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domenica 21 febbraio 2016

Ricordando Umberto Eco












Umberto Eco, uno degli ultimi intellettuali nel Paese ignorante

di Silvia Truzzi

La morte di Umberto Eco è qualcosa di più della scomparsa di un grande intellettuale che ha fatto l’Italia bella e illustre nel mondo o di uno scrittore di successo. Il suo ricordo di questi giorni è un cordoglio che riguarda l’uomo – ciò che ha lasciato – ma anche il lutto per un simbolo per certi versi non sostituibile. Quando se ne vanno i grandi la tentazione dell’agiografia didascalica è in agguato (in dosi che eccedono la consuetudine della stampa italiana), spesso si riduce all’inchino dei superlativi. Nel caso di Eco – un’intelligenza tutt’altro che consensuale, già solo per questo controcorrente – la morte è anche la perdita di una speranza. Precisamente la speranza che l’esempio possa lasciare, oltre al solco, anche un’eredità diffusa, la coscienza del sapere che serve a pensare, a capire, a salvarsi la vita (“L’uomo colto è quello che sa dove andare a cercare un’informazione nell’unico momento della vita in cui gli serve”). Poi, certo, anche a scrivere romanzi che, tradotti in 47 lingue, vendono trenta milioni di copie nel mondo. Chissà se oggi Il nome della rosa avrebbe lo stesso, sconvolgente, successo.

Un romanzo sofisticato, sorprendente per l’intreccio, coraggioso nel gioco a rimpiattino con i generi e gli àmbiti epistemologici; una miniera di nozioni, sottotesti, citazioni: a cominciare dal “manoscritto, naturalmente”, passando per Linus (“Era una notte buia e tempestosa”, che si traduce nel primo capitolo in “Era una bella mattina di fine novembre”) fino a quel “Stat rosa pristina nomine” che chiude il libro e gli dà il titolo (destinato, fatalmente, a essere preso a prestito da una catena francese di negozi di fiori). Il bestseller che vinse lo Strega è diventato un classico quasi istantaneamente. E forse la circostanza spiega l’insofferenza dell’autore che al Salone del libro, nel 2011, disse: “Odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei, i successivi cinque sono naturalmente migliori”. In quell’occasione raccontò che i suoi libri nascevano sempre da “un’idea seminale, poco più di un’immagine”. Allora era l’immagine della morte di un monaco nella biblioteca. “Ho scritto, nelle ‘Postille al Nome della rosa’, che avevo voglia di avvelenare un monaco. Qualcuno ha pensato che avessi davvero intenzione di assassinarne uno. Giuro che non è vero e che non l’ho fatto”. Il fastidio (sacrosanto) che aveva verso la stupidità veniva fuori tutte le volte che gli si domandava un’intervista: “Le interviste sono le scorciatoie dei giornalisti che leggono i libri ma non li capiscono”. E a nulla valeva spiegare che le interviste non hanno sempre i libri per oggetto (che poi, in fondo, un po’ di ragione ce l’aveva).

Furio Colombo ha ricordato che l’amico Umberto era soprattutto un professore che metteva la cultura (enciclopedica e raffinata) al servizio del suo tempo. Uno che se ascoltavi una sua lezione ti faceva venire voglia perfino di studiare: roba da rivoluzionari, dato che studiare è inessenziale al successo e nessuno oggi ha tempo da perdere. Il peggior dispetto l’Italia glielo ha fatto riducendo il Dams a una fabbrica di registi che hanno un “docu” in testa e Scienze della comunicazione a una facoltà per signorine di buona famiglia con velleità semiologiche. “Sono disperato per il fatto che ho ancora una posizione di rilievo all’Università, dirigo due collane editoriali, ho una rubrica su un settimanale”. ha detto qualche anno fa. “Dove sono quelli che dovevano uccidermi almeno vent’anni fa, come abbiamo fatto noi con i nostri padri? Che pena, che vergogna”. Com’è successo? A furia di levare, distrarci, correre ci siamo convinti che si poteva, senza far danni, sostituire il cesaricidio con lo slogan pubblicitario della rottamazione. E anche se non è proprio di Borges, pazienza.



Che negli ultimi decenni si sia sostituita la cultura alla ignoranza prepotente e aggressiva,penso che sia facilmente dimostrabile,la Tv ha dato molteplici testimonianze nel recente passato,come nella vita di tutti i giorni,pare che per distinguersi nel quotidiano sia sufficiente l'educazione e la gentilezza,per chi sa coglierle naturalmente.

Reperire un neo all'illustre personaggio scomparso l'altro ieri,direi che di recente abbia definito troppo superficialmente la rete,se è pur vero che di idiozie e quindi di idioti è pieno il mondo,questo in tutte le epoche a parer mio,non è stato bello generalizzare,ma sono quisquilie rispetto a ciò che ha rappresentato nella sua vita.

lunedì 14 dicembre 2015

Alla memoria di Mario Dondero


















Mario Dondero (Milano, 6 maggio 1928 – Fermo, 13 dicembre 2015)


Il suo sito fotografico dove poter vedere alcune sue immagini


CLICK IMMAGINI MARIO DONDERO

martedì 27 gennaio 2015

Torino:Il vagone della memoria in piazza Castello












Installato come appendice alla mostra dedicata a Primo Levi all'interno di Palazzo Madama,vuole offrire un simbolo esterno di forte impatto in quella immane tragedia dell'olocausto,e fortunatamente dopo le critiche all'installazione,essendo fuori luogo rispetto all'architettura della piazza,il vagone merci come quello che deporto' il compianto scrittore ad Auschwitz potra' rimanere fino alla conclusione dell'esposizione.

Inserisco i filmati di Primo Levi nel suo ritorno ad Auschwitz alcuni anni fa





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sabato 20 dicembre 2014

Premio Ilaria Alpi:L'amarezza della madre










Il Premio Ilaria Alpi

La decisione della madre

“Dopo vent’anni ci arrendiamo siamo sconfitti”

di Gianni Barbacetto

Luciana Alpi ha la voce sicura: “Ho mandato una lettera tranquilla: dopo più di vent’anni, non abbiamo avuto verità e giustizia. Conosciamo la verità storica, ma non abbiamo raggiunto la verità processuale sull’omicidio di mia figlia Ilaria e del suo collega Miran Hrovatin. Dunque adesso basta: inutile proseguire con il premio di giornalismo. Per me è una storia finita”.
La lettera di dimissioni è stata spedita il 21 novembre ai responsabili dell’Associazione Ilaria Alpi e del premio Ilaria Alpi, oltre che al sindaco di Riccione e all’assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, che hanno sempre sostenuto e finanziato l’iniziativa. Diceva: “Pur non avendo un ruolo formale nella vostra associazione e nell’organizzazione del Premio Alpi, ho sempre sentito il dovere di seguire la vostra attività e possibilmente collaborarvi, specialmente nei rapporti con l’esterno, al fine di garantirne la rispondenza agli ideali di mia figlia”. Ma “questo impegno, con l’andare degli anni, è divenuto particolarmente oneroso, anche per l’amarezza che provo nel constatare che, nonostante il nostro impegno, le indagini in sede giudiziaria non hanno portato alcun risultato”.
Quindi, conclude Luciana Alpi nella sua lettera, “vi prego di prendere atto delle mie dimissioni irrevocabili da socio dell’Associazione e del mio desiderio che si ponga termine a iniziative quali il Premio Alpi, di cui non è più ravvisabile alcuna utilità”.

Due giorni fa, qualcuno ha fatto arrivare la sua lettera, in forma anonima, all’Ansa di Bologna.
Io sono caduta dalle nuvole. Era una lettera tranquilla, tra persone civili. L’anonimo che l’ha mandata all’Ansa ha fatto una vigliaccata, un gesto da gentaglia, un’azione mafiosa. Se ne poteva parlare tranquillamente, ma a viso aperto, non così. Io però ho le spalle forti, a 81 anni, e vado avanti tranquilla.

È sempre dell’idea che il premio Ilaria Alpi sia finito?

Sì. Ilaria, giornalista del Tg3, è stata uccisa a Mogadiscio nel 1994, insieme all’operatore Miran. Sono passati vent’anni. La prima ragione per cui è nato il premio è avere verità e giustizia. Non è successo. Allora prendiamo atto che è finita. Ci sono decisioni burocratiche da prendere, ma per me il premio è chiuso.
Gli organizzatori del premio spiegano che non era nei loro poteri risolvere il caso giudiziario, ma che hanno mantenuto viva la memoria.
La memoria di Ilaria è viva, ormai la conoscono tutti gli italiani. E io andrò avanti, continuerò a parlare di tutti i sotterfugi e i depistaggi che sono stati fatti per non farci raggiungere la verità. Ma adesso basta: non si è riusciti? E allora finiamola. Io sono sola. E anche i medici mi hanno detto di stare tranquilla. Queste cose mi turbano ancora.

L’indagine giudiziaria è ancora aperta.

Anche la Procura di Roma non è che abbia fatto granché. Non ha archiviato, ma non ha raggiunto un risultato. L’inchiesta prosegue e più d’un anno fa ho incontrato il procuratore Giuseppe Pignatone. Mi ha ascoltato a lungo. Gli ho raccontato tutti i particolari che restano vivi nella mia memoria, finché ci riesco. Ha promesso che avrebbe fatto tutto il possibile. Io ho aspettato tanto e aspetto ancora. Ma alla mia età non ho più molto tempo. Mio marito se n’è già andato senza sapere la verità.
Poi la sua lettera di dimissioni è diventata pubblica.
Mandarla così è stata una vigliaccata. Forse qualcuno voleva creare polemica a ogni costo. Io l’avevo mandata a sette-otto persone. A fotocopiarla e mandarla all’Ansa evidentemente è stato uno di loro.
La sua decisione è stata una scossa per cercare di smuovere le acque?
No, la mia non è, come qualcuno può pensare, una provocazione. È una decisione chiara. Un’epoca è finita. Per me il premio è chiuso.
L’ASSOCIAZIONE e i responsabili del premio vorrebbero continuare. La presidente Mariangela Gritta Grainer dichiara: “Sono vicina a Luciana Alpi come lo sono stata ogni giorno negli ultimi vent’anni, e continuerò a esserlo. Per questo capisco e condivido la sua posizione. Comprendo il suo grido di dolore, perché in questi vent’anni alla ricerca della verità abbiamo trovato continui ostacoli, depistaggi, bugie. L’associazione si era costituita per contribuire a trovare la verità, ma non ci siamo riusciti”. Il sindaco di Riccione, Renata Tosi, dice che comprende, “condividendole con affetto, le parole, espressione di assoluta delusione e amarezza, di Luciana Alpi. È davvero inaccettabile, per una madre e per il nostro Paese, che dopo vent’anni ancora non si sia giunti a una verità giudiziaria”. Ma esprime anche il desiderio di andare avanti: “Ritengo che non si possa in alcun modo porre fine all’azione culturale ed educativa portata avanti nel nome di Ilaria. Se pur con animo triste rispetteremo la volontà della signora Luciana, ma è nostra ferma intenzione costruire a Riccione un progetto nuovo e ambizioso, capace di valorizzare l’inestimabile patrimonio di archivi, documenti e relazioni raccolto in questi anni e di cui la nostra città è gelosa custode”.



Più che comprensibile l'amarezza della madre dopo vent'anni di inchieste fallimentari e di depistaggi conclamati,anche se con la chiusura del premio si rischia di dimenticare definitivamente il sacrificio della giornalista e del reporter.

Personalmente distinguerei sul mantenimento della memoria e dell'inchiesta giudiziaria,quest'ultima ormai si è compreso che non arriverà alla verità.

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giovedì 4 dicembre 2014

Alla memoria dell'imprenditore galantuomo Leonardo Martini
















Capitale umano

di Massimo Gramellini

E poi, per fortuna, ci sono ancora storie come questa. Leonardo Martini era un artista dei cruscotti per auto. Intorno al suo talento imprenditoriale aveva costruito una piccola azienda che dava da vivere a venticinque famiglie nel Vicentino. Alla boa dei settant’anni è stato colto da un male rapido e implacabile. Non aveva figli e la sua ossessione era che la fabbrica a cui aveva dedicato l’esistenza finisse in mani asettiche o malfidate. Così, sul letto di morte, ha deciso di lasciarla ai suoi operai. I quali forse adesso si scanneranno, dando ragione alla massima secondo cui l’unica società che funziona è quella dove gli azionisti sono in numero dispari inferiore a tre. O magari no, perché l’esempio non muore necessariamente con chi lo dà.

Ma qualunque sarà l’esito finale dell’eredità di Leonardo Martini, nulla potrà cancellare la speranza che il gesto di quell’uomo ha donato a questi giorni tristi e terribili, attraversati da lupi mannari che straziano le carni di una comunità nazionale già indebolita dalla crisi con sopraffazioni continue. Il capitalismo sociale non è un controsenso, ma un pezzo di storia italiana che forse ci eravamo dimenticati. In Italia non tutto è mafia, corruzione o finanza spietata che sposta i capitali come fiches, infischiandosene delle conseguenze sulla vita delle persone. Esistono, e resistono, tanti Martini che si ostinano a considerare la loro azienda un bene comune e i loro dipendenti degli esseri umani, degli amici, talvolta persino dei figli.



Un gesto più unico che raro,non avendo eredi diretti ha potuto compiere il nobile gesto,ora saranno i lavoratori dell'azienda nel riuscire a nobilitare il galantuomo,affinché l'esperienza possa e forse diventare un trend ove possibile.

In questi tempi di job act straccione,questa storia pare quasi un oasi nel deserto.

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martedì 12 agosto 2014

Alla memoria di Robin Williams






Più che un grande attore un grande uomo,le sue interpretazioni non erano solo frutto di un'ottima professionalità, bensì di una evidente umanità.

Poso un virtuale fiore sulla sua tomba

sabato 5 luglio 2014

Giorgio Faletti alla sua memoria





Ragazzo fortunato

di Massimo Gramellini

Era proprio bello essere Faletti. La sua apparizione sul pianeta Terra si è rivelata talmente intensa da farci quasi dimenticare quanto sia stata breve. Sapeva cantare, scrivere, comporre, dipingere, recitare. Sapeva persino cucinare: meglio di un concorrente di Masterchef, altroché. Sapeva farci ridere e farci piangere, duplice impresa riservata alle anime elette.

La vita gli aveva dato tutto, tranne una salute di ferro e il plauso delle facce di bronzo: quell’aristocrazia culturale che per principio disprezza chiunque osi farsi capire dalle persone comuni. Giorgio non si dava mai arie e in certi ambienti di questo strano Paese il talento viene riconosciuto solo a patto che si associ alla spocchia. O alla bara. Adesso, c’è da scommetterci, le sue macchiette di «Drive In» assurgeranno a classici e un produttore si deciderà finalmente a girare il film di «Io uccido», il miglior thriller italiano degli ultimi vent’anni.
Sì, era proprio bello essere Faletti. Oltre alle miniere di creatività per cui siamo qui a ricordarlo, la vita gli aveva concesso il gioiello più prezioso. Una moglie formidabile, che è stata al suo fianco fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno e lo accudirà nella memoria per sempre. Prima di chiudere gli occhi e partire per la sua trionfale tournée in un mondo meno «cano» di questo, Giorgio le ha preso una mano e se l’è appoggiata sul cuore. Chi di noi non si augurerebbe una simile uscita di scena?



Inserisco il più bel commento sulla dipartita dell'artista pubblicato sul Fatto quotidiano,a poche ore dalla notizia della scomparsa.

05Ulm • 21 ore fa

La morte è solo la meta di un viaggio che può essere breve o abbastanza lungo...quel che colpisce di questo viaggio sono i "paesaggi" e credo che tu,caro Giorgio,ne abbia visitato di belli.

R.I.P.

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mercoledì 22 maggio 2013

Alla memoria di Don Andrea Gallo







Una delle sue ultime apparizioni


Più che un prete un grande uomo,ha lasciato un segno notevole di umanità lungo il suo cammino e mi auguro che ci sia la continuazione delle sue idee.


mercoledì 13 marzo 2013

La scelta di Dario Fo e quella di mio Padre durante il ventennio fascista

Una puntualizzazione necessaria considerate le ultime cronache del premio Nobel della letteratura,in democrazia si può abbracciare qualsiasi movimento o forza politica che sia,ma il peso della medesima scelta va valutata con il proprio passato.

dario-fo-rsi.jpg

da Wikipedia e dal blog di Tina CLICK

Visto che il nobel ha il “vizietto” di querelare chi mette il luce la sua camicia nera, mi limito a copiare e incollare da wikipedia, se vuole, quereli wikipedia, ma tanto, la verginità non gliela ricostruirà nessuno.

---Le dichiarazioni di Milani e Lazzarini provocarono grande scalpore, tant'è che testimoniarono durante il processo di Varese contro Fo il quale, dopo un acceso confronto, li denunciò per falsa testimonianza.
La querela al comandante partigiano Giacinto Lazzarini provocò non poco stupore, poiché ne la biografia “La storia di Dario Fo”, di Chiara Valentini, si legge che "il leggendario comandante Lazzarini fu l'idolo della mia vita". Il processo di Varese dura un anno e si conclude, dopo oltre dieci udienze, il 15 febbraio 1979, con una sentenza che assolve per intervenuta amnistia il direttore, de “II Nord”. Nel 1979 nella sentenza fu scritto: "E’ certo che Fo ha vestito la divisa del paracadutista repubblichino nelle file del Battaglione Azzurro di Tradate. Lo ha riconosciuto lui stesso - e non poteva non farlo, trattandosi di circostanza confortata da numerosi riscontri probatori documentali e testimoniali - anche se ha cercato di edulcorare il suo arruolamento volontario sostenendo di avere svolto la parte dell’infiltrato pronto al doppio gioco. Ma le sue riserve mentali lasciano il tempo che trovano.[...] lo rende in certo qual modo moralmente corresponsabile di tutte le attività e di ogni scelta operata da quella scuola nella quale egli, per libera elezione, aveva deciso di entrare. E’ legittima dunque per Dario Fo non solo la definizione di repubblichino, ma anche quella di rastrellatore" Milani fu assolto dall'accusa di falsa testimonianza con sentenza definitiva nel 1980 perché "il fatto non sussiste". La sentenza non fu appellata e così passò in giudicato. [3]

Fo dichiarerà poi nel 2000 al Corriere della Sera: "Aderii alla Rsi per ragioni più pratiche: cercare di imboscarmi, portare a casa la pelle. Ho scelto l’artiglieria contraerea di Varese perché tanto non aveva cannoni ed era facile prevedere che gli arruolati sarebbero presto stati rimandati a casa. Quando capii che invece rischiavo di essere spedito in Germania a sostituire gli artiglieri tedeschi massacrati dalle bombe, trovai un’altra scappatoia. Mi arruolai nella scuola paracadutisti di Tradate. Poi tornai nelle mie valli, cercai di unirmi a qualche gruppo di partigiani, ma non ne era rimasto nessuno".[4][5]


Nel 2007 Ercolina Milanesi,giornalista, collaboratrice e free-lance su diversi quotidiani nazionali, ha scritto che nel 1944/45 era sfollata a Cittiglio (VA), ha raccontato che conosceva bene Dario Fo e ha ricordato che "un giorno si presentò tronfio come un gallo per la divisa che portava e ci tacciò di pavidi per non esserci arruolati come lui"---



Per non dimenticare

Aldo Serenthà (1924-2010)

Nel settembre del 1943, dopo l'ultima chiamata alle armi della classe 1924 (ovvero la mia) da parte del generale Badoglio, mi ero presentato al 37° Reggimento Artiglieria di Albenga, caserma Piave.
Trovarmi in una situazione del genere alla bella eta' di 19 anni, lascio immaginare a voi, quale potesse essere il mio stato d'animo.
A causa dell'armistizio di Badoglio, il mio reggimento era stato trasferito a Garessio e costretto a lasciare le armi ai tedeschi.
Fummo costretti tutti quanti ad una scelta, dopo il discorso del gerarca compiacente ai tedeschi, di aderire o meno alla repubblica di Salo', furono pochissimi ad accettare di diventare camicie nere.
Inutile dire che dopo qualche giorno, mi ritrovai con i miei compagni su uno dei treni diretti a Berlino con l'obiettivo di andare a lavorare nei campi di lavoro tedeschi.
Appena entrati nei lager, ci arrivò una pioggia di insulti da parte dei prigionieri francesi, inglesi e tedeschi, per via d'essere in una posizione di ex alleati dei nazisti e di voltagabbana, dimostrazioni a riguardo, anche nei nostri giorni, evidentemente e' inserito diffusamente nel nostro dna.
Oltre 700000 soldati furono destinati al lavoro forzato nelle fabbriche tedesche... io ero nel DWM di Luckenwalde.
Io e i miei compagni dovevamo lavorare dalle 6 alle 18 tutti i giorni con vitto di pochissime calorie che ci veniva fornito solo a cena.
Il sonno era impossibile in quanto i bombardamenti erano incessanti... il mio stato fisico e psicologico iniziò a peggiorare visibilmente.
Alla fine della prigionia pesavo 38 Kg!!!
Non potevamo avere notizie di alcun tipo dall'Italia anche se per mia fortuna dopo diversi mesi arrivarono dei pacchi alimentari da parte dei miei genitori e di quelli che sarebbero poi diventati i miei suoceri.
Molti internati morirono di tubercolosi e malattie intestinali, altri morirono sotto i bombardamenti... e anche in questo direi di essere stato fortunato in quanto mi arrivò una bomba a 30 metri di distanza che non scoppiò!!
Ad Aprile del 1945 arrivarono i soldati russi a liberarci, trattandoci con molto rispetto... e a Settembre riuscimmo a prendere il treno che ci riportava a casa in quanto tutte le linee ferroviarie erano interrotte...
Ricordo ancora oggi quel giorno che avevamo protetto una ragazza tedesca, avvisando la madre e la zia che doveva essere violentata la sera stessa dai soldati russi... la ragazza ebbe il tempo di fuggire...
Rammento il desiderio di trattenerci in quel paese da parte della popolazione locale, italiani brava gente, si usava ancora dire.
Al nostro ritorno, purtroppo non fummo bene accolti, in quanto molti partigiani credevano che avevamo collaborato con i fascisti repubblicani!!!
Nel 1945 le truppe naziste in ritirata fecero delle vere e proprie stragi di soldati italiani per il tradimento e la mancata adesione alla repubblica fascista...
Io e i miei compagni di sventura non abbiamo avuto e mai avremo rancore verso il popolo tedesco, ma speriamo e continueremo a sperare che i popoli non parlino più di guerra e di massacri di innocenti... anche se la storia delle guerre
purtroppo non sembra insegnare!!!

Concludo la puntualizzazione testimoniando la scelta di mio nonno Giacomo Serenthà,il quale non volle mai iscriversi al partito fascista,grazie alla sua scelta non riuscì in quel periodo a trovare lavoro a Torino,dovette ripiegare nel lavoro di artigiano del rame in provincia.

giovedì 17 gennaio 2013

Walter Bevilacqua:Un grande uomo




Walter Bevilacqua, pastore tra le montagne dell'Ossola, aveva 68 anni. Al parroco disse: "Io sono solo, è giusto così".

di RENATO BALDUCCI

"Sono solo, non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere". Walter Bevilacqua lo aveva confessato al parroco poco tempo fa. La morte l'ha colto durante la dialisi a cui si sottoponeva ogni settimana all’ospedale San Biagio di Domodossola. Il cuore ha ceduto durante la terapia e la bara è stata portata a spalle al cimitero dagli alpini di Varzo, penne nere come lui. Dietro al feretro, le sue sorelle Mirta e Iside: "Era proprio come lo descrivono: altruista, semplice. Un gran lavoratore. Sapeva che un trapianto lo avrebbe aiutato a tirare avanti, ma si sentiva in un’età nella quale poteva farne a meno. E pensava che quel rene frutto di una donazione servisse più ad altri" racconta Iside.
Una vita piena di sacrifici, così come quelle di altri pastori di montagna, stretti alla loro terra. Solitario e altruista, nel momento più delucatio della vita ha detto no al trapianto. "Sono in molti che aspettano quest’occasione. Persone che famiglia e più diritto a vivere di me. E’ giusto così" aveva detto, con quella naturalezza che l'ha sempre contraddistinto. Bevilacqua è morto pochi giorni fa a 68 anni, una storia venuta alla luce quando il parroco del paese, don Fausto Frigerio, l’ha raccontata in chiesa durante la messa, un esempio da affidare a tutti. Quella frase pronunciata tanto tempo prima, gli era rimasta impressa: "Me l’aveva detto durante una chiacchierata. So che l’aveva confidato anche a un conoscente con cui si trovava in ospedale per le terapie» racconta il prete. E' questa la notizia che ha bucato il silenzio dell'Ossola, in una valle corridoio verso la Svizzera, a una manciata di minuti. Sui monti della valle Divedro, Walter Bevilacqua ha trascorso i suoi ann, allevato dal nonno Camillo, uomo di altri tempi, ligio alle regole, gran lavoratore. Da lui aveva imparato a non risparmiarsi mai, a non lamentarsi delle difficoltù di chi vive in quota. "Credo non abbia mai fatto le ferie" racconta chi lo conosceva bene. L’agricoltura e gli animali erano la sua passione. Il suo mondo era là, una fetta di terra strappata alla montagna che poco più in alto diventa spettacolo nella conca dell’alpe Veglia.



Una scelta così altruista è rara,penso che farà riflettere parecchio sul senso della vita,magari l'umanità somigliasse un pochino a lei.

Che la terra gli sia lieve!

@ Dalida @

mercoledì 5 settembre 2012

Alla memoria di Michael Clarke Duncan



In morte di J. C.

di Massimo Gramellini

Per uno di quei cortocircuiti che rendono immortali gli attori, l’infarto che ha ucciso a 54 anni Michael Clarke Duncan ha riportato nelle nostre vite l’immagine di uno dei personaggi più meravigliosamente scomodi della narrativa contemporanea. Il gigante buono del film «Il Miglio Verde» John Coffee, «come la bevanda, ma scritto in modo differente». Fu concepito in una notte insonne da Stephen King, che gli volle dare le stesse iniziali di Jesus Christ e in fondo lo stesso destino. Un uomo semplice, dotato di poteri di guarigione straordinari, viene giustiziato sulla sedia elettrica per una colpa orribile che non ha commesso. Potrebbe scappare, non lo fa. Potrebbe odiare, non lo fa.

Ama e cura il suo prossimo in modo sovrumano, eppure è fragile, pieno di paure. Impossibile resistere a ciglio asciutto alla scena dell’esecuzione, quando J.C. rifiuta il cappuccio sugli occhi: «Ti prego, capo, non mettermi quella cosa in faccia. Io ho paura del buio». Ma sono altre le sue parole che mi inseguono da anni: «Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non avere un amico che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Stanco soprattutto del male che gli uomini fanno agli altri uomini. Stanco di tutto il dolore che sento nel mondo ogni giorno. Ce n’è troppo per me. È come avere pezzi di vetro conficcati in testa». Vorrei tanto ovattare la tua sofferenza con la mia stupida leggerezza, J.C. Ma ho imparato, anche da te, che sofferenza e amore sono vibrazioni di una stessa corda. Chi per non soffrire la strappa, non sente più niente. Ed è quella l’unica morte di cui avere paura.



Il lato umano nell'interpretazione dell'attore scomparso è stato insuperabile,ma ha lasciato anche il messaggio di quanto sia anacronistico e crudele l'omicidio di Stato,dove a volte innocenti devono essere giustiziati per la mancanza di buoni avvocati,insomma nella "culla della democrazia" colpevoli o innocenti in molte occasioni dipende dal denaro che si possiede.

&& S.I. &&

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venerdì 2 marzo 2012

L'ultima lettera di Lucio Dalla




Anche il Fatto ha perso un amico speciale

di Marco Travaglio

LUCIO ERA UN ANGELO capitato sulla terra per caso e coperto di peli, parrucchini e cappelli per non farsene troppo accorgere. Non c’è parola, frase, articolo che possa descrivere quello che è stato, e che è, questo angelo buffo, questo gatto senza padrone, questo piccolo gigante – il gigante e la bambina in una sola minuscola persona – per la musica, per la poesia, per la vita. Solo ascoltandolo ancora, sempre, si può arrivare a intuirlo.
Lucio era anche – oltre a tutto quello che sappiamo e ancora scopriremo di lui – un amico. Mio e del Fatto Quotidiano. L’anno scorso, alla quarta volta che mi vedeva tra il pubblico della sua tournée con De Gregori, mi propose una tessera-abbonati. Dissi a lui e a Francesco che non potevano non cantare “L’Ultima luna”, e la volta dopo, la quinta, la cantarono con dedica. Un anno fa, alla prima bolognese del mio spettacolo Anestesia totale con Isabella Ferrari, ce lo ritrovammo in camerino alla fine, piccolissimo ed entusiasta, che spuntava da sotto un cappello più grande di lui: “Sono un fan, si può fumare?”.
Poi presentammo insieme, alla libreria Fnac di Milano, il suo ultimo album Questo è amore, che raccoglie i lati B della sua carriera. Arrivò col piedone ingessato, si era rotto il malleolo a una serata di beneficenza precipitando giù dalla passerella: nel bel mezzo di “Caruso”, la gente tutt'a un tratto non lo vide più, temette il peggio, invece poi il suo panama color latte rispuntò dallo sprofondo e, nonostante la frattura, la sua voce pazzesca senza tempo riprese la canzone fino in fondo.
Poi Lucio partecipò al lancio del nostro sito a Bologna. E accolse con gioia la proposta di aprire un blog. L’altroieri mi aveva chiamato per concordare i dettagli, ma anche per progettare un documentario sulla sua vita, da un’idea di Promomusic: “Magari in primavera ci prendiamo due o tre giorni in barca e complottiamo qualcosa insieme”. Poi era arrivata la mail col primo post, da un indirizzo buffo e autoironico com’era lui: il suo vecchio pseudonimo “Domenico Sputo” (la sua barca a vela non a caso si chiamava “Catarro”). In allegato c’era un suo scritto, poesia pura, che il suo compagno Marco Alemanno aveva appena recitato ai ragazzi di un liceo svizzero , in un suo incontro pubblico durante il tour europeo (lo pubblichiamo qui a fianco). Lucio, nel blog, voleva raccontarci quotidianamente, tappa dopo tappa, il suo giro per le capitali d’Europa, quello che presto l’avrebbe portato all’Olympia di Parigi e che non è riuscito a finire: “Incontro ogni giorno tanti ragazzi che mi insegnano moltissimo, vorrei condividere queste sensazioni con i vostri lettori”. Ecco, per descrivere chi era anche nella quotidianità, lontano dai palchi e dai riflettori, il piccolo grande Lucio bastano forse le poche righe della sua ultima mail, che accompagnavano quel testo per un blog durato un giorno appena: “Caro Marco, questo è un mio scritto che Marco ha letto in un liceo di Zurigo: è rivolto a dei ‘giovani incomprensibili’ come vestiti senza armadio o passeri sotto la pioggia senza un filo dove appoggiarsi. Io ho speranza e vorrei passargliene un po’ anche a loro, avvertendoli dei piccoli pericoli mortali che li circondano e che a volte nelle notti senza luna puntano dritti verso il loro cuore. Mi verrebbe da parlare per dei mesi di quello che ho visto e vedo e sogno un futuro da baciare in bocca. Ma a volte sembra che non solo la bocca, ma anche il futuro non c’è! Lucio”. Ora magari, nel lato B della vita, quella bocca e quel futuro li troverà. E li canterà.



Il cantautore scomparso ha caratterizzato buona parte del nostro tempo libero,è scomparso in tournee,penso che non ci sia sipario migliore per un'artista.
L'ultima lettera a Travaglio contiene l'intera umanita' del personaggio,ritengo sia la migliore eredita' che abbia potuto lasciare.

&& S.I. &&


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venerdì 3 febbraio 2012

Eluana Englaro:Iniziano le riprese della pellicola dedicata a lei

Un film diretto da Marco Bellocchio




Eluana è un pretesto. Un fantasma, senza volto, tra gli spettri italiani. Eluana è un silenzio, mentre intorno, anche chi non dovrebbe, parla di lei. Eluana è vita, morte e dubbio. Marco Bellocchio lo coltiva da sempre. Si fa domande. Non offre risposte, ma solo visioni. Campi in cui piantare il seme. Isole per ragionare. Militari, preti, matti, brigatisti. Gerarchie, arbitrii e sovrastrutture da mettere in crisi perché l’uomo grida, anche quando non ha voce. Da mezzo secolo, Bellocchio disturba tenendo i pugni in tasca. Lo amano. Lo odiano. Lo temono, con qualche ragione. A 72 anni, distante dai languori dei personaggi di mezza età del suo Regista di matrimoni (“Noi siamo finiti perché non riusciamo a raccontare per immagini il mondo di oggi”), il piacentino che vide nascere i quaderni rossi e morire le ideologie, continua a credere nelle idee. Bella addormentata è l’ultima.

L'intero articolo del Fatto quotidiano

CLICK STORIA DI ELUANA ENGLARO

Il mio pensiero va a suo papà Beppino,ha saputo lottare come un leone contro l'ipocrisia di un intero stato,il grande amore per sua figlia Eluana è stata una delle pagine più belle della nostra epoca.

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venerdì 27 gennaio 2012

27 gennaio - Giornata della memoria dedicata a mio padre





La giornata è dedicata all'olocausto degli ebrei durante il periodo nazi-fascista,dove ci furono delle responsabilità gravissime anche da parte italiana,imponendo la legge razziale voluta da Benito Mussolini e contro firmata dal Re,determinando la deportazione di moltissime famiglie ebree e non solo.

Inserisco la personale vicissitudine di mio padre,catturato da soldato dai tedeschi dopo l'armistizio dell' otto settembre e deportato in Germania,dove trascorse due anni nei campi di lavoro nazisti,poichè non volle aderire alla Repubblica di Salò.

click a mio padre

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mercoledì 11 gennaio 2012

Gilles Jacquier caduto al servizio dell'umanità





Gill Jacquier, inviato della televisione France 2, raggiunto da un razzo mentre filmava un corteo a Homs in Siria. Il giornalista, da dieci anni in giro per il mondo a raccontare guerre, aveva vinto quest'anno il premio Ilaria Alpi per il suo lavoro durante le proteste che hanno rovesciato il regime tunisino di Ben Alì.

Il filmato per cui è stato premiato


Tunisie: la revolution en marche from Francesco Cavalli on Vimeo.

Faceva parte di quella ristrettissima cerchia di persone che mettono in primo luogo l'informazione,sapendo lucidamente di poter cadere per la stessa.

Senza di loro non saremmo solo più poveri d'informazione,ma di umanità.

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lunedì 26 dicembre 2011

Giorgio Bocca e l'ultima intervista di Travaglio





Giorgio Bocca, l’ultimo dei grandi Quando muore un grandissimo, come Giorgio Bocca, che se n’è andato oggi, giorno di Natale, a 91 anni, tutte le parole sono inutili tranne le sue. Ricordiamoci com’era, che cosa diceva, che cosa scriveva e soprattutto come scriveva. Acquistiamo i suoi libri, leggiamoli. Io vorrei ricordarlo con l’intervista che gli feci per il Fatto Quotidiano nel febbraio 2010, in occasione dell’uscita del suo penultimo libro, Annus Horribilis.

Giorgio Bocca, lei ha appena scritto Annus Horribilis (Feltrinelli): ma si riferiva al 2009. Il 2010 si annuncia ancora più horribilis…

Vedremo. Il 2009 mi è sembrato il più orribile per una tendenza irresistibile alla democrazia autoritaria. Più Berlusconi ne combinava di cotte e di crude, più i sondaggi lo premiavano. Ora, con questi ultimi scandali, la gente potrebbe cominciare a stancarsi e capire qualcosa.

Quindi c’è speranza?

Non esageriamo. Qualche barlume. E’ come all’inizio della guerra partigiana, ma allora ero giovane e forte dunque fiducioso. Ora sono vecchio e fragile, mi è più difficile essere ottimista. La cecità degli italiani mi ricorda la Germania all’ascesa di Hitler: tutti potevano vedere che tipo era, Hitler, eppure i tedeschi, e anche gli europei, gli cascarono tra le braccia come trascinati da un vento ineluttabile.

Che cosa la spaventa di più?

Il muro di gomma. Succedono cose terribili, o terribilmente ridicole, e nessuno reagisce. Lanci allarmi, provocazioni anche forti, e non risponde nessuno. Come dicono i giudici dello scandalo Bertolaso? “Sistema gelatinoso”. Ecco, è tutto gelatinoso. Non resta che sperare, come sempre nella nostra storia, in qualche minoranza coraggiosa che cambi la storia.

Che cosa la colpisce di più negli ultimi scandali?

La loro incomprensibilità. Leggo la confessione di questo consigliere comunale di Milano beccato con la tangente in mano: ‘Mi sono rovinato per 5 mila euro’.O è un pazzo incapace di ragionare, o faceva sempre così. Almeno Berlusconi ha le sue giustificazioni: è ricco sfondato, ha ville dappertutto. Almeno Tangentopoli era un sistema di corruzione che portava almeno una parte dei soldi ai partiti: una logica, sia pure perversa e criminale, c’era. Ma qui i partiti non ci sono più. E questi si vendono in cambio di qualche massaggiatrice, di qualche viaggio gratis, di pochi spiccioli… La corruzione dilaga a tal punto che c’è gente che ruba senza nemmeno sapere il perché.

Anche Tangentopoli, 18 anni fa, partì da una mazzettina di 7 milioni a Mario Chiesa.

Andai a intervistare Borrelli e gli domandai perché i magistrati fossero riusciti a scardinare il sistema così tardi. Mi rispose che la magistratura in Italia riesce a incidere nel profondo solo quando nella società c’è un grande allarme, quando si accende una grande luce. Oggi la luce non si accende, non ancora. Ce ne sarebbero tutti i presupposti, la corruzione ci costa decine di miliardi all’anno, siamo in fondo alle classifiche di tutti gli indicatori civili, scavalcati anche da metà del Terzo Mondo, eppure tutto va ben madama la marchesa.

Possibile che, in Italia, le classi dirigenti non riescano a smettere di rubare?

Quando esplose Tangentopoli, a costo di essere frainteso, dissi che i gerarchi fascisti rubavano molto meno dei democristiani e dei socialisti. Arrivai a elogiare i “barbari” della Lega che ce li avevano tolti dai piedi. Ora questi rubano ancor più della Dc e del Psi. E lo fanno alla luce del sole, con trucchetti da ciarlatani: invitiamo i capi del mondo al G8 e buttiamo centinaia di milioni. Ma non possono farsi una telefonata, i capi del mondo?

Paolo Mieli dice che sta per saltare il tappo, come nel ’92.

Eh eh, Mieli è un mielista, furbo ma intelligente. Siamo in attesa della grande luce di Borrelli. Forse Berlusconi finirà per stancare, ma siamo ancora all’accecamento della morale: quegli imprenditori che si fregano le mani per il terremoto dicono che la febbre del denaro è ancora alta. E’ come nella Bibbia: Mosè che scende dal Sinai con le tavole della legge e trova gli ebrei che festeggiano attorno al vitello d’oro. Noi li abbiamo superati.

Che idea si è fatto di Bertolaso?

Non credo che abbia rubato di suo, ma che abbia lasciato rubare gli altri. Quando si vuol fare tutto in fretta, si aboliscono i controlli e succede di tutto. L’ha perduto la vanità: si credeva Superman, uno che va a dare lezioni agli americani… Non era difficile capire cosa succedeva. Se gli italiani fossero raziocinanti gli avrebbero impedito di buttare i soldi in tante opere inutili.

Forse, con più informazione e più opposizione, sarebbe più facile ribellarsi.

La cosa più deprimente è la lettura dei giornali, per non parlare della televisione. La nostra democrazia diventa autoritaria anche perché ci sono giornalisti comprati con prebende e privilegi, ma soprattutto terrorizzati. Incontro colleghi, si finisce per parlare di quel che combina Berlusconi, e quelli cambiano subito discorso. Se diventi nemico, sei segnato. Tu ce l’hai spesso col Corriere: credo che la carta stampata sia rimasta democratica, ma ha paura di lui. Si inventa di tutto, pur di parlar d’altro: chiamano ‘terzismo’ il doppiogiochismo. Dicono persino che, a parlar male di Berlusconi, si fa il suo gioco. Ma a chi la danno a bere?

Lei guarda molta televisione?

Sì, ho il gusto dell’orrido. E’ una galleria di mostri. Non riesco a levarmi l’incubo di Feltri, Belpietro, quel Sallusti… E le facce di Ghedini, di Brunetta… Quando li critichi, ti rispondono che sei un vecchio arteriosclerotico. Ma come si fa a diventare così?

La beatificazione di Craxi, i dossier su Di Pietro e ora l’immunità parlamentare d’accordo col Pd.

Beh, è tutto collegato. E’ la complicità fra colpevoli delle due parti. Di Pietro lo attaccano perché ha il merito di essere l’unica opposizione. Craxi piace tanto a questa destra e a questa sinistra per due motivi: intanto perché era un corrotto, e poi perché, con l’idea della Repubblica presidenziale, ha dato un’ideologia alla democrazia autoritaria che questi selvaggi di oggi inseguono ma non riescono nemmeno a teorizzare. Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più.

Dicono che non bisogna attaccarlo, che i problemi sono altri.

E quando ne parlano, degli altri problemi?Allora almeno parlino male di un aspirante tiranno, no? Prima avevamo i Bobbio, i Foa, ora che fine han fatto gli intellettuali di sinistra? Possibile che non nascano più persone intelligenti?

Violante si spende molto per l’immunità parlamentare, dice che la magistratura non deve scalare il trono del principe.

Perché lo fa? Boh, vorrà fare carriera anche lui. Che personaggio viscido, non lo sopporto.

Il presidente Napolitano non le pare troppo condiscendente?

Va considerato nella sua biografia. E’ sempre stato un comunista prudente. Vuole durare, e non so se sia un bene o no. Ogni tanto tira un colpetto, ma chiedergli di fare l’eroe è troppo.

Che speranza abbiamo?

Che la gente si accorga del suicidio di farsi governare da uno abilissimo a fare soldi: quello i soldi, invece di darteli, te li porta via. Che gli italiani si vergognino almeno per le sue cadute di stile, tipo gli sghignazzi sulle belle ragazze mentre parla del dramma degli immigrati col presidente albanese. Che capiscano come un minimo di decenza e legalità è meglio di questa anarchia lurida. Non dico la virtù, l’onestà: un po’ di normalità e di civiltà. L’unica bella notizia degli ultimi anni è il Popolo viola, spero che le prossime manifestazioni siano ancora più massicce e visibili. Se si ribellano i ragazzi, non tutto è perduto.



Un giusto tributo alla sua memoria,una testimonianza di come si debbano svolgere le interviste e come si deve rispondere in modo franco e completo,merce rara di questi tempi su entrambi i fronti!

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martedì 4 ottobre 2011

Anna Lisa non ce l'ha fatta,ma rimane sempre con noi



Anna Lisa è mancata stanotte circondata dai suoi cari. Il funerale si terrà domani nel suo Paese d'origine.



Ha avuto tantissimo coraggio nel raccontare le sue ultime settimane di vita,lei ci ha fatto riflettere di quanto sia importante la salute e quanto siano ridicoli i nostri piccoli problemi quotidiani.
Il suo spirito rimarrá sempre con noi.

Ciao Annalisa,

Ivo Serenthá

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mercoledì 14 settembre 2011

Alla memoria di Walter Bonatti



(Bergamo, 22 giugno 1930 – Roma, 13 settembre 2011)

Prima parte



Seconda parte




Reinhold Messner e Walter Bonatti





Un uomo d'altri tempi,nelle relative interviste traspare chiaramente la forza e l'etica del personaggio.
Gli importanti concetti lasciati da Bonatti sono il suo testamento

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