giovedì 19 luglio 2018

Racconto dettagliato della migrazione dall'Africa


















A casa loro, a casa nostra e per strada

di Alessandro Gilioli

Per diversi motivi, vorrei evitare di confutare qui le puttanate sull'immigrazione più clamorose, quelle propalate in cattiva fede o per semplice idiozia/razzismo: i "negri invasori", il "piano di sostituzione etnica di Soros", "le foto dei naufragi sono costruite e finte" - e altre cose così, che solo a discutere le si legittima. Del resto a nessuno verrebbe in mente di perdere tempo a contestare le teorie dei terrapiattisti o dei raeliani.

C'è invece una recente argomentazione salviniana sui migranti che ha una sua apparente e insidiosa logica; è stata ripetuta da Conte nell'intervista pubblicata oggi sul Fatto, e l'ho risentita anche a Radio 24 questa mattina, propugnata dal collega Stefano Feltri.

L'argomentazione è questa: «Meno navi dalla Libia partono, meno migranti muoiono».

Intendiamoci, nel caso di Salvini è solo una frase di copertura, un abito buono per nascondere con una pittata di responsabilità quello che ha sempre scritto e detto in questi anni: parole di odio e disprezzo verso gli africani, che non devono stare nello stesso tram coi bianchi, emigrare per loro è una pacchia, sulle navi stanno in crociera, e "sei un grande" al ragazzino che dice "mi stan sulle palle i migranti". Insomma Salvini lo conosciamo.

Ma al netto di Salvini l'argomentazione di cui sopra ha, appunto, una sua apparente logica: se i barconi non partono, nessuno affoga.

Il bug di questo pensiero, tuttavia, sta nella frase che è sfuggita oggi proprio a Stefano Feltri, alla radio: «Perché sappiamo tutti che i migranti partono dalla Libia».

E no, non è così.

Non partono affatto dalla Libia, anzi una volta su un molo della Libia la parte più lunga e atroce del viaggio - quella nel deserto, di schiavitù torture e stupri - è già alle spalle.

Partono dal Niger, dalla Nigeria, dal Gambia, dalla Repubblicana Centroafricana, dall'Eritrea, dalla Somalia, dal Sudan, dall'Etiopia, dal Sud Sudan, insomma partono da tutta l'Africa subsahariana dove (vuoi per guerre vuoi per fame vuoi per carestie e siccità, è assolutamente lo stesso) altrimenti muoiono - o molto rischiano di morire.

Quindi, ipotizziamo pure che nessuna nave parta più.

A questo punto le persone a rischio di morte nella loro terra (vuoi per fame vuoi per carestie e siccità, è assolutamente lo stesso) potrebbero comunque decidere di provare a partire verso il nord Africa sperando di arrivare in qualche modo in Europa, quindi andando a rischiare la vita nel deserto e sottoponendosi comunque a quanto sopra (schiavitù, torture e stupri, infine probabile decesso o vita in catene perché non riescono più né a partire né a tornare).

Oppure potrebbero lasciar perdere - sapendo che è diventato molto più difficile attraversare il Mediterraneo - e quindi morire o rischiare di morire nella guerra o siccità/carestia (è assolutamente lo stesso) in cui si trovano.

In sintesi: non morirebbe meno gente. Anzi probabilmente ne morirebbe di più. Però lo farebbe più lontano dai nostri occhi, dalle nostre telecamere, dai nostri titoli di tg.

Questo ci tranquillizzerebbe probabilmente la coscienza. A tutti eh, non solo ai razzisti (quelli che ne sono muniti, intendo). Non li vedremmo, i morti: non farebbero notizia, non sarebbero più un problema nostro (ammesso che ora qualcuno lo senta come tale).

Salvini e altri andrebbero perfino in tivù a sbandierare che il loro muro sul Mediterraneo ha salvato vite umane (!). Nessuno li smentirebbe perché a nessuno verrebbe in mente di conteggiare chi è morto nel posto da cui non è potuto partire, o lungo la strada.

Alla fine, quindi, è solo questione di intenderci.

Se ce ne fottiamo della morte per povertà o per guerra di centinaia di migliaia di persone (perché tanto sono cose che avvengono più lontano da noi, rispetto al Canale di Sicilia) va benissimo l'argomentazione Salvini-Conte: meno navi partono, meno persone muoiono; che bisognerebbe solo integrare con una postilla: meno navi partono, meno persone muoiono qui vicino, anche se ne muoiono altrettante o di più nei luoghi da cui volevano partire.

Se invece crediamo che salvare o non salvare una vita non sia una questione chilometrica, e che il mondo sia un piccolo angolo in cui abitiamo tutti insieme, è evidente che la frase di cui sopra è una solenne cazzata; e che la parte di umanità più ricca - se ha una coscienza - può utilmente ed egualmente provare a salvare le vite di altri esseri umani: a casa loro, a casa nostra e in mezzo alla strada.

DALL'ESPRESSO BLOG PIOVONO RANE

Non fanno una piega le sue considerazioni,la realtà di cosa sta avvenendo in quel continente è raccontata molto bene.
Direi che a questo punto tocca trovare delle soluzioni,penso che sia positivo l'inizio del cambiamento europeo in atto,ovvero quello di non lasciare sola l'italia.
Creare dei campi gestiti dall'Onu e dai paesi europei,nei quali le condizioni umane siano vivibili,filtrando l'emergenza e portando i profughi senza barconi nei Paesi dove è possibile l'integrazione,e che non siano cpt stile Buzzi e Carminati s'intende,o nei campi di raccolta ortofrutticoli dove sfruttare come animali queste persone.
L'altra colossale organizzazione,ci vorranno decenni,è di aiutare i popoli africani allo sviluppo nei propri Paesi e nel caso di guerre di sforzarsi a diplomazie possibili.

Poiché per quanto uno si sforzi nell'essere umanitario,ci sono miliardi di abitanti in estrema povertà su questo pianeta,pensare a uno spostamento integrale per risolvere questo immane dramma non ha senso.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 18 luglio 2018

La rincorsa al possesso delle armi è un'idiozia pazzesca














Sparare alle mogli: con la riforma di Salvini sarà legittima difesa

di Alessandro Robecchi

C’è grande attesa nel Paese per l’avviarsi (questa settimana) dell’iter della riforma della legittima difesa, e come su tutto quanto (immigrazione, giardinaggio, economia, lavori all’uncinetto, scienza aerospaziale, cucina vegana, creme solari, prodotti dop, miele biologico), la linea la detta il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sono i vantaggi di chi non lavora mai: può avere molti hobby. E’ noto il pensiero di Salvini: troppe rogne, processi, spese per avvocati, per chi ammazza a fucilate qualcuno che gli sta rubando un soprammobile in salotto. La lobby dei produttori e venditori di armi è naturalmente favorevole: un milione e 398.920 licenze per porto d’armi sembrano poche per un paese di sessanta milioni di abitanti, e l’Italia resta in posizione di inferiorità rispetto al Texas, dove sono armati anche gli embrioni, o luoghi pacifici come la Libia. Ecco alcune norme di buon senso che la riforma dovrebbe recepire.

Sparare ai ladri in casa. Naturalmente si potrà sparare ai ladri in casa. Una norma un po’ ambigua perché non si capisce a casa di chi. “Ma a casa dei ladri!”, chiarisce subito Salvini. In pratica, il bravo cittadino italiano con un vicino rumeno, o straniero in generale, potrà bussare, aspettare che qualcuno apra e poi freddarlo sul ballatoio. Si tratta di un criterio allargato di legittima difesa, interpretato in chiave meno restrittiva. Se poi risulterà che il morto non era un ladro ma un’onestissima persona, l’imputato non avrà diritto al rimborso del proiettile, che dovrà pagare coi suoi soldi. “Norma troppo punitiva – dice Salvini – la cambieremo”.

Bonus pistole.Sull’esempio del bonus cultura, verranno consegnati ai giovani, al compimento del diciottesimo anno, dei soldi per acquistare armi da fuoco. C’è chi è scettico, perché non è facile mettere in campo controlli e verifiche. “E se poi scopriamo che con quei soldi si comprano un libro? – dice Savini – Norma da rivedere”.

Poligono diffuso.L’aumento del possesso di armi da parte di onesti cittadini che vogliono difendersi dalla criminalità sparando ai bambini che recuperano il pallone finito in cortile necessita un minimo di preparazione balistica. Ma istituire poligoni di quartiere (o di caseggiato, per le zone più popolose) potrebbe essere costoso. La riforma pensata da Salvini vorrebbe ribaltare il concetto e combattere la burocrazia. Basta iscrizioni, domande in carta da bollo, verifica dei documenti. Per allenare la mira, basterà aggirarsi nei dintorni di un campo rom, o di qualche centro per stranieri richiedenti asilo.

Ripresa economica. I benefici di una riforma che liberalizzi l’uso delle armi, come piacerebbe a Salvini e a quelli che le fabbricano, sono anche economici. A parte l’impennata di interventi nella sanità privata (si calcola che il numero di quelli che si sparano in un piede pulendo la Colt aumenteranno del 334 per cento), si prevedono ottime performance per il settore pompe funebri, fioristi, necrologi. La riforma avrà poi un effetto volano: sapendo che lo aspettano armato, anche il ladro di polli comprerà un’arma, innestando un circolo virtuoso per cui tra dieci anni uno dovrà andare in giro con portafoglio, telefono, chiavi della macchina, chiavi di casa, e Glock calibro nove. Torna il borsello.

Prima la famiglia. E’ nota la passione di Salvini per i valori famigliari, infatti ha avuto due o tre famiglie, piazzando sempre mogli e compagne in buoni posti di lavoro grazie alla politica. La riforma tanto caldeggiata guarda dunque alla famiglia con un occhio di riguardo: ammazzare la moglie, la fidanzata, la ragazza che vuole lasciarti, sarà più agevole e non si dovrà più ricorrere a mezzi primitivi come lo strangolamento. “L’ho ammazzata perché non voleva che mi sputtanassi tutto lo stipendio con poker e scommesse”, dopotutto, è legittima difesa.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

La rincorsa alla diffusione delle armi è un’idiozia sesquipedale,non trarre esperienza da ciò che succede quotidianamente negli States,equivale a possedere un’accortezza da cervello di un mollusco,chiusa la parentesi.

Ma se non si mette in carcere chi delinque in questo modo,sappiamo per esperienza che qualora le forze dell’ordine arrestano qualche ladro sprovveduto o particolarmente sfortunato,dopo pochi giorni,magari dopo qualche ora è già a piede libero.

La soluzione più ragionevole è questa,per chi obietta che le carceri sono già piene,è sufficiente costruirne altre,magari non lasciandole all’abbandono come è già successo.

La ciliegina sulla torta,sulle nuove carceri ovviamente,è di organizzarle con il lavoro artigianale,oltre non pesare alla collettività vendendo i prodotti, si creano i presupposti di imparare un mestiere.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 11 luglio 2018

Problema dei migranti:Andando oltre le categorie e le magliette rosse


























Buonista, rossobruno o sovranista: manuale dell’insulto prêt-à-porter

di Alessandro Robecchi

Urge manuale di conversazione aggiornato per l’estate in società, un manualetto agile, di poche pagine, con gli insulti più à la pagee le loro nuove declinazioni. Un bugiardino che sia possibile sfogliare all’impiedi, persino con le mani bagnate, magari mentre si partecipa al linciaggio di un venditore ambulante sulla spiaggia perché “ci ruba il lavoro” (notoriamente, vendiamo tutti asciugamani e collanine). Ne proponiamo un piccolo sunto, segnalando che i lemmi e le espressioni idiomatiche che si usano a vanvera, a vanverissima e spesso addirittura a cazzo, sono numerose.

Radical-chic.Termine nobile su cui aleggia una certa confusione data dai tempi. Vi risparmio l’etimologia e l’origine, Tom Wolfe e tutto il resto, veniamo agli usi quotidiani. Radical-chic è oggi, di norma, riferibile a chi non calzi ciabatte di cocomero e si vesta di domopak rubato al supermercato. Il dibattito è se debba prevalere la parte radical o la parte chic. Per essere radical, oggi, basta non amare Salvini o pensare che non si può lasciar morire la gente in mare, e tutto il resto è relativo, anche se siete radical come Don Sturzo. Quanto alla parte chic, si suppone dipenda dal reddito, e/o dagli orologi indossati, e/o dal cachemire d’inverno. E’ possibile dunque lanciare l’insulto praticamente a chiunque mangi due volte al giorno. In sostanza radical è chiunque abbia posizioni appena appena a sinistra del Ku Klux Klan e chic chiunque abbia una situazione economica privata che non lo spinge, per necessità, a scippare una vecchietta.

Sovranista. Insulto uguale e contrario, con una sostanziale differenza: che cosa vuol dire sovranista non lo sa nessuno. Teoricamente sarebbe una variante di “nazionalista”, o un abbellimento gentile del sempre attuale “porco fascista”. Ma sovranista fa in qualche modo intuire che uno si intenda di questioni internazionali, trattati, rapporti di forza, geopolitica avanzata. Poi, siccome spiegare tutte queste cose a un sovranista è difficile (di norma siamo ancora a ma-ti-ta, letto faticosamente tenendo il segno con il dito indice), si risolve con i simboli. E via bandierine accanto all’account: un disastro. Chi mette quella dell’Ungheria, chi quella dell’Irlanda. Ogni tanto si sobbalza esclamando: “Ah, perbacco, ecco un sovranista del Messico!”, invece è solo un pirla che ha sbagliato bandiera. I sovranisti di sinistra si distinguono perché accanto alla bandiera del Messico (o dell’Ungheria, o dell’Irlanda, o persino italiana, quando ci azzeccano) mettono la bandierina blu dell’Europa.

Buonista. Parola talmente inflazionata e lisa che non darebbe conto parlarne. In breve, serve a identificare chiunque abbia una posizione non goebbelsiana nei confronti del mondo. Se non vuoi che il ladro di polli sia impiccato sei buonista. Allo stesso modo se vuoi tirare un salvagente a uno che sta affogando. Ci limiteremo a dire che l’abuso di questo insulto è dettato dall’incattivimento collettivo e dal nervosismo indotto dall’insicurezza sociale, per cui il buonista sembra un nemico degli usi e costumi correnti. L’espressione “buonista” è ormai in fase discendente e si usa spesso a sproposito (tipo “Mussolini fino al ’38 è stato anche buonista”)

Rossobruno. Insulto di recente conio e faticoso adattamento alla situazione italiana. Dovrebbe indicare, teoricamente, uno che è di sinistra (rosso), ma anche un po’ fascio (bruno). Ammesso che esista qualcosa di simile in natura, il termine si è presto snaturato e viene usato dagli ultras di Renzi per indicare chiunque non abbia resistito all’avvento del fascismo nell’unico modo concesso dal loro pensiero binario: votando per Renzi. In generale chi usa l’insulto “rossobruno” si sente forbito, informato e colto – la cosa ammicca a riferimenti storici – il che, ricordiamo a tutti, non vuol dire intelligente.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Lasciamo scegliere le categorie a chi ha voglia di sceglierle,sicuramente ne sorgeranno altre.

Mettiamo sul tavolo tutto ciò che riesco a mettere.

L’accordo di Dublino in cui tutta l’Europa continua a ribadire sono cazzi vostri,l’avete pure firmato,va assolutamente ridiscusso.

La realtà dei Cpt nella quale i migranti vivono diffusamente d’inferno,e dove stile Buzzi e Carminati chi li gestisce fa affari d’oro dando merda da mangiare e intascandosi il 70-80% ogni migrante.

Andando a vedere come da decenni i migranti vengono sfruttati e lasciati vivere in modo criminale nelle pianure a raccogliere frutta e verdura.

In Libia e zone limitrofe hanno calcolato,fonti di una certa sicurezza,che ci sono dai 700mila al milione di persone che vorrebbero venire in Italia-Europa,possiamo accogliergli tutti noi?
Con un trend che aumenterà sicuramente nei prossimi anni.

No,mi spiace,non basta indossare semplicemente una maglietta rossa,e chi s’è visto,s’è visto.

Se questo problema di enormi proporzioni non sarà gestito dall’intera Unione europea,ospitando il possibile in ogni Stato e aiutando il più possibile in Africa,ho idea che In tempi medio-brevi diventerà una guerra,e sarà troppo tardi

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 20 giugno 2018

C'è sempre un ladro più bravo degli altri













Le polpette di Salvini per i cani di Pavlov. Tanto i padroni fanno festa

di Alessandro Robecchi

Storiella vecchia ma sempre valida: sul tavolo ci sono dieci panini, il padrone se ne mangia nove, e poi ammonisce i lavoratori: attenti, che il rom vi frega il panino! E’ un giochetto vecchio come il mondo che paga sempre e porta le classi subalterne a vedere il pericolo sotto di loro e non sopra. Eppure non ci vuole un esperto di flussi di consenso per scoprire il gioco di Salvini: una sparata feroce e estremista, alti lai e lamentazioni di chi gli si oppone, una minima correzione di rotta per dire: lo avevate già fatto voi. Cos’ho detto di male?

Con una fava, due piccioni: si sposta l’asse del dibattito verso destra (perché non prendersela coi rom? Siamo rom, noi? No, e allora che cazzo ce ne frega?…) e al tempo stesso si fa passare chi si oppone per il vecchio un po’ bolso cane di Pavlov. Il cane di Pavlov, come al solito, ci casca con tutte le scarpe: quando leggi che quelli del Pd si vantano che loro sì avevano fermato i flussi migratori (stoppandoli in confortevoli lager libici), capisci che da lì non si esce, perché si pone un’infamia contro un’infamia e alla fine un popolo spaventato, impoverito, insicuro sul suo futuro, sceglie l’infamia peggiore perché gli sembra quella più tranchant e secca: via le Ong, schediamo i rom, i neri pussa via. La domanda da farsi è: chi riuscirà a fermare questa deriva? Chi si è inventato il daspo per i barboni (decreto Minniti, brutta fotocopia del decreto Maroni del 2008, quello delle “ordinanze creative” che dimostrò come anche i sindaci possono essere parecchio scemi)? Oppure chi oppose al grottesco “aiutiamoli a casa loro” delle destre una ridicola variante: “aiutiamoli davveroa casa loro” (cfr, Matteo Renzi).

Insomma, sia messo a verbale che è assai difficile opporsi al salvinismo, malattia analfabeta del fascismo, se sei mesi fa si dicevano – con altri toni e vestiti meglio – più o meno le stesse cose.

E questo riguarda chi sta in basso, cioè, i capri espiatori, variabili e numerosi, da additare al proprio pubblico plaudente: sei pagato tre euro l’ora, licenziabile a piacere, demansionabile, sfruttabile fino all’osso, ricattabile, umiliabile, ma lasci che qualcuno indirizzi la tua rabbia verso chi sta peggio e non verso chi sta meglio e ti sta derubando. Ti incazzi con un poveraccio che ruba un po’ di rame e ti dimentichi di quello che si è messo in tasca 600.000 euro in una notte grazie a una dritta di Renzi sulle banche popolari. Un classico

Grazie alle sue armi di distrazione di massa, e al cane di Pavlov che ci casca con tutta la ciotola di crocchini, di Matteo Salvini si finisce a guardare soltanto la vena nazional-manganellista, decisamente schifosa, ma che è solo una delle due fasi. L’altra fase, mentre si picchiano gli ultimi, è lisciare il pelo ai penultimi. L’ovazione ricevuta da Confcommercio, per esempio, chiosava un discorso di Salvini articolato come un semplice sillogismo. Uno: niente limite ai contanti. Due: via l’Imu per i negozi sfitti. Risultato dell’equazione: si affitteranno negozi in nero (contanti); negozi che ufficialmente risulteranno sfitti (quindi esentasse): questo sì che è un regalone, mica due detrazioni piazzate qui e là. E ancora una volta il piccolo Scelba lumbard potrà dire: cos’ho detto di male? Il tetto ai contanti non lo avevate alzato anche voi? Scacco matto.

Finché si starà a questo gioco, Salvini avrà davanti un’autostrada (senza autovelox) e chi non è d’accordo verrà ridicolizzato (compresi quelli che già si sono molto ridicolizzati da soli, travestendo da “gauchiste” politiche da destra liberale) oppure mangiato lentamente (una forza con 32 per cento che si fa comandare a bacchetta da uno col 17). Il cane di Pavlov abbaia, gli altri tutti contenti: il rom non gli ruberà più l’unico panino gentilmente lasciato sul tavolo dal padrone, contento come un agrario nel ’22.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Siamo sempre lì,fino a quando non si materializzerà una forza politica che non prenderà per i fondelli gli ultimi e i penultimi,i primi potranno sguazzare come meglio credono.

Oltre cercare di razionalizzare i Rom,senza parlare di ruspe e di schedature,essendo i campi dove “vivono” qualcosa di incompatibile con la società d’oggi,e di far partecipare l’intera comunità europea sugli sbarchi dei migranti,tramite quote per ognuno dei Paesi,sempre che ci siano le possibilità d’integrazione,essendoci poco lavoro non si può ospitare all’infinito a meno che non siano profughi.

Sulla flat tax ho già scritto,la teoria che i grandi guadagni risparmiando sulle tasse faranno muovere l’economia è una stronzata,idem nell’evitare il tetto per i contanti,al massimo incentiverà oltre il nero i capitali sporchi senza alcun problema di tracciabilità, la tassazione questa al contrario dev’essere organizzata in proporzione al reddito,bassa pressione fiscale per chi guadagna poco e più alta per i ricchi,senza arrivare a percentuali impossibili,altrimenti l’evasione è garantita,e per chi evade dopo la riduzione nessuna pietà ovviamente,ma chi lo farà,il felpato?Ovviamente no.

Aspetteremo che arrivi finalmente il Robin Hood che faccia il vero lavoro del romanzo,e chissà quanta acqua sotto i ponti dovrà passare,i sondaggi stanno facendo diventare sempre più tronfio colui che spara pistolettate quotidianamente.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 15 giugno 2018

Globalizzazione e povertà,ormai una realtà incontrovertibile





















Bozza di parole per dirlo

di Alessandro Gilioli

Capire quello che è successo e sta succedendo in Italia è complesso ma non è complicato. Intendo dire: la situazione in cui ci troviamo è frutto di molte concause, ma non è poi difficile provare a vedere quali sono e come si sono intrecciate. Tra l'altro alcune di esse sono comuni ad altri Paesi dell'Occidente.

Proviamo quindi a dipanare la matassa attraverso alcune parole (sì, lo so che ne mancano molte altre: questa è solo una bozza, un'ossatura assai parziale a cui aggiungere se volete le vostre, di parole) .

Paura.
La prima parola è questa e mi scuso della scarsa originalità. I mutamenti veloci degli ultimi anni - tecnologici e quindi economici, strutturali e quindi sociali - hanno generato paura. Paura per il proprio presente e per il proprio futuro. Paura di perdere quel relativo benessere, quella relativa sicurezza e quel relativo welfare che avevano costituito le fondamenta del nostro vivere insieme per più di mezzo secolo. Paura che da un po' le cose stiano andando sempre verso il peggio e ancora peggio andranno. Paura di perdere quello che si era conquistato, spesso con fatica. Paura per la propria vecchiaia e per i propri figli. Paura per l'incertezza, cioè il sentirsi dispersi e abbandonati in mezzo alle onde, alle correnti che arrivano da chissà dove e che non si riescono più a governare. Non sapere nemmeno più chi si è, trascinati qua e là da questi marosi. Quindi perdita di identità e disperato tentativo di ritrovarla da qualche parte. Infine, la sensazione altrettanto paurosa che non ci sia più un rapporto tra il proprio impegno (i propri sforzi, i propri studi, il proprio lavoro) e gli effetti, i risultati per noi. La paura crea rabbia reciproca e un gigantesco "si salvi chi può": tra individui, tra categorie, tra Stati. E in condizione di paura, il penultimo attacca l'ultimo, sempre.

Cecità.
Cioè la cecità di chi, in politica, questo processo non lo ha visto, nonostante non mancassero le menti lucide che li mettessero in guardia, da Bauman giù giù fino ai Social forum d'inizio millennio. Invece no: i decisori politici, in Europa come negli Stati Uniti, hanno continuato a pensare alla globalizzazione come a un processo a somma positiva più o meno per tutti, anche sul breve: i lavori perduti sarebbero stati sostituti rapidamente da quelli nuovi (più divertenti e creativi, magari anche in grado di produrre più fatturati e quindi meglio pagati), il modello fisso del '900 - "blue collar " o "white collar" - avrebbe lasciato spazio a una cangiante e vivace società dell'accesso e della felice trasmigrazione da un impiego all'altro. Mai errore fu più grossolano: i grandi cambiamenti sono per antonomasia crisi e le crisi fanno le loro vittime. Se queste diventano troppe, crolla tutto.

Potere.
Tra gli effetti collaterali della globalizzazione c'è stata anche la separazione tra democrazia e potere. Siamo stati convinti per tutto il '900 che le democrazie esercitassero il potere. A un certo punto non ha più funzionato così, o ha funzionato così sempre meno. Ogni democrazia ha iniziato a dipendere sempre di più da motori esterni: i mercati, i creditori, gli speculatori, le fonti energetiche, le materie prime, le cessioni di sovranità "dal più piccolo al più grande", inevitabili in un mondo fattosi quartiere. Quando si vede che le democrazie sono troppo deboli per contrastare queste forze, viene automatica la tentazione di affidarsi a un leader muscolare, a un capo carismatico: si pensa che questo avrà la voce abbastanza grossa per riuscire laddove la democrazia non riesce più, cioè a proteggere i miei interessi dai flutti e dai marosi.

Ricchi.
C'è una fetta minoritaria di persone, in Occidente, che da tutto quanto sopra non ha avuto svantaggi ma cospicui vantaggi. Sono quelli che erano già nel 2-3 per cento di popolazione più ricca ma anche quelli che, provenienti dal ceto medio, non sono stati ingoiati verso il basso come la gran parte dei loro pari ma sono invece entrati a far parte dei "new luckies". Spesso con ottimi rapporti (anche lobbistici) con le sedi del potere economico e politico, questi signori non hanno mosso un dito per governare diversamente i processi di cui sopra, anzi. Quindi hanno contribuito, come complici, all'esplosione in corso. Loro, come i loro referenti politici.

Semplificazione.
Quanto più la realtà diventa complessa, quanto maggiore è la pulsione verso la semplificazione. Questa è una reazione normale. "Non stiamo lì a fare tanti discorsi", "la verità e che..." e così via. La semplificazione trova il suo scivolo naturale nei media vecchi e nuovi: i talk show (dove lo slogan secco ridicolizza il ragionamento) e nei social network, specie Twitter che sembra inventato apposta per banalizzare. La semplificazione estrema mortifica ulteriormente la democrazia, riducendo gli elettori a tifosi in curva, i quali proprio come allo stadio rifiutano il ragionamento, per affidamento fideistico.

Identità
Oltre che con l'affidamento settario, si cerca di recuperare l'identità perduta in tempo di naufragio anche in altri modi. La Lega, in Italia, fu la prima a farlo: quando si inventò l'identità padana. Oggi quella costruzione farlocca è stata abbandonata a favore di un'altra che invece almeno ha il merito di esistere, più o meno, cioè l'identità nazionale e nazionalista. In realtà l'Italia è un paese di unificazione politica e linguistica recente quindi di identità fragile. Gli storici insegnano che più l'identità è fragile, più questa diventa livorosa se non aggressiva: e non a caso il fascismo e il nazismo sono nati nei due Stati d'Europa che si erano unificati più tardi. In più l'Italia è paese di campanili, di rivalità territoriali, di grandi forbici economiche tra nord e sud, insomma la nostra identità è piena di cerotti. Più sono i cerotti, più si cerca di sopperire a queste fragilità urlando il proprio nazionalismo (e passando rapidamente dall'automortficazione all'autoesaltazione e viceversa). Poi, qui da noi c'è un combinato disposto tra questa questione e quella del punto 1, cioè i mutamenti globali recenti: sicché non è un caso che ad avere successo, in Italia, siano stati i due capi nazionalisti emersi dopo la prima globalizzazione (1840-Prima Guerra mondiale) e ora, durante la Seconda. Sto parlando, ovviamente, di Mussolini e Salvini.

Partiti.
In tutto questo, poi, c'è la "politique politicienne", quella dei partiti. E anche qui ci sono eventi mondiali che si mescolano a particolarità tutte italiane. Ad esempio: abbiamo avuto il più grande partito comunista d'occidente - che al tempo fagocitava ogni altra sinistra o quasi - il quale dopo la Caduta del Muro non ha più trovato una sua ragion d'essere se non nella emulazione appena più smussata del suo avversario storico, la destra economica. In assenza di un progetto sociale, ha perso l'anima e il senso, la ragione d'essere. (Non con Renzi dunque, ma già prima. Renzi ha portato a compimento il suicidio -rimandato di due decenni solo grazie al compattamento contro Berlusconi - promettendo un futuro radioso proprio dentro quei cardini ideologici di "globalizzazione-competizione-lavoro liquido" che stavano per essere travolti. In più, Renzi ha creato enormi aspettative, incarnate nel 40 per cento di quattro anni fa, e nulla come le aspettative deluse provocano una reazione di rigetto). Comunque: mentre la sinistra storica andava suicidandosi perdendo la sua ragion d'essere, è nata una forza di protesta e di rifiuto, liquida e postideologica (il M5s) rivelatasi tanto capace di incamerare il disagio sociale quanto poi incapace di incardinarlo in un sistema di pensiero, in una visione di società. E qui si spiega facilmente il suo essere ingoiato ogni giorno di più da un partito e da un leader che invece sono fortemente ideologici e strutturati, che hanno una precisa (per quanto personalmente io la trovi vomitevole) visione di Paese, che ha radici solidissime. E quando un partito solido incontra un partito il gassoso, il partito gassoso è già morto.

Tutto ciò porta al fascismo?

Mah.

Credo che stiamo usando questa parola per somiglianza, per approssimazione, per la naturale tendenza a ricorrere a vocaboli già noti quando arriva qualcosa che ancora non sappiamo definire bene.

Certo è però che c'è qualcosa in comune fra Trump, Erdogan, Putin, Salvini, Orbán (ma ci metterei anche l'indiano Modi). Qualcosa in cui si mescolano nazionalismo, autoritarismo, muscolarità, sprezzo verso le deboli istituzioni della democrazia, settarismo, manicheismo, identitarismo come corazza e semplificazionismo come valore (quindi anti intellettualismo).

Auguri a chiunque, in tutto questo, continua comunque a provare a pensare.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Non sono leghista e non sarò mai di quella "parrocchia",devo dare atto di un particolare fondamentale emerso in questa settimana,ovvero che il disinteresse europeo verso gli sbarchi degli immigrati in Italia si è interrotto,bene o male anche per chi considera un attentato all'umanità la ong dirottata a Valencia,finalmente tutta questa storia fa parlare di quote e di hotspot in Libia da parte dell'Europa che conta.

Si,poichè per chi non ha problemi a voler ospitare milioni tra profughi e moltissimi migranti economici,non ha idea di come si rivelerebbe drammatica questa situazione gestita da un solo Paese,non si può ospitare all'infinito e se non si ha una linea dura a proposito non ci sarebbe stato alcun cambiamento,dando atto che sono ben conscio dei lager esistenti in Libia e che certamente si moltiplicheranno,ma attenzione di questo passo i quasi lager italiani,gestiti molto meglio,diventerebbero molto simili.

Sulla deriva a destra del Paese,le ragioni ovviamente non sono solo legate agli sbarchi,bensì all'impoverimento di una buona parte delle persone,è evidente che le reazioni possono essere sbagliate,cioè di passare dalla padella alla brace,ma davanti a promesse,parole,storytelling di ultima generazione,corruzione,mafie e cronica evasione fiscale,ci si attacca all'ultimo treno possibile,anche quello che potrebbe portare a schiantarsi contro un muro,ma non essendocene altri c'è chi lo prende e chi rimane a piedi,magari lavandosene la mani,continuando a criticare e non avendo una speranza concreta e possibile,ed è durissimo prendere atto che pur voltandosi per costoro non ci sia nulla da decenni,e dire che basterebbe solo darne atto anzichè attaccarsi ai vetri.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 30 maggio 2018

Giggino Di Maio fatto fuori dal felpato e dal Colle

















Povero Di Maio sono riusciti addirittura a vendergli la Tour Eiffel

di Alessandro Robecchi

Era dai tempi de La Stangata(1973), con Paul Newman e Robert Redford, che non si vedeva un pacco così accurato e perfetto tirato al pollo di turno. Detto che la distanza tra Salvini e Paul Newman è quella che separa Orio al Serio da Plutone, il pacco è riuscito alla grande, i 5Stelle imbufaliti sono rimasti lì come la mucca che guarda passare il treno, e Salvini fa l’asso pigliatutto e la damigella più corteggiata del reame: ballerà ancora con Silvio? Non lo sa, ci sta pensando. Civettuolo.

Ci sono altre truffe famose, e una fa proprio al caso nostro: nel 1925 un tale Victor Lustig riuscì a vendere la Tour Eiffel a un commerciante di ferraglia, fingendosi funzionario governativo e dicendo che l’avrebbero presto smantellata. Quello fu così scemo da dargli 250.000 franchi (moltissimi), più una mazzetta per agevolare l’affare. Quando si accorse di essere stato truffato non sporse denuncia per evitare (lo dico in francese) la colossale figura di merda.

Ecco, credo che sarebbe un errore per i 5Stelle non denunciare il truffatore, cioè Salvini Matteo, di anni 45, noto alle cronache. E’ vero che ci sono mappe e cartine pubblicate dai giornali che ci dicono che se Matteo e Gigi si mettono insieme alle elezioni sbancano. Però un conto è fare un accordo di governo tra diversi, e un altro è spartirsi i collegi elettorali per vincere a man bassa. Cioè non si tratterebbe più di un “contratto” con due contraenti (uno decisamente più furbo dell’altro), ma di un accordo politico. Non denunciare il truffatore, e anzi mettersi con lui, produrrà delle crepe, dei mugugni e probabilmente degli smottamenti. Se così sarà, se Salvini romperà col centrodestra per inseguire il plebiscito, ci aspetta un’estate di terrorismo: e il mutuo? E lo spread? E che dirà Moody’s? Eh? Ci avete pensato?

Insomma, c’è lì davanti un trappolone ulteriore: dividere il Paese su un argomento (euro sì / euro no) che è più favoleggiato che reale (e anche piuttosto stupido), permettendo a Salvini di fare il difensore del popolo e della povera gente. Riassumo: quello che ha nel programma il più grande regalo ai ricchi che la storia ricordi, la flat tax, passerà per una specie di Robin Hood che ci difende dalle agenzie di rating. Se tutto va male (e tutto lo fa pensare) la contrapposizione sarà tra due destre economiche: quella dell’ennesimo regalo ai ricchi, alla rendita e al profitto di Salvini, e quella liberista, rigorista che esibirà in campagna elettorale i suoi carri armati: lo spread, il vostro mutuo, i severi moniti dalla Bce, lo spettro della Grecia, agitato come un fantasma nel castello che sta crollando, e il tradizionale “moriremo tutti”. Manca che scrivano Standard & Poor’s sulle bandiere, ma ci siamo quasi.

Staremo in mezzo a questi opposti estremismi costruiti ad arte, stritolati, a discutere e litigare su una cosa di cui nell’ultima campagna elettorale appena finita non si è parlato nemmeno per un nanosecondo.

Il rischio per i 5Stelle è di assistere a tutto questo basiti e sotto botta come quando ti muore un parente, e la bandierina del “ci hanno imbrogliato” – che sia riferita a Mattarella o a Salvini – non è mai un gran lasciapassare per il successo. La gente, in generale, pensa che il truffatore sia un bastardo, ma anche che il truffato sia un po’ fesso, e che se si è fatto fregare una volta ci cascherà di nuovo, che un po’ se lo merita.

In questo desolante scenario, chi volesse dire una moderata cosa di sinistra (che so: un welfare serio, una redistribuzione tra redditi da lavoro e rendite, una società diversa e migliore, fine della cuccagna per i grandi patrimoni) diserterà una battaglia che non lo riguarda, e in cui è evidente che perde.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

L’ingenuità dimostrata da Giggino potrebbe rivelarsi una qualità da apprezzare,che piaccia o meno qualcuno ha lavorato per dare un Esecutivo,l’altro della serie,comunque vada sarà un successo e con le spalle coperte con zio caimano minoritario,il quale nonostante tutto e che tutto,sarebbe visto come garanzia dai parrucconi europei.

Il personale #iononstoconmattarella lo ribadisco,reputo sia stato gravissimo la mancata firma,dopo le rassicurazioni che non si trattava di uscire dall’euro,ma di poter portare le ragioni italiane a Bruxelles.

Al di là che si riesca a mettere una pezza o meno nei prossimi giorni,il Colle si è dimostrato debole,influenzabile e strategicamente fallimentare.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 23 maggio 2018

Nuovo governo,ma sarà il Conte giusto?




Fatto il governo (forse) toccherà fare anche un’opposizione (vera)

di Alessandro Robecchi

Diffidare delle frasi a effetto e delle iperboli senza rete dovrebbe restare la prima regola sotto ogni cielo. Così la vulgata di questi giorni sul “governo più di destra della storia italiana” vale la scempiaggine sentita nel 2014 (“Il governo più di sinistra degli ultimi trent’anni”, lo disse Renzi quando sembrava un golden boy). Insomma, formulette buone per il bar.

Il fatto però sussiste: sempre di liberisti si sta parlando (in qualche caso ultras); sempre di law and orderun po’ alla carlona si tratta (“Uno Stato dal volto spietato verso i deboli e i diversi”, cfr. Zagrebelsky), con in più il dono della flat tax: le tasse che scenderanno moltissimo per i ricchi, poco per il ceto medio e aumenteranno di fatto per i poveri, che non avranno sconti ma servizi più cari. Insomma, sì, dal punto di vista economico e sociale si configura un governo prepotentemente di destra, almeno a guardare a due fattori: aumento ulteriore delle diseguaglianze (flat tax) e manganellate più facili (il Salvini-Scelba della campagna elettorale), e si vedrà come la componente 5s saprà a vorrà attenuarle.

Detto della preoccupazione per il governo, toccherà prima o poi preoccuparsi per l’opposizione. Le due principali forze che ostacoleranno i disegni governativi, infatti, sono Forza Italia e Pd, e qui la depressione avanza (altro che psicofarmaci!). Forza Italia si conferma compagine basculante: il Riabilitato in mogano ha dato di fatto via libera al governo, rilasciando a Salvini una specie di lasciapassare. Si inalbererà per la giustizia (interesse privato), o per le aziende (idem), per il resto è un’opposizione che giocherà a bloccare due o tre cosette invise al sultano ma non farà mancare affettuose attenzioni (dopotutto, la flat tax la voleva anche Silvio, e te credo). Sentire oggi Brunetta allarmato per qualche punto di spread quando ha passato anni a dirci che l’aumento dello spread per cui venne cacciato il suo principale era un complotto, fa abbastanza ridere. Dunque Forza Italia farà un’opposizione “responsabile” (trad: pappa e ciccia).

Poi ci sarebbe il Pd, e peggio mi sento. Le premesse aventiniane (“senza di me”) parlavano di opposizione durissima, senza sconti, implacabile. Per ora siamo ancora alla lacrima facile e ai capri espiatori, e monta una risibile teoria secondo cui a far vincere i 5s sarebbe stata la stampa cattiva, i commentatori, i corsivisti, questo giornale, Landrù, Floris, Giannini e Belfagor. Poi si parla di una macronizzazione del povero Matteo Renzi, e si favoleggia di una union sacréecon Forza Italia per fare fronte comune al populismo. Cioè, se ho capito bene, i due cavalli di frisia di fronte al “populismo” sarebbero quello che inventato la tivù commerciale e quello che ha volantinato 80 euro alla vigilia delle elezioni.

Per ora si batte su alcuni punti come le competenze (detto da chi nel governo aveva Poletti e la Madia…), il pericolo del Salvinismo-scelbismo (detto da chi ha votato il pacchetto Minniti, fotocopia del pacchetto Maroni del 2008), i rischi per il debito pubblico (detto da chi l’ha aumentato molto più di altri).

Insomma, è stato faticoso trovare un governo, ma sarà ancora più faticoso trovare un’opposizione. E’ un fatto che le grandi riforme dell’era democristiana (una su tutte, il Sistema Sanitario Nazionale, 1974, Tina Anselmi santa subito) vennero fatte anche per un serio lavoro delle opposizioni (il Pci) e con una pressione delle piazze. Ora a sinistra non c’è il Pci e non ci sono le piazze, per le quali anzi negli ultimi anni certi pensatori renzisti à la Rondolino invocavano apertamente il manganello. Il problema è dunque “quale governo”, ma anche – e forse peggio per chi questo governo non lo sostiene – “quale opposizione”. In una democrazia non si tratta esattamente di un piccolo dettaglio.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Anche se non riuscissero a fare questo governo, capirai, abbiamo avuto di tutto e di più come Presidenti del consiglio e come Ministri, ora fanno le pulci a un curriculum…

Come ho letto dall’articolo di Robecchi non esiste un’opposizione, almeno nei numeri nel fronteggiare un ipotetico Esecutivo con la Lega come interprete importante,in qualsiasi appuntamento elettorale parziale delle ultime settimane abbiamo potuto appurare come il felpato aumenti il consenso,prendere atto di come si vada verso dx ormai l’hanno capito anche i muri.

Un consiglio alla sx dato da uno che fa tutt’altro nella vita e s’intende relativamente di politica, è di fare un bel reset,pd, liberi e uguali, pap, si estinguano poiché così sono inguardabili da una parte e insignificanti dall’altra, si organizzi una forza di progressisti che unisca tutti e forse un giorno potrà competere con questo casino da masochisti davanti ai nostri occhi, votare il meno peggio davvero non paga.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 16 maggio 2018

Continua la criminale tragedia delle morti sul lavoro














Di certo i morti sul lavoro non sono un tema del contratto di governo

di Alessandro Robecchi

Quindici stragi di Piazza Fontana, tre stragi di Ustica, tre stragi di Bologna. Contateli come volete, in soli quattro mesi e mezzo i morti sul lavoro in Italia sono stati più di 250. Alla fine dell’anno si supererà di molto quota mille, cifre da guerra, da bombardamento a tappeto. La colata incandescente, la lastra d’acciaio, il gas venefico, il muletto che si ribalta. Il più giovane: 19 anni, il più vecchio: 59. Se fosse un popolo, quello dei lavoratori italiani, avremmo le risoluzioni dell’Onu, le diplomazie in fibrillazione, i grandi leader che lanciano appelli per, come si dice in questi casi, “fermare il massacro”. E invece sulle vittime da lavoro in Italia si dice poco e niente: i titoli di cronaca, il balletto dei numeri, qualche riflessione ad ampio raggio che lascia il tempo che trova. Ed è un tempo di merda.

Statistiche: il più dodici per cento rispetto all’anno passato si spiega quasi sempre con la sospirata ripresa: si moriva un po’ meno perché si lavorava un po’ meno, ora sì che si ragiona, finalmente! Italia riparte!

Poi si passa ai perché: i controlli sono pochi, pochissimi, spesso inconcludenti (e nonostante questo il 60 per cento delle aziende controllate nell’edilizia risulta non in regola), il lavoro è più lungo e più scomodo, lo straordinario, quando non il cottimo, è la norma. La ricattabilità dei lavoratori – avendo il Jobs act legalizzato il demansionamento e facilitato i licenziamenti – è aumentata a dismisura: dire di no al padrone è diventato più difficile. Il caleidoscopio di appalti e subappalti ha fatto quasi scomparire del tutto i corsi sulla sicurezza.

Poi ci sono i motivi, per così dire culturali della questione. La retorica modernista per cui “gli operai non ci sono più” (anche se ne muoiono tre al giorno), le loro parole sono risibili e antiche: “lotta”, e giù a ridere; “sciopero”, e giù a pontificare col ditino alzato che non siamo più nel Novecento. Il sindacato come un sempiterno ostacolo alle sorti luminose e progressive del mercato, che meno lo regoli e meglio è, la costante mortificazione del lavoro operaio (ma anche contadino: si muore parecchio anche lì), considerato démodé e residuale, anche se siamo la seconda manifattura d’Europa.

Mischiate bene e avrete il cocktail micidiale che produce così tante vittime, aggiungete molte parti di ideologia liberista, quella storiella furba che se aiuti l’impresa (sussidi, sconti sui contributi, agevolazioni fiscali) aiuti anche i suoi lavoratori, cosa millemila volte smentita dai fatti, eppure ancora narrazione dominante.

Vista da quest’Italia dei cantieri e delle fabbriche, dall’Italia che va ai funerali dei suoi padri, mariti e fratelli caduti sul lavoro, l’Italia in primo piano in questi giorni – quella dei tavoli, delle trattative, del Pirellone, del balletto dei nomi, dei corazzieri davanti alla porta – sembra un luogo surreale. Di più, uno schiaffo, uno sberleffo.

Anni di ottundimento, di derisione delle lotte dei lavoratori (quelli che mettono il gettone del telefono nell’iPhone, questa non la scorderemo mai), di criminalizzazione dello sciopero (“Ecco! Scioperano al venerdì!”), di anarchia di mercato (“Troppi diritti! Mano libera!”) ci hanno portato qui: poco lavoro, cattivo lavoro, e puoi anche lasciarci la pelle.

Mentre osserviamo il soave balletto della politica da prima pagina, una cosa è chiara: non verrà da lì il cambiamento. Non verrà dalle riforme scritte e bilanciate con il manuale Cencelli delle convenienze. Se cambierà qualcosa sarà perché il conflitto riprende il suo posto nella dialettica politica del paese. In soldoni (lo dico male): sarà perché la gente si incazza e il tappo della pentola salta per troppa pressione. Speriamo presto, speriamo subito: è una cosa più urgente del nome del prossimo esimio professore che guiderà il governo.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Non ho idea se ci sarà a breve un nuovo governo o se si dovrà andare nuovamente ai seggi nei mesi che verranno.

Certamente dovesse rimanere Gentiloni o un nuovo Esecutivo su questa piaga delle morti bianche si dovrà intervenire,pur sapendo che le distorsioni in campo lavorativo arrivano da lontano,come l’articolo di Robecchi ha ben spiegato.

Sapendo a priori che difficilmente si potrà avere una sicurezza sul lavoro su standard europei,almeno nel breve periodo,hanno reso l’occupazione troppo agognata,i medesimi lavoratori pur di portare un pezzo di pane a casa devono sottostare a rischi criminali a cui sono sottoposti.

Ho sentito parlare in questi giorni di carcere per chi evade le tasse e mi auguro per chi corrompe,mi auguro che si arrivi a condannare severamente chi tratta i lavoratori come numeri da sacrificare al proprio tornaconto.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 12 maggio 2018

Pop corn e conflitto d'interessi,ecco servito l'ipotetico disastro Italia



















I pop corn, l'anatema e la cecità permanente

di Alessandro Gilioli

Temo che di fronte allo scenario politico che si sta delineando le due reazioni piu diffuse - quella del pop corn e quella dell'anatema - siano ugualmente idiote.

La prima è anche infame: se si pensa che quello in costruzione sia il peggior governo possibile e che porterà il Paese allo sfascio, sedersi in poltrona a godersi lo spettacolo (come se la posta in gioco non fossimo tutti noi!) è semplicemente da delinquenti.

Anche l'anatema, in sé, non porta lontano.

Sia chiaro: la critica politica dei nuovi potenti è e sarà indispensabile (senza critica non c'è democrazia) e non c'è bisogno di aspettare il giuramento per aspettarsi poco di buono - ad esempio - da un eventuale Salvini al Viminale: altro che numero identificativo dei poliziotti sulla divisa, altro che garanzie umanitarie e legali per i richiedenti asilo, e così via.

Ma, detto questo, non è certo con l'anatema che si smuove l'egemonia culturale, che si modificano i consensi, e tanto meno così si delinea uno scenario migliore.

Anzi, l'anatema ha spesso l'effetto opposto, specie se a lanciarlo sono quelli che avendo comandato il vapore fino a ieri sono i principali responsabili del suo naufragio sugli scogli.

Ad esempio, questa mattina leggevo sul Foglio un editoriale che ha dell'incredibile - e sia detto senza alcun attacco personale al suo autore.

Incredibile perché mi sembra la sintesi perfetta del non averci capito un cazzo.

Lo linko per intero, in modo che ciascuno possa giudicare la correttezza della mia sintesi: se siamo qui, dice il Foglio, è colpa di chi in questi anni ha sottolineato le crescenti disuguaglianze sociali, ha criticato aspramente gli effetti delle politiche di austerity imposte a livello Ue, ha accusato la riforma Fornero e il Jobs Act di disgregare la coesione sociale, si è allarmato per il dilagare del precariato sottopagato, ha chiesto che i politici venissero giudicati secondo la legge come tutti gli altri cittadini, ha protestato per un lungo eccesso di privilegi del ceto politico rispetto al resto della società.

Chiaro no? Secondo il Foglio la responsabilità della situazione di oggi non è di chi ha commesso quelle ingiustizie e quegli errori, ma di chi metteva in guardia dai possibili effetti di quelle ingiustizie e di quegli errori.

I quali errori, invece, sono stati perpetuati, teorizzati, branditi e ripetuti con cieca continuità fino al 4 marzo scorso. E ancora sono un tabù - Renzi pone come condizione di qualsiasi confronto l'orgogliosa difesa dell'operato del suo governo.

Questa confusione tra le cause e chi criticava quella cause è, ripeto, la sintesi perfetta del non averci capito nulla. Di non aver visto nulla di quello che stava succedendo. E di non averci posto riparo, nonostante le voci critiche (bollate anzi come quelle di gufi e rosiconi, inadatti al Nuovo).

Del resto l'autore del pezzo - nulla di personale, ripeto - cinque anni fa ha scritto un libro per spiegarci che la sinistra per vincere doveva diventare esattamente quella che poi con Renzi è diventata, con gli esiti che oggi sono sotto i nostri occhi.

Autoassolversi dai propri errori e cercare i colpevoli tra quanti mettevano in guardia da quegli errori: ecco, questa è la reazione oggi di chi si è visto travolgere da M5S e Lega. Anche oltre gli angusti confini del Foglio, temo. Senza nessun coraggio autocritico nei confronti degli errori commessi e delle scelte fatte, con ancor meno coraggio di fronte all'urgenza di mettere rapidamente alla porta quelli che li hanno commessi. E sì, sto parlando del Pd, adesso. Ma anche di quel magma diffuso che è e rimane la sinistra - nelle associazioni, nei sindacati e tra gli elettori, compresi quei 5 o 6 milioni di elettori di sinistra che all'ultimo giro hanno votato M5S.

Se così fosse, se questa fosse la spiegazione dell'accaduto, prepariamoci a un governo Lega M5S per il prossimo trentennio.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Io sono tra coloro che ha votato i fivestars essendo la sx ormai finita e liquefatta,non mi sarei aspettato questo possibile accordo con il felpato,ho sperato fino all'ultimo che i cosiddetti rottamatori potessero rinsavirsi e provare un accordo con grillo & company,non è andata così.

Non ne ho idea se e quando,o meglio se ci sarà e quando terminerà questo accordo tra i due vincitori delle elezioni,o come scrive lei siamo all'alba a degli esecutivi che si ripeteranno nel tempo con questi autori,chissà se ci saranno positività o si andrà verso il disastro del Paese,penso che chi li ha preceduti in un modo o nell'altro sono stati i primi interpreti di una conseguenza del genere.

Parlare di popcorn da parte del fallito,e dei soliti conflitti d'interesse dell'altro artefice del disastro Italia,fra l'altro l'averlo nuovamente reso candidabile,dopo tutto ciò che ha combinato e ha ancora altri processi,fotografa molto bene la situazione che stiamo vivendo,se sprofonderemo le origini sono ben chiare.

In primis sia detto chiaro,coloro che certi personaggi politici li hanno votati da decenni e per l'altro caso da alcuni anni,compreso le primarie,si prendano tutte le responsabilità del caso,anche se prendo atto che anzichè cospargersi il capo di cenere stanno rilanciando come se avessero la coscienza pulita...

Se ci sarà il fallimento Italia sarà tutta farina del proprio sacco.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 25 aprile 2018

Per non dimenticare il 25 aprile















Festeggiare il 25 aprile e andare a riprenderci quel poco che ci rimane

di Alessandro Robecchi

Oggi è il 25 aprile e non è facile parlarne. Si festeggia la Liberazione dai nazifascisti e – contestualmente – l’ultima volta (73 anni fa) in cui il paese si è veramente alzato in piedi e ha scritto una pagina di storia di cui andare fieri. I buoni hanno cacciato i cattivi a schioppettate dopo averne viste e sopportate di tutti i colori, il dittatore è finito appeso come nelle fiabe o nelle rivoluzioni, si è riunito un Paese, è nata una buonissima Costituzione, molto avanzata per i tempi, e ancora oggi decente baluardo al nuovo (vecchio) che avanza. Ognuno ha il suo 25 aprile e se lo tiene stretto nonostante mala tempora currunt.

I primi risultati su Google cercando “25 aprile” (sezione “notizie”, ora mentre scrivo) sono i seguenti: “25 aprile, chi apre e chi chiude tra le grandi catene”. “Che tempo farà nei ponti di 25 aprile e primo maggio”. Poi la solita querelle sui palestinesi con la kefieh (se possano o no andare alla manifestazione), e infine un’inchiesta giornalistica (a Pesaro) secondo la quale solo due studenti su dieci sanno cosa significhi la data. Chiosa (quinta notizia) un titolo de Il Giornale: “Il falso mito del 25 aprile. Un italiano su tre: che cos’è?”.

Eppure, oggi è il 25 aprile, e si festeggia. Non solo nelle grandi e piccole manifestazioni, ma in molti gesti di devozione popolare. Chi (esempio) ha mai fatto a Milano il giro delle lapidi dei partigiani fucilati, dove L’Anpi depone le corone con piccole volanti cerimonie, conosce un’intensità speciale, di quelle che rendono giustizia all’anniversario, che lo celebrano veramente.

Perché per anni ci hanno detto che ormai era soltanto retorica, discorsi vuoti, consuetudine, e invece no: nonostante il rischio di consunzione, la festa ha resistito, ed è ancora viva. Negli anni, i partigiani sono stati tirati di qua e di là per la giacchetta (disse un giorno la Boschi che “quelli veri” votavano sì al suo referendum), sballottati ora come figurine edificanti, ora come reliquie. Santificati e demonizzati. Il Pd milanese, che l’anno scorso alla manifestazione portò surreali bandiere blu, quest’anno sfilerà con le belle facce dei partigiani sugli striscioni, a segnalare che il 25 aprile è piuttosto elastico a seconda della bisogna, della tattica, dell’aria che tira.

E però si festeggia lo stesso, perché con tutto il discutere dotto e complesso su populismo, populismi e populisti, quella là, quella del 25 aprile, è stata la volta che si è visto veramente un popolo.

Dunque, ognuno ha il suo 25 aprile, e ognuno può mettere in atto gesti e trucchi per non farsi fregare dalle retoriche passeggere, dagli usi strumentali, dalle stupidaggini negazioniste.

Il mio metodo è di riprendere in mano, per qualche minuto, i volumi delle lettere dei Condannati a morte della Resistenza, e di andare a salutarne qualcuno. E poi torno sempre lì, da Giuseppe Bianchetti, operaio, 34 anni, di vicino Novara, fucilato dai tedeschi nel febbraio del ’44:

Caro fratello Giovanni,
scusami se dopo tutto il sacrificio che tu hai fatto per me mi permetto ancora di inviarti questa mia lettera. Non posso nasconderti che tra mezz’ora verrò fucilato; però ti raccomando le mie bambine, di dar loro il miglior aiuto possibile. Come tu sai che siamo cresciuti senza padre e così volle il destino anche per le mie bambine.
T’auguro a te e tua famiglia ogni bene, accetta questo mio ultimo saluto da tuo fratello
Giuseppe.
Di una cosa ancora ti disturbo: di venire a Novara a prendere il mio paletò e ciò che resta. Ciau tuo fratello
Giuseppe

Leggo questa lettera ogni anno, da anni, perché in quel “paletò” da andare a prendere a Novara insieme a “ciò che resta” mi sembra di vedere una dignità inarrivabile, con la parola “popolo” che si riprende il suo posto. Siamo stati anche questo, per fortuna e sì, bisogna festeggiare.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT


La memoria di quell’orribile periodo dovrà rimanere,lo devo a mio nonno paterno che non volle iscriversi al fascio e dovette barcamenarsi in montagna per vivere,e lo devo a mio padre che non volle accettare di diventare repubblichino e fu mandato in Germania in un vagone merci a lavorare per due anni,sopravvisse ma tornò in condizioni pietose.

Eccome che si dovrà fare di tutto per non dimenticare!

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 9 aprile 2018

Reddito di base o di cittadinanza? O la redistribuzione della ricchezza?











Reddito di base: la parola a Guy Standing

di Alessandro Gilioli

«L’Italia è un paese che ha il sole per 9 mesi l’anno. Con un reddito base la gente si adagerebbe e mangerebbe pasta al pomodoro».
(Elsa Fornero)

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Fino a qualche anno fa l'idea di un reddito di base universale era confinata nel pianeta delle utopie: e chi lo proponeva era considerato poco più di un ingenuo mai uscito dall'adolescenza.

Da qualche mese invece la questione - a livello mondiale, non solo italiano - viene autorevolmente sollevata con la forza pragmatica dei numeri, dei suoi effetti concreti – e anche della sua sostenibilità per i bilanci degli Stati, a confronto con il costo reale della sua non realizzazione.

Stiamo parlando - attenzione - non del “reddito minimo” nelle sue varie versioni condizionate (ad esempio, l'attuale proposta del M5S, che si rivolge solo ai disoccupati e viene meno se si rifiutano tre proposte di lavoro). Stiamo parlando proprio dell'ipotesi di riconoscere una certa somma di denaro a ogni persona residente in un Paese, ricca o povera che sia, che lavori o meno. Una somma che quindi va ad aggiungersi ad altre entrate, se la persona ha un lavoro; o al contrario costituisce uno strumento di sopravvivenza e di potenziale reingresso sociale, se non ce l'ha.

CLICK NEWS L'ESPRESSO GUY STANDING

Un'idea interessante,potrebbe essere organizzata a livello sperimentale per qualche tempo,analizzando i benefici e se emergessero delle negatività.

A me basterebbe che ci fosse una giustizia sociale,nella quale non ci siano enormi disparità tra manager e semplici lavoratori,una società non può permettere cifre da nababbo per alcuni e stipendi da fame per altri,in questo modo penso che quel reddito adombrato si ridurrebbe notevolmente.

Si è passati dalla generazione mille euro di una quindicina d'anni fa a quella delle poche centinaia,pur lavorando e sbattendosi notevolmente per buona parte della giornata.

Quanto può durare un andazzo del genere,prima che ci siano delle drammatiche ripercussioni?

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 4 aprile 2018

Ci mancavano solo i campi della Wehrmacht a Cologno Monzese











Ieri la Lega evocava i Celti, oggi i campi militari della Wehrmacht

di Alessandro Robecchi

Scuseranno i lettori se mi porto avanti col lavoro e parlo del 25 aprile. Me ne dà occasione anticipata il sindaco leghista di Cologno Monzese, Angelo Rocchi che ha firmato (insieme all’assessora alla cultura Dania Perego) il patrocinio per una bella rievocazione da tenersi tre giorni prima della festa della Liberazione: un campo di fanteria nazista ai giardinetti. Motivazione etico-didattico: mostrare la vita quotidiana durante la guerra, a Cologno Monzese. Intenso programma (lo leggiamo su un manifesto che raffigura due soldati tedeschi, uno dei quali, poverino, ferito): “Preparazione del rancio con ricette d’epoca”, bello. “Cerimonia consegna onorificenze”, commovente. “Racconti, miti e leggende del Nord intorno al fuoco”. No comment. Il tutto in divisa, per la precisione quella della Wehrmacht. Organizzazione dell’accurata ricerca storica, un gruppo che si fa chiamare 36 Fusilier Kompanie (era un allegro club di volontari austriaci delle SS).

Insomma, spero vi sarà chiaro che la politica non c’entra niente: si tratta di rievocazione storica, con i nazisti en travesti che fanno i “banchi didattici” con i ragazzini e le famigliole.

Nessuno verrà fucilato e appeso agli alberi con il cartello “banditen”, nessuno verrà deportato per l’occasione in quanto ebreo o dissidente, nulla verrà requisito alle famiglie del luogo per preparare il rancio “con le ricette d’epoca”, e gli abitanti di Cologno Monzese, assistito allo spettacolo, potranno andare a fare la spesa invece che patire la fame. In soldoni: come rievocazione storica fa schifo, si può dire che è un falso.

Puntuale il doveroso corollario di polemiche e proteste, perché vedere simpatici buontemponi vestiti da nazisti che spiegano ai ragazzini cos’era Cologno durante la guerra mette in effetti un po’ i brividi.

Poi, come al solito è arrivata la toppa, un po’ peggio del buco. Il solito arrampicarsi sugli specchi: cambiata la foto del manifesto, quasi identico il programma (manca la “cerimonia consegna onorificenze”, un vero peccato per quelle croci di ferro che non verranno distribuite agli astanti). Il sindaco Rocchi (la sua amministrazione è un po’ in bilico per beghe interne, ma ha il fermo sostegno di Casa Pound, rappresentata dall’ex capogruppo leghista) ha detto che c’è polemica su tutto ciò che non piace alla sinistra e che ai giardinetti ci saranno anche la Croce Rossa, i partigiani eccetera. Insomma, dentro tutti, polverone totale, testacoda grottesco e figuraccia.

Mancando tre settimane al 25 aprile, la ridicola situazione di Cologno Monzese potrebbe servire per qualche riflessione. Quella là, la Liberazione, la Resistenza, fu una faccenda abbastanza seria e drammatica che chiudeva un periodo storico terribile, che non merita pagliacciate. Quanto all’ipotesi didattica invece sì, un intento c’è. E si rimanda ai tempi antichi della Lega bossiana, quella dell’indipendenza, dove si organizzavano ogni due per tre rievocazioni storiche di superiorità padana: divertenti ricostruzioni medievali anche in paesi nati negli anni Cinquanta. Che la Lega sia passata dai cortei in costume celtico ai campetti con le mostrine delle SS è un dato di fatto che dà da pensare.

A protestare (giustamente) con il sindaco di Cologno Monzese c’è anche il Pd milanese, per dire, quello che l’anno scorso, il 25 aprile, si presentò in piazza con magliette blu, bandiere blu e cartelli blu con nomi improbabili (persino la collaborazionista Coco Chanel). Chissà, forse l’annuncio di un campetto nazi alle porte di Milano gli ha fatto recuperare lucidità, speriamo. Ma speriamo soprattutto che lassù a Cologno nessuno si faccia male, si scotti col rancio, o resti impigliato nel filo spinato. Il sindaco invita alla festa le famiglie e gli stranieri, che così impareranno la nostra storia, ma un po’ per fiction, senza rastrellamenti.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Che tristezza,decenni di memoria e di storia gettati nello sciacquone,ma che ce ne frega a noi dei molteplici comportamenti disumani e criminali delle ss in quel periodo in Italia e in Europa,almeno nel raffigurarli e ci mancavano pure le celebrazioni in divisa.

Mio nonno e mio padre si rivolteranno nella tomba!

I.S.

iserentha@yahoo.it





mercoledì 21 marzo 2018

Circondati e soffocati dagli algoritmi










Il Pd a guida autonoma: persino l’algoritmo ha alzato bandiera bianca

di Alessandro Robecchi

Ora che da Tempe in Arizona sappiamo che il famoso algoritmo al volante può essere disastroso come l’ubriaco del paese che rincasa zigzagando, ci sentiamo un po’ meglio: forse non saremo tanto presto governati da macchine (che comunque, rispetto a chi ci governa da decenni è un’ipotesi suggestiva). Ma, come accade spesso, il cittadino comune non ha nemmeno la più pallida idea dei progressi che, a sua insaputa, sta facendo la ricerca in materia di automazione. Ecco il punto della situazione

L’auto a guida autonoma. La macchina che si guida da sola aveva molto impensierito le grandi compagnie assicurative: se nessuno mette più sotto nessuno, noi che fine facciamo? Angoscioso dilemma risolto a Tempe, Arizona, un problema di meno, vedi che la ricerca serve? Ora un’altra questione è al centro degli studi più avanzati: come si trova un parcheggio? Uber e Google stanno studiando una macchina a guida autonoma con mini-betoniera che spiana il marciapiede e ci disegna delle strisce, nei modelli più costosi munita di algoritmo-motosega per tagliare gli alberi e parcheggiare al posto loro. Quasi pronta la macchina-asfaltatrice per le buche. Qualche preoccupazione nei campus delle scuole americane per il timore di nuove stragi: “Oh, no! Hanno di nuovo sparato sui compagni?”. “No, hanno truccato la macchina di papà”.

Le opere pubbliche a guida autonoma. Segretissima sperimentazione tutta italiana, la Grande Opera a guida autonoma rivoluzionerà molti settori della vita pubblica. Si tratta di un algoritmo che valuta i progetti, le ricadute economiche, gli appalti, le concessioni pubbliche, e poi affida i lavori per grandi progetti infrastrutturali a un suo amico. Sarà una vera rivoluzione, perché il lavoro che oggi viene fatto da centinaia di politici, imprenditori, grandi cooperative, mediatori, facilitatori, traffichini, lobbisti, corrieri di banconote non segnate in piccolo taglio, sarà eseguito da una macchina. Grandi ricadute anche sulla magistratura, perché un algoritmo può sostenere lunghi interrogatori anche senza bere o mangiare e non è così scemo da consegnare valige di contanti al bar. Certo resterà un margine di errore umano, tipo ingegnere e assessore intercettati. “Lo interrogano da tre giorni, corriamo rischi, cumpà?”. “Ma no, tranquillo, l’algoritmo non parla”.

La moglie a guida autonoma. Ecco un caso in cui la sperimentazione sta andando malissimo. Il rivoluzionario algoritmo della moglie italiana dovrebbe prevedere nervi d’acciaio, capacità atletica e riflessi fulminei per evitare le pallottole dei mariti, lanci di pietre e stoviglie, assalti con armi da taglio e altre aggressioni, capacità che andrebbero rafforzate in caso di separazioni e divorzi, quando lui si presenta armato come Rambo perché “Cara, dobbiamo parlare”. Il mondo della ricerca è diviso e c’è chi chiede un cambio di prospettiva (“Perché non studiamo l’algoritmo del marito-meno-stronzo?”), ma per ora è soltanto un dibattito teorico (anche perché i finanziatori della ricerca sono tutti uomini).

Il Pd a guida autonoma. Non poteva mancare la politica tra le più avanzate ricerche sull’intelligenza artificiale. La sperimentazione fatta nel Pd negli ultimi anni è stata assai deludente. Coordinare segretario, adoratori della prima, seconda, terza ora, commentatori politici, titolisti e retroscenisti, arredatori di Leopolde, psicoanalisti, incapaci scrittori di riforme farlocche, e poi riprogrammarli perché diventino avversari della prima, seconda, terza ora, poi scrivere tutti i tweet, inventare gli hashtag… anche l’algoritmo alla fine si rompe i coglioni e vota per qualcun altro. La tecnologia allo studio è stata così deludente che l’algoritmo è stato momentaneamente disattivato. Le sue ultime parole: “Non abbiamo saputo comunicare le cose buone che abbiamo fatt….”

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Dell’algoritmo sulla sorte pd e di ciò che ne rimarrà,non me ne può fregare di meno,più durerà l’arroccamento sugli attuali padroni del partito e più spariranno dalla scena.

Sull’automazione e sull’avvento degli androidi per le prossime generazioni,penso che sarà un problema non da poco per le sorti di 7-8 miliardi di umanità.

Molto probabilmente nasceranno altre figure e opportunità lavorative,l’interrogativo è,quanti ne faranno parte?

L’auto a conduzione automatica,come quelle volanti, penso che ci vorranno ancora parecchi anni prima che dimostrino una sicurezza assoluta,anche se diventeranno una realtà prima o poi,le assicurazioni con tutta probabilità avranno solo polizze sul furto incendio.

Il tutto non porterebbe timori per la sopravvivenza decorosa degli abitanti su questo pianeta,se la ricchezza fosse distribuita in modo orizzontale,ma da quando esiste l’homo sapiens non è mai stato possibile,anzi ultimamente lo skyline umanitario pare simile a New York rispetto a Los Angeles.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 14 febbraio 2018

Elezioni politiche:Più 4 marzo per tutti...


















E’ partita la gara: vince chi mette più bandierine sul corpo dei morti

di Alessandro Robecchi

Piccola proposta di decenza per quel che resta della campagna elettorale: una moratoria sulla cronaca nera. Almeno sulle vittime, almeno sui morti, e morti male, su cui stampa e tivù si avventano come una nuvola di mosche. Sappiamo tutti che da qualche anno il dibattito politico sembra una seconda media di bambini difficili. Rimproverare cazzate all’avversario sembra l’unico argomento: ad ogni critica si può sempre rispondere: e allora il Pd? E allora i 5Stelle? E allora Silvio?: un battibecco che sta evolvendo, e ora si occupa di sangue.

Il solito beneamato trucchetto della “sicurezza” è una fuoriserie che la destra lucida e mette in moto ad ogni elezione, una specie di jolly da giocare nella partita della propaganda. Il Pd ci casca con tutte le scarpe, un classico, i 5Stelle si occupano di bonifici. Accanto alla (strabiliante, in effetti) disposizione emotivo-elettorale delle forze in campo, serpeggia nel paese una specie di tifo da stadio su morti e feriti, una specie di pallottoliere di carnefici e vittime. Se il marocchino ubriaco investe con la macchina la vecchietta sulle strisce pedonali, ecco immediatamente che la povera vittima diventa una bandiera della Lega. Al contempo, può accadere che un italiano, sbronzo pure lui, metta sotto un ragazzino nero, ed ecco riequilibrato il conto. Come se due ingiustizie, due tragedie, potessero pareggiarsi sul filo della propaganda. Ad ogni schifezza del male umano corrisponde una schifezza uguale e contraria. Segue polemicuccia. Erano gli albanesi. Ma no, quell’altro allora che era italiano? Ecco, le bestie nigeriane! E il tramviere di Milano, allora? Una gara a perdifiato per cui davanti a un fatto di sangue la prima domanda che si fa non è “come sta la vittima?” o “L’hanno preso?”, ma “Era straniero?”, “Era italiano?”.

La pietà su base etnica, la vita (e la morte) della gente che diventa un tassello della narrazione tossica.Una dialettica politica basata sul rimpallo, sull’arte più o meno sarcastica di rinfacciarsi errori e stupidaggini a vicenda è arrivata alla frontiera dei morti e dei feriti, gente con la vita spezzata del tutto, famiglie di cui cambia il destino.

Non è difficile immaginare lo screening quotidiano delle pagine di cronaca nera dello staff di Salvini: cercare il caso del giorno per portare un’altra tanica di benzina verso l’incendio. E altrettanto spaventosa è a volte la risposta politica: si cerca il caso uguale e contrario, in un rimpallo di vittime che ha qualcosa di osceno. In una gara spesso sporca e truccata, che trasuda malafede: chiunque abbia parlato degli innocenti sparati dal fascista di Macerata si è sentito rimpallare: perché non dici della povera Jessica? Tutto si mischia, tutto serve alla causa, senza alcun rispetto: delle vittime non gliene frega niente a nessuno, ci sono quelle che servono e quelle che servono meno. Il dolore che resti privato, qui serve usare la sua caricatura in pubblico

Inutile dire: in questo sconcio ping pong si scontrano due posizioni ideologiche. I razzisti xenofobi pancia a terra per dimostrare che l’immigrazione porta violenza e reati (anche con molte fake news, scemenze inventate, accuse false); gli altri fanno notare con ragione che i delinquenti sono anche bianchi, italiani, e anzi le statistiche confermano che sono molto più numerosi (si pensi soltanto alle violenze in famiglia dove “prima gli italiani” rasenta il novanta per cento).

Ma per quanto siano definiti i campi, e per quanto torti e ragioni siano evidenti, resta un grande disagio per questo giocare con le figurine dei morti ammazzati, per questa vergognosa caricatura di giustizia salomonica per cui un benzinaio rapinato dall’albanese si elide col gioielliere che spara al ladro. Una vera dance macabre, intorno a tutti noi.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT


Non c’è da stupirsi più di tanto della cloaca elettorale,questi sono i tempi in cui viviamo,la società riflette la politica e viceversa.
Per quanto tocca dare interesse al quotidiano,cerco il più possibile di starne al di fuori,il 4 marzo ormai vicino mi stimolerà unicamente nel dare il mio consenso al meno peggio,e non basterà turarsi il naso,direi che tutti gli orifizi dovranno essere sigillati.

Pare davvero una scelta difficile,perlomeno esistono e sono assai chiari e delineati,chi manco sotto tortura potrà avere chances di scelta.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 3 febbraio 2018

Emma Bonino? No grazie


















Bonino, refugium peccatorum

di Alessandro Gilioli

In questo periodo si porta molto la Bonino.

Nel senso che leggo sui giornali diverse dichiarazioni di voto per lei e il suo partito, specialmente da parte di giornalisti e intellettuali di sinistra.

Frequentando per lavoro e per amicizie in prevalenza lo stesso giro, ho di persona e sui social lo stesso segnale: amici e colleghi di sinistra che votano Bonino o pensano di farlo.

Nel paese reale - cioè fuori dal giro di cui sopra - non sembra che ci sia altrettanto entusiasmo: secondo l'ultimo Euromedia i Radicali italiani sono all'1,5 per cento, per Emg all'1,6, Demopolis li include semplicemente in "altri partiti sotto il 3 per cento".

Niente di strano: è la consueta forbice tra giornalisti-intellettuali-scrittori-professionistidelprimomunicipio da una parte, e il resto del mondo dall'altra. Questione di complessità notevole che non affronto qui.

Quello che mi interessa è il meccanismo per cui questi amici o colleghi o altro scelgono Bonino, o ne sono tentati. La dinamica psicologica, che mi permetto di ipotizzare. Senza altre basi che le chiacchierate con loro e la lettura delle loro argomentazioni.

E a mio avviso la questione parte, banalmente, dal Pd.

Il Pd era - nelle intenzioni - il grande contenitore del centrosinistra e della sinistra nel quale potevano coabitare anime diverse, dai lib-lab ai postmarxisti, dai cattolici dossettiani ai laicisti materialisti, passando per i socialdemocratici, gli ambientalisti, il sindacato - e altro ancora.

Questo nelle intenzioni: un grande ombrello, se volete, o comunque una comunità plurale che trovava la sua identità nell'avversione a un nemico comune (il berlusconismo) e in fase costruens nella governance sociale e redistributiva dell'economia di mercato (sempre nelle intenzioni).

Sia quel che sia, tutto questo oggi non c'è più: il Pd è un partito singolare (nel senso di contrario a plurale), autocratico e uniformato. Non è una sintesi di spinte diverse. La linea politica è solo quella del leader, che abbiamo visto implementarsi nei suoi tre anni di governo, con le sue riforme realizzate (tipo Jobs Act) o schiantatesi (Boschi sulla Costituzione). Anche lo stile è solo quello del leader: iperdinamico, vincista, energico, sfrontato, bullo, narcisistico, cannibale.

Oggi nel Pd o mangi quella minestra o salti da quella finestra.

Diversi hanno scelto la finestra, mentre quelli rimasti hanno decisamente mangiato la minestra. Tra questi ultimi, in Parlamento, quelli ricandidati: una falange compatta, con schieramento a testuggine come nell'antica Roma. Fuori dal Parlamento, i fan acritici, gli entusiasti a prescindere, gli adepti da setta. In ogni caso, tutti intellettualmente irregimentati da un capo.

Un capo di cui tuttavia i miei amici, colleghi e conoscenti di sinistra un po' si vergognano. Perché non se la sentono di far parte di una falange a testuggine. Perché magari amano la laicità di pensiero la pluralità di spinte politiche. O perché non gli va di farsi uniformare in una fazione personale. O, infine, perché non si riconoscono del tutto nelle scelte politiche e nello stile del suddetto capo.

Ecco che allora, di fronte all'incubo di dover scegliere 4 marzo, trovano la scappatoia, lo stratagemma. Il rifugio. Nella Bonino: persona di ottima reputazione per le sue battaglie civili, oltre che per la sua caparbia e onestà intellettuale.

Parlare male della Bonino è difficile, insomma. È quasi lesa maestà.

Quindi dire "voto Bonino" è assai più figo (o semplicemente più accettabile socialmente) che dire "voto Renzi". Nessuno degli astanti ti si incazza, né ti prende in giro. Si acquisisce un'aura di assai maggiore rispettabilità. Sui social, si scansano flame furibondi. Se poi sei giornalista o scrittore, eviti di perdere la maggior parte del tuo pubblico.

Ma, sia chiaro, la conversione pro Bonino non è solo questione di convenienza: non sto dubitando dell'onestà intellettuale di chi a sinistra si è boninizzato. È anche o soprattutto questione di vergogna (per la falange) e di disperazione (in vista del 4 marzo). Votare Bonino è visto un po' come un votare il centrosinistra senza però entrare nella setta.

Detto tutto questo, seppur immerso anch'io nella disperazione in vista del voto, vorrei dire che il 4 marzo non voterò Bonino - pur avendo scelto qualche volta anch'io i radicali in passato, nel mio estremo poligamismo elettorale, specie in qualche elezione locale.

Non voterò Bonino e aggiungo che invito seriamente i miei amici, conoscenti e colleghi a rifletterci un po', su questo rifugio, su questa scappatoia, il 4 marzo.

Intanto, se questi miei amici sono d'indole pragmatica, per l'esito effettivo della loro scelta: i voti dati alle liste tra l'1 e il 3 per cento non eleggono candidati di quelle liste, ma vanno solo a ingrossare i partiti della stessa coalizione che superano il 3. È uno dei tanti barbatrucchi del Rosatellum, che consentirà al Pd di avere un gruppo parlamentare molto più ampio dei suoi consensi. Secondo i sondaggi attuali, attorno al 27 per cento pur prendendo il 23. Comunque, chi crede di votare i Radicali in realtà, con questa legge, vota il Pd: la falange a testuggine.

Ai miei amici e colleghi di sinistra di carattere meno pragmatico e più idealista (quelli che votano ciò che li rappresenta, indipendentemente dall'esito determinato dal Rosatellum) consiglio invece di studiare un po' le posizioni di Bonino in materia economica.

Perché - stupenda vessillifera dei diritti civili - Bonino ha idee molto diverse in termini di diritti sociali, di economia. Tema sul quale Bonino è molto vicina a Monti, a Schäuble, alla famosa Troika. Insomma a quell'ideologia economica che in Italia è stata chiamata, appunto, "montismo". E questo forse non è irrilevante, nel 2018, andando a scegliere il nostro futuro in un contesto in cui il "montismo" (ben oltre Monti, s'intende) ha fatto danni così profondi. E ha provocato reazioni così irrazionali. Del resto, lo dice lo statuto stesso dei Radicali Italiani, che si autodefinisce "movimento liberista" nel suo primo articolo fondativo.

Questo è il "rifugio Bonino", amici di sinistra. Un voto di fatto - per i suoi effetti pratici - a Renzi; e idealmente, in materia economico-sociale, al liberismo e al "montismo", se ci ricordiamo cos'era: quella cosa che imponeva il fiscal compact e il pareggio bilancio in Costituzione, il falso mito della flessibilità che nasconde la tragica realtà del precariato eterno, l'età pensionistica tra le più alte d'Europa. E nel tempo libero accusava i giovani disoccupati di essere choosy e sfigati.

L'importante è saperlo, o ricordarselo, poi ovviamente ognuno faccia le scelte che crede.

Buon week-end.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE


Per carità,già con Pannella erano dei banderuoli di prima categoria,un po' con Prodi,un po' col caimano,ora come ha spiegato bene lei,"serviranno" solo per aumentare i voti a Renzi,e ci mancherebbe altro che colui che ho sempre contestato,di rimessa avesse il mio voto.

Che poi equivarrà alla conosciuta minestra delle larghe intese col vegliardo,e mi chiedo? Pazienza i rottamatori con cui c'è ancora qualcuno di coccio che li sostiene,ma dopo 24 anni e dopo averne combinate di tutti i colori,fatto gli affaracci suoi,per giunta pregiudicato,col fidato Dell'Utri condannato per reati davvero infamanti,ci sia ancora il caimano in gioco,a me pare più che altro un Paese senza speranza.

Si sono messi d'impegno anche in Europa a dipingere il vegliardo come barriera antipopulista rilanciandolo,dopo averne scritto e detto che peggio non si poteva,che dire,non ci poteva essere una verifica migliore d'essere nelle mani di farabutti.

I.S.

iserentha@yahoo.it