Spatuzza. E’ tutto collegato, come spiegava il mitico professor Sassaroli all’architetto Melandri che chiedeva la mano di sua moglie Donatella nel film Amici miei, sbolognandogli tutto il cucuzzaro: “Vede, è tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare. Lei ama mia moglie. Mia moglie è affezionata alla bestia, il cane Birillo, che mangia un chilo di macinato al giorno, un chilo e mezzo di riso e ogni mattina bisogna portarlo a orinare alle 5 sennò le inonda la casa. Birillo adora le bambine. Le bambine sono attaccatissime alla governante, tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme. Insomma, chi si prende Donatella si prende per forza tutto il blocco”. Ecco, chi censura lo scoop dell’Espresso innesca una catena di censure che nessuno può spezzare: gli tocca censurare tutto il blocco. Spatuzza dice che Schifani era il trait d’union tra i Graviano e Berlusconi & Dell’Utri. In un colpo solo si beve il presidente del Senato, il presidente del Consiglio e il senatore che inventò Forza Italia. Passi per Dell’Utri e i Graviano, che ci sono abituati: ma come si fa a dare una notizia che accosta B. e Schifani a Cosa Nostra senz’aver mai scritto un rigo in materia? Dandola, si dovrebbe accompagnarla con un commentino, tipo quello in cui tre mesi fa un giornale a caso, il Corriere della sera, chiedeva conto e ragione a Di Pietro di una foto del ’92 che lo ritraeva a cena con una decina di ufficiali dei carabinieri e con Bruno Contrada, all’epoca numero 3 del Sisde e non ancora arrestato per mafia. O tipo quello in cui un mese fa un giornale a caso, il Corriere della sera, chiedeva conto e ragione al presidente della Camera Fini di un alloggetto affittato dal cognato a Montecarlo. E una richiesta di spiegazioni a Schifani e a B. non basterebbe ancora a pareggiare il conto, visto che è impossibile paragonare un’inchiesta per mafia con una foto con Contrada e con un alloggetto di 65 metri quadri. Dopodichè un giornale a caso – poniamo sempre il Corriere, ma anche Repubblica – dovrebbero spiegare perché attaccarono un giornalista, di cui ci sfugge il nome, che due anni fa raccontò in tv gl’imbarazzanti trascorsi societari di Schifani con vari tipetti poi condannati per mafia. Meglio dunque ignorare la notizia (come fa il Corriere) o nasconderla in un trafiletto a pagina 25 (come fa Repubblica). E, l’indomani, censurare il comunicato di risposta del presidente del Senato (come fanno sia il Corriere sia Repubblica sia tutti gli altri giornali e tg d’Italia, a parte Il Fatto). Tutto ciò avviene in una sedicente democrazia dove, non appena un politico tira una scoreggina, emette un ruttino, dichiara che oggi piove o tira vento, plotoni di telecamere e cronisti da riporto si precipitano a raccogliere e a rilanciare urbi et orbi la scoreggina, il ruttino e la dichiarazione. Anni fa Schifani, allora capogruppo di Forza Italia, diramò un comunicato per rivelare che, non trovando un tavolo libero al ristorante, aveva “fatto la coda come un cittadino qualunque”. Notizia epocale, subito ripresa con ampio risalto dal Corriere. Di recente, quando un lieve terremoto ha scosso le isole Eolie, giornali e tg pendevano letteralmente dalle labbra dello Schifani, che in quel momento passava di lì sul suo veliero, a riprova del fatto che le disgrazie non vengono mai sole. Poi la seconda carica dello Stato chiede di essere interrogata dalla Procura di Palermo sulle accuse di mafia che gli lancia Spatuzza e nessun organo d’informazione lo scrive, così nessun cittadino lo viene a sapere, salvo i fortunati lettori del nostro giornale. Gentile presidente del Senato, accetti un consiglio da amici: la prossima volta che vuol parlare dei suoi rapporti con la mafia, lasci perdere i comunicati stampa. Ci dia un colpo di telefono: facciamo prima.




Il titolo dell'articolo di Travaglio sul Fatto quotidiano è "censurano anche lui",non potrebbero negare l'evidenza,non hanno scritto nulla a riguardo sulle rivelazioni del pentito Spatuzza,e non possono certamente proporre la replica della seconda carica dello Stato.
Una democrazia ormai da considerarsi bizzarra,legata all'informazione del futile e tutto ciò che non dia fastidio al conduttore,naturalmente della sgangherata Repubblica Italiana!

Fortunatamente esiste una realtà mediatica che si distingue,meglio che niente,aspettando pazientemente che il rincoglionimento sociale abbia fine,semmai ci sarà,naturalmente.

&& S.I. &&

Tutti i fans e le squadre della libertà del sultano,di Michele Serra



In vista delle possibili elezioni,Berlusconi ha fondato le Squadre della Libertà, coordinate da Denis Verdini,che hanno il compito di "radicare il partito sul territorio e vigilare contro possibili brogli" ("Corriere della Sera", domenica 22 agosto, pagina 2). Le Squadre della Libertà si sommano ai Promotori della Libertà e ai Circoli della Libertà fondati da Michela Brambilla, agli Amici della Libertà di Alfredo Biondi, ai Comitati della Libertà, alle associazioni "Silvio ci manchi", "Per fortuna che Silvio c'è" e la recentissima "Silviooooo! Silviooooo!" fondata da un gruppo di berlusconiani non udenti. È solo l'inizio di una strategia incontenibile, che ha lo scopo, ambizioso ma realizzabile, di entrare nel Guinness dei primati alla voce "personaggio vivente con il maggior numero di fan club", fino ad oggi appannaggio di Elton John. Ma vediamo i circoli di prossima fondazione.

Maniaci della Libertà

Scopo dei Maniaci della Libertà è radicare il partito sul territorio, però con una cura minuziosa, senza trascurare stradine sconosciute, piccoli bar, vicoli ciechi. Un Maniaco della Libertà che si rispetti riesce a raggiungere e convertire, in pochi mesi, almeno un guardiano del faro, un pastore all'alpeggio e un maratoneta in allenamento. Vengono spesso alle mani con i testimoni di Geova.

Rompicoglioni della Libertà

I simpaticissimi Rompicoglioni della Libertà sono i berlusconiani più entusiasti, rumorosi, colorati. Quando arrivano in città è una festa: corrono lungo i marciapiedi sventolando bandiere di Silvio, abbracciano i passanti dicendo "ma lo sa che lei assomiglia a Silvio?", diffondono barzellette registrate di Silvio invitando la cittadinanza a ridere con loro battendo le mani. Anche nell'ambiente di lavoro, il rompicoglioni della Libertà è sempre attivo ed entusiasta, e cerca di coinvolgere i colleghi in canti e danze dedicati a Berlusconi. La cravatta regimental, la giacca blu e l'occhio nero lo rendono subito riconoscibile.

Acrobati della Libertà

Quando la lezione del Nouveau Cirque si sposa con la passione politica. Gli acrobati della Libertà diffondono il pensiero di Berlusconi bussando all'improvviso alla vostra finestra, sospesi a una fune o dondolandosi su un trapezio, spesso a testa in giù. Tra i loro slogan, i più diffusi sono "Vota Berlusconi!" e "La prego, mi aiutiiiii.... Crash!".

Profeti della libertà

La loro guida è il manoscritto originario della Bibbia, rinvenuto da Marcello Dell'Utri su una bancarella di libri usati e attribuito dallo stesso Dell'Utri a Mosé perché nella rilegatura sono rimasti impigliati peli di barba bianca. In un salmo a pagina 44, tra il Pentateuco e un capitolo dedicato alla cucina casalinga, è contenuta la profezia "per rifare l'uomo, serve un uomo rifatto", considerata l'annuncio dell'avvento di Silvio per salvare l'umanità. I Profeti della Libertà si occupano di diffondere questa profezia e certificarne l'autenticità. Il biblista monsignor Ravasi, legato e imbavagliato, è comparso come loro autorevole testimonial in numerose trasmissioni di Mediaset.

Falegnami della Libertà

È un'associazione di falegnami berlusconiani, che ha il compito di fare proseliti anche tra gli altri falegnami. Si ispira ai "Diari inediti di San Giuseppe", trovati da Marcello Dell'Utri su una bancarella di libri usati e ritenuti autentici perché tra le pagine sono stati rinvenuti alcuni trucioli.

Vergini della Libertà

Associazione molto ristretta, è considerata il fiore all'occhiello dell'arcipelago berlusconiano. Il test di ammissione prevede una notte a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa, uscendone illibate. Le pochissime che riescono nell'impresa vengono ammesse nell'associazione, rivestite di bianco, cinte da una corona di gigli, profumate di mughetto, benedette dal vescovo e infine sono spedite in dono all'amico Putin per il suo compleanno.



Nel caso ci fossero altre idee fantasiose su circoli in onore del sultano,organizzateli,il paese sempre di più dovrà diventare a immagine e somiglianza del più grande statista della storia repubblicana....

[ Kenzo ]

sabato 28 agosto 2010

Il ristorante per cannibali a Berlino

Una provocazione pubblicitaria o inquietante realtà?



Un ristorante di nuova apertura ha scandalizzato Berlino chiedendo ai suoi clienti di donare parti del proprio corpo che saranno poi cucinate e servite agli avventori. Le autorità locali e gli abitanti non hanno gradito, e si pensa a un'uscita pubblicitaria di cattivo gusto.

I primi annunci dell'imminente apertura sono apparsi sulla stampa locale: vi veniva pubblicizzato il ristorante, specializzato in "cucina Wari". Il sito del ristorante parla chiaro: chi vuole diventare un membro del Flimé - così si chiama il ristorante - è invitato a compilare un modulo con i suoi dati anagrafici e diversi dettagli sul suo stato di salute. Interventi chirurgici, abitudini alimentari, consumo di fumo e alcol, malattie croniche...

"Dopo il controllo medico - spiega il sito - potrai decidere quale parte del tuo corpo donare".
La versione tedesca del sito riporta anche un annuncio di lavoro per un "chirurgo di vedute molto aperte".

Se volete dare un'occhiata al sito del presunto ristorante degli orrori

CLICK FLIME' RESTAURANT

Sicuramente una provocazione di cattivo gusto,unicamente per rendere conosciutissimo il ristorante,poichè anche legalmente questa opportunità raccapricciante non è possibile.

@ Dalida @

Giorgio Bocca,i suoi primi novant'anni





Un velo malinconico nelle parole del vecchio Giorgio Bocca,al suo posto non potrei riflettere diversamente,poichè la regressione non solo dell'informazione,ma dell'intera società di questo paese è un dato incontrovertibile.

Anche se durante il ventennio non fu proprio genuino il suo vivere durante il regime,nella sua vita professionale non ha avuto peli sulla lingua,a torto o a ragione,la sua penna si è mossa liberamente.

Su Wikipedia la sua data di nascita risulta il 18 agosto,ma se Skytg24 ha intervistato il grande giornalista,evidentemente il suo compleanno cade oggi.

Auguri

[@#& blog freedom &#@]

Il genitore ridens e l'immigrato brutto,sporco e cattivo,di Massimo Gramellini



Della vicenda di Civitanova Marche, dove un gruppo di bulletti da spiaggia fra i dieci e gli undici anni ha preso a calci la sdraio su cui un venditore ambulante si era seduto, gridandogli «amigo, vattene, questa è proprietà privata», mi ha sconvolto soprattutto il comportamento ridanciano dei genitori. Con questo non voglio dire che il resto vada derubricato a ordinaria amministrazione. Pur avendo un ricordo abbastanza vago delle mie vacanze infantili, non ho memoria di un coetaneo che mi proponesse di prendere a calci la sdraio di un venditore ambulante. A dieci anni ci si tirava calci al massimo tra noi.

E comunque nessuno, ma proprio nessuno, sapeva che cosa fosse una proprietà privata e tanto meno che si chiamasse così. Però di una cosa vado assolutamente certo: che se il più bullo della brigata avesse deciso di compiere un gesto tanto infame, lo avrebbe fatto di nascosto dalla sua famiglia, temendone la reazione. Qui invece pare che insegnare il disprezzo verso le persone più deboli stia diventando, per certi genitori, una missione educativa di cui menare gran vanto. Non si spiegherebbero altrimenti le risate con cui i padri e le madri di quei mocciosi hanno accompagnato la scena. Ma che bel gioco. Ma che orgoglio aver cresciuto dei figli così. Par di sentirli: cosa sarà mai, sono solo dei bambini! Oppure (variante Giornale-Libero): perché non parlate dei ragazzi dello stabilimento accanto che buttano per terra le cartacce? La novità, rispetto al passato, non è la cattiveria. È la mancanza d’imbarazzo dei cattivi.



(Giornale-Libero)lei mi apre una polemica Gramellini,va di moda cavalcare l'onda del brutto,sporco,cattivo extracomunitario,con l'aggravante dell'essere pure Mussulmano,salvo poi dimenticare l'esercito della badanti,colf e lavoratori a basso costo/sfruttati,che fanno economia,e mi raccomando nel silenzio più assoluto,rammentando gli emigrati Italiani su tutto il pianeta,un popolo il nostro senza memoria!

&& S.I. &&

venerdì 27 agosto 2010

I Valdesi aprono alle coppie omosessuali

E legittimano il testamento biologico augurando finalmente una legge in tal senso



Un risultato quasi bulgaro,nonostante i tre giorni di dibattiti nel sinodo organizzato in questi giorni,con la stragrande maggioranza dei voti a favore delle coppie omosessuali,da ora le stesse potranno ricevere una benedizione tramite le funzioni ,l'unico atto possibile mancando una qualsiasi legge in tal senso in Italia.


La Pastora Erika Tomassone tramite la commissione da lei presieduta,ha stilato un documento che appoggia la ricerca delle cellule staminali embrionali.

Su tutti i fronti la chiesa Valdese si contrappone al Vaticano,e non è una novità.

Da rammentare a tutti coloro che vorranno devolvere l'8 X 1000 verso i Valdesi,credenti o meno,sappiano premiare chi riesce a distinguersi dal cronico oscurantismo della chiesa cattolica.

[@#& blog Freedom &#@]

Il più bel regalo di Natale per i minatori cileni



Ecco i minatori - La tv cilena ha fatto vedere le immagini dei 33 minatori intrappolati in una miniera di rame   a 700 metri di profondità da 21 giorni (Epa/Codelco)




Non è ben chiaro come riusciranno i soccorritori nel far pervenire gli aiuti alimentari,l'unica possibilità pare che sia tramite il passaggio della sonda che ha permesso di poter trasmettere le prime immagini,anche perchè se dovranno resistere sino a Natale,è ovvio che oltre l'aspetto psicologico,debbano essere i viveri a poter lenire una condizione del genere,in tutto questo tempo nella cavità della miniera.
E' da tempo immemore che il lavoro in miniera è da considerare il lavoro disumano per eccellenza.

&& S.I. &&

giovedì 26 agosto 2010

Brunello di Montalcino e Barolo low cost,di Michele Serra



La vendemmia del 2010 prelude a un'annata enologica di svolta. La nuova tendenza, dopo anni di follie e rincari indiscriminati, è a una maggiore sobrietà. Se una bottiglia di Sassicaia o di Brunello poteva costare anche 250 euro, più i 50 della prenotazione, i 50 dell'assicurazione e altri 50 per il trasporto dallo scaffale al bancone, oggi i vini toscani tornano all'antica schiettezza: il Sassicaia verrà venduto in damigiane e fiaschi direttamente sul bordo delle strade statali, con una cassetta di bietole in omaggio, da contadini che contrattano il prezzo bestemmiando, per l'allegria dei turisti stranieri. Per il Brunello torna in auge anche la mescita con l'imbuto.
Ma è tutto il mondo del vino che sta voltando le spalle all'idea del lusso troppo ostentato, per tornare a una tradizione più schietta e all'antica.

Barolo Da quest'anno sarà possibile vendere anche le bottiglie di Barolo prodotte dopo il 1930. Il severissimo capitolato firmato nel 1910 dalle famiglie produttrici, che prevedeva trent'anni di fermentazione naturale, trenta di invecchiamento in botte e altri venti di attesa solo per complicare le cose, è stato finalmente alleggerito. I baroli più giovani, oltre a costare di meno, hanno un bouquet profumatissimo ma meno impegnativo: spariscono le sfumature di carta vetrata, pece e nerofumo tipiche dei baroli più datati. Se fino a ieri il Barolo si accompagnava soprattutto a pochi piatti di forte carattere (brasato di bisonte, minestra di cotiche di cinghiale, piede di porco in salamoia), oggi lo si può gustare anche con i piatti più freschi e leggeri della cucina piemontese, come il bollito misto.

Alto Adige Si ammette di avere esagerato in raffinatezza, con una lavorazione dei vini troppo ricercata. Anche un enologo con il raffreddore fino a ieri poteva individuare, in un bicchiere di bianco altoatesino, profumo di liquirizia, malva, fieno, menta, mugo, lavanda, pane, timo, legno, uova sode, fagioli, liquido per tergicristalli, pennarello, formitrol e addirittura vino.
Ma in alcune annate, enologi di particolare sensibilità riuscivano ad avvertire nel bouquet del Traminer anche gli aromi "strade di Pechino" e "Settimana Enigmistica". Oggi si cerca di semplificare, di tornare all'insegnamento dei padri, con la pigiatura tradizionale (le uve vengono pestate nei tini dai ragazzi del paese con gli scarponi da sci) e il rito (antichissimo) dell'imbavagliamento dell'enologo.

Cinque Terre In pochissime vigne, ciascuna di mezzo metro quadrato e con una sola vite che produce un solo grappolo di un solo acino, si produce da secoli il celebratissimo vino delle Cinque Terre. La ragione di questo storico accanimento sfugge agli studiosi: si calcola che il lavoro necessario per una sola vigna scavata tra le rocce, e a picco sul mare, equivalga a quello impiegato per costruire le Piramidi. I contadini locali, nei secoli, sono stati di volta in volta minacciati o supplicati dai diversi governi perché la smettessero, anche perché produrre vino su costoni battuti dai marosi e calcinati dal sole è come voler coltivare banane in Alaska. Ma non c'è stato niente da fare: hanno prevalso la tenacia e l'orgoglio degli abitanti, che anche quest'anno produrranno una decina di bottiglie, delle quali solo cinque o sei arriveranno intatte al consumatore perché trasportandole su mulattiere e pietraie circa la metà si rompe.

Franciacorta Il mercato delle bollicine non conosce crisi. Squisito con il pesce, ma ottimo anche per gonfiare aerostati e mongolfiere, il Franciacorta ha superato anche quest'anno i severi test del ministero della Difesa: alle prove balistiche, i tappi di Franciacorta hanno centrato e distrutto bersagli a più di trecento metri di distanza. Le bottiglie con il rinculo sono le più ricercate.



Una buona presa per i fondelli del mondo sommelier,un mix tra grottesco e geniale il bouquet di "strade di pechino e settimana enigmistica" nei vini dell'Alto Adige.
L'idea di gustare vino da contadini che bestemmiano da l'idea di un girone dantesco,ma con la fantasia Serra vola molto alto!

[ Kenzo ]

C'era una volta il partito dell'amore,di Marco Travaglio



[ Giannelli-Corsera ]

di Marco Travaglio

Inutile nascondercelo, siamo preoccupati. Come dice Maroni, c’è un complotto per far fuori B. Il Pd non c’entra, anzi, dopo il letargo agostano Bersani è tornato più in forma che mai e ha lanciato uno slogan geniale, il distillato di un mese di profonde riflessioni, destinato a ringalluzzire il depresso elettorato del centrosinistra: una “campagna porta a porta contro il governo”. Porta a porta: un’espressione che evoca immediatamente Bruno Vespa e il Cepu. Non è meraviglioso? No, ancora una volta il pericolo viene dal fronte interno, dal fuoco amico. Non bastavano Veronica, Noemi, la D’Addario, Spatuzza e Fini: ora si ribellano persino i democristiani e i craxiani, nelle cui ganasce il piccolo Silvio rischia di finire stritolato. La rivolta di Spartacus è capitanata dal ministro Rotondi. Motivo: all’ultimo vertice del Pdl si son dimenticati di invitarlo. Lui, un padre fondatore del partito: come si sono permessi? “Trarremo presto le conseguenze di un trattamento per noi inaccettabile e sinceramente anche inspiegabile”, minaccia il ministro-kiwi tutto spettinato. Vagli a spiegare che non l’hanno fatto apposta, è che proprio non è venuto in mente a nessuno. Càpita nelle migliori famiglie, nel viaggio per le vacanze, di dimenticare il canarino con relativa gabbietta all’autogrill. Niente, Rotondi è furibondo e non sente ragioni. Chiede elezioni subito, “anche perché ho in serbo una sorpresina”. E accenna a una prospettiva agghiacciante: “Un nuovo agglutinamento democristiano”, termine che evoca la nutrizione e la digestione, in perfetta linea con la tradizione democristiana. Ecco, con tutti i problemi che ha B., manca solo la sorpresina di Rotondi e del suo apparato digerente. Anche perché Kiwi Man dice di parlare a nome di “dieci parlamentari di riferimento”. Si tratta di noti trascinatori di folle come il sottosegretario Giovanardi, il vicesindaco di Roma Cutrufo, il governatore campano Caldoro, il turbocraxiano Barani (quello del monumento equestre ai martiri di Tangentopoli, cioè ai ladri, in quel di Aulla) e un certo Deodato Scanderebech, appena atterrato alla Camera al posto del vicepresidente del Csm Vietti e fulmineamente balzato dall’Udc al Pdl. Pare che faccia parte della variopinta compagnia anche Francesco Pionati, l’ex mezzobusto del Tg1 col riportino, già demitiano, poi finiano, poi casinista, poi berlusconiano, insomma un uomo tutto d’un pezzo, gusto tuttifrutti. Si propone, il Pionati, di “rifondare il centrodestra”. Tutto da solo, con le nude mani. Come? Con “un asse forte Pdl-Lega e due partiti più piccoli, La Destra e Alleanza di Centro, ma decisivi”. Qualcuno domanderà: ecchecazz’è l’Alleanza di Centro? Il partito di Pionati, quello decisivo. Per far che? “Competere con Casini per conquistare il centro”. Guai se B. pensasse di conquistare il centro annettendosi semplicemente Casini: “Casini è e rimarrà sempre un opportunista”, mentre Pionati è una roccia: pare che riesca a restare fermo nello stesso posto addirittura per un quarto d’ora di seguito. I dieci schiavi ribelli incassano la solidarietà di un’altra nota frequentatrice di se stessa: Margherita Boniver: “Capisco il disagio di Rotondi, è dura non essere consultati in momenti così delicati, mi auguro che alla ripresa ci sia modo di ascoltare anche la nostra voce”. S’accontenta di poco: anche solo una segreteria telefonica per lasciare un messaggio. Buttiglione, intanto, si propone per “un buon governo”, naturalmente con B., purché sia molto attento “ai temi etici”: Cuffaro ci tiene molto. Cesa, il segretario, assicura che “non c’interessa un posto a tavola”: uno è poco. Anche Rutelli, all’opposizione, soffre. Dunque s’offre: non per il governo (“io faccio l’oppositore”, e all’arma bianca), ma per “votare cinque grandi riforme”, a partire dalla giustizia: “separazione delle carriere” (da un’idea di Gelli, Craxi e B.) e – tenetevi forte – “spersonalizzazione del pubblico ministero” perché “non vorrei conoscere i pm”. Ma non c’è bisogno di riforme: nemmeno i pm vogliono conoscere Rutelli.



Dopo la maionese impazzita che ha compreso ex democristiani ed ex socialisti nel polo diventato dei lunghi coltelli,ora ha solo più una carta il sultano,ovvero attaccarsi al treno della Lega,poichè strano a dirsi,ed è il secondo mistero italico,dopo la strana epopea durata sedici anni del re ad personam,nonostante la brillantissima classe dirigente del carroccio....le preferenze ai padani non sono in discussione.
Se il popolo sovrano è convinto di tutto ciò,nulla da eccepire,ma intravedo anni ancora più difficili,il fondo del barile è più profondo che mai,avendo un Ministro dell'economia possibile futuro primo Ministro,il quale folgorato sulla via di Damasco è da tempo che asserisce d'essere diventato il noglobal number one,chissà dov'era nascosto al tempo del G8 di Genova....

&& S.I. &&

mercoledì 25 agosto 2010

McDonald's o De Puddu's,la sfida dei sardi ai panini multinazionali

La Regione Sardegna si schiera con McPuddu's contro McDonald's. Carlo Petrini: mi verrebbe voglia di aprire un Mc Carlin per rispondere all'arroganza Usa




di MAURIZIO CROSETTI

"E ITTE funtis narando?...", si chiede adesso il giovane imprenditore Ivan Puddu, in cucina tra un culurgione e una sebada. "Ma questi che stanno dicendo?...". Questi, cioè gli avvocati di McDonald's che hanno intimato a Puddu di levare il "Mc" davanti al suo marchio "Mc Puddu's". E lui, obbediente, ha eseguito, diventando nel giro di poche ore un più mite "De Puddu".

Era global, ora è di nuovo local. Una di quelle storielle tristi che fanno morire dal ridere.

"La multinazionale dell'hamburger sostiene che il mio Mc poteva confondere il consumatore. Ma quando? Ho due piccoli negozi alimentari con la mia fidanzata Martina, qui facciamo i culurgiones, sfoglie di pasta ripiena di patate e formaggio, anzi veramente li fa mia suocera. Mica panini imbottiti. Però non importa, non ho soldi da buttare in avvocati". Ora che tutta Italia parla di lui, c'è il sospetto di un'operazione pubblicitaria (involontaria?) colossale: "Ma io non posso mica sfornare migliaia di pezzi, mi limito a offrire una birra agli amici del paese, Santa Maria Navarrese, nell'Ogliastra, felice che si parli di prodotti e realtà locali. La pasta dei culurgiones cuciti con le dita la preparano anche i bambini, la domenica, nelle case sarde, sa di buono e di antico, è un rito di famiglia".

Dunque, Davide impasta e tira la sfoglia addosso a Golia, ai suoi cetrioli indigeribili e alle sue salse tremende. E la Regione Autonoma della Sardegna gli arma la mano contro il gigante. "L'Italia subisce ogni anno danni per 70 miliardi di euro a causa di falsi e imitazioni alimentari: diffidare un commerciante di tipicità sarde per il solo suffisso Mc, suona perciò come una beffa", dice l'assessore all'agricoltura Andrea Prato, nel cognome un destino.

Ma cosa racconta, questa bizzarra vicenda? I colossi patiscono davvero il solletico delle botteghe? "Un'arroganza così stupida, che mi verrebbe voglia di aprire un Mc Carlin's!", risponde Carlin Petrini, presidente di Slow Food. "Il prefisso Mc vale l'italiano De, oppure l'irlandese 'O, dichiara l'appartenenza a una famiglia, mica è un'esclusiva di McDonald's. Il signor Puddu ha tutta la mia solidarietà: ha fatto male a cambiare nome, qui serve una risposta mondiale contro chi ha rotto proprio le scatole. Anche perché sono sicuro che, in tribunale, McDonald's perderebbe".

Se Davide mangia i tortelli e Golia vuole imporre il cheeseburger (regalando magari i bicchieri colorati, compreso l'introvabile color azzurro), si tratta di commercio ma anche di antropologia. E allora che ne pensa l'antropologo? "Oltre il ridicolo dell'elefante che se la prende con la formica, questa vicenda segnala l'anomalia di un produttore globale che ignora il locale", risponde il professor Giulio Angioni. "Eppure, è dimostrato che il primo non sopravvive senza il secondo. Poi, mi chiedo se fosse davvero il caso di usare quel prefisso all'americana". Forse, l'errore è copiare i grandi e poi lamentarsi se questi si ribellano. "Perché richiamarsi a McDonald's?", si chiede infatti lo scrittore Salvatore Niffoi. "Siamo di fronte a un imperialismo alimentare e linguistico, contro la cucina della memoria e il valore della lentezza. La definirei un'aggressività regressiva. È anche vero che certi prodotti popolari stanno diventando di nicchia, costosissimi e per pochi, dunque elitari. E ormai, per campare si va al discount".

E magari i grandi e piccoli negozi possono anche non litigare. "Anzi, è indispensabile convivere", dice Giuseppe Brambilla, amministratore delegato di Carrefour Italia, 1450 negozi, 24 mila dipendenti. "L'ottanta per cento dei nostri punti vendita, non solo ipermercati ma anche piccoli negozi, è gestito da imprenditori: se hanno prodotti locali da valorizzare, penso al pane o alla carne, possono farlo. Quello che conta è offrire qualità corretta a prezzi bassi, arrivando a un risparmio per il cliente di oltre il 15 per cento. I prodotti del territorio sono indispensabili, senza assurdi combattimenti. La nostra logica si basa sulla flessibilità dell'offerta. È chiaro che, talvolta, il piccolo negoziante può soffrirne, però il mercato va in una direzione chiara: ci sono sempre meno soldi da spendere. Nulla contro i prodotti di nicchia, però non tutti se li possono permettere".

Forse la soluzione del problema è un asse da stiro. Quello che l'economista Mario Deaglio ha comprato proprio ieri mattina, in un ipermercato: "Ma la prossima volta, forse, lo ordinerò su Internet e me lo farò consegnare a casa il giorno dopo, risparmiando. La rete mette d'accordo locale e globale, è il famoso terzo litigante che gode: lì c'è posto per tutti, senza limite di scaffali. Detto questo, alla grande distribuzione imporrei due regole. La prima: concedere sempre uno spazio ai produttori locali. La seconda: se chiude il negozietto di paese, si deve aprire un altro punto vendita per non lasciare scoperta la zona. Bisogna fare in modo che i centri commerciali non siano distruttivi". Altrimenti, si va a stirare col computer.


Anche Carlin Petrini vorrebbe sfidare su questo piano il colosso americano,non accettare la provocazione da un piccolo imprenditore con due punti vendita,che non può competere men che mai con il re del fast food,risulta a mio parere una sciocca debolezza,e proprio questa vulnerabilità dimostrata potrà essere l'arma per moltissime realtà locali,le quali potranno dimostrare con la qualità e con qualche eurino in più da sborsare,di potersi alimentare con più gusto e in modo genuino.

@ Dalida @

L'ex partito dell'amore e il furore contro Famiglia cristiana




di Caterina Perniconi

Don Antonio Sciortino come Marco Travaglio. Il nuovo obiettivo contro cui si è scagliato ieri il Pdl è lo storico direttore di Famiglia Cristiana. Considerandolo probabilmente un grave insulto, è stato paragonato anche al giornalista de Il Fatto. La sua colpa sarebbe quella di aver pubblicato un editoriale, a firma Beppe Del Colle, contro il comportamento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dal titolo “Il Cavaliere rampante e la Costituzione dimezzata”. Dall’epurazione di Enzo Biagi dalla Rai fino alle leggi ad personam, negli undici anni di direzione Sciortino sono molte le occasioni in cui il premier ha ricevuto critiche dal settimanale dei paolini. Comprese le sue frequentazioni di giovani ragazze ed escort. “Berlusconi ha detto chiaro e tondo – si legge nell’editoriale in edicola oggi – che nel cammino verso le elezioni anticipate, qualora il piano dei cinque punti non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento, non si farà incantare da nessuno, tantomeno dai ‘formalismi costituzionali’. Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla ‘sovranità popolare’ che finora lo ha votato. La Costituzione in realtà dice: ‘La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione’. Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro formalismo”.

Una riflessione troppo audace per i fedelissimi del premier. Che sono partiti all’attacco: “Mi compiaccio nel riscontrare dai fatti che Famiglia Cristiana sia ormai diventata il supplemento de Il Fatto quotidiano. Dopo il ticket Vendola-Chiamparino abbiamo quello don Sciortino-Travaglio” ha dichiarato il deputato Pdl Raffaello Vignali. Il ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi, si è definito “sconcertato e disgustato”, mentre il sottosegretario dello stesso ministero, Francesco Giro, considera l’editoriale di don Sciortino “una dimostrazione di pornografia politica per la scarsa decenza degli argomenti che vengono proposti”. Nell’editoriale un affondo durissimo anche sulla spaccatura creata nei cattolici e sul “metodo Boffo”. “Il berlusconismo – scrive Del Colle – se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il metodo Boffo (chi dissente va distrutto ) è fatto apposta”. A rivendicare la paternità della lotta contro la rivista ci pensa un agguerrito Maurizio Gasparri: “Avevo denunciato per primo anni fa la deriva di Famiglia un tempo Cristiana. Anche la Santa Sede prese le distanze da un giornale che non la rappresenta in alcun modo”.

Un fuoco di fila interrotto dalle dichiarazioni di solidarietà dell’opposizione e di Generazione Italia. Per l’associazione dei finiani quella del Pdl “è la politica dell’insulto”. “Quello che stupisce nell’attacco virulento del Pdl alla riflessione di Famiglia Cristiana – dichiara il vice presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Giorgio Merlo – è che non accetta il dissenso né la critica che proviene dall’area cattolica. Forse è bene che si rendano conto che non tutti i cattolici italiani si limitano ad applaudire e ad esaltare il Pdl e l’azione di questo governo”. Per l’europarlamentare Idv, Luigi De Magistris, “la reazione della maggioranza è un’aggressione tribale verso un organo di informazione che ha avuto il coraggio di fare il suo dovere ed esercitare un suo diritto, che nell’epoca del regime è trasformato in colpa e crimine di lesa maestà da punire”.



Ormai lo sanno i muri e i più disinteressati,o se volete sprovveduti,chi si mette di traverso all'interno o all'esterno dell'ex partito dell'amore,ormai livido d'odio è da punire sonoramente.
Ad esempio la verifica su Gianfranco Fini è palese,il cosiddetto scandalo sulla casa monegasca poteva esplodere molto tempo prima,ma si è aspettato a scatenarlo quando il Presidente della camera si è ribellato,o meglio dire stufato di votare leggi ad personam per il sultano.

Ma siamo sempre alle solite,sino a quando il popolo sovrano premierà l'attuale maggioranza,e che fior,fiore di maggioranza sia lo si può notare dalle ultime dichiarazioni,con insulti e minacce a chicchessia,per arrivare alla velenosissima dichiarazione,ovvero che l'editoriale di Famiglia cristiana sia da considerare pornografia politica,ebbene potremo fare tutte le riflessioni possibili,ma è in cabina elettorale che tocca scaricare per sempre questo incubo.

&& S.I. &&

La seria politica d'un tempo e la cialtroneria contemporanea,di Massimo Gramellini



Se gradite un massaggio al morale, scordatevi leggi ad personam e cognati a Montecarlo. Date piuttosto un’occhiata alla rassegna-stampa di ieri: «Egregio ministro dell’Interno, quando lasciai il mio posto a Milano fui messo in disponibilità con metà dello stipendio. Ebbene, trovo di poterne fare a meno. Considerando che già ricevo dallo Stato la cifra di… come direttore della Galleria, mi pare doveroso, nelle attuali condizioni delle finanze, rinunciare a quell’altra somma». E allora?, direte voi. Si tratterà di un miliardario o di un eccentrico. Il vero dramma di questo Paese non è solo lo spreco di denaro pubblico, ma la tragica incompetenza di chi è chiamato a gestirlo. Giusto, eccovi serviti, sempre dalla rassegna-stampa di ieri: «Signor ministro, Ella mi ha comunicato un decreto che mi nomina direttore del ministero dei Lavori Pubblici. La ringrazio dell’onore che mi ha voluto fare, ma non ho le cognizioni tecniche necessarie a un direttore dei Lavori Pubblici e non potrei, senza danno pubblico e senza rimprovero della mia coscienza, togliermi un carico maggiore delle mie forze. La prego perciò di accettare la mia rinuncia».

Siete rimasti colpiti, vero? Anch’io, accidenti. Ho confuso le buste e, anziché quella con la rassegna stampa, ho aperto quella coi ritagli della storia d’Italia che sto scrivendo in ultima pagina con Fruttero. La prima lettera era di Massimo D’Azeglio, Torino 1861, la seconda di Luigi Settembrini, Napoli 1860. Chiedo scusa ai politici contemporanei per averli confusi con quegli improvvidi antenati.

Altri tempi quelli raccontati,esistevano personaggi d'altro spessore,ora vanno di moda i tuttologi cronici che da un giorno all'altro e con doppi incarichi,non combinano nulla di buono e si riempiono di quattrini a volte anche delinquendo.Basta scorrere i curriculum di una buona parte di parlamentari,condannati conclamati o sotto processo!!Anche se ogni popolo ha i politici che si merita,riflettere bene su questo concetto...

&& S.I. &&

martedì 24 agosto 2010

Fiat Melfi,come calpestare il contratto nazionale dei lavoratori

Dopo la sentenza che ha deciso il reintegro degli operai sospesi




La Fiom denuncia la Fiat Melfi in sede penale per il mancato reintegro al lavoro dei tre operai riammessi da una sentenza del giudice del lavoro.

Sono usciti dallo stabilimento Fiat di Melfi, per l'azienda potranno fare attività sindacale in una saletta ma non tornare al loro posto di lavoro i tre operai rientrati con una sentenza: hanno deciso di far uscire Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli i legali della Fiom, dopo che un avvocato e un ufficiale giudiziario sono entrati in fabbrica, dove hanno avuto conferma che l'azienda accetterebbe la loro presenza a patto che i tre occupino una saletta e svolgano solo attività sindacale, senza tornare al lavoro sulle linee di produzione. Una linea che vuole umiliare. Lina Grosso, legale della Fiom, intende presentare una denuncia penale alla Procura della Repubblica di Melfi (Potenza). «Quella della Fiat è una strategia autoritaria inaccettabile», attacca il segretario confederale del sindacato di Corso d'Italia, Vincenzo Scudiere. L'azienda viola «le più elementari regole democratiche», rincara il leader della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, La Fiat replica: nostri provvedimenti legittimi, abbiamo fiducia nei giudici.

In serata la denuncia penale per la mancata osservanza del decreto con cui il giudice del lavoro ha ordinato il reintegro dei tre operai. Secondo il collegio difensivo della Fiom, il reato è previsto dallo stesso articolo 28 dello Statuto dei lavoratori sulla «repressione della condotta antisindacale», che rinvia al Codice penale (articolo 650) sulla «inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità». I legali della Fiom richiamano, inoltre, una sentenza della Cassazione secondo cui il pagamento della retribuzione non equivale al reintegro sul posto di lavoro.

Intorno alle 13 i tre operai licenziati dalla Fiat e reintegrati dal giudice del lavoro di Melfi hanno passato i tornelli che danno accesso alla stabilimento, ma sono stati immediatamente bloccati dai vigilantes che li hanno portati in un ufficio. Il turno di lavoro dovrebbe cominciare alle 14. L'entrata dei tre operai, due dei quali delegati Fiom, è stata salutata con un applauso dei lavoratori. Al momento non è dato sapere se potranno tornare alla catena di montaggio. L'azienda, infatti, ha invitato i tre lavoratori a restare a casa fino al 6 ottobre, giorno in cui è fissata l'udienza di appello. Contro l'azione della Fiat la Fiom-Cgil ha proclamato uno sciopero dalle 14 alle 16 nell'azienda di Melfi. L'astensione dal lavoro riguarda il secondo e terzo turno.

Davanti ai cancelli dello stabilimento sono presenti anche il coordinatore nazionale del settore auto della Fiom-Cgil, Enzo Masini, e il segretario della Fiom Basilicata, Emanuele De Nicola. «Spero di riuscire ad entrare perché voglio andare a lavorare». Marco Pignatelli, intervistato dalle tv, è il terzo dei tre operai dello stabilimento della Fiat di Melfi che il giudice del lavoro ha reintegrato con un decreto, condannando l'azienda piemontese per comportamento antisindacale per il licenziamento di luglio. La Fiat ha già fatto sapere agli stessi operai di volerli tenere a casa pur essendo disposta a stipendiarli, fino al 6 ottobre data dell'udienza per il ricorso presentato dalla stessa Fiat.

«Da quello che la Fiat ci ha scritto penso che non ce la faremo - dice Barozzino - se sarà così, vedremo di muoverci con denunce. C'è la disposizione di un giudice che dice che siamo reintegrati. Noi non abbiamo fatto niente. Cosa ci aspettiamo? Il 6 ottobre c'è la prima udienza del loro ricorso, spero che andrà bene». Fuori dallo stabilimento ci sono tre volanti dei carabinieri e due della polizia mentre sono in allerta i vigilanti dello stabilimento, oltre ad una telecamera allestita in un gabbiotto per riprendere eventuali incidenti.

L'avvocato Lina Grosso aveva annunciato una denuncia penale per la mancata esecuzione della sentenza di reintegro. Il legale della Fiom ha detto ai giornalisti anche chiederà al giudice del lavoro che ha riammesso i tre operai di «stabilire con esattezza le modalità del loro reintegro. È inaccettabile la posizione della Fiat, che vuole relegare i tre operai in una saletta sindacale, mentre il giudice li ha reintegrati nel loro posto di lavoro. In questo modo non si esegue la sentenza».

Per la Sata S.p.A. «non avvalersi della sola prestazione di attività lavorativa dei tre interessati, che costituisce prassi consolidata nelle cause di lavoro e che ha l'obiettivo di evitare ulteriori occasioni di lite tra le parti in causa, trova ampia e giustificata motivazione nei comportamenti contestati che si riflettono negativamente sul rapporto fiduciario fra azienda e lavoratori».


Il servizio di skyTg24 sulla vicenda e la breve intervista ai tre operai


Dopo la sentenza che scagiona i tre dipendenti Fiat nel non aver bloccato alcuna linea di produzione,tesi avallata da più testimonianze,anzi la linea in questione è ferma da tempo e continua ad esserlo,pare a chiunque abbia buon senso una condotta del genere da parte dei vertici Fiat sia intollerabile e vergognosa.
Poichè la linea dura senza tener conto della più importante confederazione sindacale,e rifiutando di discutere qualsiasi progetto attuale e futuro del gruppo automobilistico,possa essere definito tutto ciò un harakiri economico per tutto il paese.
Tenendo conto dei pochissimi investimenti fatti dal gruppo torinese a confronto di altre realtà automobilistiche,degli stipendi più bassi rispetto a lavoratori tedeschi,francesi e spagnoli,e di una delocalizzazione che non ha eguali in Europa,quella che conta,naturalmente.
Bene hanno fatto i tre lavoratori e la Fiom a presentare un'ulteriore denuncia per comportamento anti sindacale e contro i più elementari diritti dei lavoratori,sulla base del contratto nazionale dei metalmeccanici.



Marchionne osannato negli States,sta bruciando sempre di più la stima che lo aveva accompagnato negli ultimi anni,almeno tra i nostri confini.

&& S.I. &&

Corchiano(Viterbo),il comune più virtuoso d'Italia 2010



La parte antica della cittadina

La vittoria dovuta alla qualità della vita se l'è giocata sul campo,da una giuria che monitorizza le virtuosità dei comuni.
Situata tra il lago di Bolsena e il lago di Bracciano,conta quattromila abitanti,i quali tramite l'ottima conduzione della giunta comunale è riuscita ad ottenere importanti risultati.

A partire dalla polizia comunale che ha accettato di buon grado di muoversi con le bici elettriche,risparmiando ragguardevoli risorse rispetto ai costi dei mezzi motorizzati.
La raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta sta riuscendo con percentuali altissime,abbassando del 20% i costi per le famiglie rispetto ad altri comuni.
E' stata organizzata una zona compostiera per lo smaltimento dei rifiuti organici,con i quali si concimano i giardini pubblici della cittadina.
Particolarissima è la raccolta degli oli esausti,ottenuti dalle mense comunali e dai privati cittadini,con il quale dopo il trattamento vengono utilizzati per i trasporti dei mezzi comunali.
Di pari passo con gli euro-solidali,i quali hanno permesso di aprire un'attività per vendite di prodotti equo-solidali.

Anche le società private legate al commercio hanno seguito i consigli della giunta comunale,risparmiando il più possibile sugli imballaggi.

Insomma se siete curiosi,andate a visitare la realtà di Corchiano,anche il sindaco ha dato la sua disponibilità nel dare consigli ai suoi colleghi di altri comuni.

Il filmato sulla raccolta differenziata a Corchiano



@ Dalida @

lunedì 23 agosto 2010

La grottesca preparazione alle elezioni del partito democratico,di Michele Serra



Il Partito democratico si sta preparando a eventuali elezioni anticipate. Sono in discussione diverse ipotesi di lavoro.

Non presentarsi Partecipare alle elezioni non è obbligatorio: "Nessun articolo dello Statuto lo prevede espressamente", osserva con sollievo una nota della direzione. A favore di questa soluzione una forte diminuzione dello stress per dirigenti, militanti ed elettori che non sarebbero costretti, come in passato, a soffrire l'ansia tipica di ogni spoglio elettorale. Alcuni intellettuali di area fanno osservare che il clima molto competitivo delle elezioni è tipico di una cultura ossessivamente meritocratica, che va condannata con fermezza.

Presentarsi, ma all'estero Il respiro internazionale di un partito che si ispira al movimento riformista mondiale suggerisce di allargare i propri orizzonti. Un gruppo di lavoro sta facendo un'accurata ricerca su Internet per scovare quei paesi dove il Pd avrebbe buone possibilità di affermazione politica: fino adesso Panama e Moldova sono i più gettonati. Da valutare i costi del trasferimento dell'intero gruppo dirigente e dei candidati, più i costi degli interpreti simultanei necessari in ogni comizio. Più economico sarebbe fare i comizi nella lingua del luogo, ma durante la simulazione, di fronte ad alcune badanti immigrate, un discorso di Bersani in moldovo ha dato risultati deludenti: le badanti erano convinte di avere assistito a una dimostrazione di pentole antiaderenti.

Presentarsi in Italia È l'ipotesi più ambiziosa. Il solo avanzarla inorgoglisce lo stato maggiore del Pd. Il problema è che per presentarsi alle elezioni in Italia ci vorrebbero un programma e un leader, scelto con le primarie. Per il programma la soluzione è a portata di mano: è stata acquistata una enorme pinzatrice con la quale unire le migliaia di pagine programmatiche presentate in passato dal centrosinistra, per un totale di seicentoventi punti da verificare uno per uno in assemblee pubbliche. Più difficile scegliere un leader entro novembre, perché anche disputando i gironi eliminatori e gli ottavi di finale in ottobre, non si farebbe in tempo a disputare la finale prima del 2011. Si sta dunque pensando di presentarsi al voto con un pool provvisorio di una dozzina di leader del centrosinistra, che dopo l'eventuale vittoria si presenterebbero a Napolitano tutti insieme per riceve il mandato. Più difficile far entrare nel simbolo elettorale la dicitura "Alleanza di centrosinistra per Bersani Vendola Chiamparino Bindi Cacciari Di Pietro Finocchiaro Bonino Franceschini D'Alema Veltroni von Himkel Patoulin Puddu" (gli ultimi tre sono i rappresentanti di Volkspartei, Union Valdotaine e Autonomisti sardi, ciascuno dei quali ha diritto, per statuto, a concorrere alle primarie). Nel simbolo, oltretutto, dovrebbero trovare posto anche una forma di fontina, un carrettino siciliano e un'anguria, in rappresentanza di tutte le liste alleate. Molto apprezzata la scelta degli Autonomisti sardi, che hanno rinunciato a pretendere che nel simbolo dell'alleanza ci fosse anche il loro, un nuraghe di sei piani con donne in costume tradizionale che lo circondano tenendosi per mano.

Quali alleanze Allearsi con la sinistra di Vendola o con il nuovo centro di Casini-Fini-Rutelli? La soluzione elettoralmente più proficua sarebbe allearsi con entrambi gli schieramenti, ma all'insaputa di entrambi, per non creare malumori. Nell'ultima riunione della direzione del Pd, la proposta è stata ritenuta sleale. Rimangono praticabili due possibilità: il lancio della monetina (testa ci si allea con Vendola, croce con Casini, se la moneta rimane in piedi ci si mette a piangere imprecando); oppure la pratica di affido: il Pd dà temporaneamente in affido i suoi elettori a chi offre le necessarie garanzie di trattarli con umanità.



Ecco un motivo,non il solo,per il quale non ci meritiamo altro che il sultano a vita,lui e il senatur con quattro idee da bar dello sport riescono ad incassare una marea di voti,anche perchè l'opposizione è inesistente, e al popolo sovrano,meglio dire all'italiano-medio,l'uomo forte d'un tempo ora fattosi da solo è sempre piaciuto una cifra,a prescindere che ne abbia combinate più di bertoldo in Francia.

[ Kenzo ]