sabato 29 aprile 2017

Un po' di chiarezza sulla libertà di stampa




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I nemici della libertà di stampa

di Alessandro Gilioli

«Esistono molti modi diversi per bruciare un libro:
e il mondo è pieno di gente
che corre su e giù con i fiammiferi accesi».
(Ray Bradbury)

_______

I nemici della libertà di stampa sono moltissimi, sapete? Molti di più di quanti ne conosca la nostra filosofia - o la nostra fede politica.

I nemici della libertà di stampa sono i mafiosi, certo, ma a volte pure i magistrati, gli uomini in divisa e ogni tanto perfino quelli in tonaca porporata.

I nemici della libertà di stampa sono quelli che vogliono imporre leggi speciali e diverse a seconda che un contenuto sia su carta o sul web.

I nemici della libertà della stampa sono le corporation del web che censurano contenuti facendo prevalere le loro private e arbitrarie policy sulle Costituzioni delle democrazie.

I nemici della libertà di stampa sono i paradisi fiscali che nascondono gelosamente patrimoni e reati, lontanissimi da ogni trasparenza, da ogni diritto di sapere la verità sui potenti del mondo.

I nemici della libertà della stampa sono i politici di tutti i partiti - tutti, tutti, tutti - che telefonano ai direttori e agli editori.

I nemici della libertà della stampa sono i politici che danno una notizia a un cronista oggi in cambio di un favore a lui o alla sua parte domani.

I nemici della libertà di stampa sono i politici che vogliono un tribunale per decidere quali news sono fake e quali no, che questo tribunale sia l'Agcom o una giuria popolare.

I nemici della libertà di stampa sono i politici, gli imprenditori e i potenti in genere che mandano le "diffide alla pubblicazione", ogni giorno una diversa, se volete ci faccio una Treccani.

I nemici della libertà di stampa sono i politici, gli imprenditori e i potenti in genere che minacciano, annunciano o fanno querele temerarie o infondate - più del 90 per cento delle querele intentate contro i giornalisti alla fine sono tali.

I nemici della libertà di stampa sono i politici, gli imprenditori e i potenti in genere che minacciano, annunciano o fanno cause civili altrettanto temerarie o infondate, e per fermarli basterebbe imporre loro di pagare la cifra che hanno chiesto, se alla fine risulta che hanno torto.

I nemici della libertà di stampa sono gli editori che non coprono legalmente chi scrive sui loro giornali, assunto o precario che sia.

I nemici della libertà di stampa sono gli editori che non pagano i giornalisti e non si accorgono che così ammettono che i loro contenuti hanno valore zero, e poi pretendono di vendere dei contenuti che loro stessi reputano a valore zero.

I nemici della libertà di stampa sono gli editori che hanno interessi fuori dall'editoria e usano i loro giornali per le proprie aziende.

I nemici della libertà di stampa sono gli editori che nella loro veste di imprenditori individuano la soluzione politica o il partito politico più conveniente ai loro interessi e indirizzano la loro testata in quella direzione.

I nemici della libertà di stampa sono gli inserzionisti che con la forza dei loro soldi ricattano e mettono a tacere ogni notizia a loro sgradita.

I nemici della libertà di stampa sono i giornalisti che per carriera, timore, convenienza o reverenza si adeguano al potente di turno o semplicemente hanno paura ad andare contromano rispetto al loro ambiente.

I nemici della libertà di stampa sono i giornalisti che di fronte a un dato di realtà contrario ai loro pregiudizi o alla loro visione delle cose, invece di rifletterci lo ignorano, lo sminuiscono, lo negano.

I nemici della libertà di stampa sono i giornalisti che non frequentano autobus, bar, mercatini e marciapiedi ma salotti, corridoi damascati e poltrone in pelle di gente potente.

I nemici della libertà di stampa sono i giornalisti che non si fanno domande, che non sono curiosi, che non sono autocritici, che sono pigri.

I nemici della libertà di stampa sono i lettori (utenti, ascoltatori, spettatori etc) che non si fanno domande, che non sono curiosi, che non sono autocritici, che sono pigri.

I nemici della libertà di stampa sono i lettori (utenti, ascoltatori, spettatori etc) che vanno sempre in cerca della conferma del proprio pregiudizio, e i giornalisti che glielo offrono su un piatto d'argento, in una spirale senza fine verso il peggio.

I nemici della libertà di stampa siete voi che quando un'inchiesta giornalistica tocca un politico che odiate è oro colato, quando tocca un politico che amate invece è spazzatura, gossip, complotto e manovra.

I nemici della libertà di stampa sono tutti quelli che - giornalisti, editori, lettori, utenti - si convincono di ciò che a loro conviene e così credono di aver salvato la buona fede, l'onestà intellettuale.

I nemici della libertà sono questi e molti e moltissimi altri.

Ognuno guardi a se stesso, e ai suoi amici piuttosto che ai suoi avversari, se la libertà di stampa gli è davvero più amica di ogni altra cosa.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

A me pare strano che in un solo anno,questo paese dal 78esimo passi al 52esimo,in ogni caso visto e considerato che gli ho sempre dato credito,ne prendo atto e vorrei solo capirne le ragioni.

Faccia ammenda anche il boss dei cinque stelle sulle prescrizioni di certi giornalisti,se sono disonesti lo capiamo senza consigli,almeno per chi si informa diffusamente.

Ma a parte i potenti che non digeriscono trasmissioni come Report,o certi articoli su alcuni giornali,penso che la libertà di stampa sarà credibile in Italia,quando il 99% dell'informazione darà le notizie in prima pagina dandole per l'importanza che godono.

L'esaltarle,il nasconderle,ometterle del tutto,non ci potrà mai vedere tra le prime classificate come succede dalle parti scandinave.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 26 aprile 2017

Continua la saga del prezzemolino Matteo Renzi













Le avventure di M. R. il toscano, l’inafferrabile re delle cronache

di Alessandro Robecchi

Con tutto quello che succede sul pianeta, dal derby nucleare tra le due persone peggio pettinate del mondo alla manovrina di Padoan, dagli ordini di Trump a Gentiloni alle primarie del Pd, saranno sfuggite ai lettori alcune notizie di cronaca. Cerchiamo di rimediare con un piccolo riassunto.

Firenze. Gli addetti della Polfer di Firenze hanno sorpreso un uomo intento a cambiarsi in una toelette della stazione. Si tratta di M. R., già noto alle cronache e con numerosi precedenti per trasformismo, che tentava di travestirsi da Emmanuel Macron, incorrendo così in diversi reati, tra cui atti osceni in luogo pubblico e scambio di persona. “Lo abbiamo visto cianotico e siamo intervenuti”, hanno detto gli agenti, accertato che M. R. cercava di sembrare quaranta chili più magro. La vicenda si è chiusa con un verbale e un ammonimento a non riprovarci, a cui M. R. ha risposto con “Bien sûr, au revoir! Vive l’Europe!”. Non è la prima volta che M. R. cerca di travestirsi da vincitore, era già successo in occasione di un défilé con la camicia bianca, insieme a leader in camicia bianca tutti finiti malissimo.

Roma. Una pattuglia di Carabinieri ha sedato una rissa tra gang rivali nei pressi del ministero del Tesoro. Le due bande che si sono fronteggiate erano capitanate da M. R., contrarissimo all’aumento dell’Iva prima delle primarie del Pd e poi prima delle elezioni, e M. R., ex Presidente del Consiglio, inventore delle clausole di salvaguardia nella passata legge di stabilità, che contenevano l’aumento dell’Iva. Come sempre, lo scontro è iniziato con male parole e provocazioni, per poi degenerare. I due M. R. interrogati separatamente, si sono rivelati la stessa persona e si aspetta ora un confronto al’americana. Il bilancio dei tafferugli è di un contuso: si tratta di un passante ignaro convolto nello scontro, un tecnico, tale Pier Carlo Padoan, che ha riportato ferite all’autostima curabili in dieci giorni.

Pontassieve. Un noto blogger della provincia di Firenze ha intrattenuto online gli iscritti al suo blog, Facebook, Twitter, Instagram, PacMan e PokemonGo, oltre ai clienti della sua app, sui suoi pensieri alla vigilia dell’incoronazione del nuovo/vecchio segretario del Pd che avverrà domenica prossima. Ordinaria amministrazione, vanterie e chiacchiere, fino all’atroce minaccia: subito dopo le primarie M. R. si occuperà di scuola, di una nuova riforma della scuola, di nuove riflessioni sulla scuola, di inedite soluzioni politiche per la scuola. La popolazione civile è stata avvertita, professori, studenti e famiglie si apprestano a scendere nei rifugi. Timidi e per ora prudenti i commenti delle associazioni del docenti: “Assistiamo con rispettosa curiosità le prossime riflessioni del comandante Schettino sulla riforma della navigazione”.

Fiumicino. Finalmente restaurato, tornerà nei cinema un capolavoro del giugno 2015, sempre apprezzatissimo dalla critica e poco conosciuto al grande pubblico. Si tratta di un raro documentario in cui un certo M. R., in evidente trance agonistica, ammoniva di allacciarsi le cinture, perché “si decolla”, perché “Se decolla Alitalia decolla l’Italia”. Secondo i recensori più acuti, si tratta di un capolavoro di recitazione, perfetta sintesi del metodo Stanislavskij, in cui l’attore esaspera il meccanismo dell’identificazione, diventa pietra, poi albero, poi – esercizio di difficilissimo – salvatore di Alitalia. Per chi studia recitazione si tratta di un documento prezioso, specie nei passaggi in cui M. R. confessa di aver sempre sognato di fare lo steward e attacca frontalmente i gufi che non credono al prodigioso rilancio della compagnia di bandiera. Meno di due anni dopo, il film sarà proiettato a bordo degli aerei Easy Jet e di tutte le compagnie di bandiera non affidate alle sapienti cure di Montezemolo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Ecco,nel mettere a fuoco il personaggio,basta e avanza la compagnia di bandiera,è evidente che qualsiasi cosa tocchi o se ne occupi fa una brutta fine,anche se le responsabilità arrivano da lontano,l’avessero fatta fallire a tempo debito,ora non avremmo più questo fardello magnasoldi tutto a carico del contribuente.

Se lo votino pure nelle primarie,invece che avere un nuovo salvatore della patria,ne avremo uno già straconosciuto,Il futuro è più o meno una certezza.

Ciò che imbarazza,è che ci sia qualcuno che gli da ancora credito,pure i giornaloni/Tv tanto amici,dal 4 dicembre hanno iniziato a storcere il naso.

Le larghe intese con meno potere del rignanese,le stanno organizzando.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 21 aprile 2017

Fascisti su Marte e a Tor Bella Monaca













Fasci da compatimento tra “rettificazione” morale e prime pagine

di Alessandro Robecchi

Dilemma etico non da poco: i fasci da compatimento che qualche notte fa a Tor Bella Monaca hanno attaccato cartelli contro negozi stranieri, fanno più paura o fanno più ridere? E’ una questione antichissima: era sublime il Grande Dittatore di Charlie Chaplin, ma certo non ha impedito a Hitler di fare quello che ha fatto. E dall’altro lato la bramosia dei piccoli arditi di borgata di farsi prendere sul serio suggerirebbe proprio il contrario: coglierne il lato macchiettistico e involontariamente auto-satirico. Che fare, dunque? Intervistati dai giornali, i titolari dei negozi presi di mira dicono che non denunceranno, il che significa che ci credono poco alla “giustizia che fa il suo corso”, mentre i balilla sulla pagina Facebook del gruppetto fascista che ha rivendicato l’azione (qualche cartello appeso, forse qualche scritta sul muro) festeggiano la Santa Pasqua (Auguri camerati!”). Tutto un po’ surreale, insomma. Lasciamo perdere la faccenda dei negozi italiani e dei negozi stranieri: si può spaziare dagli orrori della Notte dei Cristalli al ridicolo sogno dell’autarchia in un mondo globalizzato, in entrambi i casi si prova una certa vertigine. I gerarchetti di Tor Bella Monaca rilasciano comunicati manco fossero l’Onu, e sono righe esilaranti da cui traspare la prima preoccupazione: farsi conoscere, dire chi sono, collocarsi. “Identitari, nazionalisti, di ispirazione cattolico-fascista”. Ecco fatto, semplice, no? Siamo a un passo (dell’oca) dalla barzelletta sul matto che si crede Napoleone.

Poi c’è, nelle prime righe, il severo monito: “non siamo la costola di nessuno”, che messo così in evidenza significa proprio il contrario: saranno camerati che hanno litigato con altri camerati su chissà quale centrale questione strategica (il fez va portato storto? DVX si potrà scrivere anche con la U normale?). Non si sa quanti ardimentosi adepti abbia questa nuova setta grottesco-fascista, ma se si va a vedere il manifesto d’intenti, che è un po’ anche un programma, una dichiarazione e un “che fare?”, si può leggere questo: che lottano contro i poteri forti e “nello specifico satanismo e massoneria , signoraggio bancario e lotta al sionismo”. Non si capisce come siano esclusi dagli ambiziosi obiettivi anche l’alopecia, l’imperialismo e il surf, ma non si può avere tutto. Quel che è certo è che per fare tutto questo (cioè per lottare come belve contro il satanismo, per dirne una) serva “un’immensa rettificazione morale”, che fa paura, ma anche ridere, solo a dirlo. Risparmio al lettore innocente il resto della prosa, ma resta il dilemma di prima: quando vedi uno che delira ridi, come verrebbe spontaneo fare, o ti preoccupi che il delirio non si espanda?

Una cosa però appare abbastanza evidente: pur propugnando arditamente “la controinformazione a dispetto dei metodi tradizionali di comunicazione” (sic), gli arditi che difendono la civiltà occidentale e l’identità italiana contro un macellaio rumeno o una parrucchiera nigeriana ai “metodi tradizionali di comunicazione” (ri-sic) ci tengono in bel po’, e difatti sventolano come un gagliardetto consunto dalla battaglia un articolo di giornale che parla di loro (“sulla prima pagina”, si lasciano scappare con orgoglio). Alla fine pure questo fa un po’ ridere: mentre teorizzano “Il

servizio di una causa che va al di là dell’uomo” (eh?), mentre ci assicurano che “Contano soltanto le qualità dell’anima, le sue vibrazioni, il dono totale” (prego?), contano le righe e raccolgono la rassegna stampa, come se entrare in qualche modo nella cronaca fosse un atto di esistenza in vita. Naturalmente non farò qui il nome di questi arditi alfieri della “rettificazione morale” (scusi?), proprio per non finire nella loro collezione di “dicono di noi”. Il dilemma se siano più preoccupanti o più ridicoli resta aperto.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Sono innumerevoli ormai le storie dei conflitti tra poveri, più che prenderle con umorismo,propendo al preoccupato,fosse solo una crisi momentanea le possibilità di propagazione del fenomeno risulterebbero minime,ma non sarà così purtroppo.

E sono dell’idea che se nelle elezioni in Francia dovesse vincere e governare il front national,la deriva fascio-destrorsa avrà un enorme trampolino di lancio.

Forse ora ne possiamo ancora sorridere data l’evidente dabbenaggine,almeno da quel che ha descritto su questo post,forse domani penso proprio di no.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 20 aprile 2017

Botta e risposta tra Scalfarotto-Gilioli,sugli orari e sul diritto del lavoro











Di lavoro festivo, modernità e Scalfarotto

di Alessandro Gilioli

Caro Scalfarotto,

ho letto con interesse e piacere il tuo post che - partendo dalle campane medievali - mette i piedi nel piatto di una delle questioni più dibattute e interessanti del nostro tempo e della nostra quotidianità: il lavoro 7/24, o meglio la disponibilità dei beni e dei servizi per i consumatori 7/24.

CLICK POST DI SCALFAROTTO

Non c'è dubbio che ci sia una parte di verità in quello che scrivi: siamo sempre più abituati, come consumatori, a godere della disponibilità di beni e servizi all'ora che vogliamo, nei giorni che vogliamo. Ciò, come consumatori, ci facilita la vita.

Alcuni di noi, i più fortunati, provarono l'ebbrezza di questa condizione già venti o trent'anni fa, viaggiando negli Stati Uniti: che figata alzarsi alle tre di notte e trovare un "deli" aperto sotto casa, che bello poter comprare i fiori per la fidanza all'alba della domenica. E tornando a casa ci sembrava medievale - appunto - che la nostra vita di consumatori fosse così frustrata da orari, chiusure, feste comandate.

Sicché quando anche noi qui in Europa ci siamo adeguati - adeguati a soddisfare la nostra parte di consumatori, dico - questa ci è sembrata senz'altro modernità.

E per te, così come per me, è senz'altro comoda questa modernità. Facciamo professioni d'élite, entrambi: tu in politica, io nel giornalismo. Magari lavoriamo anche noi fuori orario, certo; ma con la leggerezza di chi sta bene, di chi non ha paura di una bolletta Acea, di un water che si rompe, di una inaspettata cartella Equitalia. Il nostro lavoro è quello dei fortunati, dei privilegiati. E non solo per reddito.

Quindi possiamo con serenità appagare la nostra parte di consumatori. Quella che è contenta dei servizi e dei beni disponibili 7/24. Tanto, noi stiamo bene. Nessuno ci chiederà di lavorare di notte o il primo maggio per tre euro l'ora. Scherziamo?

Tuttavia, purtroppo, per ogni felice consumatore c'è un produttore che felice lo è sempre meno. Lo è sempre meno per i turni che gli vengono imposti, per i ricatti che subisce, per le condizioni a cui è sottoposto, per i rapporti di forza che lo costringono ogni giorno di più al silenzio e alla sottomissione. È lui, è lei la persona che vedi alla cassa quando fai la spesa il primo maggio o quando chiami il call center di notte. È lui, è lei, di cui non sai - non sappiamo - nulla.

Per te tutto questo non ha nulla a che fare con «il problema che riguarda le modalità con cui viene stabilito il calendario delle aperture e il livello di retribuzione, un problema di relazioni industriali e di contrattazione». Per te le due cose non c'entrano tra loro. Per te è solo un caso che con l'estensione pervasiva del 7/24 siano diminuite le retribuzioni, siano diminuiti i diritti, siano aumentate la prevaricazione e la precarietà.

Ecco, è qui secondo me che ti sbagli.

I due fenomeni non sono slegati tra loro.

La disponibilità di merci e servizi 7/24 e il peggioramento delle condizioni di lavoro non sono state due variabili indipendenti tra loro. Sono state, parimenti, due conseguenze della vittoria dell'alto contro il basso nella lotta di classe negli ultimi trent'anni. E che l'abbiano vinta i ricchi non lo dico io, Ivan, lo dice Warren Buffett, uno dei vincitori, uno dei miliardari.

Allora, forse, è il caso che ci capiamo, senza ideologie né nuoviste né ineluttabiliste su cos'è la modernità (quelle ideologie che fanno poi vincere i Trump, per capirci) e ci chiariamo su un paio di cose.

Tutti, come consumatori, godiamo di benefici nelle aperture 7/24. Ma tutti, come società, abbiamo da perderci in un contesto in cui una fascia non indifferente di persone (soprattutto i più giovani, quelli che non a caso vi detestano) è costretta a orari, turni, retribuzioni e condizioni di lavoro infami.

Non siamo solo consumatori, Ivan. Siamo anche persone.

Quelli che stanno bene (e che fanno politica) o questa cosa la capiscono in fretta o ci portano verso il baratro. Nel quale siamo già, con mezzo piede dentro.

La domenica non è più sacra, come nel Medioevo, d'accordo, ci mancherebbe. Non lo è neppure il primo maggio, la Pasqua o la notte. Ma lo è la dignità delle persone. Il diritto a vivere decentemente. A essere non pagati, ma strapagati se rinunciano a stare dove io e te nelle festività e di notte stiamo, cioè con chi amiamo. Così come sacro è il loro diritto, in generale, al tempo libero e al riposo, sempre più negato da quella che tu chiami modernità.

Sono certo che capirai, anche senza un'esperienza di sei mesi a Esselunga, in un call center o fare il rider di Fodoora.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Se d'incanto si tornasse indietro ad alcuni decenni fa,dove la domenica e le festività si faceva altro senza essere attirati dal centro commerciale,personalmente non mi giungerebbe la depressione,e l'aver abituato i consumatori al business sempre e comunque ad essere colpevole,ma si sa le cattedrali del consumismo devono funzionare il più possibile.

E poi se fossero nella libera scelta di lavorare nei giorni di festa altrui,guadagnando all'altezza della situazione,penso che ci sarebbe almeno motivo di soddisfazione, sappiamo tutti però che al contrario lavorano obbligatoriamente per sopravvivere,e tutto ciò è una grandissima contraddizione,ci sarà sempre meno economia con queste retribuzioni da fame,e quanti lavoratori potranno sopravvivere servendo una piccola parte di ricchi sfondati?

Aggiungendo che quelle paghe da fame non sono solo legate al commercio,ma sono presenti ovunque,e con il tenore di vita italiano ci può essere solo un avvenire da miserabili senza speranza.

Ma il Pd rappresentato da Scalfarotto in questo caso,pare che imitino gli struzzi che leggenda o meno,nascondono la testa sotto la sabbia respirando molto bene,almeno loro.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 13 aprile 2017

La soap opera del patto del nazareno continua














Destra e sinistra,quel filino di confusione

di Alessandro Gilioli

Per punzecchiare il ministro Calenda - ultimamente bisticciano - Matteo Renzi ha detto che «per il centrodestra sarebbe un'ottima idea candidarlo premier».

Di primo acchito sembrano fatti solo del centrodestra. E di Berlusconi, che da dieci anni cerca un delfino ma poi finisce per divorarseli uno a uno: da Casini a Fini, da Alfano a Toti, da Fitto a Del Debbio, giù giù fino a Parisi e Tajani.

Però forse Renzi ha ragione: uomo di antica famiglia aristocratica e nipote di ambasciatori, Calenda è cresciuto tra Prati e Parioli - insomma nei meglio quartieri di Roma - e si è poi legato per la carriera a un amico di famiglia, Luca Cordero di Montezemolo, senza nemmeno aver avuto bisogno di giocarci insieme a calcetto.

Con Montezemolo è diventato manager della Ferrari, quindi esponente di Confindustria, infine approdando alla politica quando LCdM s'è immaginato di imitare Berlusconi con la sua fondazione, Italia Futura.

A proposito, di Berlusconi Calenda era ammiratore al punto da perorare appassionatamente la causa di un'alleanza dei montezemoliani e di Scelta Civica con lui, per la ricostruzione del centrodestra.

Un amore che i berlusconiani peraltro contraccambiano e che si è ancor più saldato da quando il ministro si è opposto alla scalata di Vivendi a Mediaset.

Tutto questo insomma dimostra che ha ragione Renzi, Calenda sarebbe un ottimo candidato del centrodestra.

Resta un dubbio: com'è che sta al governo ininterrottamente da quattro anni con tre diversi premier di centrosinistra, tra cui - toh! - lo stesso Renzi?

DAL'ESPRESSO BLOG-PIOVONO RANE

Ma si,certo,come quei matrimoni di facciata,andrebbe bene pure il ministro-poltronista multiuso,meglio dare una parvenza di differenza nonostante gli abbai del brunetta.

Si stanno preparando a governare il paese dal prossimo anno,meglio pianificare al meglio anche nel più infinitesimo dei dettagli.

Mazza che zozzeria.....

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 12 aprile 2017

La contrattazione personale sul lavoro,un po' come tornare all'ottocento















“Disintermediazione”: Ti tolgo ancora diritti ma ti faccio sentire figo

di Alessandro Robecchi

Un fantasma si aggira per l’Italia. È il fantasma della “disintermediazione”. Parolina di moda per addetti ai lavori, un tempo, più che altro riguardante l’informazione: perché affidarsi alla mediazione di un organo di stampa quando invece ci si può informare sulla pagina Facebook di Gino, o Pino, o Sempronia? Perché leggere analisi e cronache quando il Capo ti sistema con un tweet tutto quello che c’è da sapere? Affascinante concetto. Matteo Renzi ne aveva fatto un suo cavallo di battaglia, naturalmente. Disintermediare, per lui, significava fare a meno dei corpi intermedi, sindacati in primis, che generano confusione, rallentano il paese, mettono in campo spossanti trattative, mentre il modello vincente sarebbe quello dei lavoratori che fanno accordi aziendali, magari singolarmente, qui la pecunia qui il cammello.

Ora ecco che con la disintermediazione sul posto di lavoro arriva il carico da undici del grillismo. Dal blog (quello di Genova, non quello di Rignano) arriva il disegno per le future relazioni industriali: basta con il sindacato, vecchio, incrostato, eccetera eccetera, e avanti con la disintermediazione, un luogo di sogno in cui in fabbrica, in ufficio, nel magazzino della logistica, a scuola e, insomma, in ogni posto in cui si scambi tempo-lavoro per salario, “uno vale uno”.

Immaginarsi la scena non costa niente: l’operaio del terzo turno che entra nell’ufficio di Marchionne disintermediando la segretaria e dice: “Oh, capo, oggi non mi va di montare i parabrezza alla Panda, venga giù lei a farlo”. Interessante, ma poco realistico, diciamo, non si sa se più vicino agli antichi sogni di un’ipotetica “autonomia operaia” o a quelli Dickensiani dei vecchi padroni del vapore, scegliete voi.

Naturalmente il concetto di disintermediazione, una volta portato alle estreme conseguenze, genererà un po’ di confusione. Perché affidarsi alla mediazione del chirurgo per quella dolorosa appendicite? Su, coraggio, disintermediate! Uno specchio, un coltello da cucina e fate da soli. Perché affidarsi alla mediazione del tranviere per andare da un posto all’altro della città? Basta disintermediare e guidare l’autobus un po’ per uno. Si potrebbe continuare all’infinito, ma insomma, il concetto è chiaro. Stupisce però che questa febbre da “disintermediazione” si alzi sempre quando si parla di lavoro e di sindacato. Che certo è un corpo intermedio con le sue lentezze e le sue “incrostazioni”, con tutte le sue magagne e difficoltà. E però stupisce questa voglia di “fare da sé”, di autoorganizzarsi, di “uno vale uno” proprio in un momento storico in cui chi lavora – chi abita le infinite varianti di un mondo del lavoro trasformato in giungla selvaggia – pare più indifeso che in passato, come ci insegna il Jobs act ( basta dare un’occhiata alle cifre dei licenziamenti “disciplinari”, così massicciamente sdoganati e prontamente attuati dalle aziende appena gliene è stata data l’occasione). Certo, il mondo del lavoro subisce (e ancor più subirà) notevoli scossoni, dalla tecnologia, dall’automazione e da altro ancora. Logica suggerirebbe quindi di rafforzare (e certo, migliorare, disincrostare, mi scuso per questo gergo da tecnico della lavatrice) i corpi intermedi che lo difendono, e non di mettere in campo un altro ostacolo al loro lavoro, che in questa fase storica è di difesa dei diritti, furbescamente confusi con privilegi, come se avere un posto di lavoro più o meno fisso fosse essere “casta”. Ora sarebbe lungo e noioso ripercorrere la storia del movimento dei lavoratori, ma è indubbio che i corpi intermedi (in italiano: i sindacati) abbiano detto la loro. Il sospetto, legittimo è che se i ragazzini di otto anni che a fine Ottocento lavoravano per dieci ore nelle filande (ancora Dickens e dintorni) avessero “disintermediato”, sarebbero ancora lì.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT


L’ultima riflessione citando “Dickens” fa capire l’ottusità di chi percorre le strade della personale contrattazione,come se gli imprenditori fossero da tutti i tempi dei benefattori,equi e sensibili alla dignità di ogni lavoratore,non è mai stato così e non lo sarà mai.

Al netto delle indubbie responsabilità dei sindacati nei decenni che abbiamo vissuto,però se non ci fossero stati i poveri sarebbero inevitabilmente più poveri,e il ceto medio che sta scomparendo non si sarebbe mai affermato.

Ma questo è il tempo che viviamo,il fondo non l’abbiamo ancora toccato.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 11 aprile 2017

Globalizzazione,automazione e dopo la rottamazione di buona parte del genere umano











L'equilibrio che si è rotto

di Alessandro Gilioli

La Tesla - azienda di automobili hi tech nata nel 2003 - con i suoi 30 mila dipendenti ha superato per valore di Borsa la General Motors, fondata nel 1908, che di dipendenti ne ha 215 mila: più di sette volte tanto.

Sembra che più le aziende sono innovative, tecnologiche, 4.0 eccetera eccetera, più ci sono soldi e meno ci sono addetti.

Se poi paragoniamo le aziende puramente digitali con quelle manifatturiere, il rapporto è ancora più impressionante e trascende anche il valore borsistico: ad esempio, Alphabet (cioè Google) nel 2016 ha registrato un risultato ante oneri finanziari di 90 miliardi di dollari con 70 mila dipendenti; Fiat Chrysler di 6 miliardi con 225 mila dipendenti.

Quando ero ragazzo, mio padre - di cultura liblab - mi spiegava che il capitalismo funziona in quanto crea lavoro, quindi redditi. L'imprenditore ha un'idea, quell'idea diventa azienda, quell'azienda crea posti di lavoro, quindi salari per tutti, quindi consumi, che consentono alle aziende di fare altri profitti etc. E in un capitalismo sano erano poi i rapporti di forza sociali, politici e sindacali a creare un equilibrio nel destino degli utili: quanto all'imprenditore come suo personale guadagno, quanto al reinvestimento nell'azienda perché in futuro si facessero ancora più utili, quanto redistribuito direttamente ai lavoratori attraverso i salari, quanto indirettamente a tutta la società e al welfare attraverso le tasse.

Una questione di equilibrio, insomma. Fragile, flessibile, ma capace di creare benessere diffuso finché stava in piedi.

In questo meccanismo tuttavia si è rotto qualcosa: l'equilibrio, appunto.

E a romperlo è stato un mix di fattori. Primo tra tutti la tecnologia, certo. Che però ha creato una spirale: riducendo i posti, ha favorito il dumping (più gente che cerca lavoro, a qualsiasi condizione), il che a sua volta si è tradotto in rapporti di lavoro sempre più precari, privati di diritti e sottopagati. E ieri anche il New York Times si è accorto della barbarie dei lavoretti a cottimo della gig economy, tipo Uber e Foodora, aziende hi-tech basate su algoritmi che di dipendenti proprio cercano di non averne, i lavoratori che ne ingrassano gli utili sono tutti "contractors" a chiamata.

Una spirale, si diceva, in cui la politica non è intervenuta, se non per facilitare questo percorso, cioè creando strumenti legislativi che rendessero sempre più flessibile (e lasco) il rapporto tra capitale e lavoro.

Paradossalmente, la politica ha agito in questo modo (in Italia, attraverso tutta la parabola che è andata dal pacchetto Treu al Jobs Act) sostenendo che questa facilitazione, questo allentamento, avrebbe creato più posti di lavoro. Quello che è successo invece è che questo processo ha contribuito a rompere sempre di più l'equilibrio del capitalismo precedente, cioè una redistribuzione decente e quindi stabile dei profitti, attraverso i salari.

Adesso in Italia si sta discutendo di come sostituire i voucher, che erano un altro piccolo tassello degli strumenti con cui la politica ha assecondato la rottura del vecchio equilibrio. Si parla di "job on call", lavoro a chiamata, e vedremo che cosa ci sarà dentro.

Ma la questione trascende i voucher, il job on call, le somministrazioni, i rapporti intermittenti e via elencando le ormai infinite forme di contrattualizzazione esistenti in Italia e in Europa.

La questione riguarda tutto l'equilibrio tra capitale e lavoro. Che è durato diversi decenni ma poi si è rotto.

E rompendosi, nell'indifferenza o con la complicità della politica, ha creato la peggiore crisi esistenziale e di prospettiva per milioni e milioni di persone. Le quali, alle urne, talvolta finiscono per votare qualsiasi cosa sia "contro", anche le peggiori tipo Trump.

Non so, io a occhio direi che è questo il principale tema su cui dovrebbero cercare soluzioni ogni mattina tutti i politici.

Ma proprio il primo, tutte le mattine.

Anche se mi rendo conto che il sole di Roma, a primavera, invoglia più alla beata autoperpetuazione - finché dura - che non ad affrontare una questione così immensa, vitale e potenzialmente esiziale.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Per quanto la nostra classe dirigente politica e non sia molto scadente,l'Italia in particolare come tutto l'occidente risente dello sfruttamento del lavoro,iniziato con la globalizzazione portando le produzioni in oriente,dove si lavora tanto e per pochi soldi.

Aggiungendo l'automazione,di cui ha scritto ampiamente,quali prospettive ci potranno essere? Do per scontato che la stragrande maggioranza di persone su questo pianeta continuerà ad essere tra il povero e il miserabile,una piccola minoranza sempre più stretta,è e sarà sempre più ricca,a ruotare intorno ci saranno coloro che riusciranno ad affermarsi in modo discreto sfruttando le nuove opportunità di lavoro,ma attenzione basterà davvero poco per scivolare nel precariato miserabile più assoluto.

Ma l'interrogativo molto preoccupante è,quanto durerà la pace sociale? Finito l'effetto Trump,Le Pen e i salvini nostrani,poiché è abbastanza prevedibile che rimarranno con un pugno di mosche gli "speranzosi",lascio intravedere gli effetti successivi.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 8 aprile 2017

Ru486:Le solite ingerenze clericali










L'umanità non ha più voglia di soffrire

di Alessandro Gilioli

La diocesi di Roma ieri ha contestato il progetto dalla Regione Lazio che, assieme alla Toscana, si appresta a distribuire la pillola abortiva Ru486 senza necessità di ricovero. Il Vicariato chiede che le donne, se proprio vogliono abortire, vadano in ospedale. «Così non restano sole», è l'argomentazione della diocesi.

Viene il dubbio tuttavia, con rispetto, che il buon pensiero di sottrarre la donna alla solitudine sia un pochino un alibi, una scusa, una balla. Il dubbio che imponendo loro il ricovero la diocesi voglia solo ostacolarle. Anzi, farle soffrire almeno un po'.

Ha questo problema pesantuccio, la Chiesa cattolica oggi (e non solo quella cattolica, s'intende). Ha il problema della sofferenza. Che tradizionalmente vede non come un male da ridurre e da estirpare in questa vita, ma come un'esperienza necessaria, utile, preziosa - tanto poi la beatitudine arriverà nel regno dei Cieli.

È il senso salvifico della sofferenza, la sua forza di redenzione.

Non la faccio lunga, la questione è nota, ma per capirci è un'impostazione culturale che si ha già in Paolo di Tarso («Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa»), poi passa attraverso la mortificazione del corpo come «abominevole rivestimento dell'anima» (Gregorio Magno, che pure era un tipo simpatico ma di salute fisica non stava mai bene) e le famose invocazioni di Jacopone da Todi («O Segnor per cortesia mandame la malsania"). Il tutto per arrivare ai giorni nostri, alla Lettera apostolica "Salvifici Doloris" di papa Wojtyla e all'Enciclica "Spe Salvi" del suo successore Ratzinger: «Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l'uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare. Là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento (...) scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l'oscura sensazione della mancanza di senso».

Mah.

Voglio dire: massimo rispetto per una visione dell'esistenza basata sulla sofferenza come strumento di crescita e interiore e di redenzione.

Ma non sono sicuro che, dopo millenni di dolore, l'umanità sia più tanto d'accordo. Non sono sicuro che l'umanità abbia ancora così tanta voglia di attraversare la propria vita passando di afflizione in afflizione.

Anche perché è sempre più diffusa l'idea che questa, di vita, sia l'unica che abbiamo. Che non ce ne sarà un'altra dopo. E che quindi abbiamo diritto a viverla il più possibile felici.

Azzarderei l'ipotesi, dal bassissimo della mia scarsa cultura religiosa, che sia questa stanchezza verso la sofferenza - basta, ne abbiamo subita fin troppa - il vero motivo della secolarizzazione di buona parte del mondo, del progressivo allontanarsi degli esseri umani dai monoteismi e dalle loro Chiese.

Forse, uscita dal proprio stadio di incoscienza e di infantile pensiero magico, l'umanità oggi ha voglia di far fuori - il più possibile - la sofferenza a cui è stata tanto a lungo incatenata. E personalmente devo ammettere che tra le diverse religioni rimaste in giro, considero un po' più decentemente adatte al futuro dell'umanità quelle che la sofferenza in questa vita la combattono, anziché augurarsela.

A proposito, ricordate il finale delle "Particelle elementari" di Houellebecq? Quando le scoperte di Djerzinski e Hubczejak emancipano l'umanità dalla sofferenza, quasi nessuna religione accetta questa epocale metabasi del genere a cui apparteniamo. Ci vogliono decenni, forse secoli, affinché si arrendano. Poi, quelle che più si erano opposte si estinguono lentamente.

Perché - sorry - l'umanità non ha più voglia di soffrire.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Da una parte il clero vorrebbe che le interruzioni di gravidanza si esercitino negli ospedali,peccato che in molti di questi,ci siano più obiettori rispetto a chi svolge gli aborti.

Che si mettano d'accordo,parlino di contraccezione e preservativi anche negli oratori,svolgano l'importante compito di diffusione a rapporti sessuali consapevoli,altrimenti il loro bla,bla,all'adinolfi pensiero è ipocrita e fuori dal mondo.

Chissà se i pochi ingombranti bigottoni italici si rendono conto d'essere ormai lontani dai tempi del super potere papale,loro si comportino come meglio credono,cercando di predicare bene e di non razzolare male,poichè sappiamo quanto diffusamente sono peccatori....e in alcuni casi della peggior specie.

I.S.

iserenths@yahoo.it

mercoledì 5 aprile 2017

Il patto del nazareno rispolverato all'infinito nel brand degli stracci

















Brand in crisi: dopo le morose di Silvio, i morosi di Forza Italia

di Alessandro Robecchi

Dopo tante morose (di Silvio), è il momento dei morosi (di Forza Italia). Ne parlerò con un certo pudore, perché le aziende che vanno male intristiscono sempre, si pensa ai dipendenti, ai loro figliuoli, alle ristrettezze di tante famiglie, insomma è brutto quando un’impresa economica cola a picco. Una parte del grosso debito dell’azienda è rappresentato dai morosi. Quelli che devono ancora i soldi per la candidatura del 2013 (un posto in lista costava 25.000 euro), quelli che non pagano il contributo, deputati, senatori, consiglieri comunali che devono sganciare chi cinquecento euro, chi ottocento, mille per l’adesione, più molti arretrati, fino a certi casi di insolvenza gravissima che arrivano a 60.000 euro. I fulmini del tesoriere Alfredo Messina sono arrivati, la minaccia è che chi non paga non potrà più avere cariche elettive nel partito e non verrà ricandidato.

Si immaginano dunque scene degne di Miseria e nobiltà: Silvio in redingote che va a riscuotere la pigione nei miseri appartamenti di deputati e senatori di Forza Italia e quelli che si fingono malati, indigenti, mostrano le scarpe sfondate, i volti emaciati dei bambini. Insomma Dickens con dentro Totò. Viene da pensare che non vogliano pagare, ‘sti morosi, perché il privilegio di far parte di quel grande partito che sognava la “rivoluzione liberale” (che imbarazzo…) non sembra più ’sto grande privilegio. Se i soffitti si crepano e la muffa avanza, perché continuare a pagare l’affitto? Ha una sua logica.

Del resto, la storia dell’azienda Forza Italia pare un caso di scuola. Il brand era molto forte sul mercato, ai tempi del suo boom si canticchiavano le sue canzoncine pubblicitarie, i testimonial erano di primo livello nazionalpopolare e l’amministratore delegato sembrava un sovrano (retro)illuminato capace di trasformare il ferro in oro. Ora, il marchio sembra polveroso, vintage, si parla di Forza Italia come del mangianastri o del Moplen, cose passate che sì, fecero sognare, ma poi…

Si comincia a non essere più all’avanguardia, a sbagliare la comunicazione, a vendere sempre lo stesso prodotto; si finisce a stare in piedi perché si spera nell’aumento di capitale o per non licenziare i dirigenti. Il tutto mentre milioni di clienti scoprono che anche ai tempi d’oro il prodotto venduto e comprato in gran quantità non era ‘sta gran cosa, anzi, la solita fuffa liberista in versione “il sole in tasca”, “basta crederci” e “bisogna essere ottimisti”. Tutte cose che se la giocano alla pari, con la fuffa di oggi, solo che ora si chiamano hashtag. Forza Italia è dunque alle prese col un bel problemino: cerca di restare azienda anche senza un capo che decide tutto e pensa a tutto, e che non ha più intenzione di affrontare da solo nuovi aumenti di capitale, mentre i morosi fanno gli gnorri e gli arretrati aumentano.

Altri marchi famosi, come il Pd, attuano veloci ristrutturazioni: credono sia meglio un’azienda più piccola ma comandata a bacchetta dal suo amministratore delegato, che una grande azienda molto ramificata e complessa. La trasformazione del Pd nel Partito di Renzi è dunque un’altra fase nel mercato politico attuale: un caso di ristrutturazione dell’azienda in termini efficientisti, che assicuri al capo una guida decisa e personalistica. Si tenta di somigliare al più acerrimo concorrente, tipo quando Apple e Samsung si accusano a vicenda di rubarsi i brevetti, e mentre si tuona contro la struttura monarchica di Grillo, si lavora per imitarla, blog del Capo compreso. Nel mercato della politica italiana, quindi, c’è grande attenzione alle strutture, alle guerre di consigli di amministrazione e alla definizione delle linee di comando, e intanto il prodotto che si vende è un po’ sempre lo stesso, scadente, più mercato, meno diritti, mentre ci sarebbe un gran bisogno di un modello nuovo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Essendo diventati polverosi entrambi,il vecchio per ovvie ragioni anagrafiche e l’altro dopo il 4 dicembre rimane alla guida del suo partito,ormai diventato in costante emorragia di voti,capirai che alternative ci sono…

Possono entrambi darsi man forte con un nazareno infinito,spartendosi gli stracci rimasti del paese nei prossimi anni.

Andrà a finire che i fantomatici cinesi,dopo il Milan chiameranno il toscano a Pechino per nuovi accordi,il popolo sovrano non farà come al solito una piega.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 1 aprile 2017

Tutti contro il movimento cinque stelle
















CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO LUISELLA COSTAMAGNA

I personali commenti e risposte

Al netto delle gaffes del genovese e di altre veniali dei sottoposti,tra congiuntivi e citazioni confuse,quando con la stessa solerzia i giornaloni e le Tv scriveranno e commenteranno del salvataggio del ministro dello sport Lotti,del giornalista condannato definitivamente Minzolini e salvato dai soliti noti,della tesi di laurea copia-incolla della Ministra Madia,e dulcis in fundo sul caso Consip,il ricchissimo appalto su cui ci sono sospetti sulla famiglia Renzi,allora sarà ristabilita una certa equità giornalistica.
Ma quando toppa uno stellato o Grillo ne combina una,allora il fuoco dei plotoni d'esecuzione sparano tutte le cartucce possibili.
Se nonostante tutto,le stelle da mesi è primo nei sondaggi nelle intenzioni di voto,evidentemente i loro sforzi diventano tra il patetico e l'inutile,talmente sono inguardabili gli altri.
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      E' già qualcosa che tu ammetta che "Qualcuno" ha toppato.
      Consiglia pure agli altri di ammetterlo.
      Poi sugli effetti ognuno è libero di masTRUparsi come preferisce.
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          Guardi,vorrei ulteriormente puntualizzare,a me un movimento verticistico come le stelle non piace,vedrei di buon grado un movimento popolare come Podemos,dove i leader vengono decisi dalla base e nessuno potrebbe rimanere per sempre al comando.
          Questo non esiste in Italia,però mi creda,quando andrò a votare sarà l'unica forza politica che non mi farà venire la nausea all'interno della cabina elettorale.
          • Lascia che ti risponda con argomenti romaneschi.
            In una situazione come questa una persona seria si ritrova a... "Cazzinmano". E ci vuole coraggio a rimanere a "Cazzinmano" senza infilarlo di corsa in quel della prima "marciapiedista".
            Poi... fai tu. Se non ti fa venir la nasea.... !!!!
            Rimanere a "cazzinmano" non significa "rinunciare". Significa attendere la "cozza" commestibile.
            .
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                Ho votato Appendino,è stato il mio primo approccio con questa forza,sono soddisfatto del suo mandato comunale,le polemiche che ci sono in questi giorni sul bilancio non mi spaventano,quando da anni di giunte Pd il debito è diventato stellare,seriamente si devono fare sacrifici.
                Da ciò che ho visto da quasi trent'anni a questa parte,Craxi,caimano,inciuci d'alemiani,ora l'ultimo unto dal signore che ha solo sparato meraviglie e il paese è alla canna del gas,come nessuno in occidente,direi che è il caso di voltare pagina.
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                  Gentile signore
                  per ora, condivido in toto, io però il naso me lo turerò lo stesso, specie dopo Genova.....
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                      Sul dilettantismo allo sbaraglio penso che siamo d'accordo,direi che non è facile far crescere una classe politica all'altezza della situazione,speravo che con i vecchi meetup tutto ciò si sarebbe materializzato,purtroppo abbiamo toccato con mano che non è così.
                • I.S.

                iserentha@yahoo.it