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martedì 24 ottobre 2017

Andiamo oltre Moretti e Sordi nel disastro sociale esistente










CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO.IT ANDREA SCANZI

Non sono d'accordo,Alberto Sordi è stato un grande attore,ma ha rappresentato in quasi tutte le interpretazioni l'italiano furbo e scaltro che ha fatto danni enormi e che continuano purtroppo.
Nanni Moretti fa parte di un'ideologia del secolo scorso quando la sx poteva competere in quella società,e di riflesso con le sue pellicole,ora con il massacro sociale esistente e la difficoltà di invertire un trend del genere,poichè non c'è manco più il lavoro d'un tempo dove poter far leva,affermare qualcosa di sx appare quasi impossibile.

Lasciamo intatta la memoria di una grande attore,piccolo,piccolo però,e il ricordo dei bei tempi che furono del regista-attore un po' spigoloso,ma cerchiamo altrove le risposte del quotidiano e soprattutto del domani.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 1 settembre 2016

E la Lorenzin tirò fuori dal cilindro il fertility day

















Il Fertility day? Retrogrado, osceno e aberrante

di Andrea Scanzi

Il #fertilityday è aberrante, retrogrado, indecente. Qualcosa di profondamente osceno, bigotto, razzista, sessista. Un abominio autentico, immorale e oscurantista. Ho passato tutta la giornata di ieri a sperare che fosse solo uno scherzo. E invece. Siamo davvero oltre ogni leggenda.

In primo luogo, se una donna (e una coppia) decidono di non fare figli, di sicuro non cambiano idea se glielo dice la Lorenzin. In secondo luogo, una donna (e una coppia) possono decidere di non fare figli perché magari poi il figlio somiglia alla Lorenzin, e questo per i genitori sarebbe francamente tremendo. In terzo luogo, ma capisco che per la Lorenzin sia un concetto troppo complicato, non fare figli spesso non è una scelta.

Invece di lanciare campagne “promozionali” così bieche e dolorosamente insultanti, peraltro orrende da un mero punto di vista tecnico (le foto fanno schifo, gli slogan sembrano scritti da Jimmy Lo Zozzo e il sito è bloccato), la Lorenzin potrebbe per esempio battersi per dare alle donne più lavoro, più garanzie, più aiuti. Più asili nido, più mense scolastiche, più servizi. Più salari, più certezze.

Invece siamo qui a commentare un sedicente ministro, oltretutto con più capelli che voti, che riduce sostanzialmente (e orribilmente) la donna a “involucro con una data di scadenza” e che riecheggia la vile propaganda del Ventennio: “La fertilità come dovere, l’infertilità come colpa”. Il governo Renzi – Matteo, hai nulla da dire su questa cosa così meschina? – è sempre più spesso la variante ridicola 2.0 del fascismo: patria, ottimismo, hashtag e propaganda. Che orrore.

Ah, dimenticavo. Desidero girare alla esimia Lorenzin un tweet che ho letto ieri. È firmato 50sfumaturedisorriso e dice così: “Lorenzin, ho 42 anni, non posso avere figli, ho avuto 3 aborti, nessun sostegno psicologico in ospedale. Il #fertilityday infilatelo su per il…”. La Lorenzin ha licenza di terminare il detto tweet come meglio crede. Con ossequi. Eia eia alalà.



In un paese ad alto tasso di corruzione e evasione fiscale,la Lorenzin o chi per esso,dovrebbe scrivere dove gli pare,che le coppie giovani in stragrande maggioranza precarie,sfruttate in modo indecente,disoccupate frequentemente.ringraziano coloro che ho citato all'inizio del commento.

E per quei pochi che hanno il coraggio di mettere al mondo un figlio,valgono le mancanze che ha descritto benissimo Scanzi in questo post.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 15 agosto 2015

Aiuto,aiuto,arrivano Salvini e Grillo











‘Se perde Renzi vincono Salvini o Grillo’. E quindi?

di Andrea Scanzi

Non so se ci avete fatto caso, ma in giro si trovano sempre meno renziani. Lo voterebbero ancora in tanti, ma gli invasati sono diminuiti. E’ passato poco più di un anno dal boom delle Europee, ma sembran dieci o venti. Lasciando stare i renziani folgorati sulla via del ducetto caricaturale di Rignano, null’altro che berlusconiani 2.0 che tifano Renzi come si può tifare una squadra di calcio, è significativo ascoltare le motivazioni residue di chi lo voterebbe ancora (sebbene già molto delusi dal suo operato).

Qual è la loro tesi di fondo? Perché lo fanno? Per abitudine, perché “una volta il Pd era il Pci“, perché “in fondo è ancora di sinistra”. Frasi che conosciamo. C’è però una frase oggi più gettonata di ieri, ed è questa: “Meglio votare Renzi, perché altrimenti al governo ci vanno Salvini o Grillo“. Parliamo dunque, e ancora, di un voto non al “meglio” ma al “meno peggio”. E’ la tesi degli stanchi fedeli alla linea (quale linea?) tipo Staino, Zucconi o Lerner. E fin qui nulla di nuovo. Ma è perfino la tesi delle dirette interessate come Serracchiani e Boschi. Le quali, consce di non avere granché doti, chiedono il voto non perché sono credibili ma perché si ritengono (sbagliando) meno peggio dei loro avversari.

Riflettiamo su questa frase, che è poi una minaccia neanche troppo velata: “Ehi, votate noi, altrimenti sarà il disastro e l’Apocalisse cadrà sulle vostre vite“. E’ davvero così? Veramente, se Renzi non fosse al governo, il paese andrebbe incontro allo sfacelo (più di quanto già non accada)?
Ipotizziamo una vittoria di Salvini. Sarebbe il disastro? La morte, la fine? No. L’Italia avrebbe solo l’ennesimo governo bruttino, brutto o bruttissimo di centrodestra. A livello nazionale Salvini non vince neanche un torneo di Subbuteo, quindi dovrebbe allearsi (al di là delle sue sparate e promesse) coi soliti noti. Berlusconi su tutti. Avremmo quindi un governo tipo quelli del 2001 o 2008: orrendo, ma sopravviveremmo. Anche in tema di immigrazione, dopo aver titillato gli umori peggiori del paese per allargare il consenso, una volta al governo Salvini farebbe quello che ha sempre fatto la Lega: niente. Io non voterei mai Lega Nord, men che meno su scala nazionale (mentre capisco chi lo ha fatto in Veneto tenendo conto che l’alternativa principale era una come la Moretti), ma finiamola con questi scenari da nuovo nazismo, da dittatura o da fine del mondo. Fedriga ministro sarebbe da incubo, ma non so se più di una Pinotti (è una gara dura, sì).
Ipotizziamo ora una vittoria dei 5 Stelle. Certo, se la stessa domanda fosse stata posta due anni fa, magari dopo aver visto lo streaming disastroso con cui gli ineffabili Lombardi e Crimi riuscirono a polverizzare in cinque minuti almeno due milioni di voti, molti avrebbero detto: “Oddio no, il mio paese a questi dilettanti allo sbaraglio non lo darò mai!“. Ovvio. Però sono passati più di due anni, i 5 Stelle governano in molte realtà (senza che quelle realtà siano andate incontro all’Armageddon) e nel frattempo Grillo e Casaleggio – altri “scacciatori” di voto per tanti moderati o delusi di sinistra – sono sullo sfondo. Davvero c’è qualcuno che trema all’idea di avere al governo Di Maio, Morra o Di Battista? A chi fa paura questa gente? Anche la critica di “competenza” è ormai ridicola, perché attualmente al governo non ci sono le Nilde Jotti ma le Madia: se questo è il livello, tutti – ma proprio tutti – possono andare al governo. Sfido chiunque dotato di un minimo di onestà intellettuale a sostenere che una Picierno sia più preparata di una Lezzi.
Il ritornello “Se perde Renzi vincono Salvini o Grillo“, più che una tesi convincente, sembra la mossa della disperazione da parte di tanti elettori renziani che, in privato, probabilmente si vergognano di farlo. Una sorta di copertina di Linus per le loro coscienze: una frase che dia loro il brivido autoassolutorio dell’innocenza. Resta però, ora più che mai, una frase priva di senso: se non ci fosse Renzi, questo paese andrebbe avanti come sempre ha fatto e sempre farà. Forse peggio, probabilmente meglio. Con tutta la buona volontà, pare arduo ritenere salvifica e addirittura indispensabile questa accolita sghemba di arrogantelli impreparati.
Quando vi dicono “Se perde Renzi al governo vanno Salvini o Grillo“, rispondete così: “E quindi? Peggio delle Boschi e dei Faraone è impossibile. Vai tranquillo“. Non potranno darvi torto (anche se ci proveranno).



La differenza fondamentale tra le alternative Lega col caimano incorporato e le Stelle,al posto del rignanese ormai quasi alla frutta,è che i primi tutto sommato avrebbero le benedizioni della confindustria e dei poteri che contano "poco" in questo paese,ma alla fin, fine influenzano eccome.

Dubito che ci saranno mai i grillini al governo,anche se ha ragione Scanzi,peggio di ciò che si è visto dai cosiddetti rottamatori sarà difficile osservarne anche in futuro,ma l'ago della bilancia,potrò sbagliarmi,saranno sempre quelli che tirano i fili di un paese ormai allo sbando.

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sabato 8 agosto 2015

Direzione Pd:Tra i piagnistei del sud e minacce in salsa salernitana


















Renzi e la direzione Pd: un riassunto

di Andrea Scanzi

Ieri ha avuto luogo la direzione Pd. La “direzione Pd” è un rito laico che si celebra ciclicamente, il cui unico scopo è quello di ribadire il dominio totale di Renzi nei confronti dei cosiddetti “dissidenti”. Funziona così: prima della direzione Pd i “dissidenti” rilasciano dichiarazioni minacciose nei confronti di Renzi e della sua ghenga tragicomica; poi, giunti al di Lui cospetto, i “dissidenti” si fanno trattare come pezzenti e godono visibilmente nel farsi trattare così. E’ una forma di masochismo come un’altra, anche se personalmente continuo a preferire un trampling da Rosario Dawson in tacco 12 che non un insulto ricevuto da un premier caricaturale.

Ieri, durante la direzione Pd, è successo questo:
- Il ducetto pingue, protetto dalle sue ancelle photoshoppate e dai suoi paninari invecchiati, ha garantito che rilancerà il Sud. Per farlo verranno adottati provvedimenti e ricette specifiche, che Renzi e i suoi, non conoscendoli, hanno accuratamente evitato di menzionare.
- Renzi ha accusato il Sud di eccedere in piagnistei, emulando in questo uno dei tanti pesci piccoli che però – in confronto a lui – sembra quasi un gigante: Salvini.
- Renzi ha criticato il Sud per essersi affidato a politici che ne hanno acuito la crisi. Curiosamente, larga parte di quella stessa gente che ha acuito i problemi del Sud era – ed è – seduta accanto a Renzi.
- Renzi ha indicato De Luca come esempio di Sud che funziona, che è un po’ come indicare il disastro di Fukushima come obiettivo massimo per uno scienziato.
- De Luca ha allegramente insultato e minacciato Peter Gomez. La direzione Pd, democraticamente, ha riso. E’ la stessa gente che, se scrivi che la Boschi si fa ritoccare le foto (copertina Sette) per camuffare le 70-80 libbre di adipe ruspante da caviglie, cosce e glutei, grida al “sessismo”. Ed è la stessa gente che, se chiami Renzi “ducetto pingue”, grida piccata alla lesa maestà. Vamos.
- Non meno dei loro maestri berlusconiani, i renzini ultrà di fronte alle critiche non replicano, ma si aggrappano all’insulto ipotetico. Se gli dici che è democraticamente infame sfasciare la Costituzione, salvare Azzollini, fregarsene della questione morale, distruggere la scuola pubblica, bombardare lo Statuto dei Lavoratori (senza con ciò ottenere mezzo risultato positivo contro la disoccupazione), avere portato al governo una classe dirigente ridicola e comportarsi come e anzi peggio di Berlusconi, loro ti dicono che la cosa grave non sono i comportamenti di Renzi ma il fatto che tu abbia usato la parola “infame”. Sono meravigliosi. C’mon.
- Durante la direzione Pd Renzi si è puntualmente atteggiato a figo, con quel suo modo di fare a metà tra il Verdone tamarro e il fanfarone del bar di provincia zimbellato (giustamente) da tutti. Ogni volta che parla, e fa quelle pause da teatrante impacciato, basterebbe che qualcuno si alzasse e gli dicesse: “O grullo, vien via e vai a casa dal babbo, su, che c’è un limite anche alle bischerate”. Ma nessuno glielo dice, e se aspettiamo Bersani, buonanotte.
- Al termine della direzione Pd, Renzi ha promesso di rilanciare il Sud, di abolire la morte e di regalare a tutti l’ultimo di Jovanotti. Lì è partita la standing ovation.
(Questo articolo è maschilista e sessista. Se ne consiglia l’uso previa somministrazione di Boldrinox e Boschizina).



A me paiono come tanti fantozzi quelli della claque davanti a lui,l'unica differenza che hanno uno stipendio discretamente maggiore del povero ragioniere,dai piagnistei del mezzogiorno ad arrivare a chi li ha governati localmente,per finire allo sceriffo delle minacce in salsa di Salerno,paiono una congrega che si sta scavando la fossa elettorale appena si potrà votare,potranno esistere al primo turno,al secondo passeranno dal vicolo corto dell'opposizione.

Per risolversi un po' di grattacapi sui senatori regionali e le milionate di emendamenti dovrà nuovamente aprire col caimano,altrimenti salterà come i tappi a capodanno.

sabato 9 maggio 2015

Turarsi tutti gli orifizi e votare Pd:Parola di Michele Serra



















È sempre un piacere leggere Michele Serra, dai tempi di Cuore.

di Andrea Scanzi

Due giorni fa,su Repubblica,ha scritto una lettera a Civati così riassumibile: mi stai simpatico,però continuerò a votare Pd. “È da una vita che preferisco quelli come te, gli irrequieti, i curiosi, i movimentisti, li sento più affini, più liberi, perfino più convincenti, ma alla fine butto il mio voto, per sicurezza, nel calderone più grande a disposizione, quello del partitone di massa”.Verrebbe quasi voglia di pensare a Serra come a uno dei tanti nati incendiari e divenuti pompieri.Sarebbe un errore: Serra è sempre stato così. Già 35 anni fa,pur affettuosamente, accusava Gaber (su L’Unità) di prendersela con tutti e dunque di indebolire il “partitone di massa”. Serra incarna al meglio la figura dell’intellettuale critico ma organico, che si arrabbia ma poi vota sempre gli stessi: “Non mi pongo come esempio, magari sono speculare a Montanelli quando, da destra, invitava a votare Dc turandosi il naso (certi giorni bisognerebbe averne due, di nasi da turare, per votare Pd)”.Con il consueto tono apparentemente autocritico ma in realtà autoconsolatorio, Serra scrive: “Ormai mi conosco, voglio bene a Vendola ma l’ho votato una volta sola, mi piaceva lo Psiup ma votavo Pci, leggevo con devozione Luigi Pintor ma votavo Pci, lavoravo con Grillo ma votavo Berlinguer, dirigevo Cuore ma votavo Occhetto,non c’è niente da fare, forse è un morbo, forse un vizio, il mio amico di penna Vittorio mi sgrida,«sei il tipico italiano di mezzo, incapace di ribellarsi al presente»”. Serra non arriva certo a improvvisarsi ultrà renziano come Sergio Staino:“Vogliamo disegnare Renzi col fez? Complimenti! Così poi strabordano grillini e leghisti”. Staino esplicita la grande paura di molti intellettuali di sinistra: il“grillismo”, di fronte al quale è preferibile tutto. Ma proprio tutto. Persino la Boschi.L’atteggiamento di Serra, infondo, è quello dei bersaniani: un malpancismo tenue, di chi reputa Renzi un bullo caricaturale ma sopportabile.Uno che va votato: “Per cercare di vincere (ogni tanto) oppure di perdere un po’meno (quasi sempre)”;“Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli. Spiegaci (Civati) come si fa a ribellarsi in molti, rimanendo popolo, rimanendo massa, e giuro che ti voto”. Serra sorvola su un aspetto dirimente: lo scenario attuale non c’entra nulla con quelli passati. Non si tratta più di preferire Berlinguer a Capanna,Prodi a Diliberto o Bersani a Vendola. Quello era il classico voto utile (già, ma utile poi a chi?). Oggi no, e fingere da intellettuali che il “partitone” sia quello di sempre è colpa grave. Significa, per dirla con De André, “essere per sempre coinvolti”(“per quanto voi vi crediate assolti”). Votare il Pd attuale “per cercare di vincere” è un approccio calcistico che va bene per Serra (Davide, il broker commendatore) ma non per Serra (Michele). Civati gli ha risposto: “Davvero il compito storico della sinistra è di adeguarsi,di cedere,di rinunciare a se stessa e di portare i suoi voti dentro un calderone?”. Certo che no.E Serra lo sa (la satira è da sempre minoritaria). Come sa bene che Renzi ha portato il “partitone” a quella “mutazione antropologica che va addirittura oltre tutti gli scandali che l’hanno coinvolta nel passato”(ieri Travaglio). Votare Renzi è naturale per Porro, non per chi ha combattuto il berlusconismo (che continua anche dopo Berlusconi). Davvero Serra,dopo avere criticato per una vitala mancanza di meritocraziadelle Gelmini, intende ora vota-re con zelo zdanovista le Picier-no? Davvero Serra non prova imbarazzo, e anzi dolore, quando Renzi sfascia scuola, diritti dei lavoratori,Costituzione? Davvero Serra non soffre quando vede lo zozzume che insozza il Pd campano e che ha fatto dire al suo amico Saviano che “in Campania Gomorra è nel Pd”? Caro Michele, votare oggi (questo) Pd non significa votare ancora “il partitone di massa”: vuol dire, esattamente,votare quello contro cui uno come te ha sempre combattuto.



Obiettare che ci siano delle enormi contraddizioni in Serra pare un eufemismo,meglio sarebbe per lui tacere e turarsi tutto il possibile votando l'indicibile,ma non fategli sapere che il suo voto sarà in comunità con parecchi che hanno abbandonato il caimano,anche se sicuramente troverebbe altre giustificazioni e masturbazioni mentali da apporre.

Inserirsi nell'aventino astenendosi non è piacevole,si viene accusati di qualunquismo,ma se non esiste nulla da scegliere per i vari motivi conosciuti,va bene così e in attesa di tempi migliori semmai un giorno arriveranno.

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domenica 21 dicembre 2014

Il bombardamento mediatico verso l'uomo del momento



















Renzi su Raiuno, cinegiornale Luce 2.0: ‘Un premier da amare’

di Andrea Scanzi

L’unica nota lieta, dello straziante (sin dal titolo) Un mondo da amare, è stata la decisione di Matteo Renzi di andare sì da Antonella Clerici ma non a La prova del cuoco: sarebbe stato difficile, in quel caso, scorgere differenze percettibili tra lui e una melanzana. Vuoi per le sempre più generose forme, vuoi per i sempre meno generosi contenuti. Il Presidente del Consiglio, in costante decrescita (non solo) nei sondaggi, aveva bisogno di un altro bagno nel nazionalpopolare e ha trovato consono il vestitino cucitogli addosso su misura da RaiUno, con uno speciale in prima serata che è parso per metà uno spin-off di Ti lascio una canzone e per l’altra una variante 2.0 dell’Istituto Luce di fascistissima memoria.

Lo spettacolo è stato vieppiù raggelante e l’unica voce vagamente contraria all’Expo, argomento teorico dell’adunanza, è stata quella di Ornella Vanoni. Per il resto canzoni deboli dei Modà (“Per avervi ho dovuto fare i patti col diavolo”, ha detto la Clerici: bei tempi quando ci si accordava col Demonio per avere l’anima di Robert Johnson). Lezioni noiosissime di Roberto Vecchioni. Frasi fatte, tacco 12 di Cristina Parodi (di gran lunga la cosa migliore del programma), nenie natalizie e uno share del 19.55%: 4 milioni e 72mila persone, tante ma comunque meno della seconda puntata di Senza identità su Canale 5. Nel mezzo, come un apostrofo rosa tra le parole “che” e “pena”, poco dopo le ventidue, lo spottone elettorale per Renzi. Teoricamente intervistato dai bambini. Per il presidente del Consiglio non è una novità: era già stato accolto da cori di “balilla” (incolpevoli) in Sicilia, non meno della statista Boschi che aveva ricevuto analogo trattamento dagli scolari della natìa Laterina. E non è nuova neanche l’idea di farsi intervistare dai bimbi. Era già accaduto con Papa Giovanni Paolo II, che aveva ricevuto domande sincere.

“Usare i bambini” è pericolosissimo ed è accettabile unicamente se li si lascia liberi di essere se stessi: infantili, innocenti, buffi. Naturali. Due sere fa, però, davanti a Renzi c’erano bambini imbeccati dagli autori, che li avevano “dotati” di quesiti tristemente preparati. Vespa fingeva domande cattive (“Gli italiani quando potranno comprare una pizza in più?”). La Clerici ridacchiava alle pseudo-battute di Renzi. E lui, il Premier, esibiva tronfiamente la sua simpatia presunta e il suo ottimismo stantio. “Mettiamo da parte il pessimismo”. “L’Expo è un’occasione per voler bene all’Italia”. “No ai furbetti” (apprezzabile autocritica). Fino all’apice assoluto della sua visione politica: “È come se l’Italia non sapesse farsi i selfie”.

Un mix tra uno slogan di Tonino Guerra, un brano minore di Jovanotti e un brano qualsiasi dei Righeira. Un pensiero così elaborato che, dopo averlo pronunciato, Renzi si sarà verosimilmente dovuto riposare, giusto per controbilanciare l’immane sforzo neuronale. Nel frattempo i poveri bambini mettevano sempre più tenerezza (“Perché le riunioni di governo si chiamano di gabinetto?”), la regia mandava La traviata e la Clerici poneva domande irrinunciabili a Vespa: “Cosa ti faceva mangiare nonna Ida?”. Se Berlusconi avesse fatto anche solo un decimo di quanto hanno avuto il coraggio di imbastire Rai e Renzi, la “sinistra” avrebbe marciato su Roma. Significativa, in ogni caso, la performance (registrata) di Bocelli alle ore ventitré: “Nessun dorma”. Un’esortazione, più che un’esibizione. Purtroppo per lui, e per Renzi, dormivano però già tutti da un bel pezzo.



Quando i poteri che gestiscono quel po' che c'è da gestire in questo paese ormai straccione,lo fanno con tutti i mezzi possibili,c'era da sponsorizzare il sobrio Monti e vai,nonostante fosse simpatico come un tuffo nelle ortiche,il caimano ci pensa da solo a sponsorizzarsi apparendo in ogni angolo degli studi,e gli elettori che gli rimarranno fedeli lo voterebbero anche imbalsamato un giorno.

Ora c'è il piacione annunciatore,che fa passare qualsiasi cosa sulla carne della gente,su altri temi fa l'indiano,ma del resto fa la sua parte,altrimenti il sipario poco a poco si chiude.

Il valium mediatico continua ad avere successo.

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giovedì 27 novembre 2014

Tv o non Tv by cinque stelle














M5S e tivù, pro (molti) e contro (qualcuno)

di Andrea Scanzi

La vicenda M5S-tivù sta diventando sempre più uno psicodramma. Ci mancava solo lo scontro tra Walter Rizzetto e Beppe Grillo. Non ha fatto mancare il suo pensiero anche Serenella Fucksia, instancabile disboscatrice di consensi. In attesa di comprendere perché Tafazzi sia diventato lo stratega del Movimento 5 Stelle, sorge una curiosità: non è che, per caso, Grillo e Casaleggio non vogliono che i parlamentari vadano in tivù perché li ritengono inefficaci? All’inizio era così e, per acquisire consensi, bastava che Grillo costringesse la tivù a parlare di lui. Poi però qualcosa, anzi molto, è cambiato. Il “no” alla tivù, spiegato più volte in cervellotici post sul blog di Grillo, ha certo una valenza ideologica per Casaleggio, secondo il quale la tivù è morta come pure i giornali. I talk show agonizzano. Tutto vero o verosimile. Come è vero che, nonostante la tivù, il M5S ha perso le Europee. Certo, però a maggio ha superato il 20%: sarebbe accaduto senza tivù? Oltretutto quello che inciampò sul traguardo fu Grillo da Vespa, mica la Taverna a UnoMattina.

Per chi vuole leggere l'intero articolo

CLICK IL FATTO QUOTIDIANO



A furia di seghe mentali in quantità industriale,se Tv o non Tv,il movimento se ne sta andando a percentuali miserabili,ottima esperienza ma è da archiviare,lasciate i due guru a se stessi,ormai sono bolliti all'interno della loro sfera di cristallo.

per eventuali notifiche - iserentha@yahoo.it

giovedì 7 agosto 2014

Maurizio Gasparri:Come si possa vivere di politica senza neuroni




Maurizio Gasparri, Al Pacino de’ noantri

di Andrea Scanzi

Maurizio Gasparri non vive una vita facile. Raro caso di uomo che dice cose intelligenti solo quando lo imitano, suole esibire uno sguardo fieramente bovino che trasuda una vacuità orgogliosamente ostentata. Spera di sentirsi bello come Al Pacino (gliel’ha detto sua moglie), twitta a raffica senza avere capito nulla dei social. Prima sbaglia il cinguettio e poi blocca chi lo insulta, non prima di averlo a suo volta insultato.

Ogni tanto scrive a Obama, convinto che Obama gli risponda o anche solo sappia chi sia ‘sto Gasparri. Se la prende con gli inglesi “boriosi e coglioni”, comportandosi come un tifoso qualsiasi (quale lui in effetti è) e dimenticandosi di essere vicepresidente del Senato (quale lui purtoppo è).

Difende Tavecchio, decretandone di fatto la fine. Eternamente gradasso e diversamente indomito, di recente ha pure svilito la memoria di Pantani e ironizzato bassamente sulla Mogherini.

Con un talento a suo modo accecante, non ne indovina una. Ha dato il nome a leggi mai lette né men che meno comprese, ha regalato battute facili a qualsiasi comico (basta dire “Gasparri” e qualsiasi pubblico ride: provateci). Essere Gasparri non è facile e la situazione gasparriana sembra peggiorare. L’altra sera ha partecipato all’avvincente veglia del Foglio pro-Israele. Era presente tanta bella gente. C’era Ferrara, c’era Casini, c’era Socci. C’era Pigi Battista, c’era Lupi, c’era la Chirico. Peccato solo per l’assenza del Canaro: non avrebbe sfigurato.

Adagiato accanto al palchetto come una statua di media fattura, forse abbandonata dal suo scultore prima di essere completata come forma di apprezzabile autocensura, Gasparri pareva persino più confuso del solito. L’incipit di Ferrara, del resto, non lo aveva aiutato: “Questa è un’occasione per pensare insieme e condividere qualche riflessione”. “Pensare”, “riflessione”: parole distanti e forse aliene. Avvertitosi definitivamente fuoriluogo, l’Al Pacino romano non ha così nascosto di trovare sconosciuto il motivo della sua presenza (e forse pure l’esistenza di Israele). Mentre gli esimi relatori parlavano, lui rideva fuori tempo. Twittava. Incespicava sullo spigolo del palco. E – tutto questo – senza mai smettere di dare la sensazione di uno che si chiede quand’è che si mangia e dove diavolo hanno nascosto il buffet. Gasparri è vittima da decenni di una satira vile e malvagia: è ora di finirla. L’uomo non è mai parso smarrito come adesso. Ha bisogno di aiuto e conforto. Gli siamo vicini: non mollare, Maurizio.



La sua dabbenaggine è senza confini,talmente smisurata,possiede un'unica dote,non c'è alcuna spiegazione come abbia potuto farsi eleggere e vivere di politica da una vita,mi porrei parecchi interrogativi tra i suoi elettori..."sempre che sappiano porseli".



per eventuali notifiche - iserentha@yahoo.it

mercoledì 18 giugno 2014

L'inutile streaming tra il genovese e il toscano




Legge elettorale: Pd-M5S, Renzi tirerà dritto come nulla fosse

di Andrea Scanzi

Il Ministro Karina Huff Boschi, con consueta incompetenza vagamente ilare, ha fatto sapere che il Pd valuterà la proposta (tardiva) dei 5 Stelle. Al tempo stesso, il mai stato giovane Presidente Orfini, ex bersaniano e attuale Fabris del Partito Democratico, avrebbe fatto sapere che comunque “l’Italicum non si tocca”. E’ più sincero il secondo: l’incontro Pd-M5S si farà ma non porterà a nulla. Se il Pd aprisse ai 5 Stelle, da un lato li accrediterebbe come forza politica e dall’altro metterebbe in discussione l’infinita schifezza infantile del cosiddetto “Senato alla francese”, che chiaramente M5S non può avallare (infatti ha appoggiato la proposta Chiti).

Renzi si trova a un bivio: o le riforme sensate e una legge elettorale degna con M5S, col rischio – sì, per lui è un rischio – di uccidere politicamente Berlusconi; oppure continuare a sfruttare la debolezza del Caimano, che allo stato attuale pur di vivacchiare accetterebbe qualsiasi proposta (anzitutto immorale). Se Renzi giungesse ad accordi con i 5 Stelle, potrebbe addirittura varare qualcosa di stranamente giusto e perfino un po’ di sinistra: ipotesi che non può nemmeno concepire, perché non ci è abituato.

Luisella Costamagna, sul Fattoquotidiano.it, ha chiesto al goffo Premier: #staiconSilvio o #staiconGrillo? Ovviamente Luisella conosce benissimo la risposta: raramente, in politica, i figli uccidono i padri. La mossa dei 5 Stelle, che doveva avvenire già a gennaio, può servire unicamente a svelare il bluff dei renzini, novelli berluschini 2.0 che – salvo rari casi – mirano a fama e potere. I 5 Stelle possono cioè smascherare definitivamente la natura berluschina di Renzi, evidenziando come i suoi amplessi costituzionali stipulati – in gran segreto – al Nazareno siano dettati non da “mancanza di alternative”, che ora esistono, ma da radicate e conclamate “affinità elettive” tra Pd e Forza Italia. E’ però tutto da dimostrare che gli elettori capiscano, o che comunque reputino tale aspetto sgradevole. La forza politica di Renzi, buffo e terribile “Pacioccone Mannaro”, è proprio quella di garantire il mantenimento dello status quo e dunque una serena morte democristiana: l’aspirazione massima per non pochi italiani.



Ma come potrebbe rinunciare al 40% che gli hanno accreditato quasi un mesetto fa.mica sono solo stati i 40 eurini a nutrire quella percentuale,l'accordo al Nazareno col caimano ha dato altrettanti voti,una buona parte dei moderati s'è reso conto di avere nuovamente un eminente democristiano erede del satrapo ormai "incagnolinato e pascalizzato".

La verifica di tutto ciò,è la stampa ormai schierata al 90% che appoggia e non osa criticare qualsiasi cosa che gli esce di bocca,gli stellini si godano qualche altro insulto in streaming,forse gli unici concetti che riuscirà a ricevere.

per eventuali notifiche - iserentha@yahoo.it

sabato 14 giugno 2014

Le agghiaccianti cronache politiche nostrane




M5S: Farage, Pizzarotti e il masochismo che fa gioco a Renzi

di Andrea Scanzi

La violenza e l’arroganza di Matteo Renzi nei confronti dei senatori dissidenti ha un che di tristemente fascista. Dietro i modi garbati e le supercazzole jovanottiane, si nasconde la veemenza livida – e pericolosissima – del ragazzotto impacciato e permaloso che porta via il pallone se qualcuno (giustamente) gli dice “brutto”. Sembra di stare dentro a ‘Il potere dei più buoni’, una delle tante canzoni profetiche di Giorgio Gaber. Consegnandosi mani e piedi ai renziani, peraltro – fatte salve sporadiche eccezioni – una delle classe politiche più impreparate e caricaturali mai viste in Italia, il Pd non è diventato soltanto la nuova (cioè vecchia) Democrazia Cristiana: è divenuto pure un partito assolutista e iper-personalistico.

O stai col Mister Bean di Rignano, o non conti nulla. Evidentemente il Pd vuole superare M5S anche nelle epurazioni. I Mineo e i Civati, sempre troppo tardi a questo punto, dovranno prenderne atto e migrare altrove, magari per dare una mano alla Lista Tsipras. C’è un limite anche al masochismo. Forse.

Sono passate poche settimane dal trionfo del Pd alle Europee, eppure sembra tutto già lontano. Le ferite di Livorno e Perugia sono state elaborate malissimo dai renziani, che concepiscono la sconfitta come un’onta. Alla Camera, relativamente alla responsabilità civile dei magistrati, i franchi tiratori hanno nuovamente ridicolizzato il partito, dimostrando una volta di più come i primi ad avere bisogno del bicameralismo (e dunque del Senato) siano i piddini: per rimediare alla bischerate che fanno.

Il Pd, paradossalmente, è in difficoltà. Nonostante quel quasi 41 percento del 25 maggio, cifra enorme ma che rimane al momento una grande vittoria di Pirro: il Parlamento italiano resta quello che è e senza Alfano e Berlusconi, ovvero i suoi migliori amici, Renzi non va da nessuna parte. Ora come non mai l’opposizione avrebbe gioco facile. Basterebbe poco a mettere in difficoltà il dittatore dello stato libero di Jovonattia Matteo Renzi. In Italia l’opposizione è quasi soltanto il Movimento 5 Stelle. E invece loro che fanno? Si danno i calci negli zebedei da soli, come tanti piccoli Tafazzi.

L’attività parlamentare, spesso encomiabile (vedi il pacchetto anti-corruzione proposto al Ministro Orlando), viene spesso offuscata da errori imbarazzanti. Due, in particolare.
1) Farage. Ho contestato più volte, io come molti, l’accordo con Ukip al Parlamento di Bruxelles. Può essere accettato solo in funzione strategica, e anche in quel caso si fatica comunque a ingoiare. La consultazione di ieri è stata poco più che ridicola. I Verdi sono stati esclusi dalla votazione e l’unica scelta ipotizzabile era appunto Farage. Che ha vinto con maggioranza bulgara, ma i reali trionfatori sono stati gli astenuti. Due su tre non hanno votato. Due su tre avrebbero verosimilmente votato Verdi e vomitano – verosimilmente – al pensiero di avere accanto un nazionalista xenofobo. Sto parlando della “base”, teoricamente più talebana: figuriamoci gli elettori. Se la consultazione doveva essere così concepita, tanto valeva non farla.
2) Pizzarotti. Per certi versi la trovo una vicenda ancora più grave. Non sono amico del sindaco di Parma, lo premetto per disinnescare la critica facile e idiota del “difendi un amico”. Lo conosco, questo sì. Ci ho parlato varie volte. L’ho visto anche domenica scorsa alla festa del Fatto a Taneto di Gattatico. Se volessi ridurla a una battuta, direi che non mantiene le promesse neanche con me: aveva promesso di portare a Parma il mio spettacolo su Gaber e non lo ha fatto. Ma ovviamente sarebbe una battuta: ci ha provato e non gli è riuscito. Non sono di Parma, ma trovo che Pizzarotti stia lavorando bene. Ha ereditato una situazione devastante (per colpa di Pd e Pdl) e ci sta provando. E secondo me ci sta provando bene. I primi a difenderlo, convintamente, dovrebbero essere i 5 Stelle: se poi Pizzarotti sta antipatico a Casaleggio perché troppo “indipendente”, con rispetto parlando, non ce ne frega niente: non tutti, per fortuna, coltivano la vocazione del soldatino.
Governare è appena più complicato di promettere. La polemica sull’inceneritore è capziosa e un po’ disonesta, perché Pizzarotti non poteva impedire che l’inceneritore partisse. La campagna elettorale all’insegna del “fermeremo l’inceneritore” l’ha fatta molto più Grillo che lui. Che senso ha attaccarlo sistematicamente, oltretutto in questi giorni di festa (Livorno eccetera) e di implosioni altrui (Mineo eccetera)? Cosa gliene frega agli italiani delle beghe emiliane tra i talebani in servizio permanente e chi – invece di scrivere amenità e difendere a prescindere i vertici – prova a governare una città con onestà?
Ogni tanto il blog diventa ricettacolo di yesmen che vomitano bile a caso contro “i nemici interni” e i “falsi amici”: che senso ha? Cosa ce ne frega? Non capiscono che sono tutti assist giganteschi a Renzi? Non capiscono che, così facendo, regalano altri milioni di voti a questo Pdi? Non capiscono che, se tratti così Pizzarotti, i renziani rintuzzeranno sempre le critiche alla dittatura mocciana del Presidente del Consiglio con i “Sì però voi epurate Pizzarotti e state con Farage, siete fascisti”?

Perché queste energie sprecate, questo masochismo, questo gusto innato per l’auto-sabotamento? Possiamo parlare di cose serie e chiedere agli integralisti ortodossi, che certo avranno le loro ragioni, di litigare al telefono o comunque in privato? Posso dire, dimenticando i francesismi, che non me ne frega una beatissima mazza di quello che pensa Bugani di Pizzarotti mentre mi interessano moltissimo le battaglie che compiono i Di Maio e i Morra? Si accusa Pizzarotti di preparare un futuro come leader dei “dissidenti” grillini. Lo conosco poco, ma dubito che il sindaco di Parma sia così imbecille da mettersi a capo di una milizia smandruppata e fantozziana composta perlopiù – spesso, non sempre – da frignoni, figure comicamente impalpabili e martiri queruli di professione.
Il presente è Renzi che prepara una dittatura morbida: che dite, Grillo e Casaleggio, la finiamo con le beghe da asilo nido?



Dopo vent'anni di potere caimano personalmente profuso a contrastarlo,dopo che negli stessi anni la peggiore opposizione mai vista beveva e mangiava a tarallucci e vino con la destra,e dalle europee si è rifatta con il clone di arcore con uno spiccato accento toscano,e soprattutto dopo aver preso atto che il nuovo che avanza dopo l'ultimo accordo con la gentaglia inglese è diventato totalmente inguardabile.

Che dice Scanzi,con il certificato elettorale che ci devo fare? Lo lascio nel cassetto che è meglio.

P.s.

Dopo l'ennesima figura di merda della sx tramite tsipras-spinelli,mi verrebbe voglia di dargli fuoco! Mi basta e avanza tenermi aggiornato con frequenti sforzi di vomito.

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sabato 7 giugno 2014

Il mose,Galan e l'intero paese ormai una fogna



Inchiesta Mose: ‘Giancarlone’ Galan, il Nordest e i due mutui da pagare

di Andrea Scanzi

Non se lo aspettava nessuno, o così amano dire elettori e amici di Giancarlo Galan. Quello che, per una professoressa del liceo, all’Università non ci sarebbe neanche dovuto andare: “È un ragazzo goffo, non si impegna e vuole sole divertirsi, al massimo potrebbe fare l’idraulico”. Quello che chiamano “Pantagruele” e “Giancarlone”, padre medico e partigiano nel Partito d’Azione, fratello oculista notissimo. Quello che, a leggere un appassionato articolone di Salvatore Merlo ieri sul Foglio, “si veste con cura da quando si è risposato, ha cambiato moglie e sarto, è mite e garbato e ha un buon rapporto con il mondo”.

Galan, durante Tangentopoli, tifava per i magistrati: “Non ho mai sopportato corrotti e corruttori. Non tollero le malversazioni, le ruberie. Con i ladri mai”. Ora sembra tutto cambiato. I magistrati sospettano che gli ingenti lavori di ristrutturazione della sua villa di Cinto Euganeo siano stati pagati dall’imprenditore Piergiorgio Baita: 700 mila euro per il corpo principale e 400 mila per la “barchessa”. La moglie, Sandra Persegato, ha difeso il marito: “È una gran persona, gli italiani sono ingrati. Lavori gratis? Bugie, pago due mutui”. Difesa accorata, che pare stridere con i dati scovati dalla Guardia di finanzia. Tra il 2000 e il 2011, Galan e famiglia hanno dichiarato poco più di 1 milione e 413 mila euro; in quello stesso periodo hanno speso 2 milioni e 695 mila euro: come si spiega quella differenza di oltre un milione e 281 mila euro?

Il caso Galan sembra una sorta di remake sbilenco di Signore & signori, il film di Pietro Germi che 49 anni fa vinse il Grand Prix della Giuria del Festival di Cannes. Signore & signori nacque in pieno boom economico, le ruberie presunte dello scandalo Mose hanno per sfondo una crisi economica deflagrante (che colpisce quasi tutti, e Galan è tra i pochi ad abitare perennemente quel “quasi”). I punti di contatto, però, ci sono. Per esempio la location, il Nordest. Germi scelse – senza mai nominarle – Treviso e la Contrada Granda di Conegliano, Galan si muove tra Padova e Venezia. Germi individuò una piccola città come scenario emblematico di un’apparenza festosa e sgargiante che nascondesse segreti e bassezze. Un romanzo corale per una feroce satira sociale.

Il Mose è farsa più che satira, ma lo scenario è analogo. C’è il gentiluomo di provincia, c’è il riccone che cerca nel lavoro – e nella esibizione della conquista femminile – la rivalsa per un passato difficile. C’è la borghesia, verosimilmente piccola piccola, che sgomita per avere un posto in prima fila nei circoli che contano. C’è la villa immensa e ostentata, quasi che pure il confine tra un Palladio e un Galan fosse diventato ormai labile. E c’è il Nordest, appartenenza prim’ancora che paesaggio. L’autobiografia di Galan, edita nel 2008, si intitolava non a caso Il Nordest sono io. Nella prefazione, il professor Giuseppe De Rita (con cui Galan si è laureato) garantiva: “Una così forte libertà espressiva sarebbe un puro fenomeno caratteriale se non fosse intimamente legata a un animo liberale e a un convinto primato della cultura della diversità”. Parole in antitesi con il giudizio di Fabrizio Cicchitto: “Galan? Un Gauleiter, è arrogante e cattivo”.

Il Nordest, nel percorso di Galan, c’è sempre. Nella sua adolescenza da ragazzone che “quando mangiava si impataccava la cravatta e la giacca” (racconta il Foglio), nella sua idea di partito prima territoriale che ideologico (al punto da trovare affinità con Riccardo Illy e Massimo Cacciari). Soprattutto: nella terra come tramite per il riscatto e il successo. Galan è descritto come spiritoso e bon vivant. Anche autoironico: nove mesi fa accettò i fischi alla festa del Fatto Quotidiano; lui ci mise la faccia, i colleghi no. Ha cavalcato finché ha potuto l’onda lunga del Nordest placido e danaroso, che nel frattempo ha finito col somigliare più ai romanzi di Carlotto che ai colori di Germi. Di quel film, mezzo secolo dopo, è rimasta la tinta meno desiderabile: quella fosca, cinica e senza speranza. Nelle vicende del Mose, più che la scaltrezza del dongiovanni Toni Gasparini (Alberto Lionello), si ritrovano l’ipocrisia che condannava il ragionier Bisigato (Gastone Moschin) e l’amoralità dei paesani che si approfittano di una ingenua sedicenne di campagna. La Chiesa celerà i nomi dei colpevoli, la stampa accetterà le omissioni e perfino il padre della ragazza si farà comprare, anteponendo le brame di ricchezza a un gusto minimo per la morale. Ieri come oggi.



Se un pacioccone apparentemente innocuo come il personaggio descritto dall'articolo, frega tutti quei soldi alla collettività su un progetto organizzato ad hoc per non funzionare mai,il tutto al di là della pellicola portata a confronto da Scanzi,a mio parere fotografa benissimo l'intero paese.

Altro che daspo e leggi severe per le ruberie politiche-imprenditoriali alla collettività,sarò pessimista ma il paese pare come quel videogames nel quale più mostri si eliminano,più ne arrivano,forse sono solo le opportunità a fare la differenza,il test nazionale che dura da decenni pare dia questi risultati.

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domenica 1 giugno 2014

Farage - 5 stelle:Dal punto di vista di Scanzi



M5S, l’autocritica e l’errore Farage

di Andrea Scanzi

In più occasioni, da febbraio 2013 a oggi, il Movimento 5 Stelle ha dovuto scegliere tra buon senso e duropurismo. Per esempio: 1) “Fare il nome” al secondo giro di consultazioni, dopo il fallimento di Bersani; 2) “Andare a vedere il bluff” di Renzi, non perché Renzi fosse sincero ma per pura strategia politica; 3) Appoggiare la proposta dei senatori Cioffi e Buccarella contro il reato di clandestinità, come fece poi la Rete (contro il parere di Grillo e Casaleggio). 4) Andare alle consultazioni di Renzi, come decise poi la Rete (ma Grillo accettò la decisione malvolentieri e gestì malissimo lo streaming). Quando giornalisti e addetti ai lavori, pur non antipatizzanti nei confronti dei 5 Stelle (questo giornale), si mostrarono contrari all’agire di Grillo e Casaleggio, vennero puntualmente mitragliati dai talebani e talora dal blog.

Il risultato di domenica scorsa alle Europee e i quasi tre milioni persi dimostrano che una sana autocritica avrebbe fatto bene.

Non è mai troppo tardi, però. Come scriveva ieri Marco Travaglio, la sconfitta può servire al Movimento per ripartire dai propri errori ancora più forti. Dopo l’iniziale autoironia di Grillo e Casaleggio, che lasciava ben sperare, il M5S pare ora portato a riassumere tutto nelle formule da Prima Repubblica “tutto sommato abbiamo tenuto” o nelle frignatine del “è colpa dei pensionati, dei brogli e dei giornalisti”.
Il dossier dei responsabili della comunicazione, cioè più che altro di Biondo e Virgulti (Messora e Casalino non c’entrano), contiene buoni spunti: pure quello, però, pare già essere stato catalogato dai talebani à la Lombardi – che sta a M5S come la Picierno al Pd: disboscatrici di voti – come uno sgradevole incidente di percorso orchestrato dai soliti dissidenti. In realtà quel dossier criticava la boiata del “vinciamonoi“, ammetteva che alcuni parlamentari erano stati percepiti come “saccenti”, riconosceva che era stato un errore non mostrare in tivù i candidati europarlamentari e sosteneva che Renzi è parso più rassicurante: semplici constatazioni di fatto, più che j’accuse vibranti.

Ora il dibattito verte su due temi. Uno: Grillo e Casaleggio devono dimettersi? Risposta facile: no, e comunque non hanno incarichi in Parlamento. Senza di loro il M5S andrebbe incontro al tafazziano “rompete le righe”: a questo proposito è ottima, benché qua e là autoassolutoria, l’analisi di Aldo Giannuli. Grillo e Casaleggio devono però capire che, se loro sbagliano, il danno è tale da inficiare larga parte del lavoro in Parlamento dei deputati e senatori. Autogol come “sono oltre Hitler” ammazzano in un colpo solo tre mesi di battaglie a Camera e Senato. O Grillo se ne rende conto e lo ammette, o a lungo andare risulterà più una zavorra che una risorsa per M5S. E’ questo che vuole? Non credo.

Due: Farage. “L’incredibile incontro fra Grillo e il leader nazionalista, xenofobo e nuclearista britannico Nigel Farage” (Travaglio dixit) ha scatenato una polemica giustamente durissima. Grillo, per dimostrare che Farage è Gandhi o quasi, ha pubblicato sul blog una lunga autodifesa elaborata proprio da Farage e i suoi. Non male: un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono; e un po’ come se, per dimostrare la bontà di volersi alleare a Bruxelles con la Lega Nord, un neonato partito inglese chiedesse a Salvini di scrivere una presentazione in cui lo stesso Salvini dichiara di non essere razzista: convincente, eh?

Oltretutto l’autodifesa di Farage contiene non poche inesattezze, come la ricostruzione della cacciata di Nikki Sinclaire (fu messa alla porta da Farage nel 2010, due anni prima del presunto peculato). Grillo dice: “Farage è spiritoso”. E uno sticazzi non ce lo mettiamo, Grillo? Anche Berlusconi è molto spiritoso a cena, ma resta Berlusconi. Grillo dice: “Farage non è razzista”. Certo, non è Goebbels. E quando vuole è efficace: alcune sue requisitorie a Bruxelles sono molto divertenti. Però Farage è anche e soprattutto quello che piace alla Lega (Speroni: “Farage è come la Le Pen, sono equivalenti, lottano su temi comuni”). E il partito di Farage (Ukip) è pieno di intellettuali che negli anni hanno regalato frasi tipo “Certe persone hanno una tendenza naturale a essere soggiogate fin dalla nascita” (David Griffith alludeva ai neri), “Non vorrei avere dei romeni vicini di casa”, “Le alluvioni sono la punizione divina per la legalizzazione dei matrimoni gay” (David Silvester), “Le donne valgono meno, è giusto guadagnino meno, vanno in maternità”.

Da un lato Farage è quello che ha cacciato Borghezio e proibisce l’iscrizione all’Ukip della destra estrema (Bnp), dall’altro è quello che vuole restringere l’uso di burqa e niqab (“Nemmeno io posso entrare in banca col casco”) e che nel 2004 ha applaudito il suo eurodeputato Godfrey Bloom per la frase “Nessun uomo d’affari con un cervello darebbe lavoro a una giovane donna single” (Farage ha poi cacciato Bloom nove anni dopo, quando ha definito le sue colleghe dell’Ukip “mignotte”). Una succinta ma mediamente agghiacciante raccolta del “peggio di Ukip” la trovate qui. Farage somiglia al M5S unicamente nella lotta all’eurocrazia. E’ sufficiente per sedergli accanto? Che effetto fa, a una forza “giustizialista” come M5S, avere poi vicino uno che lotta contro l’evasione fiscale ma gestiva un fondo fiduciario all’isola di Man che serviva – lo ha ammesso Farage stesso – per pagare meno tasse?

Grillo e i suoi, per esempio Luigi Di Maio, spiegano che quella con l’Ukip non sarebbe un’alleanza ma una scelta strategica forzata: a Bruxelles si deve fare gruppo, Farage garantirebbe libertà al M5S, l’impatto sulla politica europea sarebbe ancora maggiore e l’Ukip andrebbe visto unicamente come una sorta di taxi. Peraltro, dicono loro, non ci sono alternative: o Farage o niente. Mica vero: Tsipras è per Casaleggio “connotato ideologicamente” (invece Farage è postideologico?), la Le Pen è improponibile e gli altri buonanotte.

Resterebbero però i Verdi, il gruppo naturale per M5S. Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi, ha aperto la porta ai 5 Stelle. Lo ha fatto tardi, è vero, e lo ha fatto dopo alcune dichiarazioni molto dure (sue e di tutta la leadership) nei confronti di M5S. Grillo, ovviamente, non ha mancato di pubblicare nel blog le frasi della Frassoni, che ben conosce perché fu proprio lei sette anni fa ad aprirgli le porte del Parlamento di Bruxelles. Ora però l’alleanza coi Verdi è possibile. Grillo si è divertito a bere con Farage: ne prendiamo atto, anche se prima di quella consultazione ridanciana avrebbe dovuto consultare la Rete. Adesso, come ha garantito lui stesso, la decisione su quali alleanze stringere spetta ai militanti, agli iscritti: alla Rete, appunto. Grillo e Casaleggio stanno spingendo perché il web li segua su Farage. Ogni giorno postano qualcosa atto a dimostrare che i Verdi non li vogliono e che Ukip è la scelta giusta. Con il reato di clandestinità gli andò male e la speranza è che con Farage capiti lo stesso. Se M5S siederà accanto ai Verdi a Bruxelles, non comprometterà nulla. Se siederà accanto a Farage, riuscirà in un colpo solo a disboscare un altro milione di voti: come minimo.

P.S. Renzi vanta una maggioranza bulgara, ha quasi tutti i media dalla sua parte e giustamente si sta godendo i dolori dei 5 Stelle. C’è bisogno come il pane dell’opposizione: che dite, 5 Stelle, la finiamo con ‘sto psicodramma o ne avete ancora per molto?



Che i due guru abbiano scelto Farage ormai l'han capito anche i muri,come Travaglio anche lei e anche più dettagliatamente ha sviscerato tutte le contraddizioni del "matrimonio" e l'abbiamo letto, il harakiri della scelta ormai è chiaro pure quello,l'emorragia di voti di una certa natura è ovvia,probabilmente ci sarà un ricambio degli stessi,le stelle si stanno modificando se a gioco lungo avranno successo si vedrà.

Dal personale punto di vista mi erano già parecchio distanti per il senso di democrazia che hanno i due guru,da ieri con Farage mi risultano lontani anni luce,ma avevo già scelto Tsipras come unica possibilità di distinguersi dal putridume della politica,ma se quest'ultimi faranno accordi con i democristiani del Pd mi rimarrà l'oblio politico.

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giovedì 29 maggio 2014

# vinciamo poi



Movimento 5 Stelle, meno alibi e più autocritica

di Andrea Scanzi

Leggo alcuni commenti di elettori 5 Stelle secondo cui la colpa della sconfitta (ammesso che 6 milioni siano pochi) sarebbe da attribuirsi ai brogli. Consiglio: non copritevi di ridicolo, era la stessa strada adottata da Berlusconi dopo la sconfitta nel 2006. Quando si perde, si perde. Vedo poi molti dare la colpa all’informazione. Certo: ha molte colpe. Enormi colpe. Se sbaglia il Pd si glissa, se sbaglia M5S si spara (e magari si inventa lo sbaglio). Lo e scrivo da anni, io come il Fatto Quotidiano. Lamentarsi e basta, però, serve a poco. La tivù dice il falso sui 5 Stelle? Andate in tivù a dimostrarlo, come in parte già fate.

Ballarò invita tal Ronzino (poveri noi) senza “autorizzazione” di Casalino, Biondo e Messora? Bene: mandateci Di Maio. Telese è cattivo con voi? Non andarci è forse coerente e certo comprensibile, ma politicamente è un suicidio. Gli italiani si informano anche e soprattutto in tivù, e se voi non ci andate Telese chiama – legittimamente: mica è scemo – uno che i voti ve li toglie. Ecco perché c’è sempre Martinelli, o un martire qualsiasi di professione. Ce l’avete con Formigli? Sticazzi: non andarci serve solo a lasciare strada aperta alle Bonafè e Biancofiore. Non è che, se un giornalista ti attacca, tu reagisci tenendogli il muso e togliendogli il saluto: umanamente ci può anche stare, ma non siamo all’asilo ed elettoralmente è come tagliarsi gli zebedei per fare un dispetto alla moglie. Se Formigli dice il falso su di voi, dovete andare voi stessi a dimostrarlo: ci vada la Taverna, ci vada (anzi torni) Morra. Ci vada chi volete (purché bravo: i Crimi e le Fucksia lasciateli a casa). Non andarci vi pone dalla parte del torto, oltre che del masochismo.

Renzi è stato troppo tempo in tivù? E’ andato pure dalla D’Urso? Bene: vada dalla D’Urso anche Di Battista, e dimostri che pure lui sa rassicurare le casalinghe e le nonne. I duropuristi si arrabbieranno e gli daranno del “venduto”? Pazienza. Se la tivù è “cattiva” coi 5 Stelle, non andare in tivù o andarci poco è lecito, ma controproducente. Penso anche ad Anno Uno: così come Renzi c’è stato, doveva andarci anche un parlamentare 5 Stelle abile in tivù. L’informazione vi fa orrore? Dimostrate sul campo che è ingiusta con voi e confutate ogni bugia colpo su colpo: e dimostratelo in tivù, non dall’Aventino delle pagine Facebook. Con queste menate dei “complotti”, dei “brogli” e dei “non abbiamo poi perso molti voti, rispetto al 2009 abbiamo guadagnato 17 parlamentari”, non state dimostrando grande propensione all’autocritica: possibile che sia sempre colpa degli altri? Vi siete sopravvalutati (“vinciamo noi”) come neanche l’Inter di Orrico: ponetevela, qualche domanda. Anche a proposito del vostro rapporto coi media.

I giornalisti ripetono che “non avete fatto nulla”, che “sapete solo dire di no”, che “dovevate dire sì a Bersani” e vi fanno arrabbiare? Dimostrate in diretta, ogni giorno e su ogni spazio, che dicono il falso. Ditelo in faccia ai Menichini, ai Battista, ai Rondolino: ci vincerebbe anche un bradipo catatonico, su. Metterli nella rubrica “giornalista del giorno” li rende martiri e famosi, mica li indebolisce o confuta. Se è una “guerra”, come ripetete spesso, è una guerra che in Italia si combatte anche in tivù. In ogni contesto, in ogni contenitore. Numericamente parlando, valgono più cinque minuti a Porta a porta – nel bene e nel male: Lezzi in quel salotto funziona, Grillo un po’ meno – che 8mila agorà con i cittadini: triste? Forse, ma così è. Anche se non vi pare.



Magari fosse solo la strategia mediatica sbagliata,oltre non aggiungere consensi ne hanno persi tra delusi dell'immobilismo e tirannia.

Scanzi mi faccia sapere che ne pensa sull'eventualitá di accordo con quei conservatori destrorsi un po' razzisti e omofobi,con il solo interesse di non pagar dazio sulle transazioni finanziarie.

Parecchio deludente vero?

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mercoledì 9 aprile 2014

La piccola querela di Brunetta a Vauro




Brunetta vs Vauro: “Razzista, ti querelo”. Il vignettista: “Il nano vero è l’altro”
Il capogruppo alla Camera di Forza Italia Renato Brunetta tuona contro le vignette del pistoiese: "Che io sappia, i nani non sono una razza. Brunetta mi diverte molto, è davvero un caso. Il suo vero problema è un altro. La presunzione"

di Andrea Scanzi

“C’è un limite a tutto: diffamazione e attacchi vergognosi durano da anni”. Con la gradevolezza lieve che lo caratterizza, il capogruppo alla Camera di Forza Italia Renato Brunetta tuona contro Vauro. Non è la prima volta, ma in questo caso arriva anche la querela. “La satira non c’entra con il razzismo, la diffamazione e l’attacco vergognoso alla dignità e all’onore delle persone. Ho dato mandato al mio avvocato affinché questa indecenza di Vauro nei miei confronti, che dura ormai da anni, abbia termine”. Più volte piccato dalle attenzioni dei comici, che a loro volta faticano a non occuparsi di lui, Brunetta non ha gradito le vignette di Vauro nell’ultima puntata (e ora nel sito) di Servizio Pubblico: in una viene ritratto dentro un barattolo che ricorda il carro armato degli pseudo-secessionisti veneti, in un’altra ha le sembianze assai prossime di Dudù (“I cagnolini di Arcore, Dudù e Brubrù”).

Brunetta è una presenza ricorrente di Vauro, storico satirico ex manifesto ora al Fatto Quotidiano. L’ex ministro della Funzione pubblica, immortalato anche da Maurizio Crozza in un seggiolone immenso, di recente era tornato sul tema: “Per tanti a sinistra sono un’ossessione. D’Alema mi ha chiamato energumeno tascabile, Furio Colombo mini-ministro. La damnatio di Gino Strada, la “seggiola” di Dario Fo. Ora basta”.

In una delle vignette di Vauro, dal titolo “Brunetta pronto ad allearsi con il diavolo”, un demone esclama: “Ehi capo. Mi sa che ci hanno mandato il nano sbagliato”. In un’altra: “Incarichi in Forza Italia. Solo Brunetta resta in piedi”; Berlusconi di profilo si gira e spiega: “È l’unico che riesce a leccarmi il sedere anche senza bisogno di chinarsi”. Anche Beppe Grillo non si è esentato: “Non ne bastava uno di psiconano, abbiamo anche l’altro nano, Brunetta: l’iPod nano! Brunetta è uno che per mettersi le mani in tasca deve sedersi”. La reazione di Vauro alla querela pare divertita: “Non posso dire di essere sconvolto”. Il vignettista pistoiese sorride. Eppure è accusato, per l’ennesima volta, di essere esagerato e volgare. “Sono esagerato? È vero. Sono volgare? È vero. Non posso non esserlo: sono le cifre della satira”. Brunetta parla anche di razzismo. “Questo è già più curioso: che io sappia, i nani non sono una razza. Brunetta mi diverte molto, è davvero un caso. Il suo vero problema è un altro”. Quale? “La presunzione. È convinto di essere “il nano”, ma purtroppo per lui quello vero è quell’altro. Brunetta è addirittura convinto di essere nano. Tutto il suo astio nei miei confronti è nato da un equivoco, quando in una vignetta del lontano Anno Zero dicevo “nano di merda”. Non parlavo di lui. Tutti sanno che in questo paese, quando si parla di nano, ci si riferisce a Berlusconi. Siamo il paese del nano unico, che non è certo Brunetta”. Però quelle vignette raffigurano lui. “È un bersaglio come un altro della mia satira. L’ho detto altre volte ma voglio ripeterglielo: Brunetta, non sei degno di essere nano”.



Il fenomeno della vignetta fa parte,uno dei migliori,del cerchio poco magico bensì lecca..lo del bonsai che dobbiamo sopportare da vent'anni.

Ultimamente si è montato la testa ed essendo quest'ultima parecchio vicina ad un altro attributo poco nobile,il risultato si può notare quotidianamente.

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venerdì 28 marzo 2014

Kurt Cobain la vittima predestinata




Il suicidio degli Anni 90

VENT’ANNI FA, IL 5 APRILE DEL 1994, MORIVA IL LEADER DEI NIRVANA KURT COBAIN, SIMBOLO ARTISTICO DI UN DECENNIO

di Andrea Scanzi

Fu una strana cronaca di una morte annunciata, quella di Kurt Cobain. Tutti sapevano che sarebbe finita così, ancor più gli italiani, che un mese prima lo avevano visto finire in coma a Roma per avere ingerito “per errore” 50 dosi Rohypnol e Champagne. Eppure, quando l’elettricista Gary Smith lo trovò suicida nella casa al 171 di Lake Washington Blvd, East Seattle, ci fu comunque stupore. Anche se era una storia già scritta. Anche se tutti sapevano che quell’angelo aveva la pelle troppo sottile. Anche se era stato Cobain stesso a dire – anzi urlare – che non ce la faceva più. Una volta, in Brasile, salì sul palco con una maglietta su cui c’era scritto: “Mi odio e voglio morire”. Il titolo di una canzone che poi tagliò da In Utero. Il resto della band gli chiese dove mai avesse trovato una t-shirt così macabra. Lui rispose che se l’era fatta da solo e poi sorrise. Uno di quei suoi sorrisi in dissolvenza, che nascevano già malati e tristi. Come quando, il 23 febbraio 1994, quaranta giorni prima di morire, gravitò ad Avanzi su RaiTre. Riuscì persino a spaventarsi per uno scherzo di Corrado Guzzanti, travestito dallo studente grunge Lorenzo. Serena Dandini lo descrisse come “una persona di una sensibilità estrema, indifesa, che difficilmente riuscivi a guardare negli occhi, con uno sguardo di paura come di un cucciolo braccato dal mondo”.

IL CUCCIOLO braccato, dal mondo e da se stesso, si sparò al volto con un fucile a pompa il 5 aprile 1994. Lo trovarono tre giorni dopo. Accanto aveva una lettera d’addio. Era destinata al suo amico immaginario Boddah. Tra le altre cose, diceva: “Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco”. Citava anche una canzone di Neil Young, “My my, Hey Hey (Out of Blue)”: “È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”. L’uscita di scena perfetta per il cantore (suo malgrado) di una generazione che aveva disperatamente bisogno di un nuovo martire, pronto a immolarsi prima e iscriversi poi al “Club 27”. L’età che aveva Kurt quando si ammazzò: la stessa di Jimi Hendrix, di Janis Joplin, di Jim Morrison.

La sua vita cambiò nel 1991. Nevermind, il disco più celebre dei Nirvana, solo negli Stati Uniti sforò i 25 milioni di copie di vendute e sconfisse il favorito Dangerous di Michael Jackson: da una parte la rivolta più di pancia che di cuore, dall’altra i postumi degli Ottanta malamente sfavillanti. Il grunge fu per i primi anni Novanta ciò che il punk era stato nella seconda metà dei Settanta: la protesta, l’iconoclastia, il rovesciamento del sistema non per un ideale politico ma – semplicemente – perché non se ne poteva più delle finzioni. Molte icone del grunge seguirono una sorta di copione intimamente condiviso anche nel processo di scomparsa. Una delle maniere con cui Cobain annunciò la sua morte fu un concerto crepuscolare per MTV. 18 novembre 1993. Un’esibizione “unplugged”, acustica, che contiene una versione straziante di All apologies. In quella canzone Kurt era già morto. Come lo era Johnny Cash nelle American Recordings. Come lo era Layne Staley nell’MTV Unplugged degli Alice in Chains.
Cobain era l’antieroe perfetto: il tramite ideale per innamorarsi di un’utopia sufficientemente sporca e fatalmente sconfitta. Il giorno in cui l’Italia apprese la sua morte, le due notizie principali erano il suicidio di Cobain e l’accordo tra Fini e Bossi. Una sorta di decesso al quadrato: il privato e il pubblico prontamente estinti, e chi si è visto si è visto. Prima mito e poi musicista, le sue doti paiono oggi colpevolmente passate in secondo piano.

CANTANTE PRODIGIOSO, artista dotato di una sensibilità pionieristica. Inventore di un look studiatamente errato, cristologico nei capelli e iconografico nella maniera di imbracciare la chitarra, tenendola bassa e suonandola con la mano sinistra per sottolineare la propria originalità. Drogato in ogni modo e praticamente da sempre, un po’ per curare i dolori di stomaco e molto per illudersi che il malessere potesse conoscere tregua. Il rapporto problematico con i genitori separati, il matrimonio scombinato, la figlia Francis Bean oggi 22enne. I suoi ultimi giorni, dubbi e complotti compresi, sono stati raccontati non senza licenze poetiche da Gus Van Sant in Last Days. Suicidi tentati, fughe da cliniche riabilitative: gridi di aiuto ascoltati da tutti e recepiti da nessuno. Riteneva che il suo album migliore fosse In Utero, dissonante e fieramente anticommerciale.
Il mondo continua a preferirgli Nevermind e “l’inno dei ragazzi apatici” Smells Like Teen Spirit. Cobain intendeva scrivere una canzone “alla Pixies”. La band ritenne inizialmente quel riff “ridicolo”. Il titolo deriva da un profumo che si chiamava Teen Spirit. Un’amica di Cobain, dopo una notte passata insieme tra alcol e vandalismo, scrisse sul muro della casa dell’artista che “puzzava di Teen Spirit”. Kurt non conosceva quel profumo e credette che la ragazza alludesse ai discorsi fatti su punk e anarchia. Lo prese per complimento: “Profuma di spirito adolescenziale” e dunque di rivoluzione. Il titolo sbagliato per un inno a una generazione non meno fraintesa e sfuocata, di cui Cobain fu – prim’ancora che portavoce – soldato in trincea. Senza alcuna speranza di sopravvivere.



A fronte dell'articolo di Scanzi non paiono dubbi sulla tormentata fine del rockers americano,le estreme difficoltà della sua esistenza fisiche e psicologiche sono da considerare dei macigni,e se qualche dubbio pare affiorato sul suicidio di Cobain da alcuni giornali ultimamente,pare creato ad arte nel destare interesse mediatico su un drammatico gesto finale.




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sabato 22 marzo 2014

Fonzie:L'ottimismo è il sale della vita o i fondelli sempre attuali?





Renzi, il sale della vita e la retorica dell’ottimismo

di Andrea Scanzi

C’è questo eterno mantra renziano del “noi facciamo le cose e voi sapete solo criticare”. La versione aggiornata del berlusconiano “sapete solo odiare”. Una noia infinita. Non appena osi criticarli, la narrazione fragile renziana impone che da una parte essi vadano a piangere alla Rai e dall’altra replichino che “non si può essere solo disfattisti”.
Loro sono il Bene che costruisce e gli altri i Cattivi che demoliscono. Lo ha detto anche Karina Huff Boschi a Le invasioni barbariche, quando Luca Ricolfi la stava educatamente e facilmente demolendo. Il maestro di questo sport è Oscar Farinetti, che conosco e con cui mi diverte parlare, anche se politicamente siamo agli antipodi. Farinetti è arrivato a dire a questo giornale che esiste un “algoritmo mentale” della critica disfattista: un algoritmo che inacidisce troppi italiani. E tra questi italiani, ovviamente, c’è anzitutto Il Fatto Quotidiano.
Si viene accusati di “non sperare” e di “tifare per il fallimento di Renzi”. E’ una critica che neanche all’asilo nido: la dimostrazione che il renzismo, ideologicamente, ha per architravi intellettuali Jo Squillo e Righeira. E i risultati si vedono.

Il giornalista non “propone soluzioni” e neanche “spera” di lavoro. Dire a un giornalista “sai solo criticare, provaci tu al suo posto” è la reazione del fan piccato quando gli tocchi l’idolo: “Non ti piace Ligabue? Provaci tu allora a scrivere Urlando contro il cielo“. Che ragionamento è? Allora io, se voglio criticare la Thatcher, prima di farlo devo invadere le Falkland? Ma via, su.
E’ ovvio che io, come Padellaro e tutti noi, speriamo che Renzi ce la faccia. C’è bisogno di dirlo? Soltanto un pazzo masochista può sperare che Renzi fallisca. Ma la “speranza” non è un lavoro e qui si parla di governo e vita reale: non siamo dentro uno spot di Tonino Guerra. “L’ottimismo è il profumo della vita” non è un programma politico, anche se al momento sembra l’unica traccia forte del governo in carica. Il giornalista fa un’altra cosa. Un giornalista cerca, informa, scrive e dice quel che vede. Si documenta e, quando deve farlo, denuncia. Non è colpa del Fatto se Renzi mente un giorno sì e l’altro forse pure. Non è colpa nostra se Renzi non ha chiarito la vicenda Carrai, se ha scelto la Barracciu come sottosegretaria e se pur di vincere ha imbarcato tanti Genovese. Non è colpa nostra se vota contro gli sgravi per gli alluvionati e se dice di aver trovato i fondi per gli scatti degli insegnanti ma poi taglia le risorse per le attività scolastiche. Non è colpa nostra se, quando gli chiedono cosa sia l’Europa, biascica che “è mio nonno che ha fatto la guerra, mia madre che ha pianto guardando il Muro cadere e mio figlio che farà l’Erasms” (con tapioca prematurata a destra). Non è colpa nostra se è tutto e niente: soprattutto niente.


Anche questo mantra del “Renzi è l’uomo del fare” è patetico. E’ forse l’uomo del fare, ma per ora son quasi tutte boiate, tipo la porcata infinita dell’Italicum. Non basta “fare” per applaudire: occorre anche valutare nel merito cosa viene fatto. Una politica che sbaglia a raffica non è necessariamente migliore di un politico che prende (e perde) tempo. Vorrei poi ricordare ai renziani “che sperano”, e che dunque ritengono Il Fatto (e fortunatamente non solo Il Fatto) un covo di “odiosi sfascisti”, che la stessa critica ci veniva rivolta quando il 90% dell’informazione si sfidava nella disciplina olimpica della ‘masturbazione continua al potere salvatore’: prima Monti, poi Letta, ora Renzi. E non mi pare che, nei primi due casi, avesse torto Il Fatto.
Il giornalismo non è tifare o sperare: è raccontare come stanno le cose. E purtroppo in Italia stanno spesso male. Mi piacerebbe raccontarvi che va tutto bene e che Renzi è il nuovo De Gasperi, ma non va tutto bene e Renzi è piuttosto un mediamente pingue Mister Bean convinto – chissà perché – di essere Tom Cruise in Top Gun, o anche solo Jerry Calà in Vacanze di Natale.

Mi preme infine rispondere a un’altra critica oltremodo esile: ”non ti piace niente”. Eh no, ragazzi, e mi rivolgo anzitutto a molti (non tutti) elettori del Pd. Non è che a me non piace niente: è che a voi piace proprio tutto. Se la Chiesa Piddina vi dice una cosa, va da sé ovviamente antitetica a quella pronunciata il giorno precedente, voi chinate il capo e vi iscrivete prontamente al Fan Club del quasi-nuovo Lider Minimo. Quand’è che vi arrabbiate, ex compagne e compagni? Quand’è che vi ribellate? Quand’è che vi rendete conto che, pur di andare al potere, avete dato il vostro partito in mano a un manipolo tragicomico (fatte salve sporadiche eccezioni) di apostoli arroganti e maestrine convinte che gli F35 siano scudi interstellari contro i missili tipo Jeeg Robot d’Acciaio?
Non è che “non mi piace niente”. A me piacciono miliardi di cose. E tra queste, ebbene sì lo confesso, non c’è al momento un governo che a volergli bene mette tenerezza. Mi piacciono miliardi di cose. Ho però gusti difficili e quando c’è da godere non mi accontento: quando c’è da godere sono particolarmente esigente. Noto invece che in tanti, pur di raccattare un’erezione politica di contrabbando, ingoino di tutto. Davvero di tutto. Inseguono il “meno peggio” perfino nell’eccitazione. Con l’esercizio quotidiano, riescono a fingere così bene da sembrare quasi contenti sul serio. A tanti pare bastare questo sfarinatissimo Governo Antani-Tonino Guerra per avere un coito (interrotto). A me, no: io, con gli slogan, al massimo ci faccio il brodo.



La differenza dei vent'anni passati all'attuale storia di fonzie,lanciato come un missile a salvatore della patria,è che il primo ha avuto e ha ancora tre Tv che lo hanno sponsorizzato e protetto,infatti ne ha combinate di tutti i colori ed è ancora in piedi,al contrario il neo logorroico con il naso lungo ha delle sponsorizzazioni concesse da chi conta in questo paese,ma rimane solo una cambiale.

E poi dopo il sobrio Monti,il casto Letta e il frizzantino fiorentino,tutti costantemente considerati l'ultima spiaggia del paese,ne arriveranno altri e il popolo potrà nuovamente dissetarsi con il bombardamento mediatico.

Scanzi insieme al Fq,continuate a bombardare anche voi quando è necessario in altro verso chiaramente,e se ci saranno lodi da fare che siano testimoniate,solo in questo modo potrete sempre distinguervi.

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mercoledì 19 febbraio 2014

Scanzi vs Lupi:Una questione dell'8%





Vivace botta e risposta tra Andrea Scanzi e il deputato Ncd Maurizio Lupi, durante “Otto e mezzo”, su La7. Il ministro dei Trasporti esalta “la forza del fare” e la natura rivoluzionaria del suo partito, ma il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” esprime perplessità e ironizza sull’Ncd, suscitando l’ilarità dello stesso Lupi: “Alfano parla di ‘governo rivoluzionario’. Non oso immaginare quale sia la sua rivoluzione liberale. L’Ncd è una sorta di categoria dello spirito. Mi duole citare Hegel, ma l’Ncd non esiste in natura, è un qualcosa di cui parliamo tanto perché in Parlamento è decisivo, avendo dei voti che contano. Ma nel momento in cui cade questa legislatura” – continua – “e l’Ncd passa alla teorica cassa, non lo vota nessuno o lo votano in pochi. Quindi, se anche il presidente della Repubblica avesse dato l’incarico a Gundam, a Mazinga o a Mal dei Primitives, Alfano avrebbe comunque detto: ‘Io voto questo governo’“. Lupi ribadisce che il partito è nato con l’ambizione del “passare ai fatti” e sciorina il suo operato durante il governo Letta. Scanzi fa una disamina minuziosa delle contraddizioni di Renzi e osserva: “Verrà fatta una nuova legge elettorale fortemente bipolare, con cui l’Ncd non raggiungerà mai il 5, il 6 o il 7%”. Insorge Lupi che ribatte: “Questo lo dice lei. Noi prenderemo l’8%“. Scanzi sorride e commenta: “Raggiungerete l’8%? In che paese vive? Su Plutone?“. Il parlamentare Ncd assicura che alle Europee l’Ncd si presenterà da solo, ma non esclude future alleanze con Forza Italia in vista delle elezioni del 2018 e delle amministrative. Nel finale, ancora vis-à-vis sullo spirito rivoluzionario dell’Ncd. E Scanzi conclude: “Secondo Lupi, la rivoluzione liberale la fanno i Giovanardi e i Formigoni. In Inghilterra era andata un po’ meglio“




Il presunto ritorno dell'elettorato di destra nel premiare il Cdx di Alfano Jolie & company,non lo vedo come Scanzi,la verifica alle prossime europee,c'è già qualcuno che incrocia le dita pensando alla fine di Fini.

E meno ancora di cosa potranno fare con fonzie da firenze,una serie di riforme da mille e una notte....


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venerdì 14 febbraio 2014

Ladies & Gentleman:Ecco a voi servito il renzusconi




Lo strepitoso autogol di Renzi e la strana democrazia Pd

di Andrea Scanzi

Dunque, ricapitolando. Cos’è il Pd? Il Pd è quel partito che ha affossato Rodotà e Prodi, che ha votato contro se stesso su omofobia e mozione Giachetti, che ha salvato Alfano e Cancellieri, che supporta instancabilmente Berlusconi e che non fa nulla senza il permesso del Badante Napolitano, un allegro signore che negli ultimi due anni e mezzo si è disinteressato delle regole minime della democrazia e ha imposto – in nome del Sacro Culto delle Larghe Intese – tre Premier votati da nessuno e responsabili (i primi due) di non avere fatto nulla a parte disastri. Di fatto in Italia si vota democraticamente, sì, ma poi – altrettanto democraticamente – del voto non frega una mazza a nessuno.

Ora però la collezione degli orrori piddini si arricchisce della perla più rara. Da una parte il coniglio mannaro 2.0, che frigna come un bambino e mette il broncio perché gli hanno detto che è brutto; e dall’altra un partito che – sfiduciando se stesso per la centesima volta – sdogana a Palazzo Chigi un diversamente statista così roso dall’ambizione da non rendersi neanche conto che tutti l’hanno messo lì per bruciarlo, come accaduto con gli altri.

Non si contano i fiumi di Champagne che stanno scorrendo in queste ore tra berluscones, 5 Stelle, nomenklatura piddina e frattaglie alfaniano-casiniste: così facendo, il “furbo e vincente” Renzi – figuriamoci se era grullo e perdente – si è sgambettato da solo come neanche D’Alema nel ’98. Convinto d’essere il nuovo Kennedy e non il vecchio Peppo Pig, Renzi – che fino a due giorni giurava ovviamente il contrario – ha pure specificato di voler durare fino al 2018, e la sola idea che intenda passare quattro anni fianco a fianco con Giovanardi e Formigoni denota un grado di perversione sin qui sconosciuto ai più.

Siamo oltre le comiche, anche se c’è davvero poco da ridere. Un tale mix di incapacità, masochismo, colpevolezza, arroganza, psicodramma e delirio di onnipotenza era raro da mettere insieme, ma il Pd è riuscito anche in questo: fenomeni.



Tutto il male non viene a nuocere.anche se lo psicodramma italiano va avanti drammaticamente,visto e considerato che da vent'anni non ci liberiamo del caimano,essendo ricchissimo e proprietario televisivo,di fonzie da firenze ce ne libereremo tra sei mesi,max un anno.

Il countdown è iniziato!

A meno che nel defenestrare il primo pupillo Letta,non ci sia un accordo sottobanco tra il caimano e il fiorentino,del resto aver sdoganato un pregiudicato tramite la riforma elettorale è stato il primo passo.

E se dovesse essere così,giorno dopo giorno con i voti dell'alligatore il pupo fiorentino andrà avanti.

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venerdì 31 gennaio 2014

I dieci anni di Facebook





Ill nuovo  mondo ha  già dieci anni

È LA SERA DEL 4 FEBBRAIO 2004: DALLA SUA STANZA DI HARVARD, MARK ZUCKERBERG LANCIA FACEBOOK

di Andrea Scanzi

Ha cambiato la vita a quasi tutti, e non è detto in meglio. Facebook compie dieci anni. A giudicare dai numeri, e a dispetto di chi lo reputa ormai vetusto rispetto al più cool Twitter, gode di ottima salute. Nell’ultimo trimestre 2013 gli utili sono passati da 64 a 523 milioni, i ricavi da 1,5 a 2,5 miliardi. Gli utenti mensili attivi sono stati 1,23 miliardi di persone (945 milioni su dispositivi mobili). La media degli utenti attivi ogni giorno, a dicembre, è stata di 757 milioni di persone. Spropositati i ricavi pubblicitari, cresciuti del 76 per cento fino a 2,34 miliardi di dollari. La pubblicità su smartphone e tablet rappresenta il 53 per cento del totale.
FACEBOOK fu lanciato il 4 febbraio 2004. Intendeva rifarsi all’elenco di nomi e fotografie degli studenti, distribuito in alcune università statunitensi. Nacque come progetto esclusivo per l’Università di Harvard, poi esteso a Boston, Ivy League, Stanford University e infine a tutti coloro che dichiaravano di avere più di 13 anni. Uno degli ideatori, l’allora diciannovenne Mark Zuckerberg, varò Facemash il 28 ottobre 2003. Era la versione antesignana di Facebook. Zuckerberg si introdusse nella rete protetta di Harvard e condivise le foto degli studenti iscritti. Quattro anni fa è stata raccontata la storia in The Social Network.
Il film di David Fincher dà molta importanza ai co-ideatori del progetto, su tutti Eduardo Saverin, decisivo nella fase realizzativa ma poi via via isolato da Zuckerberg, che – se il film è appena veritiero – potrebbe tranquillamente concorrere al premio di personaggio più semi-autistico e al contempo maggiormente insopportabile del mondo. Saverin ha fatto causa all’ex amico, vincendola e ottenendo un risarcimento milionario. Zuckerberg, per ampliare il progetto, si lasciò consigliare da Sean Parker, il genio di Napster, interpretato (malino) da Justin Timberlake e tratteggiato come una sorta di via di mezzo tra James Dean e Umberto Smaila.
Poche cose hanno rivoluzionato la vita come Facebook. Le sue forze, tutte a doppio taglio, sono molteplici. La prima è quella di abbattere le distanze, di rendere tutto possibile e di titillare il sogno ingenuo di ritrovare l’amico d’infanzia perduto (e se lo avevi perduto, forse, un motivo c’era). Facebook sta poi al narcisismo come la Nutella al diabetico. Permette a tutti di avere uno speaker’s corner e pontificare sui massimi sistemi. Come un gigantesco spogliatoio maschile, riverbera l’eterna sfida del “chi ce l’ha più lungo”, anche se non è più questione di centimetri (peraltro spesso gonfiati) quanto di amici (peraltro spesso finti).
PRIMA di Facebook l’amicizia era qualcosa di concreto, di fisico: di sanguigno. Con Facebook pure l’affettività ha accettato di attenere più al virtuale che al reale. Alto e basso si confondono fatalmente. Si passa da status agguerriti sulla politica italiana a pensieri irrinunciabili sui chili presi in una settimana per colpa dei nuovi Fonzie’s ricoperti di cioccolato. Social più per giovanilisti che per giovani, Facebook ha costretto gli over 40 a reinventarsi ipertecnologici (con esiti, spesso, tragicomici). Facebook ha fatto anche la fortuna degli avvocati divorzisti: se ieri la scappatella sembrava spesso impossibile, Facebook ha reso tutto apparentemente accessibile: il flirt con la ragazza lontana, la tresca con il viaggiatore appena intravisto, la collega che al lavoro neanche ti fila ma poi in chat ti spedisce “selfie” piccanti. L’occasione rende l’uomo ladro, Facebook rende l’uomo (ancor più) fedifrago.
Il giocattolino di Zuckerberg non ha però soltanto aspetti critici. Ha velocizzato la comunicazione, aiutato (si spera) i più timidi e permesso che le notizie – anzitutto quelle più boicottate dai media tradizionali – fossero veicolate e “condivise”. Ormai l’informazione canonica, più che raccontare i social network, li succhia e spolpa, riducendosi a commentarli e a succhiarne la ruota in un eterno cicaleccio autoriferito.
Se ieri Iannacci cantava “L’ha detto il telegiornale”, usando tale strofa di Quelli che per rimarcare la tendenza a reputare insindacabile il verbo catodico, oggi è l’era del “L’ha detto Facebook”. Come se fosse una persona, e non una babele incasinatissima di input opposti tra loro. Nel migliore dei casi, Facebook è agorà di pensiero e scorciatoia vivida per socializzare. Nel peggiore, null’altro che uno sfogatoio a uso e consumo di fake, troll e “amici” che stanno lì tutto il giorno perché di amici veri non ne hanno mai avuto mezzo. C’è chi con Facebook ha costruito fortune, ora economiche e ora politiche.
C’È CHI ha pensato al suicidio quando ha appreso di avere meno fan di Antonio Polito. C’è chi ha rotto un rapporto quando ha scoperto che la partner era iscritta al gruppo “Amici di Maria De Filippi”. C’è chi “io su Facebook non ci andrò mai”, e poi adesso sta sempre lì, come l’intellettuale del secondo episodio di Caro Diario folgorato dalle telenovele. E c’è chi, su Facebook, non c’è mai andato sul serio. E vive bene lo stesso. Anzi, forse meglio.



Non ne ho idea se con o senza Fb si vive bene o peggio,certamente per i milioni che lo condividono è stata una scelta dettata dal gigantesco fenomeno che ha investito globalmente,nella moltitudine che lo praticano preferisco chi lo fa nel diffondere idee sociali o politiche,meglio le prime indubbiamente,storgo un pò il naso su chi lo pratica solo per l'aspetto narcisistico privato,il mettere tutto in piazza o quasi a volte risulta ripetitivo con aspetti imbarazzanti citati nell'articolo.

C'è chi prevede una parabola a scendere nei prossimi anni,ma se non comparirà qualcosa di analogo o di più interessante,non penso che Fb abbia gli anni contati.

Buon social network a tutti,auguri anche per chi non ha scelto e mai sceglierà di praticarlo.

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giovedì 30 gennaio 2014

La vergognosa tagliola targata Imu-Bankitalia




Imu-Bankitalia: la vergogna della tagliola-Boldrini e una democrazia in agonia

di Andrea Scanzi

E’ davvero un bel momento per la democrazia italiana. Un’agonia conquistata a fatica. Svetta, per distacco, la Preside Boldrini. Da ieri non è solo la donna con una voce che andrebbe vietata – come minimo – dall’Onu.
È anche la presidente che ha usato per prima la ghigliottina vile e orrenda contro le opposizioni. Vent’anni di berlusconismo ci hanno così disabituato all’opposizione che, se qualcuno la esercita, “giustamente” viene ritenuto anomalo. E dunque va zittito.
Complimenti: del comunismo, evidentemente, la gentil signora pare aver imparato unicamente il veterofemminismo caricaturale e l’intolleranza zdanovista per il dissenso. Proprio come Re Giorgio, infaticabile comunista migliorista di destra. Lei e i tre o quattro vendoliani rimasti, oltre ad alcuni noti resistenti piddini, hanno festeggiato cantando Bella ciao (poveri partigiani, vilipesi ormai pure da chi dice di ispirarsi a loro. Se Fenoglio avesse saputo che un giorno le sue mirabili gesta sarebbero state fraintese da uno Speranza qualsiasi, avrebbe scritto al massimo Lo sfigato Johnny). In un certo senso i reduci (di se stessi) di Sel non hanno sbagliato a festeggiare: hanno appena celebrato la fine definitiva del loro partito, regalando peraltro ulteriori voti a chi vorrebbero cancellare dalla scena politica (la loro miopia è pari alla loro arroganza). Sel era già morta con quelle risate al telefono di Vendola, e tutto sommato non c’era neanche bisogno del Troiaium con la soglia di sbarramento all’8% per affossarli (Sel, al momento, se va bene supera il 2).
La Preside Boldrini ci ha comunque tenuto a disintegrare quel poco che restava di un partito che pure vanterebbe non poche eccellenze al suo interno (Fava, Airaudo). Si può dire? Con quella vocetta da robot Super Vicky para-leninista, la Preside(nte) Boldrini è una delle più grandi delusioni nella storia recente della politica italiana: supponente, sussiegosa coi potenti, per nulla imparziale e drammaticamente respingente. Lei e le quasi-femministe che hanno letto Erica Jong senza capirci una mazza, si rasserenino: non sono criticate in quanto donne, ma in quanto politiche disastrose. Oppure – si parva licet – dovremo dire d’ora in poi che anche le Santanché, le Biancofiore e le Madia sono attaccate “poiché donne” (e c’è chi lo ha scritto, tipo Gramellini).

Che dire? Grazie a chi si impegna così alacremente per regalarci questo eterno crepuscolo morale. Ieri è stata una giornata tremenda, non come quella che portò alla uccisione politica di Rodotà e alla rielezione del monarca Re Giorgio, ma siamo lì. Complimenti dunque a chi ci regala tali emozioni: alla preside Super Vicky Boldrini, al simpatico questore D’Ambruoso che ha schiaffeggiato la deputata 5 Stelle Lupo (che fai Boldrini, lo cacci? Oppure l’espulsione con nota annessa per i genitori è solo per i discoli che salgono in cima ai tetti per difendere la Costituzione?). Complimenti al Pd, che quando c’è da mostrare i muscoli (che non ha) a caso è sempre in prima fila. E complimenti a quei meravigliosi renziani che, con il loro coraggio da Don Abbondio arrivisti, da una parte resuscitano il Caimano con una legge elettorale vergognosa e dall’altra regalano soldi pubblici alle banche private. Fenomeni mica da ridere.



I pentastellati hanno commesso due peccati capitali,ovvero non aver provato ad evitare le larghe intese con Bersani,e non aver accolto l'avance di fonzie sulla riforma elettorale,perlomeno provarci.

Ma da ieri chi si è informato bene,ha dei motivi in più per osservare il movimento in modo positivo,la banda del buco delle larghe intese l'ha combinata parecchio grossa,e come si dice a Napoli "acca nissuno è fesso",,il ricatto dell'imu e il salvataggio delle banche a spese nostre,ho idea che sará un boomerang considerevole,al contrario lasciate ogni speranza cari italiani.

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