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domenica 10 maggio 2015

L'ultimo delirio di Grillo:Pubblicizzare le mammografie per fare business










Grillo su Veronesi: bastano pochi clic per smentirlo

di Andrea Aparo Von Flüe

Avevo ancora qualche dubbio residuo. Sono felice che si abbia finalmente l’evidenza che consente di affermare con sicurezza che si ha a che fare con un imbecille. Si dice che la perfezione non sia di questo mondo. Sono doppiamente felice nel registrare la classica eccezione che conferma la regola. Abbiamo a che fare con un perfetto imbecille. Altrimenti non si può spiegare l’affermazione, delirante, irresponsabile e criminale dell’ottimo e ineffabile Beppe Grillo sulle mammografie. Dopo avere dimostrato una perfetta incompetenza su questioni che riguardano l’ambiente, l’economia, le relazioni internazionali, la tecnologia, la politica in genere, ha raggiunto il vertice dell’inettitudine nel campo della medicina.

“È il sistema che non va. Veronesi, ad esempio – afferma l’ineffabile Grillo -, pubblicizza le mammografie, ripete di continuo alle donne di farle. Probabilmente Veronesi parla così per avere sovvenzioni per il suo istituto”. E poi: “Dicono che bisogna fare una mammografia ogni due anni e le donne la fanno perché si informano male, leggono Donna Letizia, del resto la differenza di mortalità tra chi la fa e chi non si sottopone alla mammografia ogni due anni è di due su mille. Certo è qualcosa, ma comunque pochissimo”. “Solo del due per mille”… e se foste voi una di quelle due persone su mille?

Dichiara di essere un grande esperto della rete, ma non è dimostra di saperla usare. Servono 21 battute su un motore di ricerca per trovare che la Mayo Clinic, così come la America Cancer Society consiglia le donne di iniziare a sottoporsi a mammografia all’età di quarant’anni e di ripeterla ogni dodici mesi. Le linee guida dell’U.S. Preventive Services Task Force suggeriscono di iniziare a cinquant’anni e di farla ogni due anni. Dicono anche che ogni volta che si rileva un nodulo la mammografia è necessaria, indipendentemente dall’età. Ovviamente sono tutte sciocchezze perché anche loro prendono le sovvenzioni da chi vende le macchine per le mammografie… magari.

Dal 1987 al 1999 il numero di donne che si sono sottoposte a mammografia negli Usa è quasi raddoppiato. Nel 2000, il 70 per cento circa delle donne si sono sottoposte a mammografia. Il risultato è stato una massiccia riduzione della mortalità da cancro al seno. Il tasso di sopravvivenza a cinque anni è cresciuto dal 75 per cento fra il 1974 e il 1976 all’88 per cento fra il 1995 e il 2000. Davvero è importante chiedersi se è la conseguenza dell’aumento delle mammografie o del miglioramento dei protocolli di cura?

Volete saperne di più? Lasciate perdere le frescacce che racconta il “piccin, cornuto e bruno” (pregiata poesia di Giovanni Prati dal titolo “il Grillo” e andate a leggere “U.S. Preventive Services Task Force, Screening for Breast Cancer: Recommendation Statement”, che trovate qui e ancora “Screening Mammography for Women 40 to 49 Years of Age”, disponibile presso l’American College of Physicians qui. Lasciate perdere la disinformazione, pericolosa e sciocca dell’ortottero, sottordine ensiferi della famiglia gryllidae della superfamiglia grylloidea.

I dati statistici in nostro possesso dicono che a una donna su otto viene diagnosticato un cancro al seno durante la loro vita. La mammografia serve e come spesso accade con gli esami di prevenzione, presenta rischi e benefici. L’importante è esserne informati per decidere al meglio. Per questo esistono i medici, quelli veri, non i guaritori onniscienti alla Beppe Grillo che, una volta ancora, ha perso una buona opportunità per tacere.



Effettivamente una grande iattura,che l'alternativa più forte al renzismo sia un movimento comandato da un urlatore che su una buona che afferma spara cazzate a tutto spiano, e da un compare misterioso.

Sono anni che chiama l'anziano Dottore "cancronesi" per via della tesi pro inceneritori,i quali personalmente lasciano perplessi sulla nocività,chissà se i filtraggi sono monitorati e sostituiti correttamente e i rifiuti che bruciano all'interno sono tutti da considerare ad hoc,ma da questa querelle attaccarsi alla prevenzione delle neoplasie a me pare fuori da ogni logica,decisamente colpevole e irresponsabile.

Ma si sa da uomo spettacolo se gli salta la brocca qualsiasi affermazione è possibile.

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mercoledì 3 dicembre 2014

La fiction Usa-Cina sul taglio delle emissioni CO2











Clima, quale accordo Usa-Cina? L’ambiente c’entra poco

di Andrea Aparo Von Flüe

Ci sono eventi che prima di essere commentati, devono essere lasciti sedimentare. Perché troppo importanti, troppo complessi, poco chiari. Vedi l’incontro fra i presidenti Obama e Xi Jinping, l’undici novembre ultimo scorso. Ricordate? Titoli della stampa italiana: “Accordo raggiunto tra Cina e Usa sul taglio delle emissioni di Co2 negli anni a venire” e ancora: “La svolta arriva sul clima. Intesa storica tra Cina e America. Dopo 17 anni di veti incrociati, Pechino e Washington pronti ad annunciare uno storico accordo. Sono i due Paesi che producono più emissioni al mondo”.

Rullo di tamburi, squilli di trombe. Al solito, troppi a dire cose che hanno senso a caldo e fanno senso a freddo.
Vero. Xi Jinping ha modificato la storica posizione della Cina sul tema delle emissioni di Co2, ovvero “noi si inquina quanto ci pare perché siamo un paese in via di sviluppo e i paesi ricchi non possono venire a dirci cosa dobbiamo fare dopo che hanno inquinato per secoli per diventare ricchi…”.

Lo ha fatto perché nelle grandi città cinesi non si respira più. Pechino, 12 gennaio 2013. La concentrazione delle particelle fini nell’aria -sono quelle di diametro inferiore a 2,5 micrometri che mettono a rischio la salute- a Pechino è stata ufficialmente misurata in 993 microgrammi per metro cubo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non superare la concentrazione di 25 mg/m3. Responsabile principale: il carbone. Il 79 per cento dell’energia elettrica utilizzata in Cina viene prodotta da combustibili fossili, soprattutto carbone. Il carbone costa. La maggior parte delle riserve è nel nord o nordovest del paese e il suo trasporto è un formidabile problema logistico. Quasi la metà della capacità del sistema ferroviario cinese è utilizzata per trasportare carbone. Il costo in vite umane nell’estrazione è inaccettabile. Il carbone inquina. La Cina ha superato gli Usa come maggior contributore mondiale di emissioni di diossido di carbonio. La Us Energy Information Administration ha calcolato che la quota parte della Cina delle emissioni generate dalla combustione del carbone cresce del 2,7 per cento annuo, da 4,9 miliardi di tonnellate nel 2006 a 9,3 miliardi nel 2030, circa il 52 per cento del totale mondiale. Le emissioni totali di diossido di carbonio in Cina crescono dal 2,8 per cento annuo, dai 6,2 miliardi di tonnellate nel 2006 alle 11,7 nel 2030, pari al 28 per cento del totale mondiale. Anche quelle Usa crescono dello 0,3 per cento annuo, da 5,9 miliardi di tonnellate nel 2006 alle 7,7 nel 2030. Insomma, il più pulito ha la rogna…

Nel marzo 2013, la nuova leadership cinese ha dato la massima priorità alla soluzione del problema. Nell’agosto 2013 afferma che la Cina ridurrà le sue emissioni di carbonio del 40-45 per cento al 2020. Suona bene come obiettivo, peccato però che la base di riferimento sono i valori 2005 non quelli attuali.

C’è chi ha scritto su autorevoli testate italiane: “Gli Usa si sono impegnati a diminuire le proprie emissioni del 26-28 per cento al 2025, rispetto ai livelli 2005, mentre la Cina ha dichiarato la propria intenzione di ridurre il picco delle emissioni entro il 2030, raggiungendo, per tale data, anche una quota del 20 per cento di energia da fonti non fossili (in maggior parte rinnovabili)”.

Domanda: possibile che nessuno si preoccupi mai di controllare le fonti prima di scrivere sciocchezze? L’impegno Usa non fa altro che riportare il livello di emissioni a quello registrato nel 1990. La Cina ha dichiarato che fino al 2030 il livello continuerà a crescere.

La Cina ha accettato l’obiettivo di produrre il 20 per cento di energia con fonti in maggior parte rinnovabili? Falso. Nel Marzo 2014 il Primo Ministro cinese annuncia che la Cina coprirà il 20 per cento dei suoi consumi di energia primaria al 2030 con fonti non-fossili, anno in cui raggiungerà il massimo delle sue emissioni inquinanti. Chiaro? Fino al 2030, nonostante quanto dichiarato da tante autorevoli fonti, il valore delle emissioni continuerà ad aumentare. Altro che riduzione! Altro che obiettivi concordati. Il tetto del 20 per cento è stato deciso ben prima del vertice Usa-Cina. La Cina non ha mai detto che lo raggiunge con fonti “in maggior parte rinnovabili”. Anzi… ne parliamo fra poco.
Grande successo della diplomazia Usa avere fatto cambiare idea agli esponenti del governo cinese? Non direi proprio. L’avevano già modificata mesi fa.

Maggiore sincerità e senso pratico in alcuni titoli della stampa estera, in particolare Usa: “L’accordo di Obama con la Cina è una grande vittoria per il solare, il nucleare e per il carbone pulito. Potremmo vedere a breve un armistizio nella guerra commerciale sul solare”. Altro che senso di responsabilità del vertice statunitense e cinese, come dichiarato da Greenpeace Italia, il 12 novembre 2014: “L’accordo odierno dimostra comunque che i leader mondiali stanno finalmente iniziando a prendere coscienza di quanto affermato dalla scienza, chiesto dai cittadini e confermato da alcune aziende virtuose: per fermare i cambiamenti climatici occorre agire subito e insieme, puntando su rinnovabili ed efficienza energetica”.
A Usa e Cina, di fermare i cambiamenti climatici, sempre che siano causati da noi e sia possibile farlo, gliene importa poco. Trattasi, al solito, di politica sottile e di vile denaro.

L’accordo serve ai due paesi per presentarsi in posizione di forza al negoziato internazionale sul Clima dell’anno prossimo a Parigi. Serve a Obama per rafforzare la sua posizione interna dopo la débâcle delle elezioni di Midterm. Serve a Xi Jinping per avere la benedizione internazionale al piano nucleare cinese dei prossimi decenni. Altro che fonti alternative al carbone in maggior parte rinnovabili! La fonte non fossile, quasi rinnovabile, se si considera la tecnologia dei reattori veloci, in cima alla lista della politica energetica cinese è il nucleare.

24 ottobre 2012. Libro Bianco sulla Politica Energetica, pubblicato dal Consiglio di Stato cinese. Dice che devono crescere la quota parte di energia fossile da carbone pulito, da combustibili fossili a basso tenore di carbonio e da combustibili non-fossili: Non fossili comprendono le rinnovabili, ma si legge nucleare. Recita il Libro Bianco: “La Cina investirà di più nell’innovazione nel settore dell’energia nucleare, promuoverà l’applicazione di tecnologie avanzate, migliorerà il livello degli equipaggiamenti e darà grande importanza alla formazione degli addetti. La capacità nucleare installata in Cina è previsto che raggiunga i 40 Gwe nel 2015 (NdA: allo stesso orizzonte temporale, la capacità installata eolica si prevede raggiungerà i 10GWe, quella solare i 21 Gwe)”. So Sprecht China…

Novembre 2014. Solito Consiglio di Stato. Viene pubblicato il Piano di Azione per la Strategia di Sviluppo dell’Energia. Si conferma quanto descritto nel Libro Bianco. L’obiettivo per il nucleare -reattori ad acqua pressurizzata di grande taglia (Pwr), reattori ad alta temperatura raffreddati a gas (Htr), e reattori a neutroni veloci – al 2020 sono 58 Gwe operativi, con altri 30 Gwe in costruzione, mentre la capacità installata idroelettrica raggiunge i 350 Gwe, quella eolica i 200 Gwe e quella solare i 100Gwe, sempre all’orizzonte 2020.
Nel 2040, anno più anno meno, si prevede un installato di Pwrs pari a 200 Gwe. Nel 2050 i reattori veloci produrranno 200 Gwe, per arrivare a 1400 Gwe nel 2100. Che nessuno sorrida davanti a una previsione al 2100 quando si ha a che fare con i cinesi. Se lo pensano, lo dicono e se lo dicono lo fanno.
Nel settembre 2013 è stato affermato che servono dai 4 ai 6 nuovi impianti all’anno fino al 2015 e il 13° Piano Quinquennale (2016-2020) ne prevede 6-8 all’anno, con un aumento a 10 impianti all’anno dopo il 2020.
Si lascia alla cura del lettore fare il conto di quanti reattori saranno installati in data 2100.

Il clima c’entra poco nelle conversazioni Obama-Xi Jinping. Politica e Soldi invece c’entrano tanto. Gli Usa sono felici delle dichiarazioni per il carbone pulito visto i soldi che gli Usa hanno investito in tale tecnologia, pronta per essere venduta. Ovvio che ben venga l’energia solare se farà fare tanti pannelli, e soldi, a entrambi.

Fra non molti anni la Cina sarà la nazione con il maggior numero d’impianti nucleari al mondo, con la migliore tecnologia, come sempre sviluppata da loro sulla base di quanto comprato e ben pagato e imparato dal resto del mondo. Attenzione, imparato, non copiato.

Gli ecologisti saranno felici per il miglioramento della qualità dell’aria, sperando che il clima non faccia scherzi stupidi. I cinesi saranno felici per non avere problemi energetici o d’inquinamento locale. Gli americani andranno in vacanza in Cina, visto che i cinesi saranno i proprietari del loro debito pubblico e del loro mercato.
Noi italiani?

Non avremo più un’azienda di grandi dimensioni che sia una, importeremo elettricità alla grande, avremo imparato a perfezione il mandarino e saremo il Bel Paese dove loro, i cinesi, verranno in vacanza. Speriamo.




Ivo Serenthà • 15 ore fa

Sarà una bella gara con gli sconvolgimenti climatici,o meglio se gli uragani e le bombe d'acqua si limiteranno a ciò che abbiamo visto in questi anni.

Del resto la Cina diventerà la prima potenza economica mondiale,tutta quella energia dovrà tirarla fuori con l'uranio,e incrociamo le dita che non succedano altre catastrofi nucleari,quelle incidono subito non lentamente come con il carbone.

Mazza che zozzeria di pianeta lasceremo alle nuove generazioni.quelle italiane avranno d'attaccarsi alla cultura e alle colture,sempre che il sole faccia maturare i prodotti, ultimamente la qualitá è iniziata a scadere.

Ma il PIL mondiale andrà a gonfie vele,nonostante le bugie presidenziali....


Andrea Aparo Von Flüe Ivo Serenthà • 14 ore fa

Per favore, le "bombe d'acqua" sono una invenzione giornalistica. Il termine tecnico è "Nubifragi". Com'è una sciocca invenzione giornalistica pseudo-scientifica parlare di "Ciclone mediterraneo". I cicloni sono tropicali oppure extra-tropicali. La differenza è il loro raggio. Quelli del Mediterraneo sono cicloni extra-tropicali.

Vero, stiamo accumulando troppa sozzeria su questo pianeta.


Ivo Serenthà Andrea Aparo Von Flüe • 10 ore fa

Vada per la corretta definizione,i "nubifragi" hanno una cadenza troppo frequente per considerare il fenomeno circoscritto in quest'epoca,la temperatura media del globo costantemente in rialzo,come mai si è determinata nei millenni,lo scioglimento dei ghiacci polari e del permafrost sulle nostre montagne,segnalano che stiamo andando verso la catastrofe climatica.

L'unica via sarebbe la decrescita controllata delle produzioni,non intraprendere questa via,ho idea che costerà carissimo all'umanità.

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martedì 22 aprile 2014

La stampante 3D:Una rivoluzione epocale già avviata



Stampa 3D, rivoluzione materiale

di Andrea Aparo Von Flüe

“Comandante Kirk a Enterprise… Scotty? Teletrasporto…” Ricordate? Battuta classica del protagonista di Star Trek, passata alla storia. Fascio di luce, musichetta di circostanza, evaporazione progressiva del soggetto da teletrasportare. Sequenza successiva: interno luce artificiale, sala teletrasporto dell’astronave Enterprise, tecnico che armeggia a una consolle, solita musichetta e rimaterializzazione del teletrasportato.

Fantascienza? Non tanto. Anzi, per nulla. Di fatto il teletrasporto oggi lo abbiamo a portata di mano. Stiamo parlando della tecnologia della stampa 3D.

Invece di andare a comprare un oggetto, per poi ritirarlo oppure farcelo mandare, si compra il codice numerico per la stampa 3D, si va al centro di stampa più vicino e ce lo si fa stampare. Non importa quale sia il luogo geografico di origine dell’oggetto, vicino o lontano. Si può stampare di tutto. Dalle ossa alle protesi acustiche o dentarie, a membrane pericardiche su misura, pale per turbina, tessuti, qualunque cosa e su misura.

La stampa 3D, conosciuta anche come fabbricazione additiva (Additive Manufacturing) è il processo che consente la produzione di un oggetto solido tridimensionale partendo da un modello digitale. Si ha a che fare con una stampante, in realtà è un robot che, sotto controllo di un calcolatore elettronico, deposita strati successivi di materiale fino all’ottenimento dell’oggetto tridimensionale desiderato. Una novità epocale. Fino a oggi, si è prodotto asportando materiale da un blocco di partenza. Determinate forme erano semplicemente impossibili da produrre. Non è più così. Ci stiamo avvicinando rapidamente –secondo alcuni già ci siamo- al gomito della curva di crescita esponenziale della tecnologia e delle sue applicazioni. Non è stata una passeggiata. La prima macchina per la stampa 3D vede la luce nel 1984. Ci sono voluti trent’anni per arrivare ai dispositivi attuali. Fra poco troveranno spazio nelle nostre case. Più o meno quello che è accaduto con le stampanti su carta. C’erano una volta i centri stampa con fotocopiatrici che costavano una fortuna, grandi come un paio di lavatrici. Oggi una stampante laser a colori, nonché fotocopiatrice, fax e scanner, la si paga un paio di centinaia di euro e la si ha sulla scrivania. Sta accadendo la stessa cosa. Una stampante 3D che costava 20mila dollari oggi la si acquista per meno di mille. Il progetto open source Fab@Home ha sviluppato stampanti che costano queste cifre e ci si può fare di tutto, anche stampare da soli i cioccolatini a casa… di ottima qualità dice chi li ha assaggiati. La Peachy Printer, meno raffinata, ha un costo di circa 100 dollari. Andate a cercare in rete dove acquistarla.

La tendenza è inarrestabile. Sempre più materiali vengono utilizzati per stampare oggetti sempre più grandi. Dalla Cina è notizia di questi giorni la messa a punto di una macchina che consente di stampare oggetti con un diametro fino al metro e ottanta ed è stato annunciato un sistema che permette di stampare oggetti con un diametro fino a sei metri. In altre parole si potrà stampare l’intera scocca di un’automobile in un solo pezzo, senza saldature, senza lavorazioni aggiuntive. Non male, vero? Non c’è da stupirsi, sapendo che Pechino sta investendo 500 milioni di dollari per l’avvio di dieci istituti nazionali dedicati alle tecnologie della stampa 3D. Nel 2013 hanno stampato, con cellule viventi, pezzi di orecchie, fegati, reni. Non sono ancora funzionanti, ma nei prossimi dieci, forse venti anni, ci si arriva.

La stampa 3D elimina le economie di scala. Stampare un esemplare o migliaia non comporta sostanziali differenze di prezzo. Ha il potenziale di cambiare, anzi di sconvolgere, le regole del gioco della produzione industriale. Secondo alcuni ha lo stesso impatto della messa a punto della macchina a vapore alla fine del 1700, o della stampa a caratteri mobili nel 1450 o del transistor nel 1950. Ha tutte le caratteristiche di quelle che vengono denominate “tecnologie distruttive”, ovvero tecnologie che modificano in modo essenziale tutti i settori di attività economica. Breve elenco, non esaustivo, di dove viene utilizzata oggi: architettura, design industriale, automotive, aerospazio, ingegnerie varie, industria biomedicale –sono già stati eseguiti interventi di protesi, prima impossibili, per l’incapacità di fabbricare parti particolarmente complesse, come i bronchi ad esempio- farmaceutica, chimica, moda, calzature, gioielleria, occhiali, alimentare, arte.

Interessante notare che per anni si è assistito alla progressiva dematerializzazione delle produzioni. Oggi abbiamo a che fare con la loro rimaterializzazione, secondo criteri del tutto nuovi e problematiche originali. Se le stampanti 3D entrano nelle nostre case, come andrà a modificarsi la relazione fra posto di lavoro e domicilio? Se diventa sempre più facile inviare in formato elettronico gli oggetti, ovunque nel mondo, in modo quasi istantaneo, che accadrà alla logistica mondiale? Ha ancora senso parlare di mercati domestici? I dazi doganali sono destinati a morire? Come si gestirà il problema dei diritti di proprietà intellettuale?

Certamente il Capitano Kirk saprebbe rispondere…



Sugli oggetti che produce la stampante 3D non dubito che siano perfetti,sia per le misure,i componenti e i materiali,come siano riusciti a creare tutto ciò penso che sia inutile spiegarmelo,ovvero come una scatola sia così tecnologica da poter creare tutto ciò lo trovo pazzesco,i fogli di carta stampati mi bastano e avanzano.

Sulla produzione alimentare invece ho forti dubbi,almeno sulla qualità,lei ha citato i cioccolatini,e perchè no le lasagne al forno,ho l'impressione che i cuochi e i gastronomi,quelli bravi,non avranno competizione in materia.

Mentre al contrario sui trasporti dei prodotti penso che sarà assolutamente rivoluzionario,su ciò che sarà il mondo del lavoro tra qualche decennio ho qualche brivido,il colpo di grazia occupazionale potrebbe essere dietro l'angolo,la manodopera dovrà limitarsi a produrre le stampanti per ogni uso?

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giovedì 27 marzo 2014

Cortometraggi:Ancora cinque minuti





‘Ancora cinque minuti’, trecento secondi per realizzare un sogno

di Andrea Aparo Von Flüe

Per presentare un’idea, servono tre ingredienti: emozioni, una storia e qualcosa di memorabile. Qualcuno potrebbe obiettare che serve anche del tempo. Vero, ma non molto. Le presentazioni del TED impongono il limite dei diciotto minuti. Però possono bastarne cinque. Un’eternità quando si ha a che fare con la comunicazione audiovisiva. Ancora cinque minuti è un corto che vale la pena andare a cercare in rete.

Ancora cinque minuti: ristorante di lusso, una giovane coppia non si parla, non si guarda. I due, persi nei loro sciocchi smartphone, fisicamente vicini e sempre più lontani, vorrebbero lasciarsi, ma preferiscono chiedere cosa c’è di dolce. Un uomo, solo, a un tavolo vicino, mangia ostriche e beve champagne. Trecento secondi di esistenza umana che possono essere fondamentali. Sembrano uguali agli altri e invece non lo sono.

Ancora cinque minuti è il sogno di un ex-studente di cinema (Dams prima, Iulm poi) che non ha rinunciato a realizzarlo, sottoponendosi al famigerato e troppo spesso evitato “tanto sbatti” per mettere insieme un budget – la fatica per trovarlo non è proporzionale all’entità – per pagare dei professionisti, per fare un salto di qualità importante, forse solo per lui, per realizzare il sogno.

Soprattutto è il suo biglietto da visita, il suo lasciapassare per fare poi qualcosa di più grande, per girare, dopo anni di corti, videoclip e report, un lungometraggio. Senza raccomandazioni. Senza compromessi e umiliazioni.

Certo, bisogna conoscere il mestiere, la fortuna serve quando non si sa. Il proprio lavoro deve essere pubblicizzato con ogni mezzo. La rete: dove Movieplayer.it permette di arrivare a un pubblico vasto e variegato; dove l’uso oculato dei social network e quello intelligente di youtube, ovvero le giuste tag, il passaparola di amici e collaboratori, garantiscono visibilità a costo quasi zero. Senza trascurare i canali “classici”: serate con proiezione e dialogo oppure il distributore che ti iscrive ai Festival.

Ancora cinque minuti forse non vincerà l’Oscar, di certo dimostra che con la giusta passione, senza dare ascolto ai tanti profeti di sventura che ci circondano, si riescono a condividere emozioni, raccontare storie, rendere memorabile l’esperienza quotidiana. Scusatemi se è poco.



Le opportunitá che consente la rete sono indubbie e la possiamo considerare una magnifica invenzione, almeno su questo punto di vista.
Anche se la bravura e la creativitá vanno confermate nel tempo,il passo più difficile direi.

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venerdì 7 febbraio 2014

Hitachi Business Microscope:Il grande fratello dei lavoratori




Produttività: il cartellino ‘spione’ registra anche i vostri silenzi

di Andrea Aparo

Hitachi offre in vendita un “badge”, versione aggiornata del classico “cartellino” che identifica le persone e permette loro di aprire porte all’interno delle aziende per cui lavorano. L’oggetto in questione ha un nome innocente: “Hitachi Business Microscope”, ma quello che è in grado di fare è inquietante. Immaginate di avere durante tutta la vostra giornata lavorativa un sorvegliante appollaiato sulla vostra spalla che osserva e registra tutto quello che fate. Proprio tutto, anche quando andate al bagno. Proprio quello che fa il badge Hitachi standosene appeso al collo. Sgradevole, vero? Eppure, dal punto di vista delle teorie e pratiche del management, si tratta di un’innovazione geniale.

L’oggetto a tutti gli effetti si presenta come il classico badge da indossare quando si è al lavoro. Dentro però è imbottito con un sensore all’infrarosso, un accelerometro, un sensore acustico e un sistema di comunicazione radio. Tipo Bluetooth o WiFi per intenderci. La Hitachi dichiara che il suo dispositivo registra e trasmette a chi di dovere: “chi parla a chi, quante volte, dove e con quale veemenza”. Registra la distanza fisica fra le persone, il loro livello di attività attiva e non attiva, determinata in base alla registrazione della verbalizzazione, delle pause, dei silenzi, e dell’assenso espresso con movimenti del capo o del corpo o delle mani o di quello che vi pare. Insomma, registra tutto. Se ci si ferma a parlare con i colleghi durante il giorno, il badge spione sa a chi parlate perché legge il badge del vostro interlocutore, per quanto tempo, in quale luogo dell’edificio o della fabbrica o quello che è.

Siete seduti nella più classica delle attività del dirigente di successo ovvero seduti in un “meeting”? (guai a chiamarla conferenza che suona poco chic…). Il badge sa se intervenite, quante volte lo fate, come interagite con gli altri…meglio iniziare a prepararseli i “meeting” per evitare brutte figure con il capo. Obiettivo finale dell’uso del badge Hitachi è quello di aumentare la produttività, ottenere le migliori prestazioni dagli impiegati, capire quale sia l’effettiva struttura del flusso di informazioni e conoscenze, le gerarchie delle relazioni interpersonali. Nobile scopo, ma l’ombra del Grande Fratello si allunga su tutti, impiegati belli e impiegati brutti.

Dice sempre l’Hitachi che analizzando: “l’enorme quantità di dati raccolti con il Business Microscope (ovvero il badge) sarà possibile proporre modi di miglioramento della comunicazione organizzativa e valutarne l’efficacia in modo quantitativo”.

Non è una novità. Dal 2007 a oggi, i badge Hitachi hanno registrato più di un milione di giornate di comportamenti umani. Una messe di dati preziosa, tutta da scoprire. Però non viene registrata la dimensione morale, l’etica delle aziende che ne fanno uso. Nulla viene detto sul possibile risentimento di coloro che vengono sottoposti a queste forme di controllo. Se lo scontento dovesse aumentare, se iniziassero delle proteste, se le persone cominciassero a parlarne fra loro per coordinare qualche forma di protesta, se gli impiegati diventassero infelici e poco produttivi?

Tranquilli. Il badge registrerebbe queste dinamiche sul nascere. Trasmettendole a chi di dovere.

La tecnologia vince sempre, spesso però con un conto da pagare.



Bene,l'Hitachi offre questo badge elettronico,ma un paese con una minima difesa sindacale e che tuteli i lavoratori,può dire all'azienda elettronica "tenetevelo pure cari nipponici",e se lo conservino tra i loro confini.

O magari lo offrano alle cosiddette economie emergenti,il passo successivo è il pieno controllo,magari anche nel tempo libero,così le aziende avranno altre opportunità per giudicare i propri lavoratori.

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venerdì 15 febbraio 2013

Una tangente tira l'altra:A cura del caimano


berlusconi-corruzione-moralismi

Berlusconi e le mazzette: assurdi moralismi?

di Andrea Aparo

«In Italia e in altre democrazie queste cose non esistono, ma inutile giudicare anche quello che accade in India. Questi sono assurdi moralismi».

A quali sostanze ricorre prima di rilasciare dichiarazioni e interviste? Va bene che occorre rimediare all’ingiuria degli anni, però un minimo di attenzione ci vorrebbe…

In Italia queste cose non succedono? Dovrebbe informarsi meglio. Checché ne dica lui, convinto sostenitore della tesi senza supporto reale che c’è sempre qualcuno che complotta contro di noi, contro di lui, contro di noi che siamo bravi, virtuosi, gentili, corretti ed è per questo che ci vogliono tutti male…in Italia succedono perché siamo noi italiani a farle accadere.

«La tangente è un fenomeno che esiste ed è inutile ignorare la realtà. Pagare una tangente all’estero è un fenomeno di necessità».

«La tangente è un fenomeno che esiste non si possono negare le situazioni di necessità se si va trattare nei Paesi del terzo mondo o con qualche regime»

Al solito si diverte a usare le parole in semi libertà, considerando sinonimi commissione e tangenti. Fortuna che c’è Wikipedia.

Commissione: in diritto si definisce commissione il contratto, a titolo oneroso, mediante il quale una parte, detta commissionario, si obbliga ad acquistare o vendere beni in nome proprio (obbligandosi cioè personalmente nei confronti di terzi con i quali entra in contatto) e per conto di un’altra parte detta committente.

Tangente: somma di denaro data a fine di corruzione. La corruzione nel diritto è, in senso generico, la condotta propria del pubblico ufficiale che riceve, per sé o per altri, denaro od altre utilità che non gli sono dovute.

Nessuno dice nulla contro il pagamento di commissioni, di valore concordato, debitamente fatturate, iscritte a bilancio, alla luce del sole. Le tangenti sono altra cosa. Di certo ne ha esperienza. Fenomeno di necessità? Situazioni di necessità? Imbrogliare è una situazione di necessità?

No, non esiste necessità che possa giustificare la disonestà, la mancanza di rispetto delle regole del mercato e delle leggi di un qualsiasi paese sovrano, il ricorso a mezzucci e scorciatoie. Non importa se sono contratti da pochi euro o da miliardi di euro; se è un appalto o una fornitura, un compito in classe o una prova di esame. Non esiste giustificazione alla disonestà. Mai. I miei studenti sono avvisati: se li becco li sbatto fuori. Certo, possono affermare visto i pessimi maestri che girano, che il mio è un assurdo moralismo. Facciano pure. Li sbatto fuori lo stesso.

Non esiste giustificazione nell’essere al settantaduesimo posto della classifica mondiale della corruzione.

Come dice? Dice che non è vero, dipende dalla classifica?

Corretto. Nella migliore delle ipotesi siamo al sessantanovesimo posto. Tutta un’altra cosa…

Dice che nessuno tratterà più con noi? Almeno una giusta l’ha detta.



Quando un soggetto del genere campa più di vent'anni col sostegno del popolo sovrano,non è più lui il problema,è solo la punta d'un iceberg,siamo in una fase di declino senza precedenti senza essere massacrati da una guerra,ma da una quindicina d'anni di liberismo sconsiderato legato ad una globalizzazione che porterà una buona parte del pianeta a sbattere contro un muro.

Rammentando a proposito di legalità

Chi ha legalizzato il falso in bilancio? E non c'è da stupirsi se esterna questi concetti,lui avrebbe vissuto alla grande nell'America latina dello scorso secolo,peccato che siamo riusciti a regredire con lui tornando indietro come i gamberi.

Non ci voleva un personaggio come il caimano per complicare ulteriormente un percorso da incubo.

&& S.I. &&

per eventuali notifiche - iserentha@yahoo.it

martedì 23 ottobre 2012

Le condanne dimostrative sul terremoto dell'Aquila




Terremoto de L’Aquila: condanne e evidenza scientifica

di Andrea Aparo

Il giudice ha emesso il suo verdetto. I sette membri della Commissione Grandi Rischi sono stati condannati a sei anni e interdizione dai pubblici uffici perché colpevoli di … già, di cosa?

Condannati per non avere previsto il terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009?

Signor Giudice, i terremoti non si prevedono, non ne siamo capaci, nessuno è capace di farlo. Non saremo capaci di farlo ancora per molti anni, sempre che lo saremo. Condannare per questo motivo è analogo alla messa al rogo delle streghe in un recente, purtroppo, passato.

Condannati per avere rassicurato gli aquilani dicendo che una forte scossa era improbabile?

Signor Giudice, se avessero detto che una tale probabilità fosse esistita allora sì che avrebbero dimostrato la propria incompetenza. I terremoti non si prevedono. C’erano sciami sismici? Vero. Peccato però che la sismologia, quella vera, riporta tanti casi dove possono esserci mesi, anni di sciami sismici senza che un terremoto violento si manifesti.

Signor Giudice, cosa altro potevano dire a seguito della riunione del 31 marzo 2009? Che il terremoto era alle porte? Basandosi su cosa? Volo degli uccelli, lettura di foglie di the o ravanamento d’interiora di volatili più o meno domestici?

Signor Giudice, dovevano dare retta a Giampaolo Giuliani, gran ciarlatano e maestro dei rilevatori di radon? Ricorda? : “Posso dare l’allerta sismica con 6-24 ore di anticipo nel raggio di 120 chilometri dalla centralina”. Infatti sbagliò sia il giorno che la città. Però ha azzeccato il soddisfacimento dei suoi interessi personali. Giuliani ora ha la sua Fondazione e oltre al radon si interessa alle variazioni del campo elettromagnetico, ai protoni dell’idrogeno, alle variazioni termiche della ionosfera. Versione moderna delle frattaglie di volatili di cui sopra. La sua pagina su Facebook conta decine di migliaia di fan. I ciarlatani hanno sempre grande seguito.

Signor Giudice, ai membri della Commissione Grandi Rischi è stata contestata: “una valutazione del rischio sismico approssimativa, generica e inefficace in relazione alla attività della commissione e ai doveri di prevenzione e previsione del rischio sismico”.

Signor Giudice, qualcuno si è chiesto quanto questa valutazione è stata causata dalle castroneria del signor Giuliani?

Signor Giudice, il rischio sismico si può valutare ed era stato valutato in modo corretto. Peccato che gli edifici non erano a norma. Un terremoto non è una catastrofe, è un evento naturale. La catastrofe è che nessuno fa nulla se non giudicare dopo, quando è tardi. Intanto in tanti, troppi, piangono.

Signor Giudice, cosa avrebbero dovuto fare? Dichiarare che poteva esserci un terremoto distruttivo? Come avrebbero potuto dirlo se nessuno e nulla può prevedere un terremoto e ancora meno la sua intensità. Se lo avessero detto cosa sarebbe accaduto? Tutti a dormire per strada? Siamo in Italia. Quanti sarebbero rimasti comunque a casa, tanto degli scienziati non ci si può fidare…

Se non fosse accaduto nulla, quante le richieste di risarcimento?

Signor Giudice, non conto nulla, lo so. Però io, basandomi sull’evidenza scientifica, sono certo della onestà e correttezza professionale dei membri della Commissione Grandi Rischi.

Signor Giudice, ho fiducia nella giustizia e attendo i prossimi gradi di giudizio.

Signor Giudice? Dimenticavo. Non faccio previsioni.



Non fanno una piega le motivazioni che ha inserito nel post,i terremoti allo stato attuale non si possono prevedere,possiamo sperare che sia possibile in futuro,certamente chi ha costruito case in questi ultimi decenni e' stato un criminale,poiche' L'Aquila e' considerata zona rossa,altamente sismica,perlomeno dalla meta' dello scorso secolo,vedere cadere in briciole palazzi degli anni 70-80 e' pazzesco,un paese che non potra' mai essere all'altezza dell'Europa piu' evoluta.

Sulle condanne,potrei scommettere che e' stata una decisione dimostrativa,nei prossimi giudizi le sentenze saranno robustamente riviste al ribasso.

Scriveremo sul prossimo terremoto,queste brutte cronache non finiranno mai,i modenesi stanno incrociando le dita sulla ricostruzione....

&& S.I. &&

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mercoledì 17 ottobre 2012

Elezioni politiche negli States



Usa 2012: gli autogol di Romney, la strategia di Obama

di Andrea Aparo

Ho seguito tutti i dibattiti presidenziali della storia americana, dai primi quattro fra Nixon e Kennedy nel 1960. Questo è stato immensurabilmente il migliore di tutti”, parola di Mr. Will, commentatore su ABC. Grande dibattito, fra i migliori della storia delle elezioni USA.

Secondo i commentatori di Fox News, ABC, CNN, MSNBC, non importa se conservatori o democratici, il vincitore dell’incontro è il Presidente Obama. Aggressivo, sintetico. Linguaggio chiaro e assertivo. Uso intelligente delle modulazioni della voce, del linguaggio non verbale.

Romney ogni tanto balbettava cercando parole che non aveva, ha tentennato non poco, facendo affermazioni molto convinte peccato però fossero errate, come quando ha dichiarato che da quando Obama è alla presidenza non ha promosso la crescita del consumo di carbone, petrolio e gas naturale, oppure quando ha affermato che Obama non avesse condannato il giorno dopo gli eventi, l’attacco all’ambasciata USA in Libia e l’uccisione dell’ambasciatore Stevens con altri tre cittadini USA. In gergo calcistico li chiamano autogol. Pesanti. Sottolineati dal sorriso ironico di Obama e dal suo” This is not true”, it’s just not true”. Di fatto gli ha dato in modo continuo del disonesto.

Ha provato battute pensate forse bene e giocate certamente male, come quando ha chiesto a Obama se sapesse come venivano investiti i suoi fondi pensione per sentirsi rispondere che no, non lo faceva anche perché la sua è sicuramente molto meno pesante di quella di Romney. La risata del pubblico serio e attento ha fatto molto male alla campagna dei Repubblicani.

Grande tensione, due uomini che non si piacciono per nulla e che non hanno fatto nulla per nasconderlo. Un dibattito molto teso, interrompendosi a vicenda, non rispettando del tutto le regole del gioco, cosa molto poco apprezzata in Usa. 44 minuti di scena e di parole per Obama, 40 per Romney, altro elemento che fa attribuire la vittoria a Obama.

La prestazione di Obama è stata forse troppo “calda” ma attenta, precisa, con un crescendo rossiniano. La sua ultima risposta all’ultima domanda è stata la migliore del dibattito: “Quando (Romney) ha detto, a porte chiuse, che il 47 per cento dei cittadini del paese si considerano vittime che rifiutano di assumersi le loro responsabilità –pensate di chi stava parlando: gente che ha lavorato un vita intera e ha bisogno dell’assistenza sociale, veterani che si sono sacrificati per questo paese, gente che lavora duramente ogni giorno, che paga le tasse ma che non guadagna abbastanza. Voglio combattere per loro”. Una risposta che condensa i punti di forza di Obama: passione, esperienza, preoccupazione, impegno.

Complimenti al Presidente Obama e al suo staff. Di strategia se ne intendono. Giusto perdere il primo dibattito-scontro per fare parlare l’avversario, per dargli la sensazione di essere in vantaggio, per cogliere elementi di debolezza. Ha usato tutti i trucchi nel dibattito la settimana scorsa in Colorado per ottenere il risultato desiderato: occhi bassi, mani impegnate a giocare con una penna, sottotono. Grande attore. Giusto perché l’aspettativa era tutta per un miglioramento della prestazione di Obama, che partiva da un livello basso. Giusto perché ora l’inerzia maggiore l’ha Obama e si troverà avvantaggiato per l’ultimo dibattito.

Il giorno delle elezioni si avvicina. Mancano solo 21 giorni.



Non ho mai seguito i testa,testa dei candidati alla Presidenza americana,mi fido della sua esperienza,anche i giornali sottolineano l'ampia vittoria dell'attuale Presidente,direi ma è solo una sensazione personale che per vincere i democratici hanno bisogno di un candidato assolutamente superiore,sul piano umano e politico,altrimenti non si spiega come l'ex Bush figlio possa essere stato per otto lunghi anni alla Casa bianca.

E' evidente che nel cuore della cosiddetta "culla della democrazia",il nocciolo duro repubblicano vota il proprio candidato a prescindere.

&& S.I. &&

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lunedì 15 ottobre 2012

Riflessioni sul lancio da 39 chilometri di altezza




di Andrea Aparo

Cosa ha pensato Felix Baumgartner l’istante prima di lanciarsi nel vuoto da 39 chilometri di altezza? I numeri, le misure oggettive, le tanti variabili e parametri assortiti sono di grande interesse e ne hanno parlato tutti ma cosa è passato nella mente di Felix?

Conosciamo la sua dichiarazione una volta atterrato: “Quando stavo lì, in piedi in cima al mondo, si diventa umili, non si pensa più a battere un record, non si pensa a raccogliere dati scientifici. L’unico pensiero è rimanere vivo”.

Perché dedicare quattro anni della propria vita a un’impresa che ha del folle, dove la probabilità di uscirne vivi è per lo meno dubbia, sapendo che sarà comunque l’ultima tappa perché non è possibile fare di più e di meglio. Perché?

A rileggere le dichiarazioni di Felix una volta atterrato ci sono quattro elementi che si possono leggere fra le righe. Il primo è la fiducia. Felix ha avuto fede nelle sue capacità, nel team che lo ha assistito, nelle tecnologie di cui si è avvalso.

Il secondo elemento è il divertimento. Già, Felix si è divertito. Certo che ha avuto paura quando ha aperto la capsula per saltare giù, altrimenti non si ha coraggio, ma ha avuto anche un momento di estasi, di totale piacere, fiotti di adrenalina. Di sicuro ha sorriso.

Il terzo elemento del successo di Felix è la passione, ovvero la capacità che tutti noi abbiamo di cortocircuitare la nostra pancia, il nostro cuore e la nostra testa. Nessuna delle decisioni che ci plasma la vita è mai puramente razionale, istintiva o emotiva. Si ha sempre a che fare con una combinazione delle tre cose. Le ricetta della vita richiede i tre ingredienti in misura non sempre uguale ma sempre e comunque quanto basta.

Ultimo elemento la magia che non ha nulla a che fare con arti più o meno oscure. Si è “magici” quando si fa’ qualcosa che nessun altro sa fare oppure osa fare. Si diventa magici con tanto, tanto lavoro, con esperienza ed errori. Si è magici quando si conoscono come nessun altro le regole del gioco e i modi di giocare, quando si diventa Maestri perché si ha la maestria acquisita sviluppando e applicando un metodo feroce; si è magici quando si conosce come nessuno il mercato a cui ci si rivolge.

Già. L’impresa di Baumgartner ha permesso di capire la sua dimensione e fino a che punto oggi la rete e i media tradizionali sono legati fra loro. 40 televisioni in 50 paesi diversi hanno trasmesso in tempo reale l’impresa, collegandosi a YouTube come hanno fatto più di 8 milioni di spettatori simultanei: tanto di cappello alla capacità di gestire il canale. Non c’è più soluzione di continuità.

Una volta atterrato, il suo sponsor Red Bull, ha postato su Facebook una foto di Felix inginocchiato a terra. In meno di 40 minuti è stata in grado di generare 216mila “mi piace”, 10mila commenti e più di 29mila condivisioni. Cose mai viste da noi umani nel campo della comunicazione e dell’advertising. Lo sponsor ringrazia.

Su Twitter, a scala globale, metà dei temi caldi ha avuto a che fare con il salto di Baumgartner. Twitter NASA: “Congratulazioni a Felix Baumgartner e alla RedBull Stratos per il salto record dai confini dello spazio!”

Non è stato solo Felix a fare un salto record…



Non ho nulla da obbiettare sulle ragioni che ha elencato,direi che sono più che esaustive,un mix di coraggio e di irrazionalità,anche la tecnologia su questa impresa ha sperimentato delle soluzioni sulle prossime missioni intorno alla Terra.

Detto ciò,penso che sia una formidabile esagerazione mettere a repentaglio la propria vita su un record di questo tipo,forse questo tipo di personaggi non hanno a sufficienza idea di quanto sia importante la vita per rischiare di buttarla in una prova di coraggio del genere.

Preferisco delle missioni che posseggano un progetto umanitario,e non c'è da fare un elenco per farle risaltare,in questi casi rischiare di perdere la vita ha sicuramente senso,ma gli sponsor in questi casi non hanno interessi,non si vendono prodotti con i veri eroi di ogni tempo.

&& S.I. &&

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giovedì 30 agosto 2012

Ma andò vai se facebook non ce l'hai




di Andrea Aparo

Alto. Naso importante. Capelli rossicci. Basettoni stile 1970. Anni: 35. Nome: Cameron Marlow. Professione: Responsabile del DataScienceTeam di un’azienda recentemente quotata in borsa di nome Facebook.

Il team ha 12 membri, anzi ricercatori. Se ne prevede il raddoppio nel corso del presente anno. Rasentano il genio, sono semplicemente eccellenti nella matematica applicata, programmazione informatica, banche dati e … sociologia.

Il loro terreno di gioco, anzi la loro piscina, è l’oceano dei dati in possesso di Facebook. Dati personali. Vostri perché io da Facebook ne sono uscito. Dati che Facebook possiede perché ha trovato molti modi e molto furbi per raccoglierli mentre gli utenti, ingenuamente, socializzano.

In fondo cosa c’è di male a compilare il proprio profilo. Età, genere, indirizzo di posta elettronica: nulla di particolarmente rilevante. C’è poi chi dice se è singolo o accompagnato, se la sua relazione è felice, problematica o sconsolata; il numero del cellulare. Lo scorso autunno Facebook ha riprogettato l’interfaccia utente –come suona bene, neutra e innocua se detta così- introducendo la linea temporale, la Timeline. Di fatto ha invitato gli utenti di aggiungere la loro storia: dove hanno studiato, lavorato, abitato, passato del tempo, quali i viaggi fatti, le esperienze, le memorie. I messaggi e le foto condivise in rete vengono “taggate” (orribileneologismo, povero italiano!!) dandone la localizzazione esatta. Per non parlare dell’invenzione, che provoca alto tasso di dipendenza, del “like” ovvero “piace”. Appare in apps e siti al di fuori di Facebook e consente alle persone di esprimere con un click il loro interesse per una marca, un prodotto, un pezzo di contenuto digitale. Su certi siti e in certe apps, quando leggete un articolo o sentite un brano musicale, l’informazione viene trasmessa a Facebook senza che si debba cliccare (bello “cliccare”!!! L’Accademia della Crusca ringrazia…) sul “like”.

Durante i primi cinque mesi di uso di questa funzione, Facebook ha catalogato più di cinque miliardi di “casi”. Prendete questa tipologia d’informazioni, combinatela con la mappa delle connessioni sociali dei singoli utenti di Facebook e otterrete una registrazione molto, molto accurata, della loro vita, preferenze, gusti, disgusti, connessioni e interazioni. Mai prima si sono avuti a disposizione così tanti dati di così elevata qualità su come gli umani comunicano fra loro. Facebook è un microscopio digitale che permette di osservare i comportamenti sociali a una scala prima impensabile e allo stesso tempo permette di fare esperimenti coinvolgendo in tempo reale milioni di utenti, magari senza dirglielo. Un esempio.

Nel 1967 venne svolto uno studio, coinvolgendo un paio di centinaia di persone, che portò alla conclusione che il massimo grado di separazione fra due qualsivoglia abitanti del nostro pianeta è pari a sei. Posso collegarmi a una qualsivoglia altra persona usando al massimo sei intermediari, me compreso. Nel Maggio 2011, l’esercizio venne ripetuto. Collaborazione con l’Università di Milano. Venne coinvolto il 10 per cento della popolazione mondiale: 721 milioni di utenti Facebook. Vennero analizzate 69 miliardi di connessioni fra “amici”. Il mondo è più piccolo di quanto si pensasse: bastano quattro passaggi per connettersi con non importa chi. Recita la conclusione del rapporto tecnico: “Considerando una qualsiasi altra persona al mondo, un amico del vostro amico conosce un amico del suo amico”. “Suo” è la qualunque altra persona di cui sopra.

Altro esempio. Un collaboratore di Marlow, Adam Kramer, ha sviluppato un modo per calcolare la “Felicità Nazionale Lorda” di un qualsiasi paese. Basta, sapendolo fare e il team di Facebook lo sa fare, andare a cercare la frequenza e la localizzazione di parole e frasi che significano emozioni positive o negative. I dati in possesso di Facebook, opportunamente elaborati, permettono di monitorare in modo semplice e accurato, le tendenze sociali in atto. Economisti, altri ricercatori e politici svegli ringraziano.

Google e gli altri motori di ricerca fanno soldi con gli annunci pubblicitari mirati perché la ricerca che uno svolge è espressione compiuta dell’interesse che uno ha. Facebook potrebbe essere in grado di indovinare che cosa uno desidera o non desidera prima ancora che questo qualcuno se ne renda esplicitamente conto.

Inutile nascondersi dietro un dito. Ebbene sì, Facebook è in grado di condizionare i comportamenti. Altro esempio. Aprile 2012. Probabilmente influenzato dalla conversazione avuta a cena con la sua ragazza, ora moglie, studentessa di medicina, Zuckerberg decide di usare Facebook, o meglio l’influenza sociale che Facebook è in grado di esercitare, per aumentare la donazione degli organi. Agli utenti viene data la possibilità di cliccare uno scatolotto sulle loro pagine di Timeline per condividere l’essere donatori di organi, comunicandolo agli amici. Un innocente servizio aggiuntivo. Innocente ma molto efficace: la pressione sociale così esercitata ha fatto aumentare in 44 Stati la disponibilità alla donazione di organi di 23 volte.

Facebook possiede milioni di gigabytes di informazioni. Ha sviluppato strumenti e tecniche per gestire volumi giganteschi di dati. Certo, lo scopo primario del team di Marlow è dare supporto al benessere delle perone che danno a Facebook i loro dati. Vogliono aiutare il genere umano a comprendere meglio il genereumano. Sono in sintonia con Zuckerberg quando afferma che la visione di Facebook è migliorare come il mondo comunica.

Già… Tutti questi miglioramenti a cosa porteranno? Non chiedetelo a Marlow. Non ha risposta.

“Il numero potenziale di cose” –afferma Marlow- “che potremmo chiedere ai dati di Facebook è enorme”.

Già… per farci cosa, poi, delle risposte?”



L'adesione a facebook,una moda diventata globale,se non si fa parte del social network più conosciuto al mondo è da considerare per molti di essi,una terribile esclusione sociale.
Dei dati sensibili resi pubblici e quindi trattabili,penso che la maggior parte degli iscritti ne ignorino le conseguenze,e un'altra parte pur essendone consci pagano pegno pur di far parte della kermesse,un minestrone gigantesco in cui ci si può sentire una piccolissima particella del sistema,quasi indefinibili e impercettibili,al contrario molte società esercitano uno screening giornaliero per comprendere cosa vendere e pubblicizzare,come un buco della serratura in cui osservare con il beneplacito degli iscritti.Dopo l'affermazione della società dell'immagine,si è aggiunta anche quella della privacy diventata pubblica volontariamente.

&& S.I. &&

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sabato 12 maggio 2012

No alla violenza in qualsiasi caso





di Andrea Aparo

Complimenti! Ci si mette un casco integrale, ci si apposta e si spara con vigliaccheria alle gambe di un padre di famiglia, una persona per bene, cercando di azzopparlo senza riuscirci, perché è “…uno dei tanti stregoni dell’atomo dall’anima candida e dalla coscienza pulita”. Gran bella motivazione! Dimostrazione chiara di scarso quoziente intellettuale, insufficiente capacità di analisi e profonda ignoranza e incompetenza economica, sociale, politica e tecnologica.

Non c’è nulla di stregonesco nell’atomo, nella scienza e nella tecnologica a meno di accecare la propria ragione con il fanatismo e credenze basate su vaneggiamenti pseudo-ideologici, miti e leggende.

Dichiarano di fare parte della Federazione Anarchica Informale- Cellula Olga. Dimostrano di avere limitate conoscenze e capacità in termini di strategia di comunicazione. Cos’è che è informale? La federazione o l’anarchia? Esiste una federazione anarchica formale? Mah!

Soprattutto dimostrano di credere che la violenza possa fermare chi si basa sui fatti e ha anima candida, coscienza pulita e coraggio.

A seguito delle tante dimostrazioni sopra elencate, l’unica conclusione possibile è che si ha a che fare con i soliti imbecilli del terrore.
Terrore è generato dal fatto che sono semplici imbecilli.



Condivido la riflessione,la violenza non conduce ad alcuna giustizia,chi la interpreta dovesse avere delle motivazioni si mette automaticamente dalla parte del torto e dev'essere punito duramente,anche se ce ne sono a iosa in questo momento storico,essendo a mio giudizio la democrazia in balia degli interessi bancari-finanziari,con molte aziende fatte chiudere anche se in buona salute solo per mero interesse,in aggiunta ad una globalizzazione selvaggia che non potrà avere successo.

Quando si impoverisce improvvisamente chi consuma,fa si di rendere inutili le massicce esportazioni dall'Asia,decretando l'ingolfamento economico.

&& S.I. &&


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mercoledì 2 maggio 2012

Punti di vista ed eventuali ricette contro la crisi economica-occupazionale




Questa non è crisi, ma un cambio di paradigma Chissà quanto tempo ci vorrà ancora per accettare il fatto che non stiamo vivendo una crisi ma un cambiamento di paradigma. Non bastano i dati sullo spread, le montagne russe degli indici di borsa, la percentuale di disoccupati d’inoccupati e di mai occupati per farlo capire. Continuiamo a raccontarci storie.

Le ricette per la salvezza e il futuro del Paese imperversano. I miti e le leggende prolificano. Un esempio per tutti: l’economia italiana si è sempre basata sulla piccola e media impresa di qualità e sul turismo quindi basta promuovere e facilitare la nascita delle imprese per risolvere i problemi dell’occupazione e dunque della crescita. Balle. Le nuove imprese sono una cosa bella ma non possono risolvere il problema dell’occupazione, non possono fare crescere il numero di posti di lavoro nei settori a tecnologia più o meno elevata se vivono solo la prima fase, quella epica e mitologica, della creazione, meglio se in un garage.

Quella critica è la seconda, quando il prototipo deve diventarre prodotto di massa. Allora si industrializza il prodotto, si costruiscono fabbriche, si assumono migliaia di operai, si addestrano e si riaddestrano. L’innovazione genera ricchezza se e solo se cresce la scala dell’impresa. Crescita che deve avvenire nel paese dove nasce la nuova piccola impresa. Generare imprese che andranno a produrre all’estero non serve. Nella ben nota Silicon Valley la disoccupazione registra punte drammatiche. Eppure è la culla dell’innovazione, dove si registra la presenza di mitiche imprese come Apple, Dell, Microsoft, Hewlett-Packard Co., la Sony Corporation. Tutte nate dall’ossessione, coraggi, sogno, paranoia di un paio di persone. In Silicon Valley si ricerca e si progetta. Non si produce. I prodotti delle aziende sopra elencate escono dalla Hon Hai Precision Industry Co. Conosciuta anche come Foxconn. Foxconn impiega 800mila persone, più della somma dei salariati delle aziende suddette. In totale l’industria dei computer in USA occupa 166mila persone. 250mila persone Foxconn producono i prodotti Apple. Apple, in USA ha circa 25mila addetti. Rapporto 1 a 10. Per ogni lavoro USA ci sono 10 occupati in Cina.

Nessuna economia industrializzata si può basare solo sulla piccola e media industria. Certo, la piccola e media impresa è essenziale per la generazione della grande impresa manifatturiera perché senza di essa l’economia non sta in piedi. Far crescere le piccole imprese per farle diventare robuste aziende manifatturiere non è cosa facile. Gli investimenti necessari sono di vari ordini di grandezza maggiori di quelli necessari per iniziare un’attività. Servono in una fase precoce, prima che sia provata la domanda. Investimenti ad alto rischio che ai privati non piacciono proprio. Non per nulla, se ti danno del denaro, minimo ti portano via il controllo dell’azienda.

Dovrebbe esserci un fondo, gestito dallo Stato, finalizzato alla crescita di scala. Se hai provato di avere il talento, l’esperienza, il team e la fortuna per avere bene avviato un impresa; se hai dati fattuali che dimostrano la tua capacità di generare ricchezza, lo Stato ti mette a disposizione i mezzi per farla crescere. Non è beneficienza ma investire denaro nazionale sull’economia nazionale. Non è vero che non si possa fare perché i costi asiatici sono comunque e sempre più bassi. Non è vero. Vedi caso gruppo Volkswagen, neo-proprietario della Ducati, in un paese dal costo della manodopera superiore al nostro. Gli operai di Piech sono fieri di lavorare per il gruppo Volkswagen, come lo erano quelli della Fiat Auto. Le aziende non sono fatte di numeri.

Non si gestiscono con una collezione di fogli Excel con previsioni e consuntivi in tante righe e troppe colonne. Le aziende sono fatte di persone. Non basta il cervello per generare lavoro. Servono anche cuore, pancia, passione. L’economia deve essere basata sul lavoro. Anche la nostra democrazia. Lo dice la Costituzione.




Non ho ricette,altrimenti anzichè scriverle,cercherei di svilupparle se possibile.

La globalizzazione e il liberismo a mio modo di osservare hanno un difetto colossale,poichè se nel breve termine consente degli enormi guadagni per chi delocalizza,successivamente dovrà fare il gambero,perchè se si impoverisce chi compra e chi produce più che altro vive di esportazione,il corto circuito è un dato di fatto.

Infatti il prossimo passo,almeno me lo auguro,sarà quello di riequilibrare le produzioni e quindi l'occupazione,dove a parte i tedeschi che vivono grazie alla loro organizzazione,un pò dappertutto la precarietà e la disoccupazione ha consentito un costo del lavoro assai ridotto.certo che la pressione fiscale italiana non aiuta,gioco forza certi privilegi che vanno dai costi della politica agli appalti pubblici stragonfiati,sarà su questi aspetti che ci sarà la possibilità del rilancio economico italiano,altrimenti la povertà sarà sempre più diffusa.

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mercoledì 18 aprile 2012

Nucleare "buono" e quello senza dubbio cattivo



di Andrea Aparo

Il nucleare cattivo di cui nessuno si occupa Come sono interessanti le persone dotate di fede e di certezze assolute. Per determinate questioni hanno la risposta certa. Sanno, senza ombra di dubbio, cosa fare, come fare, quando fare.

Prendiamo, per esempio, quelli che professano il “Nucleare no grazie”. Dicono che le centrali nucleari sono pericolose, non vanno costruite. Quelle in funzione vanno chiuse perché è una tecnologia sporca, difficile. La nostra stupidità è sempre in agguato. Three Mile Islands, Chernobyl, Fukushima sono casi clamorosi d’incidenti causati da errori umani o dai sistemi di controllo. Quindi, dagli all’untore, pronti alla mobilitazione, azioni dimostrative, protesta civile. Tutto lecito e giusto per chi ci crede.

Il nucleare “cattivo” non è quello civile per produrre energia ma quello che esplode in testate pronte a essere consegnate. Su questo strano pianeta popolato dalla nostra ancora più strana specie, ce ne sono tante, troppe.

Cina: 240 testate. Francia: 300. Russia 1492 strategiche e operative; 2000 tattiche e operative; 7000 accatastate in magazzini vari. Regno Unito: 160 operative e altre 220 in stock. Stati Uniti: 5113 fra attive e non operative: per essere più precisi 1737 sono operative e strategiche, 500 sono tattiche e 2645 sono inattive. Ce ne sono poi altre 3500 in attesa di smantellamento. India ne ha un centinaio. Israele fra 75 e 200. Pakistan fra 70 e 90.

Lasciamo perdere quelli che ci stanno lavorando per averle: Iran, Corea del Nord, Siria. Tutti paesi tranquilli e affidabili.

In totale, sempre con le approssimazioni del caso perché nessuno dice la verità sui numeri, abbiamo a che fare con 20mila bombe. Ci sono 440 impianti nucleari sulla Terra per una capacità totale di produzione di 377mila Mw e che forniscono il 14 per cento dell’energia elettrica che consumiamo allegramente.

20mila contro 440. La probabilità che un errore umano o un guasto tecnico, o un baco in qualche sistema di controllo, per non parlare degli “atti di Dio”, ovvero fenomeni naturali, scateni un inferno su questo ridicolo pianeta sono molto, molto più elevate di un incidente in una centrale nucleare che di certo non avrà le stesse conseguenze. Eppure i fedeli del “Nucleare no grazie” si preoccupano – correttamente secondo molti – delle Centrali, non delle bombe.

Del nucleare che fa Kaboooom se ne occupano in pochi. Si sentono solo bisbigli. Piccole increspature nel mare dell’indifferenza. Un consiglio alle persone dotate di fede “Nucleare no grazie”: provate a rivedere e ampliare la vostra dottrina e catechesi? Saremmo in tanti a seguirvi. Non per fede ma per ragione.




Quando si contestano le centrali nucleari,a torto o a ragione,sono progetti o costruzioni ben visibili sul territorio,al contrario le bombe nucleari sono all'interno di zone militari,le quali men che mai si possono oltrepassare,quant'anche si organizzino sit in il risultato sarebbe inutile,al di là della presa di posizione e della denuncia.

Prof.Aparo,in questo momento a me pare che l'energia prodotta sia sufficiente,cosa ci riserverà il futuro lo valuteremo giorno dopo giorno,ad iniziare dallo sviluppo della tecnologia su ogni forma di energia,soprattutto sul nucleare pare che la terza-quarta generazione sarà disponibile tra qualche decennio,e se risulteranno assai più sicure e senza problemi di scorie,penso che non ci saranno pregiudizi nell'accettarle.

&& S.I. &&


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giovedì 15 marzo 2012

Con la cultura non si mangia,anzi si progredisce



di Andrea Aparo

Università, all’estero non capiscono nulla… Lo so, lo so. Ne ho già parlato ma il tema mi sta molto a cuore. Poi gli antichi dicevano che “repetita juvant”. Quindi ne parlo ancora perché è stata appena pubblicata l’edizione 2011-12 della classifica annuale delle università del mondo stilata dalla rivista Times Higher Education. Nulla di nuovo: le università italiane, le più antiche e una volta prestigiose del mondo, nelle prime cento semplicemente non ci sono. Nemmeno una.

Già sento il coro degli accademici, ricercatori, assistenti, tecnici, uscieri e bidelli che salmodiano con voce unica e intonata che la classifica non vale nulla, che i criteri sono sballati, che loro, tutti loro, di ogni ordine e grado sono belli, bravi e bravissimi. I 17mila 554 professori ordinari con almeno 16 anni di esperienza appartenenti a università di 149 paesi i cui pareri hanno definito la classifica in base alla reputazione non hanno capito nulla, capiscono poco e capiranno ancora meno. Comunque sia, al primo posto c’è Harvard. Al solito. Poi il MIT. Al terzo posto Cambridge, Regno Unito. Nelle prime 50, 29 sono statunitensi, 3 australiane, 2 giapponesi, una tedesca, una svizzera, una di Hong Kong, le cinesi sono 2, 6 del regno Unito, Singapore una, canadesi 3. Italiane nessuna. Chi se ne importa della reputazione -continua il salmo di cui sopra- ben altri sono i parametri che contano! Giusto. La classifica, chiamiamola “generale”, tiene conto di 13 indicatori di prestazione raggruppati in 5 aree: Insegnamento, Ricerca, Citazioni, Relazioni con l’industria, Internazionalità. Rispettivamente valutano l’ambiente di apprendimento; la quantità, reputazione e valore economico della ricerca; influenza della ricerca svolta; innovazione; personale, studenti e ricercatori. (Chi ne vuole sapere di più sulla metodologia può trovare informazioni e spiegazioni a questo (link).

Secondo questa altra classifica Harvard scende al secondo posto e al primo svetta il Caltech, ovvero il California Institute of Technology. La prima delle italiane? L’università di Bologna sta da qualche parte fra il posto 226 e 250. Se si guarda alla sola Europa, la prima università italiana è sempre l’Alma Mater bolognese, al duecentododicesimo posto.
Se invece si guarda alle classifiche per settore di attività –Ingegneria e Tecnologia, Arte e Scienze umanistiche; Scienze mediche; Scienze biologiche, Scienze fisiche e Scienze sociali- in nessuna di esse compare fra le prime 50, un’università italiana.

Incredibile -conclude il salmo già citato e sempre urlato- quanto questi del Times Higher Education insieme ai 178mila 500 accademici di 137 paesi non capiscano proprio nulla.

Avere università di qualità mondiale è elemento essenziale per le nazioni per alimentare e sostenere nel tempo una economia dinamica, capace di crescere, di attrarre investimenti. Non c’è crescita, occupazione, generazione di ricchezza e benessere senza educazione di altissima qualità. Si parla tanto di strategie e non ci si rende conto di quanto sia strategica l’università e l’educazione di ogni ordine e grado.

Onorevole, ex-Magnifico, di certo ancora Chiarissimo Professor Profumo: si fa qualcosa prima che finisca di evaporare tutto?



Le riflessioni e l'accorato appello alle Istituzioni sono del tutto condivisibili,del resto rammento che recentemente l'eminentissimo Tremonti,ha affermato "con la cultura non si mangia",evidentemente anche su questo piano non ha capito nulla,è abituato a correggersi e piroettare concetti,tra qualche tempo scriverà un libro dopo quello sulla globalizzazione,nel quale stravolgerà la tesi.
Nel momento difficile epocale,con la coperta cortissima dei possibili investimenti,sarà arduo poter destinare moltissime risorse verso gli atenei e la scuola in generale,certo è che parallelamente si dovrà riformare e ringiovanire tutto il sistema,magari con il fatidico metodo meritocratico molto difficile da ottenere su queste latitudini.
Altrimenti l'oblio non solo economico che abbiamo ainoi intrapreso,continuerà inesorabile.

Auguri a tutto il paese,inizio a incrociare le dita!

&& S.I. &&


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sabato 26 novembre 2011

Le alluvioni,la trascuratezza del territorio e la risposta di Andrea Aparo a Napolitano



Il disastro a Vernazza (Cinque Terre)


di Andrea Aparo

L’alluvione non è colpa dei cambiamenti climatici Caro Presidente,

Una settimana è passata. Un tempo giusto per continuare a esprimere la solidarietà e le condoglianze a chi nell’alluvione del 25 ottobre scorso ha perso affetti, ricordi, beni materiali. Un tempo giusto per confermarle la mia grande ammirazione e stima come persona e come Capo dello Stato. Un tempo giusto per non essere d’accordo con Lei per l’affermazione a Lei attribuita e riportata dai media: “Sono tributi molto dolorosi che purtroppo paghiamo ai cambiamenti climatici, non solo noi”.

No, Signor Presidente, non sono tributi che paghiamo a cambiamenti climatici. In caso sono tributi che paghiamo a eventi meteorologici che non hanno nulla di eccezionale. La macchina dell’atmosfera, nella sua complessità, può generare eventi come quello registrato il 25 ottobre in modo del tutto normale.

Fosse eccezionale, non avremmo registrato nel recente passato altre alluvioni, altre vittime, altri danni sempre negli stessi luoghi della Liguria e dell’alta Toscana.

Signor Presidente, ciò che è eccezionale è l’incuria, l’indifferenza, la violenza con cui noi italiani abusiamo del nostro territorio. Eccezionale è che mai nessuno e nessuna delle istituzioni siano responsabili di alcunché. Eccezionale è che ogni volta la colpa è del clima che impazzisce.

Signor Presidente, sono tributi molto dolorosi che purtroppo paghiamo alla stupidità nazionale. Però Lei, Signor Presidente, forse l’ultima voce che abbiamo in questo paese che parla parole di saggezza e attenzione, Lei non dica cose inesatte. La prego.

Con i miei più sentiti ossequi.

Andrea Aparo

Andrea Aparo



Caro Professore,

Lei ha ragione a metà,direi anche un pò di più,l’incuria,l’abbandono del territorio e le costruzioni selvagge sono state e sono all’ordine del giorno,ma gli allagamenti nella fascia tropicale,la desertificazione dovuta all’effetto serra sono particolari climatici su cui dovremo confrontarci.

Piove in modo concentrato e in pochissimo tempo,i recenti allagamenti di Roma e i millimetri di pioggia caduti in Liguria,prima nelle Cinque terre e poi a Genova sono fenomeni che alcuni decenni fa non si proponevano,e tenendo conto della conformazione del territorio italico,sicuramente siamo particolarmente vulnerabili.

Quant’anche si investisse sulla prevenzione,seria,sottolineando la serietà,si potrebbe sicuramente alleviare le tragedie,ma i danni quelli si manifesterebbero comunque.

Direi che il Presidente Napolitano ha affermato e denunciato solo una mezza verità,l’altra ho idea che si renda conto,che il nostro è un paese alquanto difficile su molti punti di vista,avrebbe comunque fatto bene nel puntualizzare tutto.

Basti pensare a interi paesi,borgate costruiti sotto al Vesuvio!!

Saluti

&& S.I. &&


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sabato 24 settembre 2011

Einstein e i neutrini non previsti






di Andrea Aparo

Neutrini più veloci della luce: Einstein sbagliava? Quando si parla di scienza non è consentito usare il condizionale.

Le cose sono, non sarebbero. Questa volta il condizionale però è d’obbligo perché, se quanto annunciato dovesse essere confermato, un pezzo, grosso, della fisica deve – non dovrebbe – essere rivisto. Oggi, al Cern di Ginevra viene annunciato che i neutrini viaggiano ad una velocità superiore a quella della luce. Trattasi di risultato non previsto dal progetto Opera, esperimento ideato per studiare la trasformazione dei neutrini versione muone in versione tau (se volete saperne di più , il Web è a vostra disposizione).

Eppure secondo la teoria della relatività di Albert Einstein nulla può superare la velocità della luce. Il nostro mondo fisico possiede due limiti: uno inferiore e uno superiore. Quello inferiore è la temperatura di zero assoluto, meno 273,16 gradi Celsius o zero Kelvin; quello superiore è la velocità della luce. Si definisce limite un valore cui avvicinarsi quanto si vuole ma che non si riesce mai a raggiungere. I neutrini, lanciati da Ginevra e rilevati nel laboratorio dell’Istituto di Fisica Nucleare sotto il Gran Sasso, hanno percorso i 730 chilometri che separano i due siti a una velocità superiore a quella della luce. Dovevano arrivare dopo 2,4 millesimi di secondo e sono stati rilevati con un anticipo di 61 miliardesimi di secondo, ovvero hanno viaggiato a una velocità due millesimi di percento superiore a quella della luce.

Nulla può essere più veloce di un fotone, secondo la teoria di Einstein. Delle due una: c’è un errore sperimentale da qualche parte e i neutrini non sono più veloci della luce oppure Einstein ha torto. Eppure dopo anni di attività di centinaia di scienziati – non per nulla l’articolo scientifico che presenta i risultati è firmato da 174 autori, tutti potenziali candidati al Nobel – si hanno a disposizione dati sperimentali, 16mila e 111 interazioni di neutrini misurate nell’arco di tre anni, controllati, vagliati, filtrati, ripetuti che dicono che sì, i neutrini misurati hanno superato la velocità della luce. L’incertezza statistica è molto, molto bassa.

La scoperta ora dovrà essere confermata. Come sempre accade, ed è giusto che sia così, la comunità scientifica si scatenerà in critiche, commenti, ricerca accurata del pelo nell’uovo. L’esperimento verrà ripetuto da altri, in altri luoghi, secondo le stesse modalità. Se i risultati saranno identici allora bisognerà rivedere la teoria. Forse non sarà inesatta, solo insufficiente. Forse esiste un mondo fisico dove il limite inferiore è la velocità della luce. Un altro universo dove invece dei fotoni ci sono i tachioni. Particelle che scompaiono se rallentano al punto da raggiungere la velocità della luce. Avranno un loro limite superiore che sarà quello inferiore di un altro universo e così via all’infinito? Di tachioni il primo a parlarne è stato Arnold Sommerfeld (1868-1951). Erasmo Recami aveva ipotizzato anni fa che i neutrini potessero essere tachioni. La fisica italiana, nonostante tagli, critiche, cervelli in fuga e maltrattamenti vari riesce ancora, magari a macchia di leopardo, ad eccellere.

Recitano le conclusioni dell’articolo in via di pubblicazione come, nonostante l’ampia significatività delle misure effettuate e la stabilità dell’analisi, il potenziale grande impatto dei risultati giustifichi la continuazione degli studi per investigare possibili, ma ancora sconosciuti, effetti sistematici che possono spiegare le anomalie osservate. Deliberatamente non vengono tentate interpretazioni teoriche o fenomenologiche dei risultati. Giusto che sia così.

Il bello della fisica: una cosa è vera fino a che non si dimostra falsa o carente. Fare esperimenti serve a questo. Buon lavoro a tutti e grazie.



Sicuramente Einstein,perlomeno se esiste il suo spirito potrà farsene una ragione,l'esperimento del Cern a cui ne seguiranno altri,ha potuto mettere in campo tecnologie impensabili al tempo del famoso scienziato.
Chissà cosa scopriranno in futuro altri scienziati,che siano cervelli italiani in fuga o rimasti a casa,o da altra materia grigia internazionale.

Perchè la scienza è lenta ma inesorabile,la fantascienza solo spettacolare.

&& S.I. &&

mercoledì 14 settembre 2011

I perchè desaparecidos


di Andrea Aparo



Senza perché si vive meglio?

Quando si è piccoli lo si usa spesso. La cosa è tollerata. Fino a un certo punto però. Se si insiste troppo c’è sempre il rischio di qualche rappresaglia, anche fisica. Crescendo viene inculcato che non importa la frequenza, comunque non è elegante, gentile, educato, opportuno dirlo. Passata l’adolescenza non ce n’è più bisogno: si sa già tutto.

Il soggetto di questa introduzione? Semplice: Perché. Proprio così, l’avverbio “perché”. Attenti all’accento sulla e. Ve ne siete accorti? Non lo si usa quasi più. Prendete un quotidiano, non importa quale e cercate quante volte viene domandato “Perché”. Non importa il tema: politica, economia, società, cultura. Fate voi. Non lo si trova. Nemmeno nella sua forma più elegante e subdola: “Come mai?”.

Non ci si chiede più il perché delle cose. Nemmeno quelle più semplici. Perché il caffè si chiama caffe? Perché esiste un proverbio senza senso come: “Stretta è la foglia, larga è la via, dite la vostra che ho detto la mia”. Perché un rasoio taglia? Perché stiamo vivendo una crisi economica? Non si gioca più al gioco del perché. Provate a chiedere cinque volte di seguito perché relativamente a un determinato soggetto. Quasi impossibile sfuggire all’impulso di uccidere il petulante soggetto che interroga perché non si trovano più risposte.

Senza perché si vive meglio. Tutto è scontato, accettato senza domande. Comoda la vita. Non si rischiano dubbi. Si hanno solo certezze da condividere con altri soggetti che hanno le stesse certezze generando fazioni, fanatismi, teologie fondamentaliste. Uccidendo il confronto, il dialogo, l’evoluzione delle idee. Senza perché ci si ritrova in una società di tribù ognuna delle quali con il proprio totem e tanti, troppi tabù della cui origine non chiedere mai. Prendete i ventenni di oggi. Leggono, se lo fanno, i quotidiani sportivi. Gli altri no. Fanno male alla salute. Raccontano del mondo là fuori e ci sono troppe cose “brutte” che non si accordano con il proprio insieme di valori (ovviamente certi). Meglio non rischiare di chiedersi il perché del disaccordo. Vuoi vedere che una qualche evidenza sperimentale invalida l’insieme di credenze? Non scherziamo. Finisce che per rispondere a un perché si scopre che le proprie credenze sono semplicemente sbagliate. Perché prendersi a picconate quando lo si può evitare semplicemente non sapendo, non rischiando un perché.

Non c’è da stupirsi del circo della politica italiana. Lo abbiamo definito e deciso noi che abbiamo esercitato il diritto/dovere del voto democratico senza chiederci perché.

La scuola, l’università vanno a rotoli. Sono anni che lo sanno tutti coloro che hanno figliolame in età scolastica. Perché è in questo stato lo sanno solo gli esperti che non lo possono raccontare solo ai pochi che, quasi di nascosto, chiedono perché.

La progressiva, triste, scomparsa del perché comporta anche la rapida evaporazione della curiosità. Anche perché essere curiosi oggi non è un pregio. Anzi. Se sei curioso sei dispersivo, hai problemi di attenzione, non approfondisci, non hai un’opinione su tutto. Male, molto male.

Posso umilmente suggerire di darsi la disciplina mentale di chiedersi, almeno tre volte al giorno, possibilmente dopo i pasti, il perché di qualsiasi cosa vi passa per la mente e di cercare la risposta scoprendo che spesso ce n’è più d’una il che alimenta nuovi perché in un’eccitante spirale virtuosa di crescita continua, di evoluzione, di cambiamento, apprendimento e dubbi? Perché? Perché è divertente e perché fa bene alla salute. Perché no?



Ivo Serenthà


Non sono un’analista della società,ma provo ugualmente a esprimere delle riflessioni.
Essendo la società dell’immagine dai tempi del proliferare delle Tv nelle case,i perchè e le curiosità sono state sostituiti dalla scatola che tutto spiega,mercifica,spettacolarizza e fa parlare cani e por.. su qualsiasi argomento,come non rimanerne influenzati,del resto il conflitto d’interessi sulle Tv,ha causato un’epopea politica inimmaginabile se non fosse esistita.
Le storie dei nonni in buona parte sono state sostituite dagli accattivanti cartoon americani-giapponesi,le immagini e i colori scorrono,splendono,al contrario l’importante anziano tutore d’altri tempi,suscita sonno già alle prime strofe.
Così a scuola,lei ne sa sicuramente,quante domande vengono fatte all’insegnante,forse molte meno di qualche decennio fa,magari perchè chiedere delucidazioni,o affermare di non aver capito,suscita quel senso di inferiorità tra i ragazzi,quindi meglio tenersi gli interrogativi per non destare una pseudo inferiorità,a meno che non salti fuori la domanda “intelligente” tesa quasi sempre per mettere in difficoltà l’insegnante stesso.
Detto ciò non c’è da stupirsi se nel corso della vita,i ragazzi diventati ometti o ancora più senior,si circondino di fragili certezze,per evitare sempre e comunque la giovane debolezza.
  • Andrea Aparo
    Già, le domande degli studenti e non solo. Non si chiede Perché per il timore riformulare una domanda sciocca. Eppure se si chiede perché è perché non si conosce la risposta. Dunque non si può nemmeno sapere se la domanda sia o meno “stupida”. Per timore si tace. L’unica cosa stupida, in realtà, è non chiedere.