lunedì 25 marzo 2019

Flat Tax come un Robin Hood al contrario













Più che un esproprio proletario, un esproprio ai proletari: la flat tax

di Alessandro Robecchi

La velocità con cui è ripartito il trenino della flat-taxè direttamente proporzionale alla velocità con cui si avvicinano le elezioni europee. Dopo le felpe geolocalizzanti e le divise delle forze dell’ordine, Salvini si veste da commercialista (bacioni!) e si rivolge al corpaccione scontento del ceto medio italiano (un bel regalone, amici!).

Si tratta di un dibattito altamente teorico, come dire che faremo un cinema sulla luna, ma parlarne tiene vivo il fuoco, sposta Salvini dal tema immigrazione/sicurezza – dove ha preso tutto quello che poteva prendere – al tema silviesco per eccellenza: meno tasse per tutti, con una certa progressività all’incontrario, cioè si favoriscono i più ricchi. Così come è scritta e ipotizzata nei sogni leghisti (e scritta nel contratto di governo), diciamo la versione harddella flat tax, costerebbe più o meno 60 miliardi, il settanta per cento dei quali (più di 40) andrebbero al venti per cento più ricco della popolazione. Più che un esproprio proletario, un esproprio ai proletari.

Oltre alle questioni costituzionali, di cui, ahimè, parlano in pochi (la progressività della tassazione non sarebbe un dettaglio), ci sarebbe il caro vecchio conto della serva. Con 23 miliardi da cacciare in pochi mesi per evitare l’aumento dell’Iva, altri miliardi (parecchi) per rifinanziare quota 100 e reddito di cittadinanza, l’ipotesi che si tirino fuori altri 60 miliardi è abbastanza peregrina, è come andarsi a comprare una Porsche per festeggiare il rosso in banca.

Naturalmente già si parla di varianti, correzioni, gradualità, equilibri, ridisegni e insomma tutto il campionario delle parole vuote per dire che non sarà così: la Lega e i suoi economisti (Signore perdonami) avanzano nuove proposte. Per esempio una flat tax sotto i 50.000 euro di reddito familiare (che sarebbero più o meno l’ottanta per cento dei contribuenti) e il resto come prima, cioè come adesso. Ma è solo un giro dei tanti giri di valzer che vedremo sul tema: sventolare dei soldi prima delle elezioni (il gioco del portafoglio col filo, che ti scappa via mentre lo raccogli) è una tradizione italiana a cui non rinunceremo mai. E insomma quel che interessa a Salvini, per il momento, è tenere vivo l’argomento in modo da arrivare alle europee non solo vestito da poliziotto, ma anche da Robin Hood dei ceti medi.

Vorrei però porre da subito una questione, come a dirlo prima e mettere le mani avanti. Una domanda. Si scatenerà anche in questo caso la corsa ai furbetti come fu per il reddito di cittadinanza? Cioè: anche davanti a una riforma che premia i redditi medi ci sarà la caccia grossa al truffatore, al millantatore, a chi se ne approfitta? Eppure il motivo ci sarebbe: sapendo che con un reddito di 50.000 euro paghi il 15 per cento, chi te lo fa fare di denunciarne 51.000 e pagare il 38 per cento? A dirla veloce, un sincero e cordiale incoraggiamento a lavorare in nero, o a non dichiarare tutto, almeno quel che ti porterebbe sopra la soglia fissata per la flat tax. Sarà interessante vedere se si riproporrà la grande canea esplosa quando si parlava di dare soldi ai più poveri: il divano! I furbetti! E via strepitando. Una specie di linciaggio della parte meno protetta della popolazione accusata a gran voce di fregare soldi a tutti.

Altro effetto collaterale (ma mica tanto) con la nuova flat tax“versione popolare” ventilata dalla Lega c’è il rischio che due stipendi in casa facciano varcare alla famiglia la fatidica soglia, e quindi, per motivi fiscali, conviene se lavora solo uno, e la moglie sta a casa, lava, stira, cucina e fa i bambini. E insomma ecco là la famiglia come la vogliono la Lega, il ministro Fontana, il convegno di Verona, Pillon e il Ku Klux Klan. E questo è Salvini vestito da commercialista, perché nulla ci verrà risparmiato.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

No stia tranquillo, quella Porsche ordinata varrà fino a maggio, tempo di incassare il miglior risultato possibile, dopo passata la festa gabbato lo santo,anche perché sono decenni che si fa gabbare…

Se dovessimo andare a elezioni politiche autunnali, la dx toglierebbe l’rdc e potrebbe inserire questa flat tax, ma prima di tutto ciò arriveremo al 2020,si vedrà.

Il 15% di tassazione mi pare un po’ bassino, un Paese come il nostro tra sperperi, corruzione, macchina dello Stato da oliare, chi pagherebbe tutto ciò? Vedrei sotto i 40-50 mila euro di reddito familiare, un 25-30 % di tassazione,al di sotto ci sarebbe la paralisi.

Poi si sa, quella soglia per chi è dipendente rimarrà tale, a meno che come lei ipotizza la donna ritorni a fare la casalinga, un po’ un’utopia a mio parere, al contrario chi può evadere lo farà eccome, anche perché tra costoro non ce ne sono molti che arrivano a dichiarare certi importi, a volte sono i loro dipendenti ad essere più ricchi, più che imprenditori li chiamano benefattori… Per chi ci crede, ovviamente.

Evviva l’ultimo salvatore della Patria!

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 16 marzo 2019

L'inutile Tav e le vere opere importanti che bisognerebbe fare

















Crolla il tetto del liceo? E’ tutta colpa di chi non vuole l’Alta velocità

di Alessandro Robecchi

Come sempre accade nelle grandi battaglie, è interessante quel che succede nelle retrovie, e le retrovie del caso Tav sono le parole, il linguaggio, l’apparato narrativo del grande dibattito nazionale: farla? Non farla? Rimandare finché si sarà finalmente inventato il teletrasporto? La questione è ormai quasi secondaria rispetto all’intrecciarsi delle narrazioni efficientiste. Ringrazio Tomaso Montanari per aver coniato, su questo giornale, il termine “sipuotismo” per dire di quella corrente di pensiero che considera possibile tutto, purché frutti qualche soldo. Lui parlava di spostare un Caravaggio di qualche chilometro – cosa considerata più remunerativa che far spostare di qualche chilometro chi vuole ammirarlo -ma il concetto è applicabile un po’ a tutto, e in primis alle famigerate grandi opere.

Se si riesce a mettere da parte le scempiaggini di chi si improvvisa ingegnere in tre minuti, magari in camerino prima di entrare in un talk show, o le menzogne dure e pure (tipo far passare il tunnel geognostico per la galleria del treno, un falso abbastanza diffuso), si vedrà che c’è una speciale curvatura negli argomenti dei “sipuotisti” che potremmo sintetizzare così: moderni contro antichi, futuro contro passato, sviluppo contro arretramento. E’ una retorica abbastanza efficace, variamente coniugata a seconda dell’abilità di chi la sostiene, ma insomma, la sintesi è questa. Se non vuoi il Tav la tua visione del mondo è fatta di carretti a cavalli, scarpe di cocomero e clave per cacciare le fiere dalla grotta, mentre invece se la vuoi sei un europeo moderno che compete con il mondo. A questo punto (è una specie di regola) si tirano fuori mirabolanti cantieri cinesi dove il viadotto viene realizzato in nove minuti, o stupefacenti gesta nipponiche, tipo la strada terremotata ricostruita un’ora dopo il terremoto. Mentre qui – è il sottotesto – c’è ancora chi ferma i lavori perché è un nostalgico della peste del Seicento.

Naturalmente si tratta di uno storytelling(chiedo scusa) un po’ zoppicante, ma risponde al bisogno di dividere in due, con semplicità, una faccenda non semplice, e noi-buoni-contro -loro-cattivi funziona sempre.

Naturalmente le opere bloccate non sono solo la Tav (sono più di seicento, e per i motivi più disparati), ma poi gira e rigira, si finisce lì.

La prova che ciò che succede nelle retrovie, cioè il racconto all’opinione pubblica, è importante per i sipuotisti, ce la fornisce un’iniziativa dell’Associazione Costruttori italiani annunciata ieri dal Corriere. Distribuire al popolo (“davanti ai supermercati e alle stazioni della metropolitana”) dei nastri gialli con cui recintare, e dunque segnalare, le opere ferme, “le scuole fatiscenti, le voragini nell’asfalto delle strade cittadine”. Poi si scopre che tra le molte iniziative delle molte associazioni sipuotiste, il Tav è sempre ben presente come esempio di “paese bloccato”, mettendo nello stesso calderone il Tav e tutto il resto, sommando mele e pere.

In sostanza, dopo aver trasformato il gentile pubblico in due frange estreme – quelli che vogliono il bene e il progresso e i maledetti frenatori che non vogliono farci andare a Lione – ecco l’altro passo: identificare il blocco del Tav con il blocco dei lavori in generale. Si propone cioè un’equazione truccata: non vuoi il Tav, quindi sei per bloccare le opere, quindi non vuoi nemmeno riparare la buca sulla provinciale, o il tetto del liceo. Il giochetto è un po’ sporco, ma, come si dice, à la guerre comme à la guerre. La battaglia di chi non ci sta si giocherà anche nel saper ribaltare questa nuova narrazione: dire chiaro e tondo che si è “moderni” e non “antichi” proprio perché si preferiscono opere utili a quelle inutili, e non viceversa, e che “bloccare” non è una categoria filosofica, ma dipende dal bloccare cosa, e quando, e perché.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Stucchevole tutto sto pandemonio mediatico sul Tav, c’è un contratto nel quale era contemplata un’analisi costi-benefici questa è risultata negativa per 7-8 miliardi di euro, sul Fq di oggi c’è un articolo in prima pagina che anche a livello ambientale, tir-rotaia, il buco del cavolo risulterebbe più dannoso.
Da qualche tempo alcuni esponenti notav sono diventati pro, i due Matteo per tutti, pazienza il toscano che vale come il due di picche a briscola ormai, ma l’altro dove annusa voti si butta a capofitto.
Ce ne sarebbero di cose più importanti da fare, territorio, acqua potabile, banda larga, scuole, ricostruzione zone terremotate, e messa in sicurezza delle case nelle zone rosse italiane, etc, etc, ma il magna, magna che occuperà alcune centinaia di lavoratori si è concentrato su questa inutile opera.

In ogni caso è solo questione di tempo, alle prossime elezioni la destra tutta quanta insieme, finalmente scaverà il mitico buco, già vedo le madamine del buon salotto torinese aiutare con le pale…

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 11 marzo 2019

Tempo di Zingaretti,staremo a vedere,certo col Tav non è già un belvedere














Riuscirà il nostro eroe Z. a tenere insieme Calenda e i precari Amazon?

di Alessandro Robecchi

Leggo in ogni dove consigli, incoraggiamenti, vaticini, messaggi speranzosi, pacche sulle spalle, profondi respiri d’orgoglio ritrovato e gran dispiegamento di suggerimenti su tattiche e strategie per il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti. Mi associo agli auguri, non gli invidio il titanico compito. Confesso però una difficoltà: a leggere gli incoraggiamenti e i messaggi di stima, non si capisce esattamente come facciano (faranno) ad andare d’accordo tra loro i tanti sostenitori di Zingaretti. Perché tra post, tweet, gruppetti più o meno organizzati, ex missionari del verbo renzista velocemente riconvertiti, sinceri democratici, generici di sinistra che sperano in una svolta e scettici vari, non pare che la base sia granitica. Verrebbe da dire: meglio! In questo modo un grande partito ricomincia a discutere, litiga, si confronta. Però è impressionante vedere quanto lontane siano le anime in coabitazione. Vogliono unità, si legge nei sondaggi e nei carotaggi della pubblica opinione che ha votato alle primarie, ed è una bella cosa, ma poi bisogna vedere unità tra chi, e chi vuole cosa, e come farlo. A quanto pare il contenitore contiene un po’ di tutto, dai Calendiani del Settimo Giorno ai Renziani Redenti, ai nostalgici della Ditta e del prodismo, a molta sinistra dispersa che non sa più dove sbattere la testa. Insultatori seriali da social e pensosi strateghi convivono per ora, in questa piccola luna di miele zingarettiana.

Ora che le faccende politiche corrono molto in fretta, che la cronaca supera il pensiero, non sarebbe male, invece, guardare un po’ al di là. Al di là anche delle europee, delle grandi opere, al di là degli scenari contingenti. Chiedersi, come debba stare al mondo una forza di (ritrovata?) sinistra. Il pensiero, insomma, qual è? Si possono tenere insieme blocchi sociali così eterogenei? Si può stare allo stesso tempo con le madamine della collina torinese e con i magazzinieri Amazon che corrono dietro ai loro pacchi senza nemmeno riuscire a fermarsi per pisciare? Mi scuso per l’ampiezza della domanda, cercherò di farla breve: puoi rappresentare allo stesso modo uno che tifa Calenda, che si fa dettare la linea da Il Foglio, o rimpiange Marchionne, e uno che chiede soluzioni sulla sua precarietà, sul suo lavoro pagato male e sulla strenua difesa del poco welfare rimasto?

Chi ha visto la manifestazione di Milano, un fatto politicamente notevole, ha capito che una spinta da sinistra c’è, ed è forte. E nemmeno tanto generica, a sentire discorsi, striscioni e slogan sulla questione immigrazione. Un sussulto antisalviniano evidente e conclamato, bene. La domanda per il nuovo segretario è se sia possibile accogliere quelle energie, ma anche come connetterle alla dottrina Minniti sull’immigrazione, sempre difesa nella campagna per le primarie.

Non si chiedono soluzioni immediate, ovvio, però già la presa di coscienza che non si può tenere insieme tutto e il contrario di tutto sarebbe una bella svolta. Dal punto di vista politico la differenza è già evidente: chi vuole la guerra senza quartiere al governo giallo-verde e chi spera di staccare, alla lunga, il giallo dal verde, rimescolando le carte. Ma più che la strategia politica interessa la prospettiva ideale (se è consentita la parolaccia, ideologica): si vuole risarcire chi in questi anni ha pagato la crisi e colpire finalmente chi l’ha usata per arricchirsi? La sensazione per ora è che sia saltato il tappo renzista che bloccava tutto, e che si possa ricominciare a ragionare. Ecco, bene. Ma ragionare di cosa, quali priorità darsi, sarebbe da decidere in tempi brevi. “Tornare a sinistra” si legge nel sentiment diffuso, bella notizia, ma questo vorrebbe dire cambiare radicalmente le politiche degli ultimi anni. Riuscirà il nostro eroe… eccetera eccetera?

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Le ho viste in coda le aspettative domenica, pur di farsi fuori dagli zebedei chi c’era qualche tempo fa, non è rimasto a casa.

Zingaretti? Valuterò senza preconcetti, tutte le perplessità sulle politiche di sx che ha scritto lei ci sono eccome,direi che sono una mission impossible.

Un particolare è già apparso chiaro da lunedì, sul Tav Zingaretti o meno, il Pd è establishment, con quell’inutile sperpero di denaro pubblico ce ne sarebbero di cose da fare, una per tutte?
Gli acquedotti e tubature colabrodo che perdono il 40-50% dell’acqua potabile, sostituirle equivarrebbe a non sprecare un bene che sarà sempre più scarso nei prossimi decenni.
Un’altra?
Sistemare il territorio senza aspettare le solite calamità.

Ma che glielo dico a fare…

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 28 febbraio 2019

Lavorare e fare fatica a sopravvivere
















La battaglia sui salari: quando la sinistra era presente a se stessa

di Alessandro Robecchi

Qualche settimana fa, in questa rubrichina, ebbi l’ardire di parlare di salari. Lo feci un po’ imbizzarrito, ammetto, dal fatto che alcuni (Confindustria, Boeri e altri) notavano che molti italiani che lavorano prendono più o meno come il reddito di cittadinanza. Pareva dagli accenti, dalle sfumature, e a volte anche da affermazioni dirette, che ciò fosse gravemente lesivo del libero mercato che – prendendo un disoccupato una certa cifra – non avrebbe potuto comprimere ancora di più i salari. Una specie di concorrenza sleale tra disoccupati poveri e lavoratori poveri su cui i “poveri” imprenditori versavano accorate lacrime.Mal me ne incolse, perché venni subito apostrofato da Carlo Calenda che mi chiedeva (a me!) idee su come alzare i salari, che è un ben strano modo di intendersi esperti del ramo, un po’ come se l’elettrauto mi chiedesse col ditino alzato: “Beh? Come si monta questa cazzo di batteria? Me lo dica, non stia lì solo a criticare!”. Non fa una piega. Segnalo comunque che nelle settimane intercorse si sono ascoltati tuttidiscutere su come abbassare il reddito di cittadinanza, e nessuno su come alzare i salari, quindi diciamo così che a pensar male ci si azzecca.
Ora che il Pd affronta un congresso per decidere dove andare, non è male che qualcuno, là dentro, rifletta sul tema della rabbia. Un grande partito sa incanalarla, farne strumento di pressione, volgerla verso decisioni meno inique, mentre il Pd, per quello che si è visto e sentito, l’ha guardata crescere come la mucca guarda passare il treno, e in qualche caso fomentata. Dal 2010 al 2017 (governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) i salari reali sono calati del 4,3 per cento (fonte: Sole 24 ore), un dato che dice tutto, a proposito di incazzatura. Se volete sommare altri numeretti, che sono noiosi ma spiegano l’ampiezza del problema, sappiate che un italiano su tre dichiara meno di 10.000 euro l’anno, cioè una cifra insufficiente a campare degnamente. Si aggiunga la questione del lavoro “sovraistruito”, cioè quel trentacinque per cento di lavoratori diplomati e laureati che hanno un’occupazione non adeguata al titolo di studio. Insomma: ingegneri che consegnano pizze, sì, ne abbiamo.
E del resto, quando si trattava di ingolosire investitori esteri a venire qui (ottobre 2016), il Ministero dello Sviluppo Economico stampò e diffuse delle belle brochure colorate dove si leggeva: “Un ingegnere in Italia guadagna mediamente in un anno 38.500 euro, mentre in altri Paesi lo stesso profilo ha una retribuzione media di 48.500 euro l’anno”. Tradotto: venite qui che costiamo meno, veniamo via con poco, due cipolle e un pomodoro. Un vero e proprio vanto (ancora da quella brochure): “I costi del lavoro in Italia sono ben al di sotto dei competitor come Franciae Germania”. Che culo, eh! Il ministro era – lo dico senza ridere – Carlo Calenda.

Ora, a farla breve, bisogna capire come il salario (che si sognava, a sinistra, variabile indipendente) sia diventato variabile dipendentissima, subordinata e in ginocchio, mentre a diventare variabile indipendente (cioè intoccabile) sono i profitti e le rendite. Capire, sì. E magari anche intervenire sulla vera manovra urgente: riequilibrare la voragine che si è aperta nel reddito dei lavoratori italiani, quelli che hanno pagato la crisi. Quali forze politiche oggi vogliono e possono prendere questo problema e farne il centro della loro azione? Si direbbe nessuna. Eppure, a proposito di popolo e populismo, quella sui salari sarebbe una battaglia assai popolare, a patto di tornare un po’ verso sinistra (il Pd) o di andarci (i 5 stelle). Chissà, forse disegnare intorno al lavoro (dignità, salari, diritti) una qualche politica di medio-lungo termine, invece di stare appesi alle battaglie dello sceriffo Salvini, sarebbe una luce in fondo al tunnel.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

La situazione la fotografo come un cane che girando su un palo vuole mordersi la coda,pare stucchevole come sia cieca tendente a far sbattere il Paese contro un muro,più il lavoro renderà miserabili le persone e più l’economia risulterà stagnante.

Un tetto ai guadagni dei manager per redistribuire la ricchezza in ogni azienda pare assolutamente necessaria,pur mantenendo la giustissima meritocrazia,ci mancherebbe,ma non è accettabile che per quanto una figura sia importante,debba guadagnare come migliaia di persone in taluni casi,Fca insegna.

Tenendo ben presente che il costo del lavoro in Italia risulti caro rispetto ad altre realtà,pur avendo stipendi medi più bassi,la differenza la fa la pressione fiscale,se si arriva a pagare il 40% di tasse e il 50% se si supera una certa soglia,è una mostruosità a mio giudizio.

Inoltre,studierei molto bene la possibilità di far lavorare più persone riducendo l’orario di lavoro,con meno pressione fiscale si riuscirebbe a ottenere anche questa opportunità.

Chissà se le due forze che lei ha citato finalmente decidessero di non farsi più i dispetti,e affrontassero queste problematiche,anche perchè se si veste da operaio il felpato,al massimo si imbuca subito dal titolare per mettersi d’accordo…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 20 febbraio 2019

Suicidio cinque stelle e il solito alibi della giustizia a orologeria














Paraculi contro vittime: ma quanto è antica la neo-lingua del potere

di Alessandro Robecchi

Per il suicidio assistito non hanno nemmeno dovuto andare in Svizzera, lo hanno fatto da casa, cliccando sul salvacondotto per Salvini Matteo, imputato per sequestro di persona. In pratica trentamila italiani, hanno detto alla magistratura in puro stile Antonio Razzi: “Amico mio, fatti li cazzi tua”, una notevole riforma della Costituzione. Nello stesso istante il presunto sequestratore offriva il petto al plotone di esecuzione sapendo che i fucili sono caricati a salve. Riesce così a scappare da un processo e al tempo stesso a mangiarsi i suoi alleati che hanno preso a picconate i loro sacri (?) principi. Gioco, partita, incontro: un caro pensiero al movimento dell’uno-vale-uno che ci saluta da lassù.

Nelle stesse ore, quasi negli stessi minuti, finivano ai domiciliari i coniugi Renzi, genitori di cotanto figlio, che subito ci spiega che lui voleva cambiare il Paese e per questo gli arrestano mamma e papà. A leggere i social l’altra sera (hasthag #SiamotuttiMatteoRenzi, risposta #colcazzo) sembrava che avessero arrestato i genitori di Gramsci per cospirazione e non due persone per bancarotta e fatture false. Un divertente ritorno al passato, dove non risuona la formula “giustizia a orologeria” solo perché nessuno vuole pagare la Siae a Silvio.

Ora, lascerò ad esperti e dietrologi le superbe analisi sui due casi incrociati, i complottismi, gli sfottò da tifoserie in lutto e/o visibilio e dirò due parole sulle parole. Sì, le parole, per dirlo.

Eravamo abituati a una neolingua smart e anglofona, dove il furto di diritti si chiamava rotondamente Jobs act e il condono per gli esportatori di valuta Voluntary disclosure. Roba al passo coi tempi, tecnica, da consiglio di amministrazione. Ora l’inglese non va più di moda e tornano i vecchi cari azzeccagarbugli manzoniani, un po’ come se la neolingua tornasse a casa, dall’empireo del global business a materia per avvocaticchi. Un “sequestro di persona” che diventa “ritardo nello sbarco” (nel quesito per firmare online il salvacondotto a Salvini) fa abbastanza ridere, è come dire che un omicidio è “interruzione indotta dell’attività cardiaca”. E siccome la neolingua non riguarda solo le parole nuove, ma anche quelle vecchie che non si devono usare più, ecco che nel referendum sull’immunità a Salvini la parola “immunità” non compare mai, per essere una neolingua suona abbastanza old-paracula.

Un’altra neolingua che viene dritta dal passato ce la regalano i renzisti della rete, quell’esercito di ultras speculare e contrario che scava nella sua memoria vocaboli per dire l’ingiustizia, e trova solo le vecchie parole di Silvio buonanima. Unanime evocazione del pensiero del capo: “Perché proprio oggi?”. “Cercano di fermarlo”. “Lo attaccano sulla vita privata”. Un focherello di grida al complotto (ma la parola “complotto” è vietata in quanto precocemente usurata) avviato da Renzi in persona: “Se io non avessi cercato di cambiare questo paese i miei oggi sarebbero tranquillamente in pensione”. Tradotto in italiano: me la fanno pagare.

Il vertice della neo-vecchia-lingua berlusconiana lo tocca l’onorevole Pd Luciano Nobili che dice: “Prima un vero e proprio colpo di stato per farlo fuori da Palazzo Chigi. Ora, addirittura, vengono arrestati i suoi genitori”. Quindi, a rafforzare l’idea che Matteo Renzi sia vittima di un complotto arriva anche un certo revisionismo storico: fu cacciato da Palazzo Chigi con un “golpe” (cfr. “Berlusconi: golpe contro di me”, novembre 2013 e stessa solfa per anni). Ma siccome il bello della rete è il “tempo reale”, accade che le due neolingue (paraculismo burocratico e vittimismo di matrice arcoriana) si mischino, si intreccino e si sovrappongano. Parole spiegazzate, stirate male, furbizie parallele eppure convergenti: le parole di un potere (di qui e di là) non all’altezza. Nemmeno delle parole.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

I 5S si sono sputtanati per salvare uno che se l’è fatta sotto d’andare a giudizio,il dietrofront dopo aver ripetuto più volte che voleva farsi processare, classico comportamento fascio-leghista a cui hanno aderito il 59% degli affezionati grillini, e ora vaglielo a spiegare a chi sta cosa non l’ha digerita, tra gli elettori e tra i banchi parlamentari.

Per ciò che riguarda il bullo di Rignano, niente di nuovo all’orizzonte, se li hanno messi ai domiciliari evidentemente le accuse sono gravi,staremo a vedere la giustizia come sentenzierà.
A parte le solite difese di uno che conta in quella congrega,a livello elettorale rimane e rimarrà opposizione,se non nasce nulla di nuovo e d’importante, la sx e le politiche relative sono ancora da considerare sottoterra,la resurrezione chissà?

Momentaneamente non riesco a intravederla.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 13 febbraio 2019

Gioca Jouer:Il nuovo gioco di ruolo del popolo contro l'élite

















“Popolo contro élite”, il gioco: il primo compra, le altre scrivono le regole

di Alessandro Robecchi

Giocate anche voi con il nuovo fenomeno del momento! Un successo superiore a quello del Monopoli! Acquistate subito il nostro straordinario gioco da tavolo Popolo contro élite®, un passatempo che dura da decine di migliaia di anni ora finalmente disponibile per lo svago in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro. Popolo contro élite®, il primo gioco da tavolo in cui i ruoli sono equamente divisi: il popolo lo compra e le élite scrivono le regole. E si può giocare ovunque: all’alba con i figli dopo il turno di notte (popolo) o nelle pause rigeneranti tra un consiglio di amministrazione e l’atro (élite). Ma per i pochi che ancora non conoscessero questo entusiasmante passatempo, ecco qualche spiegazione. Poche righe e poi… giocate tutti a Popolo contro élite®!

Le edizioni. Gioco democratico, Popolo contro élite è realizzato in diverse versioni. Si va da quella in cartonaccio riciclato dipinto con colori tossici (dieci euro, ma si trova usato) alla Deluxe edition numerata in pelle di cervo, con i segnalini dei giocatori in oro, dadi Swarovski e il tabellone in risotto di Cracco pressato (9.700 euro, ma può arrivare anche a 38.000 se autografata da Calenda).

Scopo del gioco.I giocatori partono con un ruolo ben definito: chi fa il popolo e chi fa le élite. Alla fine, dopo molti turni (una partita può durare anni) vincono le élite, ma speriamo che anche il popolo si sia divertito. Assegnare i ruoli ai giocatori fa parte del gioco. Ognuno si sentirà élite a qualcun altro, fino al paradosso: professori di liceo pagati come minatori dell’Ottocento si sentiranno élite culturale rispetto a chi fa la fila di notte per comprare l’ultimo modello di telefono. E del resto chi fa la fila di notte per comprare l’ultimo modello di telefono si sentirà superiore a chi fa la fila alla Caritas per mangiare qualcosa. E del resto chi fa la fila alla Caritas per mangiare qualcosa si sentirà superiore all’immigrato, e anzi penserà che l’immigrato gli frega l’ultimo panino e vorrà cacciarlo in malo modo. Per chi compra la Deluxe edition, in omaggio un vassoio di brioches da tirare agli avversari.

Regole.Come si sa il popolo è più numeroso delle élite, e questo ha costretto gli sviluppatori a riequilibrare un po’ le regole (si trovano nel libretto allegato, in inglese e latino, proprio per non avvantaggiare troppo il popolo). Le élite, inoltre, hanno una serie di bonus, come buoni avvocati nel caso finiscano nei guai, mentre il popolo può pescare dalla casella “imprevisti” la temutissima carta “Cazzi tuoi”, che può giocare nelle sezioni sanità, welfare, scuola e mondo del lavoro. Essendo a volte il gioco molto lungo, è prevista la possibilità di lasciarlo in eredità, in modo che ci siano giocatori neonati con la Porsche già pre-iscritti ad Harvard e giocatori costretti a vivere coi genitori a causa del basso reddito e del lavoro precario (ma possono sempre ereditare la carta “Cazzi tuoi”). E’ a questo punto che le élite giocano la carta “Meritocrazia”.

Scambio di ruoli.Ciò che rende Popolo contro élite® imprevedibile e divertente è il possibile scambio di ruoli tra giocatori. Per esempio un giocatore élite può fingersi popolo, mandare in giro selfie in cui mangia la polenta, dire “sono come voi, amici, un bacione” e vincere con l’inganno. Più difficile il passaggio inverso (un giocatore popolo che diventa élite), ma può accadere, soprattutto quando un giocatore élite gioca la carta “Ma sì, fingiamoci democratici”. Come nel Monopoli, c’è la carta maledetta che manda in prigione, ma a giudicare dalla popolazione carceraria italiana, le élite non la pescano quasi mai. I giocatori della categoria “élite culturale” possono pescare la carta “Disprezzo” e giocarla ogni volta che un giocatore della categoria popolo gioca la carta “Rabbia”. Pronti? Bene, buon divertimento!

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Divide et impera,mannaggia se sto gioco se lo inventavano i romani,la decadenza dell’impero sarebbe andata più a rilento,gli Unni,gli Ostrogoti e Attila avrebbero giocherellato anziché invadere e fare macerie…

Comunque non me lo compro sto gioco,anche la versione economica in cartone,c’è quasi tutto gratis nella quotidianità…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 6 febbraio 2019

Non è colpa del reddito di cittadinanza se gli stipendi dei neo assunti sono da fame













I poveri che non lavorano prenderanno come quelli che lavorano, perbacco!

di Alessandro Robecchi

Uno spettacolo impareggiabile, quello dei poveri che picchiano i poveri, una battaglia deprimente che ognuno può vedere come vuole attraverso le sue lenti: un effetto del darwinismo sociale quotidiano, oppure un’abile strategia per dividere i poveracci tra buoni (quelli che lavorano e sono poveri) e cattivi (quelli che non lavorano e prenderanno il reddito di cittadinanza, restando peraltro poveri).

Il nodo della questione l’hanno sollevato in parecchi (nessun povero) l’altro giorno: se diamo 780 euro ai poveri disoccupati senza casa, chi vorrà andare a lavorare per 800 euro? Lo hanno chiesto in rapida successione il presidente dell’Inps Boeri e Pierangelo Albini di Confindustria (auditi in Commissione Lavoro) e l’immancabile Carlo Calenda (cuoricinato via twitter). Siccome è tradizione tirare in ballo i morti che non possono mandarti a quel paese, Calenda si è addirittura nascosto dietro il grande leader del passato: “Berlinguer sarebbe inorridito davanti a un sussidio superiore a un reddito da lavoro”.

(Qui vorrei aprire una parentesi. Se dovessimo chiederci davanti a quali cose degli ultimi trent’anni sarebbe inorridito Berlinguer, la lista comincia qui e finisce a Pasqua, quindi lasciamo perdere, ma temo che Calenda sarebbe nell’elenco, vabbé, torniamo al punto).

Dunque si accetta e certifica da parte di un aspirante leader del centrosinistra (eh?) che in Italia 700-800 euro siano un “reddito da lavoro”, cioè il denaro che consente a una persona di vivere decentemente la sua vita. Il presidente dell’Inps mette anche le virgole: lo stipendio medio di un under trenta italiano è 830 euro e (avvertenza, dato strabiliante) al Sud il 45 per cento dei lavoratori privati ha redditi inferiori a quello di cittadinanza al suo massimo (cioè guadagnano, lavorando, meno di 780 euro). Questi i dati, più o meno.

Ora, seguendo i ragionamenti di Calenda, potremmo chiederci cosa farebbe più inorridire Berlinguer, se lo scandalo di dare un sostegno ai più poveri o il fatto che in Italia vivano milioni di lavoratori galleggianti sulla soglia dell’indigenza. Magari, che so, Berlinguer si chiederebbe come mai siamo tra i pochissimi paesi a non avere un salario minimo fissato per legge. Oppure si chiederebbe perché i salari italiani sono tra gli ultimi in Europa, perché il potere d’acquisto è sceso, perché si è permesso al mercato di spezzettare, cottimizzare, precarizzare il lavoro, svalutarlo e pagarlo poco. Come mai si può demansionare un dipendente rendendolo ricattabile, per esempio.

Insomma, seguendo il chiacchiericcio di Calenda su twitter e le analisi economiche di Boeri, lo scandalo dovrebbe essere quello dei salari da fame di chi lavora, non quello di darne uno a chi non ce l’ha. Ed ecco la guerra dei poveri, le truppe calendate affollano i social: mia figlia guadagna 720! E ne danno 780 a chi non fa niente! Mio cugino si fa un culo così per 800 e potrebbe stare sul divano a prenderne 780! Un rosario, una giaculatoria, di chi, povero al lavoro, vede aiutare i poveri senza lavoro. E così, con mossa perfetta, la famosa “invidia sociale” (come i liberisti chiamano la lotta di classe) si ferma ai piani bassi, che se la vedano tra loro, quelli del seminterrato, che tanto nell’attico si continua a stappare. Dopotutto è la plastica conseguenza della filosofia corrente dell’accontentarsi sempre e comunque: meglio un lavoro di merda che nessun lavoro, tra niente e piuttosto, meglio piuttosto, eccetera eccetera. Resta, se può servire, il pesante odore del paradosso: per dire che il reddito di cittadinanza è troppo alto si prendono ad esempio i salari, e si scopre (non che non si sapesse) che sono troppo bassi, indecentemente bassi e che è lì, sulla politica dei redditi (avrebbe detto Berlinguer) che si è scaricata gran parte della crisi.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

La buonanima di Enrico più che rivoltarsi nella tomba,ne avrebbe date di pedate nel posteriore a gente come D’Alema,su Renzi e Calenda avrebbe usato altro di ben più pesante.

Ah però,il reddito di cittadinanza è servito,eccome è servito,nel far prendere atto anche ai più distratti del lavoro da straccioni esistente,che non potrebbe mai e poi mai rendere il lavoratore indipendente se non avesse qualcuno che lo aiuta.

Un po’ come retribuire da tenore di vita moldavo in un contesto ben diverso,alla faccia della forbice sociale ormai sempre più ampia,ma l’unico dato sorprendente è il perdurare della pace sociale.

Sto reddito di cittadinanza ha proprio rotto le uova nel paniere,in ogni caso tranquilli,l’usura dei divani non è compromessa,se non si accetteranno i lavori da fame,bye,bye il reddito non ci sarà più…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 30 gennaio 2019

Il repentino coitus interruptus del processo a Salvini
















Retromarcia di Matteo, moderno John Wayne con la pistola spuntata

di Alessandro Robecchi

Sperando di fare cosa grata ai lettori che non possono star dietro a tutto e monitorare minuto per minuto le risse in corso, i testacoda e gli autogol, forniamo un provvisorio quadro della situazione. Insomma, se non avete tempo di andare al cinema, ecco i migliori film nelle sale. Tranquilli, se questa settimana saltate un talk show non ve ne accorgerete nemmeno.

Salvini, dramma psicologico – Indietro i soldi! Ma si fa così? Insomma, tu paghi per vedere un bel western con lo sceriffo molto macho, severo ma giusto, e ti ritrovi in pieno in una commedia degli equivoci. Avevamo lasciato il Salvini dentro il saloon che diceva “Mi processino pure!”, con l’aggiunta del solito luogocomunismo delle arance da portargli a San Vittore. E ora eccolo invece mediare dietro le tende, mandare i suoi col cappello in mano di qua e di là, riflettere se questo duello gli conviene, valutare se può raggranellare qualche voto in commissione, magari i 5 stelle o un voto segreto, e far tuonare i fedelissimi che se si processa lui si processano tutti. Insomma, già si comincia male col protagonista che si tira indietro e fa retromarcia “dopo aver riflettuto a lungo sulla vicenda ritengo che l’autorizzazione a procedere vada negata”. E’ come se John Wayne, al momento di uscire in strada con la Colt in pugno, pronto a diventare martire per motivi elettorali, cominciasse a consultare codici e codicilli… “Ehm, ma l’articolo 36 comma 7 e 8…”. Insomma, prima ha fatto il gradasso, poi ci ha riflettuto,

Di Maio, legal thriller – Classico film di avvocati e tribunali. Si narra il conflitto di coscienza di un giudice. Deve far processare il suo amico Salvini? Ha detto di sì, poi ha detto che nella vicenda Diciotti era “graniticamente” d’accordo con lui. Interessante conflitto interiore: far processare il sequestratore dicendo però che eri d’accordo col sequestro. Un tormento interiore che fa del film l’analisi di una profonda introspezione: si vede che la regia ha lavorato sullo spessore psicologico del personaggio, e poi ha lasciato perdere. Alla fine tutto un po’ scontato, ma qualche scena si salva, ottimi i caratteristi.

Madamine, commedia arancione – Pellicola leggera di vago sapore dialettale (siamo a Torino), ricca di colpi di scena davvero sorprendenti. Alcune signore fondano un club, ma si accorgono che una di loro sta per candidarsi alle elezioni usando le gardenie del giardino e il colore arancione della loro pashmine. Un fulmine a ciel sereno che ha turbano le Olimpiadi subalpine di burraco in tutti i salotti della collina torinese. Apriti cielo! Tutte fingono di stupirsi, cioè: chi ha portato in piazza abbracciati nel nome del Tav Pd e Forza Italia, con la Lega a fare il tifo, ora finge di stupirsi. Dialoghi divertenti, sceneggiatura qui e là zoppicante, bella la scena finale con gli idranti di bagna cauda e la rissa a bosettatte di Gucci.

Pd, horror a basso costo – Per gli amanti del genere, lo splatter a vocazione minoritaria, un thriller con venature grottesche. A una settimana dalla votazione nei circoli del Pd ancora non si sa il risultato definitivo e ufficiale, ogni giorno si consultano le previsioni per sapere se Zingaretti è sopra o sotto il 50 per cento, Martina sembra vivo, i renziani convergono su Giachetti, tipo gli zombie che barcollano verso la fattoria dove hanno sentito un rumore umano (si sono sbagliati, era la Ascani). Finale a sorpresa ma mica tanto, gli sceneggiatori promettono il sequel per il 3 marzo (primarie), poi un terzo episodio (congresso). Trama noiosa, alla fine, scarsi anche gli effetti speciali e nelle scene di massa non ci sono mai più di quindici persone. In generale la serie necessita di un volto nuovo, nella speranza di spostarla dall’horror al comico, si tenterà di ingaggiare Calenda, che però sta già girando una fiction tutta sua.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Inizio da John Wayne,si rivolterà sicuramente nella tomba…

Che dire del fenomeno in auge,momentaneamente,era no tav,no trip,i meridionali “i terroni” per comprendere,da giovane erano il male assoluto,”forza vesuvio” in curva chi non se lo ricorda,ora l’odio si sta rivolgendo più a sud,c’è sempre un nord più su e un sud più giù,ma soprattutto da chi gli si è affezionato da giugno a questa parte,se i sondaggi sono veri,più o meno penso di si,milioni di elettori,tutti nuovi di pacca,lo vedono come nuovo conducator di questa povera penisola,incredibile vero? O forse neanche tanto.

Sui 5S che dire,magari si fossero fermati agli strafalcioni linguistici e al dilettantismo conosciuto da tutti,purtroppo la situazione si è assai deteriorata,infatti stanno perdendo consensi,direi che mollare tutto,lasciando alla dx unita tutte le nefandezze,prima lo fanno meglio sarà per loro.

Sulle madamine torinesi,no comment,più che buco del Frejus evidentemente gli ha fatto male il buco dell’ozono,da qui il vuoto cosmico.

E mi astengo dall’ultima voce che ha riportato,mi sono limitato solo a ridere di gusto quando ieri da qualche parte ho letto,che Calenda e la sua scesa in politica è accreditata del 20% elettorale,cosa si fumano da quelle parti è incredibile…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 23 gennaio 2019

Oibò,i ricchi sempre più ricchi,i poveri sempre più poveri,anche numericamente

















Pochi ricchi, tanti poveri! Strano… ogni anno torna la stessa classifica

di Alessandro Robecchi

Ed ecco che anche quest’anno, puntuali come le cambiali, arrivano le classifiche dei ricconi del mondo, le statistiche sulle diseguaglianze che aumentano (rapporto Oxfam), e il teatrino per miliardari di Davos. Tutto insieme, così, per gradire, scandalizzarsi un po’, dedicarci una quota del proprio fondo-indignazione, e poi passare ad altro. In attesa di un nuovo anno, quando avremo la nuova classifica dei ricconi del mondo, il rosario delle diseguaglianze che aumentano, e il privé svizzero dei potentissimi. Altro giro, altra corsa.

Questo accade da anni, da molti anni, ed è diventato ormai un esercizio di stile mettere in fila le cifre più strabilianti: i 26 ricchi che hanno in mano la stessa ricchezza dei quattro miliardi di persone più povere, oppure il 5 per cento di italiani con patrimonio pari a quello del 90 per cento dei meno abbienti, eccetera, e potremmo continuare.

In effetti, il rosario è impressionante, se il libero mercato è “libera volpe in libero pollaio”, qui nel mercato liberissimo le volpi sono diventate onnivore e grasse da far schifo, mentre intere moltitudini di terrestri sono condannate a morte o a stenti quotidiani, mentre il lavoro viene sempre più precarizzato e svilito, mentre nei paesi ricchi avere un’occupazione non è più nemmeno una garanzia di non essere poveri.

Insomma, a farla breve, ogni anno si lancia l’allarme e ogni anno le cose sembrano peggiorare, ci si scandalizza ma non si attacca la rendita, che fa somigliare il mondo a una specie di paesino medievale con quattro signorotti padroni di tutto che fanno a chi ha il cazzo più lungo, e la plebe che sopravvive a stento. Molta plebe, tra l’altro, imbesuita e accecata dal terrore di scivolare ancora più in basso, difende i signorotti e li ammira, in una specie di masochismo di massa.

Ora il problema è semplice e non riguarda “le politiche” degli anni passati, ma la sola univoca e praticamente unanime politica che si è portata avanti in trent’anni, ovunque nel mondo, dalla cosiddetta destra e dalla cosiddetta sinistra: quella di non disturbare, e anzi agevolare, l’accumulazione vergognosa di fortune immense. A destra lo fanno per ideologia: da Trump che aiuta i grandi patrimoni perché fa parte del club, ai vagheggiatori nostrani di flat tax. A sinistra, almeno dal signor Blair in poi, ha prevalso l’idea furbetta che aiutando i ricchi, quelli ci avrebbero pensato loro a redistribuire, sotto forma di sviluppo e lavoro. Il vecchio concetto un po’ scemo che se il principe ha quindici polli sulla tavola imbandita forse finirà per lanciare una coscia ai quelli che non mangiano da due giorni. Scemenza grossa, come si vede dai numeri che smentiscono ogni anno questa risibile teoria social-paracula. Si aggiunga come aggravante la sudditanza psicologica e culturale di questa sinistra moderna ed ex-rampante per le figurine dei padroni del mondo, con cui ama flirtare, posare in foto e disquisire di sviluppo e progresso, che è un po’ come andare a pranzo con lo zar nel 1916, e lodare gli antipasti.

Controcanto un po’ grottesco: sulle politiche sociali si recita continuamente il mantra del non-ci-sono-i-soldi, proprio mentre si nota – classifiche e indignazione alla mano – che i soldi ci sono, invece, e pure tanti, e ce li hanno quasi tutti quei 26 tizi lì, quelli dell’album delle figurine dei padroni del mondo (più qualche migliaio di loro amici). I quali possono permettersi tali e tante pressioni sulle politiche fiscali da aumentare ogni anno il loro bottino, ed è chiaro come il sole che finché non si va a toccare lì, quell’accumulazione, quell’esagerazione, ogni bel discorso su popolo ed élite somiglia a un altro teatrino, in attesa di altre classifiche, di altra sincera indignazione, ah, che diseguaglianze, signora mia!, ma passiamo ad altro, ci ripenseremo tra un anno.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Ci ripenseremo fino a quando la pace sociale rimarrà tale,sa com’è a furia di tirare la corda,prima o poi…

Simbolo di ciò che ha descritto sono quei poveri tapini con scatola a zaino sulla schiena,pedalando portano le cosce di pollo a ricchi e meno ricchi,i quali vedrebbero di cattivo gusto se quella commissione venisse pagata in modo meno vergognoso,insieme a chi li gestisce ovviamente.

Se non ci saranno politiche di redistribuzione della ricchezza,ormai diventata sopravvivenza pur lavorando,tenendo ferma la meritocrazia sia ben chiaro,ma senza distorsioni criminali a parer mio,ovvero che un manager per quanto bravo non può guadagnare come migliaia di lavoratori,quella famosa pace sociale sarà sempre più a rischio.

Meditate politici,meditate,e vale per chiunque!

I:S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 10 gennaio 2019

Cori razzisti negli stadi? Per il Ministro degli Interni si può fare











Buu-uu al giocatore nero. Macché razzismo: è questione di feeling

di Alessandro Robecchi

Fare l’esegeta del signor Salvini, ministro dell’Interno, è una faccenda complicata. Non sai mai quando cazzeggia e quando fa sul serio, con quale cappello sta parlando, capopopolo, responsabile della security, addictedallo spuntino di mezzanotte. In divisa sembra il poliziotto dei Village People, e questo in attesa che si incazzino un po’ i poliziotti veri, che la divisa la mettono tutti i giorni.

Eppure il Salvini va decrittato, ed ecco una frase su cui esercitarsi per bene, pronunciata dal signor ministro alla riunione sulla violenza negli stadi: “Sul razzismo è troppo difficile trovare criteri oggettivi”. Cioè, cerchiamo di tradurre. Se mezzo stadio grida buu-uu ogni volta che un nero tocca palla, come fai a dire “oggettivamente” che si tratta di razzismo? Potrebbe essere che prima della partita quello ha rigato la macchina a ventimila persone. Potrebbe essere una cosa personale. Affari di cuore. Questioni di soldi. Insomma, se tu vai allo stadio e ti siedi lì per gridare buu-uu a un nero non è detto che tu lo faccia perché è nero, non ci sono “criteri oggettivi”, Salvini dixit.

Nel malaugurato caso di razzismo sovranista nazionale – caso di scuola, i cori contro Napoli e i napoletani – si tratta secondo Salvini di “campanilismo”. Detto a dieci giorni da una battaglia col morto fuori dallo stadio tra nazisti italiani e francesi e tifosi napoletani, è piuttosto sorprendente. Non vorrei scoprire un domani che il campanilismo può spingersi fino alla strage, al bombardamento, alla guerra batteriologica, ma c’è tempo, aspettiamo con fiducia. Ad oggi, quel che sappiamo per certo è che Salvini, l’uomo della linea dura, sul razzismo “non oggettivo” da stadio è per la linea morbida, troncare, sopire, dopotutto sono ragazzate, campanilismo, che male c’è, eccetera eccetera.

Intanto, fuori dal magico mondo di Salvini, nel disgraziato paese reale, c’è gente che organizza spedizioni con spranghe e bombe carta. Mica tanto ragazzini, poi, perché nelle retate (e negli ospedali) spuntano signori quaranta-cinquantenni, imprenditori, padri di famiglia, buona e brava gente della nazione, e non adolescenti disadattati.

“Cara, hai visto la mia roncola?, sai, volevo andare allo stadio”.

Inutile dire che poi molti di questi gentiluomini così sportivi risultano iscritti a circoletti non proprio hegeliani, che amano le svastiche, che cantano coretti contro gli ebrei, che si fregiano di nomignoli spensierati come Blood & Honour e cosucce consimili, che dovrebbero interessare parecchio un ministro dell’Interno, ma che sono alla fin fine ideologicamente contigui a Salvini e al salvinismo.

E’ sbagliato dire che alla riunione sul razzismo negli stadi non c’erano i capi delle tifoserie più estreme, quelli che “per campanilismo” urlano “Forza Vesuvio”. Era presente, infatti, l’ultrà ad honorem di tutti gli ultrà, Matteo Salvini, già noto per un video in cui canta cori vergognosi contro i napoletani (puzza, colera, disoccupati, il luogocomunismo del nordista ignorante). Lo stesso Salvini, tra l’altro, sorpreso in affettuosi abbracci con un capo ultrà pluricondannato (tal Luca Lucci, condanna definitiva per lesioni, patteggiamento per spaccio). Difficile pensare che gli ultrà delle curve avranno grossi problemi con un ministro così amico, e anche una minima indagine semantica su slogan da stadio e slogan politici del salvinismo, ormai vaporizzato nella società, rivelerebbe grandi somiglianze: per quelli che fanno buu-uu ai giocatori neri avere Salvini al Viminale non è niente male. La famosa riunione sugli stadi italiani con arbitri, associazioni, leghe varie, istituzioni, forze dell’ordine, è stata presieduta da uno che due settimane prima rideva e scherzava insieme a un delinquente della curva a una festa di tifosi, nient’altro da aggiungere, vostro onore.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Cosa non riusciranno gli italiani,quel famoso 32%,almeno così pare dai sondaggi,a ingurgitare e digerire da costui.

Vedremo alla prima uscita dal campo del Napoli,le reazioni internazionali a proposito,una delle tante figure di m.. ormai all’ordine del giorno.

Pare che una delle soluzioni contro la delinquenza sia di armarsi,chissà se varrà anche per chi si reca allo stadio con pargoli al seguito?

In ogni caso col cervello in pappa non c’è solo la politica,abbiamo anche la federazione gioco calcio intenta come gli struzzi con la testa sotto la sabbia.

Su chi dirige le società di calcio,calare un velo pietoso ormai non fa più notizia,sappiamo del diffuso rapporto che hanno con la feccia tifosa,direi che il tutto equivale a una macedonia putrida da cui è quasi impossibile trovare soluzioni.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 4 gennaio 2019

Divanomania e reddito di cittadinanza

















I poveri non sono poveri: Hanno tutti un divano su cui dormire sereni

di Alessandro Robecchi

Chiedo scusa e perdono se inizio l’anno parlando di una cosa poco glamour, un po’ démodé, fastidiosa da pensare, specie dopo i festeggiamenti di fine anno: i poveri.

Come da manuale, dovrei mettere qui in fila alcune manciate di cifre su quanti sono, quanto sono aumentati negli ultimi anni, origine e provenienza, struttura dei nuclei famigliari, fascia d’età eccetera, eccetera, ma non credo sia il caso. Basta cogliere fior da fiore da tutti gli istituti statistici e di ricerca, istituzionali, pubblici, privati, centri studi, organizzazioni no profit e umanitarie, e tutti i numeri più o meno convergono: un quarto della popolazione europea (123 milioni) è a rischio povertà o esclusione sociale; in Italia vivono in povertà assoluta più di cinque milioni di persone. Ma le parole sono leggere e la situazione è pesante. Per esempio sono molti di più di cinque milioni (per la precisione, secondo l’Istat, 9 milioni) quelli che non riescono a riscaldare decorosamente l’abitazione, cioè c’è molta gente molto povera che non riesce nemmeno ad entrare nelle statistiche dei poveri assoluti, sono poveri relativi, diciamo, si sistemano in un angolino delle classifiche e se ne stanno lì buoni buoni. E aumentano.

Intanto i poveri, poveracci, sono in prima fila loro malgrado nella battaglia della propaganda. Il festante “abbiamo abolito la povertà” di Di Maio ricorda da vicino il trionfale “abbiamo abolito il precariato” di Renzi, roba buona per il titolo del giorno dopo e tutti i sarcasmi degli anni a venire.

Interessante, però, come una strana figura di “povero” abbia invaso il dibattito pubblico, il chiacchiericcio da talk show, la teoria economica. Una situazione di disagio reale e diffuso è stata trasformata in macchietta, in grottesca caricatura da commedia all’italiana. Nel dibattito politico sul reddito di cittadinanza (a prescindere da cosa ne verrà fuori realmente), il principale problema è incrociare la parola “povero” con trucchetti di sopravvivenza alla Totò. Ci saranno i “furbi”, quelli che truccano l’Isee, quelli che aspettano la manna dallo Stato per girarsi i pollici o lavorare in nero, eccetera eccetera. Se un marziano sbarcasse qui senza sapere nulla e assistesse basito a un paio di talk show penserebbe che “povero” significa “creatura improduttiva e pigra del Sud che sta su un divano”. Divano è la parola che ricorre di più, una specie di immagine ormai proverbiale: il povero sta sul divano e aspetta assistenza.

Se guardate attraverso questa filigrana potete vedere molte cose. I grandi luogocomunismi della storia economica nazionale, per esempio. I terroni che non hanno voglia di lavorare e che ci invadono (detto mentre l’emigrazione interna faceva fiorire le fortune dei grandi industriali). Il mantenuto. Il sussidio. L’assistenzialismo, e insomma, signora mia, li paghiamo per non farli lavorare, seduti sul loro divano (ci mancherebbe).

Siamo sempre lì, insomma, alla colpevolizzazione del povero, che un po’ “non ha voglia”, un po’ “è colpa sua” (traduco: non si è sbattuto abbastanza) e un po’ fa il furbo per grattare qualche euro qui e là.

Ecco fatto: è bastato qualche mese di (sconclusionato) dibattito per risolvere in qualche modo il problema dei poveri, trasformati dai ricchi che ne parlano in pubblico in meri possessori di divani e potenziali truffatori.

Si perpetua così l’atavica diffidenza borghese per la povertà, e soprattutto si impedisce una seria riflessione sull’intero sistema economico. Se negli ultimi decenni i poveri sono aumentati come dicono tutti, e la loro distanza dai ricchi è diventata siderale, significa che il sistema non regge e non funziona, ma è un discorso che pare rischioso affrontare. Dunque, meglio continuare con la narrazione del finto povero che se ne approfitta: non costa niente e nasconde i poveri veri.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Divano o meno,quel reddito esiste in parecchi Paesi civili,toccherà stare molto attenti a non farlo diventare cronico e senza opportunità lavorative,anche se pare che ormai molti si siano resi conto che di lavoro,quello da considerare tale,e non uno sfruttamento vergognoso,ce ne sia ben poco.
Anche perché i tutelati o chi sta bene,sappiano che di poveri e disoccupati ce ne saranno sempre di più,complice la competizione orientale e l’automazione.

Forse ficcarsi in testa di tagliare un po’ a tutti,dove si può,far lavorare meno ore a tutti,e far lavorare più gente possibile è una via obbligatoria.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 19 dicembre 2018

Caro babbo Salvini,vorrei delle festività con meno cazzate


















La recita di Natale: Salvini col calice in mano (e l’ultrà nell’armadio)

di Alessandro Robecchi

Le tre cose ci preoccupano per il futuro: il riscaldamento globale, le tensioni con l’Europa, e il Salvini in versione natalizia. Mi perdonerete se mi concentrerò sulla più grave di queste crisi mettendo in guardia il consumatore di social media, il cittadino italiano, i capiredattori di turno durante le feste.

Dunque avremo Salvini col panettone, Salvini col pandoro, Salvini che chiede “Mangiato troppo?, anch’io amici, bacioni!”. Non mancherà un nutrito capitolo Salvini e la famiglia(e), i bambini, i regali, l’aria di svagata eccezionalità e di lucine intermittenti. Essendo ormai la retorica presepista appaltata alla sora Meloni, si suppone che la comunicazione salviniana si orienterà più sul versante gastronomia&serenità, con opportune sviolinate ai “prodotti italiani”. Dovrà probabilmente consumare dolci secondo un suo speciale manuale Cencelli basato sui flussi di consenso (Nord per origine, ma anche al Sud si mangia benino, ma poi che buona la cucina del Centro Italia…), con il che è chiaro che tifiamo glicemia.

Non scoraggiatevi. Nell’ora più intima delle feste avremo forse un Salvini stivalato accanto a una volante di pattuglia: “Anche a Natale con chi lavora per la nostra sicurezza, amici! Faccio bene?”. Gli agenti infreddoliti avranno la faccia di chi pensa: porca puttana, già il turno rognoso a Natale, e in più questo qui, che palle! Poi Salvini se ne andrà col suo codazzo di famigli, fotografi e guru della comunicazione, ma questo non lo vedremo. Ci verrà forse risparmiato un Salvini Babbo Natale che consegna taser giocattoli ai figli dei vigili, ma non è detto che ci andrà così bene. Insomma, prepariamoci alle feste con questa spada di Damocle del Salvini che spiega a tutti che lui è come loro – come noi – che fa cose normali, che ambisce a una tranquilla vita di torroncini e piccole emozioni sotto controllo.

L’estate era stata un buon banco di prova, sempre mezzo nudo e sempre a tavola, ma al tempo stesso vigile e virile per quanto glielo concede il fisico pinguinesco. Da molti stupidamente considerato innovativo, il messaggio è sempre quello, l’antico simbolismo della canottiera di Bossi, riveduto e corretto: dove là c’era burbera e ruspante fierezza popolare della Lega ante-Trota, qui c’è l’epifania della medietà, un plasmarsi sulla statistica e sulla retorica dell’italiano medio, compreso lo sfruttamento pop degli affari di cuore, le feste comandate, lo spuntino di mezzanotte.

Si ride e si scherza, d’accordo, ma c’è un problemino serio, perché la stragrandissima maggior parte dell’iconografia su Salvini è prodotta e diffusa dallo stesso Salvini e poi ripresa dai media che la rilanciano: una specie di dépliant, un prospettino promozionale. In televisione: una marchetta. Quando le foto non sono selfie o non vengono dal costoso entourage (che paghiamo tutti), infatti, Salvini non sembra tanto “uno di noi”, come dice la sua narrazione.

L’italiano medio che Salvini vorrebbe vellicare con il suo sono-come-te non familiarizza con spacciatori condannati, per esempio, cosa che non dovrebbe fare un ministro dell’Interno, ma nemmeno un cittadino perbene. Insomma, il Salvini pubblico sempre accanto alle forze dell’ordine non può fare pappa e ciccia con delinquenti che le forze dell’ordine hanno attenzionato, seguito, intercettato e incastrato fino a sentenza (patteggiamento avvenuto). E’ una cosa che potrebbe ingenerare il sospetto che esistano due Salvini, uno formato social denso di cretinate e albertosordismi, e uno con frequentazioni poco consone al suo ruolo. Proprio per questo – perché urge riparare – ci si aspetta una recrudescenza del Salvini formato famiglia. E dunque questo è un piccolo avviso: pensateci, quando lo vedrete brandire il calice di prosecco: è solo la recita di Natale, e ci casca solo che ci vuole cascare.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Ricorderete tutti le promesse mirabolanti del caimano quando fu nel pieno del potere,e all’apice delle boutade da commerciante allo sbaraglio,affermò che avrebbe sconfitto il cancro,i risultati si sono visti,vero?

Direi che il successore sponsorizzato da quasi tutti i media,evidentemente è diventato a ragion veduta il meno peggio per costoro,ha affermato ieri che sconfiggerà qualsiasi forma di criminalità organizzata,dall’ndrangheta alla mafia,sino ad arrivare alla camorra.

Che sarebbe una missione per cui sarebbe ricordato nei libri di storia per l’eternità,peccato che passerà un felpato qualsiasi e altri ne arriveranno ancora,e purtroppo quell’infinita piaga secolare continuerà ad esserci.

Se ha tanto successo ormai lo sanno anche i muri,che i tizio,caio e sempronio che si lanciano in politica,devono fare leva su alcuni argomenti,e se una fetta consistente d’italiani abboccano,rimarrà una realtà ancora per molto tempo.

Buone festività a tutti,il più possibile isolate dalle stronzate,ovviamente!

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 14 dicembre 2018

Dallo spray al peperoncino sino ad arrivare alla diffusione delle armi


















Quelli che… lo spray in sé è innocuo, cattivo è chi lo usa per far male

di Alessandro Robecchi

Dovendo fidarmi di qualcuno, poniamo tra Matteo Salvini, Vittorio Feltri e Anton Cechov sceglierei senza dubbio il grande scrittore russo: “Se c’è un fucile nel primo capitolo, prima o poi sparerà”. È una specie di regola, purtroppo confermata dall’esperienza umana: basta guardare le cifre americane dei morti per arma da fuoco per capire che ci sono troppi fucili nel primo capitolo, e che negli altri capitoli si raccoglieranno i cadaveri. Ma si sa, gli Stati Uniti esistono là come tragedia e qui come farsa: lo spray al peperoncino che ha scatenato l’inferno nella discoteca di Corinaldo è solo una caricatura delle armi da fuoco in tasca a tutti, ma come si è visto è in grado di provocare spaventose tragedie.

I più ridicoli tifosi delle armi libere e della difesa fai-da-te suonano la solita solfa: non sono le armi che uccidono, sono gli uomini che le usano. Bello. Vale anche per la bomba atomica: non è cattiva lei, poverina, ma lo stronzo che schiaccia il bottone. È la stessa cosa, papale papale, che ha detto Matteo Salvini, che nei ritagli di tempo tra l’attivismo in politica economica e la militanza nel Ku Klux Klan sarebbe addirittura ministro dell’Interno: “Se qualcuno abusa del mattarello o delle forbici non posso vietare i mattarelli o le forbici”. Ecco fatto. Assolta l’arma, non resta che insultare tutti gli altri: se c’è la strage è colpa dei ragazzi, anzi dei genitori che ce li mandano, anzi dell’ora tarda, anzi del cantante cattivo, anzi dei suoi testi, anzi… La pioggia dei luoghi comuni si fa diluvio, con lampi, fulmini e qualche tuono che rimbomba: “Noi da giovani eravamo meglio dei giovani di adesso”, dicono gli anziani, in un tripudio di vecchi tromboni.

E così a Corinaldo, come sempre succede, è andata in onda la colpevolizzazione delle vittime, in perfetta continuità con quello che si sente dire spesso nei casi di violenza sessuale: se la sono cercata. Vittorio Feltri, il patron del giornale che ha venduto in allegato pistole al peperoncino, usa la stessa logica, potrebbe allegare un bazooka e non ci sarebbe niente di male: basta non abusarne. Il ministro dell’Interno di cui sopra, peraltro, distribuiva spray al peperoncino nei suoi banchetti e quindi non stupisce la linea, rafforzata anche dal fatto che chi spara gli piace tanto, vedi legge sulla legittima difesa.

Intanto, dopo la tragedia di Corinaldo, emergono dettagli su dettagli da tutto il regno: si spara il peperoncino nelle discoteche per rubare portafogli e cellulari, si spara nelle scuole per vedere l’effetto che fa (in settimana già due o tre casi), ai concerti la cosa era già successa decine di volte. Insomma, tolto il tappo al vaso di Pandora viene fuori che lo spray al peperoncino è un’arma di difesa, ma che se volete derubare o tramortire qualcuno per la strada o in discoteca è un ottimo metodo: dopotutto non esiste arma di difesa che non sia anche arma d’attacco. E, per la cronaca, è vietato o venduto con grandi restrizioni nella maggior parte dei Paesi europei.

Ciò che si cerca di replicare, insomma, è la tradizione americana dell’essere tutti cowboy, una specie di privatizzazione della difesa: ognuno con i suoi mezzi, e di questo passo il problema non è “se”, ma “quando” avremo una Columbine italiana, a cui dovremo un giorno chiedere conto ai Salvini, ai Feltri e a tutti gli altri piccoli armigeri del Paese che soffiano sulla questione sicurezza. Diffondere massicciamente un’arma tra la popolazione, benedirla, esaltarla, venderla insieme a un giornale, farne programma politico, anche da persone che hanno ruoli istituzionali, è un calcolo cinico, un esplicito e interessato disegno di imbarbarimento che pagherà in termini di consenso. Poi, all’apparir del vero e al compiersi del disastro, si darà la colpa al cantante e più in generale ai “giovani”. Facile, no?

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Sulla corsa alle armi basterebbe finalmente arrivare alla certezza della pena,non si denunciano più i furti è inutile,quand’anche qualche sprovveduto viene arrestato in poche ore è già fuori.

Tralascio cosa ne penso su quel giornale che dona pistolettate al peperoncino,tanto avrebbero scuse buone su qualsiasi nefandezza collegate alle loro uscite,ma su quella discoteca ce ne sono a iosa di responsabilità,talmente gravi da apparire inverosimili,a iniziare da chi gestisce il locale e chi organizza i biglietti d’entrata,pseudo cantanti con testi demenziali che arrivano con 3-4 ore di ritardo,sottolineando che chiunque ha diritto d’espressione,anche se sono considerabili al nulla.

Piano,piano si sta arrivando alla realtà a stelle e strisce dove le armi vengono comprate al supermercato,con tutte le controindicazioni che tutti sappiamo,ma il cowboy leghista & company,ne possono combinare di cotte e di crude,il trend dei consensi va sempre ad aumentare.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 11 dicembre 2018

Il capitalismo è fallito? No,si è solo spostato















Almeno sono chiare sia la tesi sia l'antitesi

di Alessandro Gilioli

«Il capitalismo ha fallito perché doveva alzare il livello di vita della gente, invece non l'ha fatto. È dal fallimento del sistema economico iniziato tutto. Se le aspettative di vita della gente non fossero calate di anno in anno, non ci sarebbero rivolte in Francia, non ci sarebbe questo caos in Inghilterra, non ci sarebbe il rischio fascista in Italia».

Le parole semplici dello scrittore Hanif Kureishi - intervistato oggi sulla Stampa - mostrano benissimo il filo rosso che lega i vari casini in corso in Europa.

A volte ci dimentichiamo perché nel 1989 il capitalismo ha stravinto sull'altro blocco: non perché era più bello, più buono, più etico, più amabile. Ma solo perché si era dimostrato più utile, cioè funzionava meglio.

Dall'altra parte l'economia pianificata e l'assenza di concorrenza avevano distribuito solo povertà. Da questa parte l'economia di mercato - con tutte le sue iniquità e suoi sfruttamenti - aveva invece creato più ricchezza, un ceto medio, talove perfino un'aristocrazia operaia. Per quanto ingiustamente distribuita, la maggior ricchezza e la maggior speranza di benessere per i propri figli aveva coinvolto la maggior parte delle persone. Di qui la vittoria dell'Occidente sul socialismo reale.

Se però il capitalismo non crea più ricchezza, non la ridistribuisce almeno un po' e non regala a ogni generazione la speranza di stare un po' meglio di quella precedente, tutto il sistema crolla. Il capitalismo non ce lo siamo tenuti finora perché era bello o buono, ripeto, ma solo perché era utile, prosaicamente e pragmaticamente utile. Se non è più utile, viene inevitabilmente rigettato.

Ora, si sa che il capitalismo ne ha viste altre, di gravi crisi, e ha saputo finora aggiustarsi dopo ciascuna di esse; e si sa che i capitalismi sono stati e sono di molti tipi diversi, molto diversi, nella geografia e nella storia.

Quello che tuttavia mi pare certo è che questo capitalismo qui - quello che ha iniziato a rombare negli anni Ottanta con Reagan e Thatcher, che ha conquistato l'Est Europa alla fine di quel decennio, che ha portato sulle sue sponde i partiti socialisti e socialdemocratici europei, che si è infine divorato il pianeta con la globalizzazione - beh, questo capitalismo qui adesso ha le gambe d'argilla.

La reazione provvisoria - si sa - è quella del nazionalismo, dei muri, dei dazi, del tutti contro tutti e soprattutto tutti contro i diversi.

Una reazione inevitabile e quasi pavloviana: se il malfunzionamento è o sembra causato dalla globalizzazione, si pensa di ritornare a prima della globalizzazione così tutto si rimetterà magicamente a posto. Ovviamente è una cretinata di breve durata, perché nel frattempo è cambiata la struttura - quella tecnologica di fondo, quella che determina tutto o quasi - sicché alzare i muri ha le stesse chance di successo che avevano i poveri operai inglesi quando 200 anni fa andavano a distruggere i telai meccanici.

Però per adesso ce la becchiamo così, la retrotopia di cui parlava l'ultimo Bauman, l'utopia di un passato che non tornerà manco con Trump e Salvini, no, manco con Farage e Orbán, manco sfarinando l'Europa o imponendo alle città i nomi della tradizione religiosa, come succede in questi giorni in India.

Più avanti - passati i funerali politici dei vari Macron e Renzi, e di tutti quelli che non hanno ancora capito che è finito il trentennio iniziato negli anni Ottanta - ci sarebbe da pensare a cosa viene invece dopo, dopo l'attuale sbornia di nostalgia nazional-sovranista.

Tesi: il cosiddetto neoliberismo, insomma il trentennio alle nostre spalle. Antitesi: i gilet gialli francesi, i gialloverdi italiani, i brexiters oltre Manica, Trump oltre Oceano, più vari altri mostri e mostriciattoli in Europa e altrove. E fin qui è tutto chiaro. È la sintesi quella che è ancora ignota e su cui ci giochiamo le chance dei prossimi cinque o sei decenni.

DALL'ESPRESSO BLOG . PIOVONO RANE

Il capitalismo da circa un ventennio si è spostato a est,extra continente s'intende,il fiato corto iniziano ad averlo nell'est europeo,su certe latitudini resisterà per alcuni decenni,tra India e Cina sono circa due miliardi e mezzo,l'arricchimento e lo sfruttamento dalla povertà durerà parecchio,un po' come il gatto con il topolino.

E chissà se ritornerà nuovamente in Europa,quando i poveri diventeranno la stragrande maggioranza,sopravvive,sopravvive,pur non avendo altri pianeti da sfruttare,il gioco di società avrà successo.

L'unico interrogativo che comprenderà ricchi e poveri del pianeta,saranno gli sconvolgimenti climatici,su questo piano rischiamo tutti quanti la sopravvivenza,a medio-lungo termine ovviamente.

I.S.

iserentha@yahoo.itto

mercoledì 5 dicembre 2018

Rammentiamo agli imprenditori chi sono i meritocratici del Pil












Altro che imprenditori: il partito del Pil sono gli italiani che lavorano

di Alessandro Robecchi

Prima di tutto una precisazione. I tremila imprenditori che l’altro giorno a Torino si sono riuniti per dire sì alla Tav e a tutto il resto (grandi opere, medie opere, tagli alla manovra) non sono, come si è scritto con toni eccitati e frementi “Il partito del Pil”. Non rappresentano, come si legge in titoli e sommari “due terzi del Pil italiano e l’80 per cento dell’export”. Il Pil italiano, e anche l’export, lo fanno milioni di lavoratori che in quelle imprese sono occupati. Gente che da anni vede assottigliarsi il suo potere d’acquisto, mentre aumentano profitti e rendite, che assiste all’erosione dei suoi propri diritti, che va a lavorare su treni affollati come gironi infernali, che sta in bilico sul baratro della proletarizzazione, che teme ogni giorno un disastro, una delocalizzazione, una vendita ai capitali stranieri, una riduzione degli organici, che combatte ogni giorno con servizi sempre più costosi, che fa la parte sfortunata della forbice che si allarga – da decenni – tra redditi da lavoro e profitti. Il Pil italiano – come il Pil di tutti i paesi del mondo – lo fanno loro, ed è piuttosto incredibile che una platea di tremila persone venga più o meno, con pochissime sfumature, identificata con l’economia italiana senza nemmeno una citazione di sfuggita, un inciso, una parentesi, che ricordi i lavoratori.

A vederla dal lato politico, si direbbe che l’imprenditoria italiana cerchi rappresentanza e punti di riferimento. Come ha detto Maurizio Casasco (piccoli imprenditori), “Abbiamo bisogno di leader, non di segretari di partito”, ma già i primi commenti fanno notare che presto lo troveranno, e sarà ancora Salvini, l’uomo che sa dire sì e che già si era beccato un paio di mesi fa gli elogi sperticati del presidente di Confindustria Boccia.

Così la palla ripassa alla politica, ai 5stelle impantanati e al loro cannibale Salvini cui cedono su tutto (compresa la guerra ai poveri conclamata nel decreto sicurezza). Doppio risultato: si piange un po’, che è caratteristica statutaria degli imprenditori italiani, e si tira il pallone in tribuna, impedendo ancora una volta una riflessione proprio su di loro. Sicuri che quei tremila (80 per cento dell’export, due terzi del Pil) non abbiano colpe in tutto questo? Che non abbia funzionato niente, negli ultimi trent’anni, politica, economia, finanza, Stato, amministrazione, tranne loro, sempre perfetti e “motore dello sviluppo”? E’ un po’ incredibile, andiamo! Eppure negli anni di Silvio gli imprenditori italiani hanno avuto di tutto e di più, e negli anni del centrosinistra meglio ancora, dalla pioggia di miliardi del Jobs act al coltello dalla parte del manico nelle relazioni sindacali, come la possibilità di demansionare i dipendenti, per non dire dell’articolo 18.

Da almeno trent’anni, con piccole frenate e forti accelerazioni, la filosofia al governo sostiene la tesi che aiutando le imprese si aiutino anche i lavoratori, che se stanno bene gli imprenditori staremo bene tutti, che se la tavola è sontuosa, qualche briciola cadrà dal tavolo per i poveri. Questo, in trent’anni di sperimentazione, non si è verificato, anzi è successo il contrario, la precarizzazione è avanzata, fino al cottimo, fino all’algoritmo che gestisce i tempi di vita delle persone.

Gli imprenditori italiani, in definitiva, non strillano solo per la Tav, ma perché non hanno ancora una sponda sicura nel governo del paese. Nessuno che dica “meglio Marchionne dei sindacati”, per intenderci. E’ legittimo lo sconcerto e anche l’accorato appello, che confina col piagnisteo, che confina con le minacce, va bene, si chiama pressione politica. Ma partito del Pil no. Il partito del Pil, qui, sono milioni di italiani (e stranieri) che lavorano, e anche loro a caccia di qualcuno che li rappresenti in un Paese senza sinistra.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Tutto condivisibile,giustissimo rammentare che le fortune del pil e degli enormi guadagni dei manager sono frutto del lavoro delle migliaia di sottoposti,qui si è andati ben oltre la meritocrazia.

Inoltre si deve rammentare alla imprenditoria italiana,che è troppo comodo intascare gli utili e nazionalizzare la mancanza di lavoro con la cassa o la mobilità.

Dulcis in fundo,a chi improvvisamente delocalizza o trasferisce sedi legali-amministrative oltre confine,io farei una bella leggina,vuoi andare via? Ok,ci ridai indietro tutte le agevolazioni che hai intascato nei decenni scorsi,anche se dovessero fallire in modo fasullo e riaprire altrove.

Altrimenti continueranno a fare i furbi con il posteriore degli altri.

I.S.

iserentha@yahoo.it