venerdì 14 dicembre 2018

Dallo spray al peperoncino sino ad arrivare alla diffusione delle armi


















Quelli che… lo spray in sé è innocuo, cattivo è chi lo usa per far male

di Alessandro Robecchi

Dovendo fidarmi di qualcuno, poniamo tra Matteo Salvini, Vittorio Feltri e Anton Cechov sceglierei senza dubbio il grande scrittore russo: “Se c’è un fucile nel primo capitolo, prima o poi sparerà”. È una specie di regola, purtroppo confermata dall’esperienza umana: basta guardare le cifre americane dei morti per arma da fuoco per capire che ci sono troppi fucili nel primo capitolo, e che negli altri capitoli si raccoglieranno i cadaveri. Ma si sa, gli Stati Uniti esistono là come tragedia e qui come farsa: lo spray al peperoncino che ha scatenato l’inferno nella discoteca di Corinaldo è solo una caricatura delle armi da fuoco in tasca a tutti, ma come si è visto è in grado di provocare spaventose tragedie.

I più ridicoli tifosi delle armi libere e della difesa fai-da-te suonano la solita solfa: non sono le armi che uccidono, sono gli uomini che le usano. Bello. Vale anche per la bomba atomica: non è cattiva lei, poverina, ma lo stronzo che schiaccia il bottone. È la stessa cosa, papale papale, che ha detto Matteo Salvini, che nei ritagli di tempo tra l’attivismo in politica economica e la militanza nel Ku Klux Klan sarebbe addirittura ministro dell’Interno: “Se qualcuno abusa del mattarello o delle forbici non posso vietare i mattarelli o le forbici”. Ecco fatto. Assolta l’arma, non resta che insultare tutti gli altri: se c’è la strage è colpa dei ragazzi, anzi dei genitori che ce li mandano, anzi dell’ora tarda, anzi del cantante cattivo, anzi dei suoi testi, anzi… La pioggia dei luoghi comuni si fa diluvio, con lampi, fulmini e qualche tuono che rimbomba: “Noi da giovani eravamo meglio dei giovani di adesso”, dicono gli anziani, in un tripudio di vecchi tromboni.

E così a Corinaldo, come sempre succede, è andata in onda la colpevolizzazione delle vittime, in perfetta continuità con quello che si sente dire spesso nei casi di violenza sessuale: se la sono cercata. Vittorio Feltri, il patron del giornale che ha venduto in allegato pistole al peperoncino, usa la stessa logica, potrebbe allegare un bazooka e non ci sarebbe niente di male: basta non abusarne. Il ministro dell’Interno di cui sopra, peraltro, distribuiva spray al peperoncino nei suoi banchetti e quindi non stupisce la linea, rafforzata anche dal fatto che chi spara gli piace tanto, vedi legge sulla legittima difesa.

Intanto, dopo la tragedia di Corinaldo, emergono dettagli su dettagli da tutto il regno: si spara il peperoncino nelle discoteche per rubare portafogli e cellulari, si spara nelle scuole per vedere l’effetto che fa (in settimana già due o tre casi), ai concerti la cosa era già successa decine di volte. Insomma, tolto il tappo al vaso di Pandora viene fuori che lo spray al peperoncino è un’arma di difesa, ma che se volete derubare o tramortire qualcuno per la strada o in discoteca è un ottimo metodo: dopotutto non esiste arma di difesa che non sia anche arma d’attacco. E, per la cronaca, è vietato o venduto con grandi restrizioni nella maggior parte dei Paesi europei.

Ciò che si cerca di replicare, insomma, è la tradizione americana dell’essere tutti cowboy, una specie di privatizzazione della difesa: ognuno con i suoi mezzi, e di questo passo il problema non è “se”, ma “quando” avremo una Columbine italiana, a cui dovremo un giorno chiedere conto ai Salvini, ai Feltri e a tutti gli altri piccoli armigeri del Paese che soffiano sulla questione sicurezza. Diffondere massicciamente un’arma tra la popolazione, benedirla, esaltarla, venderla insieme a un giornale, farne programma politico, anche da persone che hanno ruoli istituzionali, è un calcolo cinico, un esplicito e interessato disegno di imbarbarimento che pagherà in termini di consenso. Poi, all’apparir del vero e al compiersi del disastro, si darà la colpa al cantante e più in generale ai “giovani”. Facile, no?

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Sulla corsa alle armi basterebbe finalmente arrivare alla certezza della pena,non si denunciano più i furti è inutile,quand’anche qualche sprovveduto viene arrestato in poche ore è già fuori.

Tralascio cosa ne penso su quel giornale che dona pistolettate al peperoncino,tanto avrebbero scuse buone su qualsiasi nefandezza collegate alle loro uscite,ma su quella discoteca ce ne sono a iosa di responsabilità,talmente gravi da apparire inverosimili,a iniziare da chi gestisce il locale e chi organizza i biglietti d’entrata,pseudo cantanti con testi demenziali che arrivano con 3-4 ore di ritardo,sottolineando che chiunque ha diritto d’espressione,anche se sono considerabili al nulla.

Piano,piano si sta arrivando alla realtà a stelle e strisce dove le armi vengono comprate al supermercato,con tutte le controindicazioni che tutti sappiamo,ma il cowboy leghista & company,ne possono combinare di cotte e di crude,il trend dei consensi va sempre ad aumentare.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 11 dicembre 2018

Il capitalismo è fallito? No,si è solo spostato















Almeno sono chiare sia la tesi sia l'antitesi

di Alessandro Gilioli

«Il capitalismo ha fallito perché doveva alzare il livello di vita della gente, invece non l'ha fatto. È dal fallimento del sistema economico iniziato tutto. Se le aspettative di vita della gente non fossero calate di anno in anno, non ci sarebbero rivolte in Francia, non ci sarebbe questo caos in Inghilterra, non ci sarebbe il rischio fascista in Italia».

Le parole semplici dello scrittore Hanif Kureishi - intervistato oggi sulla Stampa - mostrano benissimo il filo rosso che lega i vari casini in corso in Europa.

A volte ci dimentichiamo perché nel 1989 il capitalismo ha stravinto sull'altro blocco: non perché era più bello, più buono, più etico, più amabile. Ma solo perché si era dimostrato più utile, cioè funzionava meglio.

Dall'altra parte l'economia pianificata e l'assenza di concorrenza avevano distribuito solo povertà. Da questa parte l'economia di mercato - con tutte le sue iniquità e suoi sfruttamenti - aveva invece creato più ricchezza, un ceto medio, talove perfino un'aristocrazia operaia. Per quanto ingiustamente distribuita, la maggior ricchezza e la maggior speranza di benessere per i propri figli aveva coinvolto la maggior parte delle persone. Di qui la vittoria dell'Occidente sul socialismo reale.

Se però il capitalismo non crea più ricchezza, non la ridistribuisce almeno un po' e non regala a ogni generazione la speranza di stare un po' meglio di quella precedente, tutto il sistema crolla. Il capitalismo non ce lo siamo tenuti finora perché era bello o buono, ripeto, ma solo perché era utile, prosaicamente e pragmaticamente utile. Se non è più utile, viene inevitabilmente rigettato.

Ora, si sa che il capitalismo ne ha viste altre, di gravi crisi, e ha saputo finora aggiustarsi dopo ciascuna di esse; e si sa che i capitalismi sono stati e sono di molti tipi diversi, molto diversi, nella geografia e nella storia.

Quello che tuttavia mi pare certo è che questo capitalismo qui - quello che ha iniziato a rombare negli anni Ottanta con Reagan e Thatcher, che ha conquistato l'Est Europa alla fine di quel decennio, che ha portato sulle sue sponde i partiti socialisti e socialdemocratici europei, che si è infine divorato il pianeta con la globalizzazione - beh, questo capitalismo qui adesso ha le gambe d'argilla.

La reazione provvisoria - si sa - è quella del nazionalismo, dei muri, dei dazi, del tutti contro tutti e soprattutto tutti contro i diversi.

Una reazione inevitabile e quasi pavloviana: se il malfunzionamento è o sembra causato dalla globalizzazione, si pensa di ritornare a prima della globalizzazione così tutto si rimetterà magicamente a posto. Ovviamente è una cretinata di breve durata, perché nel frattempo è cambiata la struttura - quella tecnologica di fondo, quella che determina tutto o quasi - sicché alzare i muri ha le stesse chance di successo che avevano i poveri operai inglesi quando 200 anni fa andavano a distruggere i telai meccanici.

Però per adesso ce la becchiamo così, la retrotopia di cui parlava l'ultimo Bauman, l'utopia di un passato che non tornerà manco con Trump e Salvini, no, manco con Farage e Orbán, manco sfarinando l'Europa o imponendo alle città i nomi della tradizione religiosa, come succede in questi giorni in India.

Più avanti - passati i funerali politici dei vari Macron e Renzi, e di tutti quelli che non hanno ancora capito che è finito il trentennio iniziato negli anni Ottanta - ci sarebbe da pensare a cosa viene invece dopo, dopo l'attuale sbornia di nostalgia nazional-sovranista.

Tesi: il cosiddetto neoliberismo, insomma il trentennio alle nostre spalle. Antitesi: i gilet gialli francesi, i gialloverdi italiani, i brexiters oltre Manica, Trump oltre Oceano, più vari altri mostri e mostriciattoli in Europa e altrove. E fin qui è tutto chiaro. È la sintesi quella che è ancora ignota e su cui ci giochiamo le chance dei prossimi cinque o sei decenni.

DALL'ESPRESSO BLOG . PIOVONO RANE

Il capitalismo da circa un ventennio si è spostato a est,extra continente s'intende,il fiato corto iniziano ad averlo nell'est europeo,su certe latitudini resisterà per alcuni decenni,tra India e Cina sono circa due miliardi e mezzo,l'arricchimento e lo sfruttamento dalla povertà durerà parecchio,un po' come il gatto con il topolino.

E chissà se ritornerà nuovamente in Europa,quando i poveri diventeranno la stragrande maggioranza,sopravvive,sopravvive,pur non avendo altri pianeti da sfruttare,il gioco di società avrà successo.

L'unico interrogativo che comprenderà ricchi e poveri del pianeta,saranno gli sconvolgimenti climatici,su questo piano rischiamo tutti quanti la sopravvivenza,a medio-lungo termine ovviamente.

I.S.

iserentha@yahoo.itto

mercoledì 5 dicembre 2018

Rammentiamo agli imprenditori chi sono i meritocratici del Pil












Altro che imprenditori: il partito del Pil sono gli italiani che lavorano

di Alessandro Robecchi

Prima di tutto una precisazione. I tremila imprenditori che l’altro giorno a Torino si sono riuniti per dire sì alla Tav e a tutto il resto (grandi opere, medie opere, tagli alla manovra) non sono, come si è scritto con toni eccitati e frementi “Il partito del Pil”. Non rappresentano, come si legge in titoli e sommari “due terzi del Pil italiano e l’80 per cento dell’export”. Il Pil italiano, e anche l’export, lo fanno milioni di lavoratori che in quelle imprese sono occupati. Gente che da anni vede assottigliarsi il suo potere d’acquisto, mentre aumentano profitti e rendite, che assiste all’erosione dei suoi propri diritti, che va a lavorare su treni affollati come gironi infernali, che sta in bilico sul baratro della proletarizzazione, che teme ogni giorno un disastro, una delocalizzazione, una vendita ai capitali stranieri, una riduzione degli organici, che combatte ogni giorno con servizi sempre più costosi, che fa la parte sfortunata della forbice che si allarga – da decenni – tra redditi da lavoro e profitti. Il Pil italiano – come il Pil di tutti i paesi del mondo – lo fanno loro, ed è piuttosto incredibile che una platea di tremila persone venga più o meno, con pochissime sfumature, identificata con l’economia italiana senza nemmeno una citazione di sfuggita, un inciso, una parentesi, che ricordi i lavoratori.

A vederla dal lato politico, si direbbe che l’imprenditoria italiana cerchi rappresentanza e punti di riferimento. Come ha detto Maurizio Casasco (piccoli imprenditori), “Abbiamo bisogno di leader, non di segretari di partito”, ma già i primi commenti fanno notare che presto lo troveranno, e sarà ancora Salvini, l’uomo che sa dire sì e che già si era beccato un paio di mesi fa gli elogi sperticati del presidente di Confindustria Boccia.

Così la palla ripassa alla politica, ai 5stelle impantanati e al loro cannibale Salvini cui cedono su tutto (compresa la guerra ai poveri conclamata nel decreto sicurezza). Doppio risultato: si piange un po’, che è caratteristica statutaria degli imprenditori italiani, e si tira il pallone in tribuna, impedendo ancora una volta una riflessione proprio su di loro. Sicuri che quei tremila (80 per cento dell’export, due terzi del Pil) non abbiano colpe in tutto questo? Che non abbia funzionato niente, negli ultimi trent’anni, politica, economia, finanza, Stato, amministrazione, tranne loro, sempre perfetti e “motore dello sviluppo”? E’ un po’ incredibile, andiamo! Eppure negli anni di Silvio gli imprenditori italiani hanno avuto di tutto e di più, e negli anni del centrosinistra meglio ancora, dalla pioggia di miliardi del Jobs act al coltello dalla parte del manico nelle relazioni sindacali, come la possibilità di demansionare i dipendenti, per non dire dell’articolo 18.

Da almeno trent’anni, con piccole frenate e forti accelerazioni, la filosofia al governo sostiene la tesi che aiutando le imprese si aiutino anche i lavoratori, che se stanno bene gli imprenditori staremo bene tutti, che se la tavola è sontuosa, qualche briciola cadrà dal tavolo per i poveri. Questo, in trent’anni di sperimentazione, non si è verificato, anzi è successo il contrario, la precarizzazione è avanzata, fino al cottimo, fino all’algoritmo che gestisce i tempi di vita delle persone.

Gli imprenditori italiani, in definitiva, non strillano solo per la Tav, ma perché non hanno ancora una sponda sicura nel governo del paese. Nessuno che dica “meglio Marchionne dei sindacati”, per intenderci. E’ legittimo lo sconcerto e anche l’accorato appello, che confina col piagnisteo, che confina con le minacce, va bene, si chiama pressione politica. Ma partito del Pil no. Il partito del Pil, qui, sono milioni di italiani (e stranieri) che lavorano, e anche loro a caccia di qualcuno che li rappresenti in un Paese senza sinistra.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Tutto condivisibile,giustissimo rammentare che le fortune del pil e degli enormi guadagni dei manager sono frutto del lavoro delle migliaia di sottoposti,qui si è andati ben oltre la meritocrazia.

Inoltre si deve rammentare alla imprenditoria italiana,che è troppo comodo intascare gli utili e nazionalizzare la mancanza di lavoro con la cassa o la mobilità.

Dulcis in fundo,a chi improvvisamente delocalizza o trasferisce sedi legali-amministrative oltre confine,io farei una bella leggina,vuoi andare via? Ok,ci ridai indietro tutte le agevolazioni che hai intascato nei decenni scorsi,anche se dovessero fallire in modo fasullo e riaprire altrove.

Altrimenti continueranno a fare i furbi con il posteriore degli altri.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 28 novembre 2018

Il nuovo moralismo all'orizzonte











Se Mozart e Da Ponte son zozzoni, allora la Karenina è zoccola

di Alessandro Robecchi

Troppo osé. Scollacciata. Ma guarda che roba, signora mia. Bell’esempio per i nostri giovani! Dove andremo a finire? Pare si siano detti questo (e forse anche altro) i professori di qualche classe di scuola media di Ascoli Piceno. Dovevano andare a vedere il Così fan tutte di Mozart con gli alunni, ma poi ha prevalso il buonsenso: no, no, troppo sesso, questa cosa di mettere alla prova la fedeltà delle fidanzate, anche solo per ridere, non va bene, potrebbe turbare i ragazzi. I quali ragazzi, chissà, saranno forse rimasti delusi (uh, niente opera, due ore di matematica, dannazione!), oppure sollevati (Uh, meno male! A teatro bisogna spegnere i telefonini e non si può nemmeno chattare un po’).

Insomma, voi sapete che ci sono, acquattati e nascosti nelle pagine dei giornali, alcuni segnali della fine del mondo, e uno è questo: negare a un manipolo di quindicenni una delle cose più belle mai scritte nella storia del mondo perché “Troppo osé” (questo riportano i titoli, testuale), faccenda di corna e di intrighi amorosi. Sai che trauma per i nostri ragazzi, che magari sanno tutto della poetica Fedez/Ferragni, oppure delle palpitazioni di tronisti e troniste in tivù, per non dire delle più fantasiose categorie di Youporn. Peccato, perché la mirabile servetta Despina avrebbe potuto spiegare per bene le cose: “Una donna a quindici anni / dée saper ogni gran moda / Dove il diavolo ha la coda…”.

Ecco, meglio non saperlo. Quei due zozzoni di Mozart e Da Ponte stiano a casa loro. E anche Giuseppe Verdi non dorma troppo tranquillo, perché il sindaco di Cenate Sotto, tal Giosuè Berbenni, intima alla Scala di cambiare l’allestimento dell’Attilain programma (regista Davide Livermore, direttore Ricardo Chaily): c’è una scena che si svolge in un bordello, un’attrice che fa cadere la statua della Madonna, e questo è troppo, a Cenate Sotto non reggono il colpo..

Non è dato sapere se i prof con facoltà di sorveglianza morale che hanno negato Mozart ai loro studenti o il sindaco che prega di cambiare sceneggiatura a Verdi siano poi anche quelli che deplorano la decadenza culturale dei nostri tempi, l’ordinaria pornografia sentimentale della tivù del dolore o la faciloneria dei social, resta il fatto che Mozart no, non va bene, e rileggere Verdi nemmeno. Aspettiamo con ansia che si ritraggano inorriditi davanti alla Certosa di Parma, insomma, la zia innamorata del nipote, che tenta pure di farlo scappare di galera mentre quello, scemo, si innamora di un’altra signorina. Possibile invece che vada benissimo l’Otello: il nero che strangola la donna bianca è perfetto per i tempi che corrono, pare di vedere il tweet di Salvini: “Basta con questi negri che uccidono le nostre donne! Otello deve andare in galera nel suo paese! Ho ragione, amici? Bacioni!”. Va bene, cascano le braccia, siamo a un passo dal trattare da zoccola Anna Karenina, per non dire di quella signora Bovary, così annoiata dal noiosissimo marito, che cercava di spassarsela come aveva letto nei romanzi romantici (una buona ragione per vietarli, finalmente!).

Intanto, fuori dal teatro, lontano da Fiordiligi e Dorabella e dalle sconcezze mozartiane, i nostri ragazzi, così abilmente protetti dal comune senso del pudore (fosse anche quello di fine Settecento), possono continuare a bersi le millemila fidanzate di Corona, il gossip di palazzo tra Matteo ed Elisa, e tutta la sistematica fucilazione del pudore che ci regala la tivù mattina, pomeriggio e sera, oltre ai selfie autocelebrativi coi vivi e coi morti. Tutto scritto, suonato, cantato e recitato in pubblico, costantemente, ventiquattr’ore su ventiquattro, urlato a gran voce e presentato come commedia del costume contemporaneo. Mozart no, troppo osé, giocoso e scabroso, e poi, cazzo, bisognerebbe capirlo e farlo capire ai ragazzi, che fatica, eh!

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Non c’è da stupirsi più di tanto,il processo di restaurazione accoglie proseliti,basti pensare al fenomeno che c’è ora al ministero della famiglia.

Se ne vedranno delle belle al prossimo giro elettorale,con la destra al governo e con i pidini ampiamente soddisfatti del nuovo Esecutivo.

Ovviamente,le volgarità vere e proprie non cesseranno di esistere,soprattutto in Tv dove c’è trippa per gatti con gli sponsor e gli abbonati.

I.S.

mercoledì 21 novembre 2018

Gilet francesi e l'ipocrisia mediatica italiana sugli scioperi












Gilet, migranti, socialisti: quanto sono poetiche le proteste degli altri

di Alessandro Robecchi

Incredibile quanto ci piacciono le rivolte quando le fanno gli altri, una passione, proprio. Leggendo le cronache dalla Francia, anche quelle più “legge & ordine”, traspare una sorta di invidia non detta, di ammirazione sottaciuta, come un’inconfessabile stima per una mobilitazione così spontanea e tenace. Non tanto per gli obiettivi della protesta dei gilets jaunes(che restano molto francesi e assai trasversali), quanto per la loro tenacia. Ci piace insomma il pensiero dei francesi che si incazzano, come da canzone del Maestro, ma ogni volta quel che si ammira è che lo fanno seriamente. Già capitò ai tempi del grande sciopero dei mezzi pubblici, quando si magnificò la solidarietà dei parigini, pur azzoppati nel loro spostarsi, con i lavoratori in lotta. Non scioperanti e utenti divisi, ma cittadini uniti, si disse, cronache che scaldavano il cuore, mentre se succede qui, anche un minimo sciopero dei treni, ecco le grida di allarme sull’Italia “paralizzata” e la prepotenza sindacale.

Insomma, ci piacciono molto la protesta, la rivolta e persino la sommossa (specie se ceto medio-oriented), a patto che non succeda qui, e se un qualsiasi movimento di protesta si azzardasse qui da noi ad occupare strade e autostrade o depositi di carburante, si griderebbe – destra, sinistra, sopra, sotto – all’eversione (non a caso il decreto sicurezza contiene gravi inasprimenti di pene per blocco stradale, per esempio).

E’ un bizzarro strabismo politico-culturale, tutto italiano, molto ipocrita, che abbraccia il pianeta. La marcia dei migranti dall’Honduras agli Stati Uniti è un altro caso di scuola. Una migrazione in piena regola, che riscuote ammirazione e pressoché unanimi consensi, almeno a sinistra. E’ una cosa biblica, contiene molto Garcia Màrquez, migliaia di persone che vanno a piedi, coi trolley e le valigie, i bambini e i nonni fino a Tijuana, e lì cominciano a bussare al muro per avere una vita migliore. Muy sentimiento, eh! Se invece succede qui la musica cambia un po’, niente più flauti andini e canzoni di protesta, cominciano i cori del non-possiamo-accoglierli-tutti, gli aiutiamoli-a-casa-loro (cfr: Salvini), e aiutiamoli-davvero-a-casa-loro (cfr: Renzi). Insomma, gli opposti minnitismi, e magari, come già si fece, accuse di “estremismo umanitario” a chi crede nell’accoglienza e magari la pratica. Ci piacciono i migranti degli altri, insomma, pieni di rimandi letterari, soddisfano un nostro bisogno di etica e ci ricordano vagamente cosa sarebbe la giustizia sociale. Perfetti, finché stanno dall’altra parte del mondo, fuori dai coglioni.

Ci piacciono molto anche i socialisti degli altri. Il caso di Alexandria Ocasio-Cortez conferma in pieno. Con grande attenzione, i media italiani hanno seguito l’ascesa della giovane democratica, fino all’arrivo al Capidoglio di Washington. Hanno persino lodato il suo dichiararsi esplicitamente socialista. Che brava, che coraggio, bene! Che bella la copertina del New Yorker! Tacendo però il dettaglio che se qui, qui da noi, emergesse una voce dichiaratamente socialista – più diritti economici, meno rendite, meno profitti, più reddito da lavoro più diritti agli immigrati, più scuola pubblica – verrebbe trattata come un appestato, affetto da novecentismo, bacucco, via, sciò, come si permette, lasci fare ai mercati, che la sanno lunga. Se dici “socialista” a New York sei un’esotica benedizione per i tempi nuovi che verranno, ma se lo dici qui ti lapidano perché “non aiuti le imprese” e qualunque idea di conflitto sociale pare obbrobriosa.

E’ uno strabismo anche sentimentale, perché, insomma, almeno a sinistra piace ancora l’impianto, chiamiamolo così, ideal-romantico della rivolta e della reazione all’ingiustizia, dei deboli che si ribellano al potente, ma solo in cartolina, e più è spedita da lontano e meglio è.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Inizio con i gilet francesi,da ciò che ho letto pare che sia una tassa di alcuni centesimi che saranno investiti su tecnologie elettriche e ibride,nel tentativo di usare sempre meno energia fossile,ma non essendo francese prendo atto dei notevoli attributi che possiedono,che abbiano tutte le ragioni ho dei dubbi,attributi inesistenti sulle nostre latitudini,me ne sono accorto quando protestavamo contro il jobs act del caro renzuccio e in piazza ne mancavano parecchi di lavoratori.

Soddisfatto dell’apparizione di Alexandria Ocasio negli States,una giovane politica che prende i panni di un attempato Sanders è positivo,ma ne avrà di chances nel Paese dove in molti la vedono come una neo bolscevica che vorrebbe riequilibrare lo stato sociale,ovunque assolutamente compromesso nell’epoca della globalizzazione?

Già Obama con la riforma sanitaria trovò delle difficoltà non da poco alcuni anni fa.

Termino con i migranti e la diffusa ridicolaggine giornalistica italiana,nella quale si nasconde o si celebra secondo gli interessi e non per fare informazione pura,parlare di prostituzione non è il caso si rischia di farli diventare vittime,sono dell’idea però che di coscienze a posto ce ne siano poche nelle redazioni.

Sui migranti mi ripeto,non si può lasciare l’Italia da sola a governare un processo così grande e epocale,segnali dall’Europa non ne arrivano,anzi quelli che sono arrivati è di arrangiarsi tramite i 35 euro senza alcuna prospettiva di futuro,almeno per la stragrande maggioranza di questa povera gente,inutile ribadire l’impossibilità di impiegarli,al massimo trovano chi li sfrutta in modo vergognoso.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 14 novembre 2018

Puttane o giornalisti? C'è di tutto ma soprattutto lo sfruttamento dei medesimi









Stampa, il vero insulto è essere pagati sei euro ad articolo

di Alessandro Robecchi

Quando arrivi a prendertela con i giornalisti vuol dire che hai esaurito tutte le altre scuse, e “lasciateci lavorare”, e “la gente non capisce”, eccetera eccetera, e sei arrivato finalmente al bar, dove vale tutto. Sia messo a verbale che per un politico attaccare la stampa è sempre un mezzo autogol e un segno di debolezza. E questo senza addentrarsi nella qualità dell’insulto: “infimi sciacalli” (Di Maio) non è granché, mentre “puttane” (Di Battista) è sgradevole anche per motivi che coi giornalisti non c’entrano niente. Si prova una certa nostalgia per le “iene dattilografe” di D’Alema, che sposava irridente perfidia e raffinatezza stilistica, e questo per dire che si peggiora ma non si inventa niente.

La categoria è balzata su come una bestia ferita, cosa che fa periodicamente con più o meno convinzione. Si è visto vibrare orgoglio professionale, alcuni hanno fotografato il tesserino per postarlo sui social, e in generale la risposta all’attacco scomposto dei 5stelle è stata piuttosto veemente. Insomma, giù le mani dalla libera stampa. Mi associo pienamente. Anche se a tratti nella partita non si distinguevano più due cose un po’ diverse tra loro: la difesa della libertà di stampa e la difesa di una corporazione.

Poi, quando sarà passato lo tsunami di indignazione, si potrà magari discuterne meglio, a partire da due o tre cosette.

La prima riguarda la politica: dire un giorno che i giornali sono morti e non contano più niente, e il giorno dopo attaccarli come potere ostile è una palese contraddizione (comune a tutta, o quasi, la politica). Significa che il famoso disegno culturale dell’intermediazione (il mito della rete per i grillini, ma in generale i social per tutta la politica) non sta funzionando granché. Renzi dettava la linea a colpi di tweet, ma intanto prendeva la Rai e curava i rapporti con i giornali, Salvini fa il fotomodello di se stesso e i media lo adorano. Nomine e promozioni sono terreno di battaglia. Insomma, disintermedia qui, disintermedia là, ma il parere della stampa ai politici interessa ancora parecchio.

Come dicono quelli bravi – ma sarà per consolarsi – bisogna trasformare le disgrazie in opportunità. Sarebbe bello che i giornalisti italiani, così bruscamente insultati, sfruttassero questo loro sussulto d’orgoglio e ne usassero la spinta propulsiva per riflettere un po’ su se stessi, sulla professione, sulle sue modificazioni. I dati sul precariato nella categoria fanno spavento, si scrive per otto euro, per cinque euro al pezzo, i giornalisti sotto i quarant’anni arrivano in media a sei-settecento euro al mese, c’è un vastissimo lumpen-proletariatdel lavoro intellettuale, che diventa sfruttamento e ricatto professionale. I giornalisti garantiti da un contratto e da uno stipendio decoroso sono ormai una minoranza, la norma è una specie di McDonald dell’informazione dove si friggono notizie a basso costo.

Poi, come se non bastasse, tutti i giornalisti hanno questo destino infame: sentirsi spesso dare lezioni di giornalismo da gente che non ha mai messo piede in una redazione, che non ne sa niente. Ma loro, i giornalisti, che nelle redazioni ci stanno, che conoscono la macchina e sanno come funziona, dovrebbero accorgersi che queste forme di sfruttamento, che allungano quasi a vita l’età del precariato, nuocciono alla professione, nella sua dignità, anche più dell’insulto del politico di turno in piena crisi di nervi.

“Perché non mi scrivi una bella pagina sulla meritocrazia? Te la pago sei euro e cinquanta!”. Ecco una buona metafora di come sta messo oggi il giornalismo italiano, e si può valutare se la sua perdita di qualità non sia dovuta anche a questo. Nel dibattito sulla stampa offesa, tutto questo non c’è: solo insulti, allarmi e grida d’orgoglio ferito, politici isterici, giornalisti indignati e morta lì. Peccato.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Da sempre in Italia,non so in altre realtà extraterritoriali,un certo servilismo e cortigianeria mediatica è sempre esistita,che se ne accorgano ora gli esponenti di massima visibilità dei 5S mi risulta da dilettanti allo sbaraglio,altra conferma,piuttosto vadano nel merito,se vogliono cavalcare il fuoco di fila mediatico che c’è stato sull’attuale Sindaco di Roma o sul Tav per ciò che riguarda Torino,scrivano o dicano come ha fatto Travaglio ieri oggi sul Fq.
Altrimenti il boomerang corporativo arriva inesorabile,farli passare per vittime è ciò che vogliono.

Per quel che riguarda lo sfruttamento straccione sui giornalisti,non ci si deve meravigliare,esiste in tutti i campi lavorativi,la forbice delle retribuzioni è sempre più ampia,ricchi sempre più ricchi e poveracci ai confini della sopravvivenza,fa comodo,riesce a far emergere il servilismo e la ruffianeria,che va alla grande per cercare di migliorare la propria condizione.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 7 novembre 2018

Per un Salvini in tutte le salse mediatiche














L’Harmony di Salvini, il “pupazzo” che ha preso il posto del ministro

di Alessandro Robecchi

E se ne avesse altre? Intendo: se la signora Isoardi avesse altre fotine da mostrarci? Se volesse trasportare da “collezione privata” a “pubblico dominio” altri scatti dell’attuale ministro dell’Interno? A quel punto avremmo un intero catalogo di immagini dedicate a Matteo Salvini: quelle che si fa lui (in settimana: con il mitra in mano, con la Madonna di Medjugorje, con la tuta della protezione civile, con la divisa dei pompieri, in giacca e cravatta dal presidente del Ghana…) e quelle che gli fanno gli altri, che non si sa mai. Insomma, non è giusto che un collezionista privato privi (appunto) il mondo di testimonianze artistiche così rilevanti. In un momento storico in cui il leader aspirante uomo forte (“Se governassi da solo…”, un classico) coincide in tutto e per tutto con la sua immagine mediatica, diffondere fotografie non autorizzate sarebbe un dovere civico, un contributo al dibattito politico culturale.

Va detto che la prima puntata della soap ha mosso un po’ la trama: Salvini era così a corto di idee da farsi fotografare con una statua della Madonna di Medjugorje (che di solito è il penultimo gradino del vip in affanno), e un po’ di soft-core per i palati meno devoti serviva come il pane. Lui, peraltro, com’è noto, ribatte che “Per educazione, carattere e rispetto non ho mai buttato in piazza la mia vita privata”. Non male, detto da uno che si fece fotografare a letto vestito solo di una cravatta verde sulla copertina di un settimanale.

Ma sia, non è della già oltremodo dibattuta situazione Harmonydello sceriffo che si vuole parlare. O forse sì, ma in questo senso: il terreno del voyeurismo salvinista si allarga di un’altra zolla. Dopo le emergenze inventate, l’affanno da sciacallo sui casi di cronaca su cui cala come un avvoltoio se lo ritiene utile, tra un insulto agli intellettuali e il vorticoso cambio di costumi di scena, mancava l’irruzione nel privato, di più, nell’intimo. Dal palinsesto un po’ machista e un po’ albertosordiano del Nostro mancava il tassello del melodramma privato, una cosa da tivù popolare, anzi popolarissima: “E pensa, Maria, che gli stiravo il cappuccio del Ku Klux Klan, è uno stronzo, chiudi la busta”.

Insomma, che Salvini stia colonizzando ogni spazio di comunicazione disponibile è noto: forse lo vedremo che imbocca un cucciolo di foca, o sorridente sulla confezione dei cereali, o che ricorda severo che è ora di montare le gomme invernali. Salvini che è ovunque e in ogni luogo, insomma, con la statua della Madonna e col mitra, impegnato nella costruzione di quel rumore di fondo senza il quale sarebbe soltanto Matteo Salvini, un politico di lungo corso, molto ancien régime,sopravvissuto al terremoto dei partiti e diventato portabandiera della destra non più vergognosa di se stessa.

Come già si disse in questa rubrichina, il problema non è se, ma quando scoppierà questa bolla di fuffa elettronica che accompagna le gesta di Salvini. Già si nota una confusione tra il Salvini e il suo pupazzo, tra l’astuto politico e le sue varie caricature, girano le barzellette su Salvini, le parodie si sprecano. In sostanza, dietro l’apparente osanna delle masse, si comincia a intravvedere lo smottamento: Salvini che vorrebbe essere uomo forte, appoggiato alle proverbiali puttanate del Duce, che fa la faccia brutta davanti al crimine (purché commesso da immigrati), si confonde sempre più con il Salvini da trash televisivo, da pescatore della domenica, da indossatore di divise. Ci vorrà del tempo, perché il ridicolo è come il veleno, che ci mette un po’. Vedendolo sorridere pieno di sé mentre si recava sul luogo di una tragedia, molti hanno pensato che avesse sbagliato selfie, invece sono solo i piani che si intersecano: il pupazzo e il ministro non sono più distinguibili, e non è certo il pupazzo il peggiore dei due.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Della soap in questione tra il felpato e la pseudo conduttrice televisiva,non me ne fregava niente prima e continuerò nel trend.

Lei prevede che la bolla sul personaggio potrebbe sgonfiarsi,ho dei dubbi a riguardo,a dx non vedo sostituti e la sx non esiste,i dilettanti che ne combinano una giusta e tantissime gaffe stanno calando,al contrario della sua previsione,purtroppo la mia lo vede per un tempo indefinibile a governare con la dx compattata al prossimo giro,a malincuore sono dell’idea che ne vedremo ancora delle belle,si fa per dire naturalmente.

La prossima starlette al suo fianco avrà modo di fare nuovi selfie,e imperterrito continuerò nel trend,sul resto invece,sulla prossima parte catastrofica starò attento,si sa il popolo è sovrano!

da Ivo Serentha - mercoledì, 7 novembre 2018 alle 11:43

Mi spiace, ma credo che prima o poi scoppierà la bolla mediatica della comunicazione pop-salviniana. Sulla bolla politica, no, credo che ce la terremo per un bel po’

da Alessandro - mercoledì, 7 novembre 2018 alle 11:46

Lei dice? Attenzione,le gesta caimane sono durate vent’anni e sono finite per ragioni anagrafiche,ho idea che a una buona parte dei nostri compatrioti servano parecchio queste storie incredibili e demenziali.

Staremo a vedere!

da Ivo Serentha - mercoledì, 7 novembre 2018 alle 11:49

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 1 novembre 2018

La terra al terzo figlio è una stupidaggine sesquipedale











La terra ai nuovi nati: con sei o sette figli ti fai il latifondo

di Alessandro Robecchi

Andrà letta per bene e nei dettagli, la rivoluzionaria proposta contenuta nella manovra economica che promette un po’ di terra da coltivare per chi fa il terzo figlio. Già detta così pare bellissima, c’è un che di Via col ventoe al tempo stesso qualcosa di romanticamente sovietico: la terra ai contadini! Solo se hanno tre figli, anzi due ma promettono di fare il terzo. Siccome sono tempi in cui i paragoni storici si sprecano, spesso a sproposito, non dirò della ripopolazione delle campagne, delle paludi, del sacro suolo, eccetera eccetera, e nemmeno dei premi alle famiglie numerose. Mi limiterò a ricordare un precedente illustrissimo. Era il 1865 e, in America, il generale Sherman emanò un’ordinanza per donare a ogni ex schiavo, come risarcimento, 40 acri di terra e un mulo per ararla. C’era il trucco: era terra quasi sempre paludosa e incoltivabile, in brutte zone, il mulo non gliel’hanno mai dato, poco dopo ammazzarono Lincoln, cambiò tutto, e gli ex schiavi dovettero rendere le terre ai padroni bianchi. 40 acri e un mulo è un modo di dire, in America, che sottintende la fregatura storica che diventa, per l’appunto, proverbiale.

Ma qui c’è di più. La faccenda della terra distribuita per questioni di merito demografico (tre figli! Bravi, avete vinto un prato in Molise!) ha qualcosa di irresistibilmente satirico: con sei o sette figli ti fai un latifondo come ai tempi dei Viceré.

Ora immaginiamo la famigliola aspirante ceto medio che si arrabatta con due figli, stipendi precari, mutuo sul groppone, che si accinge a fare il terzo figlio, carica il camioncino come la famiglia Joad (Furore, John Steinbeck, 1939) e va dall’Oklahoma alla California in cerca di un pezzo di terra da coltivare. Molto suggestivo e letterario, molto fotografia seppiata della Grande Depressione. Forse un po’ meno affascinante dal punto di vista pratico, e poi bisognerebbe pensare allo sviluppo, andare avanti, programmare. Al quarto figlio la stalla. Al quinto figlio la trebbiatrice nuova. Senza contare alcune cosucce di non poco conto, come le condizioni dell’agricoltura italiana: uno va a coltivarsi i suoi 40 acri, e poi? Poi gli passano sotto il naso i camion delle arance raccolte col lavoro semischiavistico, il caporalato, la grande distribuzione e le sue aste al ribasso. Tutto questo senza nemmeno dover sparare a Lincoln.

In ogni caso si va a parare lì, all’aumento della natalità premiato come se fosse un donare braccia alla patria, una cosa già sbandierata dall’indimenticabile ministra Lorenzin. Naturalmente i legittimi titolari di due figli che si mettano in testa la balzana idea di fare il terzo ringrazieranno molto per l’idea, ma si ha come l’impressione che preferirebbero altri incentivi. Per esempio un asilo nido meno caro di una Porsche, servizi sociali adeguati, un welfare funzionante che permetta alle madri di lavorare a parità di salario con gli uomini, e altre cosucce consimili come magari tempi di lavoro che non siano dettati da un algoritmo. Dettagli. Cosucce. Ma va bene anche il prato in Molise, eh! Immagino che ci sarà un boom demografico senza precedenti e avremo migliaia di nuove aziende agricole, dove il neonato potrebbe occuparsi delle papere. E’ evidente che affidare tutto questo ben di dio a famiglie svogliate ed egoiste che si rifiutano di figliare oltre il secondogenito sarebbe diseducativo e non ripopolerebbe le campagne, mentre si sa che l’impero ha bisogno di braccia da restituire all’agricoltura. Magari un giorno si supererà questa visione agreste e littoria per arrivare ad incentivi meno avventurosi. Esempio: se fai il terzo figlio scuola gratis fino alla laurea per gli altri due. La butto lì per il ministro della Famiglia, se si scopre che il terzo figlio sono due gemelli al papà si restituisce l’articolo 18. Pensiamoci. Il mulo, magari, un’altra volta.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Chi ha ideato questa cazzata al cubo è da ricoverare,pare davvero come la corazzata Potemkin.

Se sono arrivati a questa stronzata per incentivare le nascite siamo messi malissimo,inutile ribadire i veri incentivi che andrebbero adottati per aiutare le famiglie e incentivare la prole,quelli che ha scritto lei vanno benissimo.

Aggiungo,con degli assegni familiari all’altezza del tenore di vita di questo Paese,ma pare che in questi decenni i politici che si sono avvicendati,siano stati particolarmente attenti ad aumentarsi stipendi e vitalizi,e ora a fare ricorso alla percentuale che manca a fine mese,

Loro sono Loro,e noi siamo noi…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 17 ottobre 2018

Tra gaffe,condoni,taglio ai vitalizi e nausee assortite

















Scambiatevi un segno di pace (fiscale): in fondo siamo all’osteria

di Alessandro Robecchi

Guardo la mia piccola pila di multe regolarmente pagate e mi si apre il cuore. Ci sono un paio di autovelox (buste verdi), un paio di divieti di sosta del mio comune (buste bianche), poi quella volta che mi era scaduto il ticket del parchimetro, e poi la mia preferita: la multa presa mentre ero alle Poste a pagare una multa. Record. L’ho incorniciata, cioè, prima pagata, poi incorniciata. Osservo queste piccole madeleine del mio essere automobilista imperfetto – tutte pagate – alla luce della nuova pace fiscale e modifico la mia idea di stato di diritto: sono un coglione.

Fossero solo le multe.

Il problema, invece, è la semantica, la scelta delle parole, la costruzione delle formule. In un paese dove esiste un decreto, votato ogni anno, che si chiama Milleproroghe, infinito elenco di cose non fatte, trovare nuovi nomi fantasiosi per vendere vecchia merce come un semplice condono non è facile.

“Pace fiscale” è una buona soluzione. Intanto è in italiano (i governi precedenti l’avrebbero chiamato “Fiscal Love”) e poi descrive bene il clima da osteria, ehi, qua la mano, pare di vedere una locanda con vecchi contadini, una pittura dell’Ottocento. “Pace fiscale” presuppone che si chiuda una guerra, che tacciano i cannoni e si ritrovi una garrula cordialità tra chi non ha pagato e chi dovrebbe – leggi alla mano – fargli il culo. E’ una guerra a cui quelli che hanno regolarmente versato tutto, magari cristonando e negandosi altre cose, magari rimandando un acquisto perché la multa veniva prima, assistono mentre gli cascano le braccia. Cose tra loro, insomma, tra chi ha sgarrato (poco, la multa, ma anche parecchio, fino a 100 mila euro, in un Paese dove il reddito medio pro capite è di 27 mila), e chi cerca di incassare quel che può. Che c’entriamo noi che siamo in regola, a parte un retrogusto di fregatura?

Si dirà che è il ritornello che si sente ad ogni condono, quando si chiama in italiano (ah, i vecchi “concordati” di Silvio!) e quando si chiama in inglese (la Voluntary Disclosure, che pareva una categoria di Youporn). E’ vero in parte.

Divertente invece che sia così solerte nel perdonare, condonare e cancellare regole chi proprio in questi giorni si appella a regolamenti e cavilli d’altro tipo. La Lega, che voleva addirittura un tetto più alto per il suo condono, che tuona ad ogni passo contro la burocrazia che strangola il cittadino, usa la burocrazia per strangolare altri cittadini, purché stranieri. Le storie delle mense scolastiche di Lodi sono note: la burocrazia usata come cappio punitivo e guinzaglio corto, i moduli dai paesi d’origine, la guerra di scartoffie per negare diritti, una specie di tassa sull’articolo 3 della Costituzione mascherata da “rispetto delle regole”.

Il “debole-coi-forti-e-forte-coi-deboli”, che è la cifra dell’esplosione salviniana nel Paese, non poteva avere in un solo giorno descrizione più plastica: di qua si perdona chi ha sgarrato, si chiude un occhio, si tende la mano (pace!); di là, dalla parte dei nuovi italiani che lavorano qui, pagano le tasse qui, mandano i figli a scuola qui, ci si fa occhiuti e pedantissimi, chiedendo documenti impossibili e costosi per provare il gusto di un piccolo apartheid di paese (guerra!).

Per i bambini di Lodi, i migranti di Riace, i “negozietti etnici” (sic) si pretende ferreo rigore burocratico-amministrativo, spesso inventato lì per lì con intento punitivo, mentre per gli altri si mette una toppa ogni tanto, si perdona, si sana, si “mette in regola” con lo sconto. La vecchia barzelletta che la legge è uguale per tutti si aggiorna con “la burocrazia è uguale per tutti”, su base etnica. La doppia morale, insomma – legge e ordine, ma per chi dico io – diventa tripla. Tutto made in Salvini, con gli altri testimoni muti e inani, come la mucca che guarda passare il treno.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Oltre il condono per i soliti ladri,gli 89 milioni condonati e spalmati per 90 anni,ci sono pure le spese militari e con i bidoni F35 integrati,e su questo punto i fivestars sono assolutamente colpevoli.
Pensi se in questo governo ci fossero i leghisti + Meloni e ciò che ne rimane del neo presidente del Monza calcio…Cosa riuscirebbero a fare.

Poi registriamo l’uscita del Senatori pd e forza italia nella votazione del taglio ai vitalizi,ormai una cosa unica se qualcuno non avesse avuto dei sospetti,è vero che ha una valenza simbolica,ma del tutto legittima visto e considerato l’inchiappettatura della Fornero e tutti i salti mortali che devono fare i comuni mortali,a prescindere dall’esito che ci sarà dalle vie legali che hanno intrapreso i mangiapane a tradimento.

Si,fa schifo anche a me,l’accanimento su Riace,gli orari sui negozi etnici e mensa per i bambini,il vero problema è che costoro aumentano i consensi con queste prese di posizione da vomito,prendiamone atto e riflettiamo su com’è messo l’elettorato italico

S.I.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 3 ottobre 2018

La rigidità del reddito di cittadinanza ormai al via











Soldi per non fare niente: così ci portiamo avanti col lavoro

di Alessandro Robecchi

Pare dunque accertato che il famoso reddito di cittadinanza stia diventando un sudoku piuttosto difficile da risolvere, con parecchi difetti. Per esempio andrà solo agli italiani e a chi abita qui da dieci anni, che è come dire che chi vive qui, poniamo, da cinque o otto anni, manda i figli a scuola, paga le tasse (se non l’irpef, perché è sotto le soglie, tutte le altre) ed è in difficoltà, cazzi suoi. Poi c’è l’altra regola: ai poveri non si danno in mano contanti, come si fece invece per i ceti medi degli ottanta euro renziani. Meglio di no, quelli sono poveri, non sono abituati, poi chissà che ci fanno, coi soldi. E se scialano? Poi diventa centrale il funzionamento dei centri per l’impiego, quelle strutture che forniscono lavoratori precari al mercato e che traballano perché hanno troppo precari al loro interno (comma 22). Segue complicata struttura di pagamenti elettronici (si scivola verso la social card di Tremonti). E segue ancora, esilarante, la proposta dei sedicenti economisti della Lega per cui lo Stato dovrebbe in qualche modo tracciare le spese degli italiani che ricevono il sussidio: se comprano prodotti italiani in negozi italiani bene (alalà!), se comprano la stufetta coreana su Amazon no (questa è di Claudio Borghi, uno forte nel cabaret, finito, invece che a Zelig, alla Commissione Bilancio).

Insomma, come tradizione riformista nazionale ci siamo in pieno: una macchina senza ruote che si dovrà spingere in qualche modo. Si dirà che la preoccupazione maggiore è quella – sacrosanta – di ridurre al minimo abusi e furbetti, giusto. E del resto sul funzionamento della macchina che gestirà e distribuirà qualche soldo a chi finora è stato tenuto fuori da qualsiasi anche minima redistribuzione, i Cinque stelle si giocano gran parte della loro scommessa e l’osso del collo.

Dunque è comprensibile che qualche obiezione al sistema, sia più che sensata, ma purtroppo non è questo il tipo di opposizione prevalente. “Farlo è giusto e bisogna farlo bene” è un po’ diverso da dire “farlo è sbagliato”. Eppure la critica al reddito di cittadinanza (10 miliardi, quello che costarono gli ottanta euro, meno di quello che si spese per salvare le banche, meno di quello che ci costa disinnescare la mina Iva ogni anno) vola verso altri lidi. Ancora una volta prevale un’impostazione classista che unisce pensatori di estrazione culturale omogenea (per dire: Matteo Renzi e Flavio Briatore), secondo cui il reddito di cittadinanza paga la gente per stare sul divano invece di sbattersi, lavorare, darsi da fare, industriarsi. C’è, dietro questa impostazione teorica, il vecchio vizio borghese di considerare i poveri unici responsabili della loro povertà, e (di conseguenza) la povertà una colpa, vecchio ritornello adattato ai tempi, ma ennesima versione dell’antico e italianissimo “i meridionali (e i poveri) non hanno voglia di lavorare”.

Cosa sorprendente, molti di quelli che avanzano questo nuovo antichissimo refrain sono gli stessi che riflettono (?) sulla veloce automazione del lavoro, sulle frontiere della robotica. Sanno benissimo, insomma, che tra dieci o vent’anni, metà dei posti di lavoro non ci saranno più, e che i lavoratori sostituiti dalle macchine dovranno comunque mangiare qualcosa, si spera tre volte al giorno. Un qualche reddito-chiamatelo-come-voleteche sostituisca il reddito da lavoro, insomma, sarà inevitabile e sarà la scommessa dei prossimi decenni. Cavarsela con “Uh, li paghiamo per stare sul divano” non è solo banale e rivelatore del nulla teorico che ci circonda, ma anche miope nei confronti del futuro: presto stare sul divano senza lavoro sarà una situazione assai diffusa per moltissimi, respinti nella povertà dal famoso “mercato” per la cui gloria – maledetti – i poveri non si sbattono abbastanza. Loro e il loro divano.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT



Non sono documentato,ma questo reddito o sussidio che sia viene elargito in altri Paesi,si prenda spunto dalle loro esperienze.
Non ho idea su come si possa indirizzarlo senza che vada a finire nelle slot o bingo,ci provino,distinguere gli acquisti nostrani da quelli esteri è impossibile.

Da quel che ho letto e sentito sarà un sistema molto rigido,obbligo di corsi e lavori comunali,chi non si schioda dal divano,bye bye eurini…

Infine,dare un limite di qualche anno a chi è un neo cittadino italiano per riceverlo non mi pare un’aberrazione,e se si è Sinti o Rom,partecipino ai corsi e ai lavori e non c’è problema.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 2 ottobre 2018

Riflessioni sulla manovra economica dell'attuale governo

















Non è poi così difficile

di Alessandro Robecchi

Non essendo l'economia una scienza esatta, nessuno può dire con certezza quali saranno gli effetti reali della manovra, ammesso che il documento appena presentato poi diventi davvero legge finanziaria, e che passi senza stravolgimenti attraverso il Quirinale e l'Europa.

Voglio dire: considero con eguale stima - non necessariamente altissima, ma eguale - gli economisti che in questi giorni hanno previsto cataclismi con annessa miseria, carestia e sterilità; e quelli che invece hanno elogiato il documento per le possibili conseguenze in termini di ripresa dei consumi e di coesione sociale.

Certo è che una manovra così attenta ai ceti più bassi non si vedeva da decenni, forse da mai; il che qualche dubbio a sinistra dovrebbe porlo. Altrettanto certo è che non è una manovra redistributiva perché non redistribuisce un bel niente, non attacca i grandi patrimoni né le rendite finanziarie né le spese militari né semplicemente i redditi più alti, limitandosi a cercare di reintegrare un po' dei "penultimi" facendo più debito.

E sia chiaro, fare debito non è un tabù (a parte che per Monti e i vessilliferi dell'austerità) ma (se non accompagnato da altre misure distributive) non è neppure una scelta per l'uno o l'altro blocco sociale. Si cerca di non scontentare nessuno, rinviando il problema ai posteri pur di non colpire nessuno, di tenersi buoni tutti. E non è un caso che, alla fine, Confindustria abbia festeggiato lo scampato pericolo, ringraziando la Lega.

Se promettete di non fraintendere, aggiungo che è una manovra che richiama alla mente molti pezzi dell'ideologia economica del fascismo, quello che riteneva superato lo scontro di classe in nome dell'unione produttiva e nazionale delle classi già contrapposte. Il fascismo che portò all'Inail e all'Inps, per capirci e per dirla a sommi capi. E anche allora la sinistra storica accoglieva con imbarazzo o difficoltà di lettura delle riforme sociali. Queste riforme sociali peraltro andarono sempre più diluendosi negli anni in una sostanziale perpetuazione o accentuazione dei privilegi delle classi dominanti.

Altrettanto complessa - se ci mettiamo fuori dalle tifoserie partitiche - è la lettura di questa politica economica, di questo cocktail emerso dal connubio di un partito che nasce a difesa dei giovani, dei precari e dei dimenticati con un altro partito che invece rappresenta limpidamente il laissez-faire dei detentori di capitali e gli interessi antisociali dei forti. Tendenza che in assenza di vere scelte probabilmente nel tempo prevarrà - come impostazione economica - proprio come avvenuto nel Ventennio.

È una lettura complessa ma non così complessa da non poter essere compresa, metabolizzata e spiegata.

Non così complessa da dover ridurre la sinistra alla difesa incondizionata dei dogmi a cui nei decenni si è piegata. E che una sinistra seria proporrebbe di superare più sistematicamente - altro che trincea accanto ai teoreti dell'austerità - e con una chiara visione degli obiettivi sociali complessivi, visione che dal connubio politico di cui sopra viene accuratamente evitata.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Reddito di cittadinanza e l'apertura dei nuovi centri di impiego,vedremo quanti riusciranno a reperire lavoro,a me pare una decisione positiva,sempre che non diventi un esborso cronico,do fiducia.

Età pensionabile per i 62enni con 38 anni di contributi,anche qui mi pare positivo,se si è in produzione dopo i 60 anni è dura passare la giornata col rischio di dover arrivare a 67 anni,non tutti hanno poltrona e scrivania incorporata,l'unico particolare che intravedo come una distorsione,è cosa diciamo a chi ha iniziato a lavorare in età precoce,a 62 anni costoro avranno dai 43-45 anni di contributi versati,a me non pare corretto.

Vedremo l'abbassamento delle tasse,se ci saranno per tutti o solo per i ricchi,come hanno dichiarato d'ora in poi ci saranno le manette per chi evade le tasse,fosse così chi l'avrebbe mai detto,nel Paese dove rubare alla collettività viene visto come un vanto.

Portare allo sforamento del 2.4 del Pil sarà positivo solo se si creerà economia,e qui che si giocherà il futuro di questo Esecutivo,i conti si faranno tra un anno o due al max.

L'ultima analisi sulla deriva fascista con le similitudini riportate da lei al tempo del ventennio,a me non pare che ci siano,anche se non sono così un fine conoscitore della storia,vedrò di stare attento ai segnali che ci saranno strada facendo.
Discorso a parte su migranti economici e profughi,penso che la condanna a questo Esecutivo sia assolutamente lecita,nello stesso tempo però condanniamo l'intera Unione Europea,che si sta dimostrando assolutamente fascistoide su questo tema.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 26 settembre 2018

Le continue bastonate sulla pelle dei lavoratori italiani












Flexsecurity, il solito giochetto a due fasi sulla pelle dei lavoratori

di Alessandro Robecchi

Con tutta la bella retorica sull’uscita dalla crisi, e la ripresina – dopo dieci anni di implacabile tosatura dei redditi dei ceti medio bassi – ecco che abbiamo un problemino. Muore, infatti, gran parte della cassa integrazione per le aziende in crisi o in cessazione di attività. Il che significa avere davanti la prospettiva di 140.000 (centoquarantamila!) lavoratori senza reddito, solo tra i metalmeccanici, cui si aggiungono altre categorie, tavoli, trattative, crisi, emergenze per un totale che nessuno sa calcolare ma che dovrebbe, alla fine dell’anno e nei primi mesi del 2019, sfiorare quota 200.000 (duecentomila!). Sono famiglie che rischiano di restare senza reddito, quindi di più o meno mezzo milione di persone che sentono la terra che cede, il pavimento che diventa fangoso, e avvertono spaventate uno scivolamento verso la povertà.

La questione è già stata approfondita dai leader politici, cioè approfondita come sanno fare loro, in scambi di contumelie di 280 caratteri, virgole e spazi compresi. Di Maio ha dato a Renzi dell’”assassino politico” per il Jobs act, Renzi ha risposto per le rime, eccetera eccetera. La solita seconda media con ragazzi difficili, che – immagino, ma sono quasi sicuro – produrrà in quelle 200.000 famiglie sull’orlo della povertà una notevole irritazione (eufemismo: saranno incazzati come cobra).

Al di là del disastro, che ora bisognerà evitare in qualche modo, va fatta una riflessione seria sulla sbobba che in questi anni ci hanno fatto mangiare, a pranzo e a cena, benedetta e santificata in una parolina inglese (e te pareva, la lingua di Shakespeare sembra la vaselina migliore quando si parla di lavoro in Italia): flexsecurity.

Per anni, più o meno dal 2009, quella della flexsecurityè stata la teoria liberista del lavoro, mutuata da suggestioni danesi (Pil una volta e mezzo il nostro, abitanti meno di un decimo), spinta dai pensatori liberal-liberisti, tradotta assai maldestramente in legge dal jobs act. Consiste, più o meno, nell’aumentare sia la flessibilità del lavoro (flex), sia la sicurezza sociale (security), con il geniale progetto, una specie di speranza con tanto di ceri alla Madonna, che la prima riesca più o meno a finanziare la seconda. Cosa che non è avvenuta.

Su colpe, responsabilità, omissioni, pezze da mettere al buco si vedrà, ma preme qui affrontare un aspetto della questione un po’ più teorico e (mi scuso) filosofico. Perché entra qui in gioco una grande tradizione italiana, che potremmo chiamare il trucchetto delle due fasi. Prima fase: si chiedono sacrifici e rinunce, limature e taglio di diritti, stringere i denti, tirare la cinghia. Ma tranquilli, è solo la prima fase, poi verrà la seconda fase e vedrete che figata.

Ecco, la seconda fase non arriva mai.

Qualcosa si inceppa. O si sono sbagliati i calcoli. O cade un governo. O cambia la situazione internazionale. O il mercato non capisce. O l’Europa s’incazza. Insomma interviene sempre qualche fattore per cui la fase uno si fa eccome, soprattutto nella parte dei diritti tagliati e del tirare la cinghia, e la fase due… ops, mi spiace, non si può fare, non ci sono i soldi, che disdetta.

Sono anni e anni che questo giochetto delle due fasi viene implacabilmente attuato sulla pelle dei lavoratori italiani, anni in cui gli si chiede di partecipare in quanto cittadini al salvataggio della baracca, rinunciando a qualcosa come garanzie o potere d’acquisto in cambio di un futuro in cui i diritti ce li avranno tutti – un po’ meno, ma tutti – e aumenterà il benessere collettivo. Mai successo. Ma mai.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Tipo le grasse buonuscite dei dirigenti,quelli che guadagnano ognuno come migliaia di semplici lavoratori,sarà mica questo il riequilibrio sociale agognato,che però rimarrà utopia?

Avanti su,se uno è stato un compagno criminale,mettiamoci una pezza e allunghino il periodo di disoccupazione alle solite cifre da sopravvivenza.

Altrimenti cambia il criminale ma il delitto rimane seriale.

E c’è ancora chi difende i mocciosi,quelli ancora tronfi,nonostante le batoste elettorali…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 19 settembre 2018

Il governo giallo-blu sempre più bluastro











Che fare? la domanda con l’eco intorno (nel deserto politico)

di Alessandro Robecchi

Forse non è corretto valutare la politica italiana come un semplice meccanismo di domanda e offerta, ed è sempre irritante considerare quel confuso miscuglio tra ideali e pratiche, strategie e tattiche, desideri e possibilità che è la passione politica come se fosse un titolo in Borsa, che sale, scende, si stabilizza, si impenna o crolla. Insomma, la cosa è più complicata, ma se per un attimo fingiamo che sia così – domanda e offerta – ne esce un quadro non proprio confortante.

Prendi per esempio un elettore dei Cinquestelle, uno di quei dodici milioni – magari non militante, magari non ortodosso, magari uno di quei tantissimi che hanno messo lì il loro voto per cambiare qualcosa, vedere l’effetto che fa, punire la miserrima arroganza di quelli di prima – che si metta a cercare altre strade. Bene. Non c’è dubbio che lo vedremmo un po’ spaesato. L’effetto è quello di uno che si mette un proprio per non lavorare più sotto padrone e si ritrova un socio ingombrante, che fa tutto lui, che si intesta quote della società. Per quanto vaghe siano le aspirazioni e per quanto fumoso sia il grande disegno pentastellato, ritrovarsi con la possibilità di comprarsi un kalashnikov senza troppe scartoffie non faceva parte di quei sogni. Nemmeno ballarecheek to cheekcon un alleato che garantisce Silvio sui suoi sempiterni interessi, ovvio. E nemmeno passeggiare a braccetto con uno che spinge un condono epocale, una cosetta che era partita da quattro multe e arriva a perdonare grossi evasori (fino a un milione di euro, si dice). Supponiamo poi che questo elettore venisse dalla sponda democratica, intesa come tendenza anti-establishment ma anche antifascista. Si suppone che si troverà un po’ a disagio con l’amico dell’amico Orban, e chissà, magari, se l’elettore è una donna, guarderà con qualche fremito a quel Ddl Pillon oggi tanto sventolato da un legista che parlava di “stregoneria nelle scuole”, che dichiara la superiorità del “matrimonio indissolubile”, o dice “glielo impediremo” alle donne che vogliono abortire.

Insomma, pur capendo il gusto dell’imprevisto, qui gli imprevisti diventano un po’ troppi, allearsi così strettamente con Salvini è come comprarsi un doberman e scoprire che le chiavi di casa e il guinzaglio li tiene lui: il rischio è di finire a mangiare nella ciotola mentre il cane sta sul divano a guardare la tivù.

Ma, tornando al famoso discorso della politica come domanda e offerta, supponiamo che questo ipotetico elettore Cinquestelle – anche uno solo sui dodici milioni, ma credo più d’uno – cominci a guardarsi in giro per vedere se nel listino esista un’offerta migliore. Qui cominciano i guai veri: dove potrebbe andare? Sperimentata l’alleanza con la punta di diamante della destra, la tentazione sarebbe quella di guardare dall’altra parte, ma per trovare cosa? Un pasticcio di personalismi, ego in libertà, inviti per cene a quattro tra leader bolliti, poi rinviati e ritirati, per sopraggiunta overdose di ridicolo. Minacce da fumetto (“Non vi libererete tanto facilmente di me”, cfr. Renzi), mezze figure che reggono la coda a questo o quel capetto, grotteschi balletti sulla data del congresso, tweet che irridono l’avversario, pretese di competenza smentite dai fatti e dalla storia recente, e potrei andare avanti ore. Non ci vuol molto a capire che il nostro ipotetico elettore Cinquestelle un po’ deluso dall’alleanza con lo sceriffo chiacchiere-e-distintivo Salvini si trovi a disagio, con la prospettiva (il def, il reddito di cittadinanza divenuto bonsai, Silvio che rientra dalla finestra, propaganda sui poveracci…) che il disagio aumenti. Presto si troverà davanti alla solita domanda che spunta sempre: “Che fare?”, e ci troveremo intorno altre anime morte in cerca dell’unica cosa che oggi la politica non offre: fare politica.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Assolutamente vero che piano,piano l’aspetto bluastro governativo stia prevalendo,anche senza il piano,piano,quel contratto stipulato pare un po’ una bidonata strada facendo,così come i sondaggi che vedono ben al di sopra del 30% il felpato,aveva il 17% mi pare.

Tra condoni ai soliti noti,tra spalmatura dei 49 milioni in novant’anni,non perderanno un voto i leghisti,quell’elettorato dopo il caimano è ciò che vuole.

Tanto vale far crollare tutto e lasciarli governare per molti anni con la dx unità,aspettando,chissà quando sarà possibile,accordi tra i fivestars e ciò che rimarrà della sx,sperando che la medesima finisca di scimmiottare la dx.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 12 settembre 2018

Salvini il prezzemolo mediatico,quanto durerà?









Bolla Salvini, il punto non è se scoppierà, ma è capire quando

di Alessandro Robecchi

Ahi, Sudamerica, Sudamerica… Ci vorrebbe un Gabriel Garcia Màrquez in piena forma per raccontare del burbero ministro della Polizia e della Sicurezza che fa pubbliche dichiarazioni in sostegno della fidanzata e dei suoi cuochi in tivù, che trepida in camerino con la di lei mamma. C’è del ridicolo, sì, ma anche del tragico. E’ trasformismo da social: ve lo aspettate severissimo a sorvegliare i confini, ed eccolo tenero fidanzatino di Peynet. Ve lo aspettate paterno e rassicurante a pranzo, natura morta con mozzarella, ed eccolo ducesco e imperativo che apre le buste della Procura.

Quindi aggiungiamo alle grandi domande del presente anche questa, forse minore e laterale: quanto manca allo scoppio della bolla Salvini?

Inutile elencare i precedenti, che sono noti a tutti e mediamente tragicomici. Sono passati solo sette anni da quando sembrava che indossare il loden verde e prendere un treno fosse una specie di Risorgimento contro l’impero del grottesco e del cochon: Monti veniva dopo Berlusconi e sembrava la discesa dell’angelo moralizzatore. Due anni dopo nessuno poteva più vederlo nemmeno pitturato. Renzi, anche lui beneficiario di una bolla di consenso, ci affogò dentro facendo l’errore classico: credere alla propria propaganda. Stessa velocità supersonica, ciò che sembrava modernissimo e sorprendente aveva già rotto le palle due anni dopo, ci sono canzonette estive che durano di più.

E ora Salvini. Il cambio di stile nell’agiografia e nella comunicazione del capo è evidente: oggi abbiamo grigliate a torso nudo dove ieri avevamo elegantissime fotine seppiate del Giovane Statista, è una questione di target.

La bolla Salvini deve vedersela anche con un altro problema, che potrebbe accelerarne la fine: il fastidioso e perenne rumore di fondo che i media producono. La “questione Matera” ne è un buon esempio: Di Maio chiede a Emiliano qualcosa su Matera, subito gira la favola che non sa dov’è Matera. Poi si chiarisce tutto (Matera gravita sull’aeroporto di Bari, sarà capitale della cultura, anche la Puglia ci punta molto, eccetera), ma intanto la cosa gira. Esponenti dell’opposizione fanno battute, rilanciano una notizia falsa quando già si sa che è falsa, notizia falsa e notizia vera si intrecciano, tutto si mischia. Vero? Farlocco? Solo rumore.

Un caso al giorno, anche due, così, ogni giorno, un’ondata di surreale dietro l’altra, da ogni direzione e verso ogni bersaglio, poi la piccola risacca dei puntini sulle i, poi un’altra onda, e si ricomincia. La goccia che scava la pietra, e la pietra finisce che prima o poi si rompe i coglioni.

Tutto diventa rumore di fondo, e la bolla di Salvini finisce lì dentro. Sarà vero? Sarà falso? Che ha fatto oggi? Proclami razziali? Baci e abbracci? Rastrellamenti di migranti? Auguri alla ragazza? Minacce alla magistratura? Pollo arrosto? Salvini è orizzontale e riempie tutte le pieghe dell’esistenza, dal pubblico all’intimo, il crinale è molto stretto, il rischio di cadere nella caricatura di se stesso è inevitabile. “Salvini fa il bucato” e “Salvini riceve Orban”, diventano la stessa cosa, è un entertainer che per esistere deve stare perennemente in onda, questo sostiene i sondaggi nell’immediato, ma alla lunga logora.yahoo.it

I fatti saranno più testardi, la flat tax non ci sarà (per fortuna), la benzina la paghiamo più di prima, i migranti si rivelano ogni giorno di più un’arma di distrazione, gli alleati (alla buon’ora!) si mostrano infastiditi, “Io sono eletto, i giudici no” contiene dosi massicce di Berlusconi. Quando prevarrà la sensazione di un Salvini “chiacchiere e distintivo” la bolla scoppierà, ciò che all’inizio il grande pubblico guardava con simpatia canaglia comincerà a guardare con sospetto, e poi con stizza: ancora queste cose? Ancora ‘ste cazzate? La domanda non è se succederà, ma quando.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Siamo un Paese così,almeno diffusamente che insegue le bolle,dal nefasto ventennio del primo novecento,ad arrivare alla lunga bolla democristiana con il quasi highlander Andreotti,quelle più brevi di Craxi e Renzi,anche se quest’ultimo non molla.
Quella caimana che è durata moltissimo,ma qui c’è una pesante ragione televisiva e inciuciona sempre con il partito solito noto.

Ora c’è quella felpata e a torso nudo estiva,dove qualsiasi tweet e stupidaggine assortita viene amplificata dai media,durerà se ci saranno successi palpabili,cioè se l’economia e l’occupazione miglioreranno sensibilmente,altrimenti prepariamoci a qualche altro messia mediatico da amplificare ad hoc.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 22 agosto 2018

Dalla privatizzazione alla nazionalizzazione,forti dubbi che sarà la panacea che curerà tutti i mali


















Il treno delle polemiche sulle privatizzazioni è in ritardo (ovviamente)

di Alessandro Robecchi

La macchina del tempo esiste, è qui, funziona a meraviglia, la stessa meraviglia con cui si può leggere oggi un dibattito che andava fatto trent’anni fa, quello sulle privatizzazioni, sul meno-Stato-più-mercato, quello sui carrozzoni pubblici che, sostituiti dall’illuminata gestione dei privati, avrebbero dovuto diventare luccicanti carrozze di prima classe. Si potrebbe dire, pasolinianamente, “Io so”, ma non c’è bisogno di arrivare a tanto: basta un più modesto “io ricordo”. Ricordo molto bene (ahimé facevo già questo mestiere) le accuse a chi si opponeva alle privatizzazioni di tutto e di tutti. Le accuse di comunismo, di statalismo, di arretratezza e miopia riservate a chi si opponeva alle svendite di patrimoni pubblici e alle concessioni donate in allegria. Di contro, ricordo le odi al mercato che tutto sistema e tutto regola come per magia. C’è stato un periodo, nella nostra storia recente, in cui se solo ti azzardavi a dire che lo Stato doveva fare lo Stato e gestire i suoi beni (possibilmente con correttezza, senza assumere per forza i cugini dei cognati), venivi trattato come un VoPos della Germania dell’est posto a difesa del muro, un pericoloso comunista pronto a entrare nel Palazzo d’Inverno sfasciando i preziosi lampadari e sporcando i tappeti. Fu in quegli anni che si diffuse come l’epidemia di Spagnola l’uso indiscriminato della parola “liberale”. Tutto diventava liberale, così come tutto doveva diventare privato, e se qualcuno si metteva un po’ di traverso niente sconti: l’accusa terribile era quella di essere contro la modernità, reato gravissimo. “Statalista” suonava come “pedofilo”, come “brigatista”: pubblico ludibrio e risate di scherno. Non se ne fa qui una questione di schieramenti: destra e sinistra unite nella lotta, chi più chi meno, chi a suo modo, chi tentando di umanizzarlo e chi spingendolo al massimo dei giri, chi dicendo che andava regolato almeno un poco, chi diceva che era meglio lasciarlo libero e bello. Ma il pensiero unico di cui tanto si parla cominciò lì: il mercato non era una cosa discutibile, prendere o lasciare. Cadevano muri e ideologie, e ne rimaneva in piedi una soltanto: il mercato.

Ora che anche fior di liberali ammettono che “alcune privatizzazioni” sono state fatte male, in fretta, con l’ansia di far cassa e senza alcuna strategia o prospettiva storica, con pochi controlli, con un orribile consociativismo tra chi concedeva e chi prendeva le concessioni, non c’è da provare nessuna soddisfazione: i buoi sono scappati, la stalla è stata spalancata per trent’anni, chiudere le porte ora sarà probabilmente una pezza piccola su un buco enorme. E anche questa concessione all’evidenza rischia di sembrare furbetta e funzionale: si ammette che qualcosa è andato storto per affermare, in sostanza, che il disegno è giusto ma c’è stata qualche sbavatura.

Intanto il famoso mercato lo abbiamo visto in azione: in trent’anni ci ha regalato un paio di crisi durate dieci anni ognuna, un restringimento dei diritti (non ultimo quello di passare un ponte senza pregare tutti i santi), una precarizzazione di massa, la proletarizzazione dei ceti medi e tutto il resto che sappiamo. Il tutto accompagnato – in Italia – dalla vulgata (oggi si direbbe “narrazione”) che il pubblico era antico e il privato moderno. Poi, oggi, si trasecola apprendendo dagli schemini dei giornali che in Germania le autostrade sono pubbliche e gratuite, per dirne una, e nessuno si sogna, lassù, di pensare ai Land tedeschi come a repubbliche staliniste pronte a fucilare i dissidenti o a mandarli in Siberia. Oggi pare che si possa ricominciare a parlarne, ma il timore è che lo si faccia solo perché bisogna rimettere a posto i guasti dei famosi privati. Insomma, privato quando c’è da incassare e pubblico quando c’è da rimettere insieme i cocci.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Prendere atto della mostruosità delle privatizzazioni italiche è come sfondare una porta aperta,anche se non ci fosse stata l’ultima tragedia criminale a Genova,inciuci nauseabondi a iniziare dalla prima Repubblica,da Prodi e compagnia bella caimana,possono testimoniare di un Paese allo sbando.
I paragoni con la Germania non reggono,lì chi non paga le tasse viene considerato un delinquente,qui ci si vanta e viene visto diffusamente con ammirazione e nel caso venga pizzicato a rubare alla collettività,paga la decima parte del dovuto se gli va male.

Non sappiamo gestire le privatizzazioni,ma non sappiamo manco far funzionare la macchina statale,vedasi Pompei,e l’immensa cultura storica legata all’arte lasciata andare in malora o gestita in modo lassista,se le autostrade diventassero statali chissà se diventerebbero magicamente efficienti,sa com’è l’assumificio dell’amico tramite dirigenti o politici compiacenti è una consuetudine da queste parti.

Ovunque si cerchi di trovare una quadra ci sono solo grandi casini,e non si dica che è colpa della politica,siamo un popolo diffusamente scaltro che cerca di fottere il prossimo,la politica è e sarà la pessima punta di diamante di tutto ciò.

I.S.

iserentha@yahoo.it