mercoledì 8 agosto 2018

Verso una umanità sempre più disperata e facilmente sfruttabile

















La libertà è un diritto sociale

di Alessandro Gilioli

La vicenda di Palermo - la truffa alle assicurazioni con danni fisici reali provocati su vittime consenzienti - è agghiacciante non solo per la crudele brutalità della banda, ma soprattutto per quella parola: consenzienti.

Perché questo è: persone che accettavano di procurarsi fratture in tutto il corpo per poche centinaia di euro. Il grosso del risarcimento truffato andava alla banda.

Dice la polizia che le vittime venivano reclutate «in luoghi frequentati da soggetti ai margini della società, tra cui tossicodipendenti, persone con deficit mentali o affetti da dipendenza da alcol, e con grandi difficoltà economiche».

Contro le vittime venivano scagliati dall'alto dischi in ghisa da 25 chili. C'era anche un tariffario delle fratture: 400 euro per una gamba, 300 per un braccio.

«La squadra mobile ha ricostruito episodi raccapriccianti», ha detto in conferenza stampa Il questore di Palermo, Renato Cortese.

A me, inevitabilmente, la vicenda ha riportato alla mente quando una decina di anni fa mi occupai per lavoro di traffico di reni in India. Anche lì le persone erano (quasi sempre) consenzienti: ragazzi di villaggio poverissimi, spesso con debiti ereditati da padri morti per alcolismo o malattie. Il trafficante non faceva fatica a convincerli. By the way, io me ne sono occupato dieci anni fa ma il fenomeno nel frattempo si è solo allargato.

Qualcosa di simile accade anche in molti altri commerci, però.

Sono consenzienti i lavoratori nepalesi che si fanno deportare in Qatar a costruire gli stadi dei mondiali, consegnando i loro passaporti alle agenzie interinali quindi se stessi alla schiavitù per un certo numero di anni. Sono consenzienti gli eritrei che salgono sui pick-up delle bande libiche che li tortureranno per tutto il viaggio nel deserto. Sono consenzienti i raccoglitori di pomodori che ogni mattina vanno incontro ai loro caporali. Sono consenzienti le prostitute straniere o italiane in mano a una tratta, o semplicemente costrette a subire rapporti sessuali per dar da mangiare a se stesse o ai figli.

Il caso di Palermo - come quello di chi si vende un rene - è solo più visibile, più terribile. La questione resta la stessa anche dove è in apparenza meno palese. Il concetto di consenziente, in condizioni di povertà e di ricatti, viene strattonato fino al suo opposto, anche se tecnicamente rimane tale. La libertà umana in questi casi resta quindi solo formale, astratta, teorica. La carne del reale dice l'opposto. Non c'è libertà vera se non sei in condizioni di permettertela.

Del resto "se non ti piace, prendi le tue cose e vai", viene detto in ogni condizione di sfruttamento, in ogni condizione in cui si è sottopagati, costretti a turni massacranti, indotti a fare straordinari anche quando si vorrebbe tornare a casa. "Nessuno ti costringe", ti dicono, mentre a costringerti è la realtà.

La libertà non è un diritto civile.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Come sono distanti gli anni 70 e in parte gli 80,dove c'era lavoro,il sindacato con le lotte dei lavoratori iniziate sulla fine degli anni 60,permisero una enorme acquisizione per i diritti dei lavoratori,una realtà irripetibile e inimmaginabile nel 2018,e da molti anni peraltro.

Il lavoro,i diritti e i sindacati ormai sono evaporati come se fossero una soluzione alcolica,per quanto correttamente la politica cercherà di frenare con le leggi,i controlli,etc,etc,le azioni criminali sulla povera gente,non ci sarà mai una legge che potrà frenare la corsa verso lo sfruttamento dei disperati.

I casi allucinanti delle ossa rotte emersi da poche ore,dei reni donati per pochi soldi in modo assolutamente illegale,o chissà del ritorno alla compra-vendita dei bambini,è inevitabile che si moltiplicheranno,questa è l'umanità,definiamola così degli anni che verranno.

P.s.

Un esempio di dove vanno i guadagni su una bottiglia di pomodoro che compriamo un po' tutti sugli scaffali del supermercato,più del 50% va alla distribuzione commerciale,un'altra consistente al trasporto delle merci,il 10% al costo del vetro e solo l'8% a chi produce e raccoglie,e ci si domanda come si possa coltivare e raccogliere i prodotti ortofrutticoli in modo legale?

I.S.

mercoledì 1 agosto 2018

Come trovare l'antidoto al salvinismo e al razzismo che ne consegue











Salvini è un sintomo, chiediamoci qual è la malattia

di Alessandro Robecchi

Il ministro del disonore Matteo Salvini, quello che cita Mussolini, nega l’escalation razzista nel paese, teorizza l’autodifesa a colpi di pistola, comunica come un troll provocatore, leone da tastiera di rara ignoranza ma con in mano il ministero della sicurezza, copre il paese di vergogna in tutto il mondo e ci deve quarantanove milioni di euro rubati dai soci suoi predecessori, è un sintomo grave della febbre italiana. Attenzione, non la causa della malattia, un sintomo. Ciò non significa sminuirne la portata: anche un feroce mal di testa è un sintomo, e infatti lo si combatte, ma un bravo medico non si limiterà a farvi passare il mal di testa con qualche aspirina, ne cercherà la causa in modo che il mal di testa non vi venga più.

Salvini è il prodotto, confezionato con fiocchetti e bandierine tricolori (quella con cui il suo ex capo si puliva il culo), di tutti i cucchiaini di merda ingurgitati in anni e anni di storia italiana, di tattiche cretine, di strategie miopi e fascistogene che premiavano ricchi, benestanti e classi dirigenti a discapito di poveri, proletari e piccola borghesia. Il classismo implacabile e accuratamente innaffiato in decine di anni (e Berlusconi, e Monti, e Renzi… molte chiacchiere e molti distinguo, ma la curva delle diseguaglianze è rimasta perfettamente costante), ha acceso piccoli fuochi, e ora arriva Salvini a soffiarci sopra per mera convenienza politica e cinismo. Le classi dirigenti che ci hanno ammorbato per decenni con le loro parole d’ordine campate per aria, meritocrazia, competizione, mercato, liberismo, o negando qualunque dignità al conflitto di classe, o introducendo la favoletta bella che “siamo tutti sulla stessa barca”, industriali e lavoratori, start-up miliardarie e precari, finte cooperative e schiavi, hanno indebolito l’organismo, e ora che arriva il virus e non trova anticorpi, fingono preoccupazione.

Capisco che tirare in ballo la cultura, la letteratura, il grande cinema, al cospetto di coloro che ritengono gli intellettuali un ingombro fastidioso e privilegiato sia tempo perso. Ma va ricordato lo stesso che i migranti economici di Steinbeck che andavano dall’Oklahoma alla California venivano bastonati da sfigati poveracci come loro; e quando, in Mississippi Burning, l’agente federale Gene Hackman andava a fare il culo ai razzisti che linciavano i neri, non trovava agrari e latifondisti, ma povericristi spiantati e ignoranti come la merda. Sono proprio le basi, porca miseria: se hai vissuto nel continente del nazifascismo dovresti sapere già dalle elementari che il trucco per tener buoni i penultimi è renderli furiosi con gli ultimi e aizzarglieli contro. Questo è quello che sta facendo il ministro del disonore Salvini: portare taniche di benzina verso l’incendio, che arde già da un bel po’.

Ora, è vero, bisogna eliminare il sintomo. Lo si fa applicando coi fatti quello che per anni si è detto a parole, cioè contrastando la barbarie strada per strada, autobus per autobus, fila alla posta per fila alla posta. Zittendo quelli che credono di sollevarsi dalla loro condizione prendendosela con chi sta peggio di loro, invece di rivendicare reddito e diritti da chi sta meglio. Significa parteggiare in modo militante per chi cerca dignità, e non essere indifferenti o distratti quando qualcuno gliela vuole togliere. Intanto – non invece, intanto – bisogna ricostruire dalle basi. Che significa costruire davvero, non rimettere in piedi con il nastro adesivo strutture già crollate. Se Salvini e i suoi arditi sono un problema – lo sono – è perché le élite di questo paese hanno miseramente fallito, lavorando unicamente per la salvaguardia di se stesse e non per tutti quanti. Combattere loro e combattere Salvini è la stessa battaglia. Che sia lunga e difficile non è un buon motivo per non farla.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Il senso della realtà dell’elite del Paese è stata ipocrita e falsa,e per elite intendo chi non si è messo di traverso a politiche berlusconiane,diventate successivamente montiane,per arrivare alle ultime di stampo pidino,le quali hanno costruito un esercito di poveri pur lavorando per i più fortunati,in aggiunta alla migrazione africana,innescando una guerra tra poveri quasi irreversibile.

Mi inserisco anch’io tra coloro che condannano e continueranno a condannare il fascismo e il razzismo,se ci si avvia come Paese in un orribile tunnel del genere,i fenomeni di puro razzismo di cui stiamo leggendo quotidianamente,diventeranno sempre di più frequenti e criminali.ma sarà dura contrastarli se non ci sarà una ripresa economica-occupazionale,e la intendo di una certa dignità,proprio per disinnescare la guerra tra poveri in atto.

Con le zucche vuote non si può ragionare,in qualsiasi periodo fanno solo danni,e ce ne sono parecchie che fanno pure i giornalisti da tempo immemore,toccherà lavorare affinché non ci siano coloro che li ammirano e li giustificano,impresa difficilissima ma assolutamente necessaria.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 30 luglio 2018

L'unico argine possibile alla voglia di destra in Italia e in Europa

















Le due destre che diventano una

di Alessandro Gilioli

Il nuovo leader del Partito popolare spagnolo, Pablo Casado, ha debuttato sulla scena internazionale con una dichiarazione sui migranti in pieno stile Salvini, forse pure peggio. Casado ha vinto la battaglia per la successione a Rajoy profilandosi molto a destra, pur essendo a capo di un partito teoricamente in linea con i popolari europei, insomma la Merkel, per capirci.

Suggerirei, se posso, di non sottovalutare il segnale. In Austria la destra popolare e "moderata" - del tutto "establishment" da decenni - è già al governo con quella estrema, nazionalista e antiestablishment. Negli Stati Uniti Trump mescola bene gli interessi dell'una e dell'altra, insomma destra economica liberista e destra nazionalista radicale.

A Bruxelles di questa ipotesi si parla da tempo: una saldatura di fatto, a livello internazionale, tra la "vecchia" e la "nuova" destra, quella moderata e quella neofascista.

La prima è responsabile (insieme al centrosinistra che la emulava, s'intende) della catastrofe del sistema di cui era architrave e contro il quale sono appunto nati i partiti cosiddetti antiestablishment. La seconda da questo fallimento (e dalla rabbia conseguente) ha tratto la sua linfa e la sua popolarità.

Ora causa ed effetto della crisi si avvicinano alle nozze.

Non è, del resto, una grandissima novità: in Italia il Listone dei fascisti insieme ai liberali è roba di oltre 90 anni fa. Insomma non è inedito che - quando si trova in crisi - la destra economica liberale trovi rifugio sotto l'ombrello di quella più estrema, nazionalista e xenofoba.

In Italia, si sa, la situazione è per ora differente e la destra estrema si è alleata con quello strano oggetto che è il M5S.

C'è chi di fronte a questa alleanza mangia i popcorn serenamente, credendo di poter rovesciare le sorti della poltica a proprio favore aspettandone il cadavere.

Io sono tra quelli più propensi a credere che l'alleanza in corso a Roma sia cosa tanto brutta quanto non eterna, anzi; che la ricomposizione dei campi dopo la crisi porterà piuttosto a uno scenario come quello di cui sopra, con le destre moderate e quelle estreme insieme; e che a questo scenario dovrebbe pensare e prepararsi chi a quella alleanza di destre intende opporsi.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE


Speriamo che qualcosa appaia a livello progressista,direi che non tocca più parlare di sx,alcuni esponenti proprio della sx che parevano una luce si sono spenti e non si sa che fine abbiano fatto.

Toccherà fare delle scelte nette,l'ideologia rigida e pura ormai si è capito che porta a prefissi telefonici,altrimenti chi potrà simpatizzare se si avrà come d'abitudine discorsi fumosi che portano a vicoli ciechi,ben vengano politiche sociali a patto che siano accompagnate a severità sui vari problemi,tolleranza zero verso chi delinque,che siano reati comuni e quelli dei colletti bianchi,la possibilità di ospitare profughi se ci sono opportunità di inserimento e di un breve periodo di accoglienza all'altezza della situazione,continuando nella opera di aperture europee per far si di non rimanere soli con questo dramma umanitario,garanzie per il lavoro fottendosene delle chiusure di confindustria,facendo pagare fino all'ultimo centesimo chi ha avuto delle agevolazioni contrastando così le delocalizzazioni,direi che esistono praterie per far tornare un po' di fiducia a chi ha scimmiottato la dx sino ad ora.

In questo momento a grandi linee abbiamo un testa a testa Lega e 5S al 30% per ognuno delle scelte elettorali,il pd al 18% e il caimano che si sta azzerando,indi per cui lascino all'interno del pd ingurgitare pop corn chi sappiamo e chi ci gira intorno,e inizino a pensare ad avere un rapporto con i 5s,quel contratto fatto col felpato a maggio è frutto di un compromesso in cui gli equilibri paiono molto fragili,essendo due forze politiche antitetiche per diversi motivi,e si vada in modo più naturale verso accordi futuri tra le due forze che si sono odiate fino a ieri,ma che dovranno tentare di arginare la svolta destrorsa molto pericolosa.

Alternative nel breve-medio termine non ce ne sono,altrimenti si farà la fine di quel marito che tradito dalla moglie si tagliò gli zebedei,i problemi ovviamente se così fosse diventeranno sempre più drammatici.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 25 luglio 2018

L'inaccettabile ingiustizia sociale del neo capitalismo


















Agiografia o insulti: il vero dibattito resta quello sul capitalismo

di Alessandro Robecchi

Se si scava con pazienza, con tenacia, se si spostano come piccoli massi che ostruiscono lo scavo le cretinate feroci dei troll della rete, se si solleva con un paranco la massa inerte dell’agiografia obbligatoria; insomma se si va al nocciolo della faccenda, molto sotto la superficie del chiacchiericcio social o a mezzo stampa, si vedrà che le diverse valutazioni su Sergio Marchionne contengono un dibattito tutt’altro che banale. Il dibattito sul capitalismo – italiano e non – che si vorrebbe far passare per una querelle datata e novecentesca e che invece sta lì, a bruciare sotto la cenere fredda.

Sono cose complicate e antiche, per esempio il conflitto tra capitale e lavoro, una cosuccia che non si è risolta negli ultimi duecento anni, da Karl Marx in poi, e che non si risolverà certo ora a colpi di tweet. Le fazioni, però, sono ben delineate: chi ringrazia Marchionne per aver applicato certi standard del capitalismo moderno – molta finanza, molte delocalizzazioni, molto globalismo, compreso portare la sede legale qui, la sede fiscale là, ma mai più in Italia. E chi, dall’altra parte, vede l’ammazzasette delle relazioni sindacali, i licenziamenti e lo sfoltimento della forza lavoro, la riduzione delle pause alla catena di montaggio per la mensa o per pisciare, la pretesa di fare un sindacato giallo e tagliare fuori dagli accordi chi combatte sul serio.

Per qualche anno, la questione è passata come un conflitto tra “moderno” e “antico”. Stupidaggini, perché il problema è ancora quello di capire se questa “modernità” ci piace e ci conviene o se piace e conviene a pochissimi. Per dire, nella gestione Marchionne oltre ventimila posti di lavoro in Fca sono evaporati: ventimila famiglie lasciate senza un reddito a fronte di una famiglia che ha salvato la baracca (gli Agnelli e successive modificazioni) e di alcune che hanno moltiplicato risparmi e investimenti (gli azionisti). Insomma, la vecchia, cara lotta di classe, che oppone chi ha molto e chi ha poco.

Al centro di questo dibattito di lungo respiro c’è un’emergenza costante e visibile a tutti, che è l’aumento delle diseguaglianze. Per dirne una e giocare con il paradosso, si ricorda che Valletta, storico amministratore delegato Fiat, negli anni Cinquanta, guadagnava come quaranta operai e Marchionne invece come più di duemila (vale anche per calciatori, divi di vario genere, eccetera eccetera). Cioè la forbice tra rendita e lavoro, tra profitti e salari si è allargata in modo indecente e inaccettabile, eppure accettata di buon grado anche a sinistra. Caliamo un velo pietoso sulle scempiaggini renziane a proposito di Marchionne e del marchionnismo, ma è certo che una corrente filosofica filopadronale è egemone da anni. L’idea un po’ balzana è che aiutando i ricchi (sgravi, favori, decontribuzioni, forse addirittura flat tax…) si aiutino, diciamo così, a cascata, anche i poveri. Che se la tavola dei ricchi è ben imbandita, qualche briciola cadrà sotto il tavolo, una manna per chi non ha niente, o poco.

Quando si fa notare che questo paradosso non ha funzionato, che i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri (vedere l’indice Gini sulla diversità, siamo in testa alle classifiche, per una volta), la risposta è standard: si allargano le braccia e si dice “è il mercato che governa il mondo”, intendendo una forza potente, libera e incontrollabile che decide le cose (è il terremoto, è lo tsunami, cosa vuoi farci) e che non può essere regolata. Ecco. Il nucleo, sotto la tempesta di reazioni alla fine dell’era Marchionne, è questo: il mercato è immutabile e incontrollabile come conviene a pochi, oppure si può governarlo come converrebbe a molti? Bella domanda, alla faccia della solita solfa sulla morte delle ideologie. Il resto – dalle agiografie agli insulti – è rumore di fondo.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Inaccettabile la profonda differenza tra un Valletta che fu e ciò che percepisce un amministratore di questo secolo,e se una forza di pseudo sx va a tarallucci e vino con un trend del genere,parlare di maionese impazzita diventa un eufemismo.

Ed è per questo motivo che va visto con occhio benevolo,chiunque nel presente e nel futuro,possa rimettere in ordine un minimo di giustizia sociale.

Molto interessante l’articolo sul Fq di ieri sui numeri produttivi dell’era Marchionne,ovvero che il gruppo in 14 anni produce lo stesso numero di auto,a fronte del raddoppio di produzione di un conosciutissimo produttore tedesco,cioè di fatto ha salvato la famosa famiglia e gli azionisti,certamente men che mai il lavoro e i lavoratori.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 19 luglio 2018

Racconto dettagliato della migrazione dall'Africa


















A casa loro, a casa nostra e per strada

di Alessandro Gilioli

Per diversi motivi, vorrei evitare di confutare qui le puttanate sull'immigrazione più clamorose, quelle propalate in cattiva fede o per semplice idiozia/razzismo: i "negri invasori", il "piano di sostituzione etnica di Soros", "le foto dei naufragi sono costruite e finte" - e altre cose così, che solo a discutere le si legittima. Del resto a nessuno verrebbe in mente di perdere tempo a contestare le teorie dei terrapiattisti o dei raeliani.

C'è invece una recente argomentazione salviniana sui migranti che ha una sua apparente e insidiosa logica; è stata ripetuta da Conte nell'intervista pubblicata oggi sul Fatto, e l'ho risentita anche a Radio 24 questa mattina, propugnata dal collega Stefano Feltri.

L'argomentazione è questa: «Meno navi dalla Libia partono, meno migranti muoiono».

Intendiamoci, nel caso di Salvini è solo una frase di copertura, un abito buono per nascondere con una pittata di responsabilità quello che ha sempre scritto e detto in questi anni: parole di odio e disprezzo verso gli africani, che non devono stare nello stesso tram coi bianchi, emigrare per loro è una pacchia, sulle navi stanno in crociera, e "sei un grande" al ragazzino che dice "mi stan sulle palle i migranti". Insomma Salvini lo conosciamo.

Ma al netto di Salvini l'argomentazione di cui sopra ha, appunto, una sua apparente logica: se i barconi non partono, nessuno affoga.

Il bug di questo pensiero, tuttavia, sta nella frase che è sfuggita oggi proprio a Stefano Feltri, alla radio: «Perché sappiamo tutti che i migranti partono dalla Libia».

E no, non è così.

Non partono affatto dalla Libia, anzi una volta su un molo della Libia la parte più lunga e atroce del viaggio - quella nel deserto, di schiavitù torture e stupri - è già alle spalle.

Partono dal Niger, dalla Nigeria, dal Gambia, dalla Repubblicana Centroafricana, dall'Eritrea, dalla Somalia, dal Sudan, dall'Etiopia, dal Sud Sudan, insomma partono da tutta l'Africa subsahariana dove (vuoi per guerre vuoi per fame vuoi per carestie e siccità, è assolutamente lo stesso) altrimenti muoiono - o molto rischiano di morire.

Quindi, ipotizziamo pure che nessuna nave parta più.

A questo punto le persone a rischio di morte nella loro terra (vuoi per fame vuoi per carestie e siccità, è assolutamente lo stesso) potrebbero comunque decidere di provare a partire verso il nord Africa sperando di arrivare in qualche modo in Europa, quindi andando a rischiare la vita nel deserto e sottoponendosi comunque a quanto sopra (schiavitù, torture e stupri, infine probabile decesso o vita in catene perché non riescono più né a partire né a tornare).

Oppure potrebbero lasciar perdere - sapendo che è diventato molto più difficile attraversare il Mediterraneo - e quindi morire o rischiare di morire nella guerra o siccità/carestia (è assolutamente lo stesso) in cui si trovano.

In sintesi: non morirebbe meno gente. Anzi probabilmente ne morirebbe di più. Però lo farebbe più lontano dai nostri occhi, dalle nostre telecamere, dai nostri titoli di tg.

Questo ci tranquillizzerebbe probabilmente la coscienza. A tutti eh, non solo ai razzisti (quelli che ne sono muniti, intendo). Non li vedremmo, i morti: non farebbero notizia, non sarebbero più un problema nostro (ammesso che ora qualcuno lo senta come tale).

Salvini e altri andrebbero perfino in tivù a sbandierare che il loro muro sul Mediterraneo ha salvato vite umane (!). Nessuno li smentirebbe perché a nessuno verrebbe in mente di conteggiare chi è morto nel posto da cui non è potuto partire, o lungo la strada.

Alla fine, quindi, è solo questione di intenderci.

Se ce ne fottiamo della morte per povertà o per guerra di centinaia di migliaia di persone (perché tanto sono cose che avvengono più lontano da noi, rispetto al Canale di Sicilia) va benissimo l'argomentazione Salvini-Conte: meno navi partono, meno persone muoiono; che bisognerebbe solo integrare con una postilla: meno navi partono, meno persone muoiono qui vicino, anche se ne muoiono altrettante o di più nei luoghi da cui volevano partire.

Se invece crediamo che salvare o non salvare una vita non sia una questione chilometrica, e che il mondo sia un piccolo angolo in cui abitiamo tutti insieme, è evidente che la frase di cui sopra è una solenne cazzata; e che la parte di umanità più ricca - se ha una coscienza - può utilmente ed egualmente provare a salvare le vite di altri esseri umani: a casa loro, a casa nostra e in mezzo alla strada.

DALL'ESPRESSO BLOG PIOVONO RANE

Non fanno una piega le sue considerazioni,la realtà di cosa sta avvenendo in quel continente è raccontata molto bene.
Direi che a questo punto tocca trovare delle soluzioni,penso che sia positivo l'inizio del cambiamento europeo in atto,ovvero quello di non lasciare sola l'italia.
Creare dei campi gestiti dall'Onu e dai paesi europei,nei quali le condizioni umane siano vivibili,filtrando l'emergenza e portando i profughi senza barconi nei Paesi dove è possibile l'integrazione,e che non siano cpt stile Buzzi e Carminati s'intende,o nei campi di raccolta ortofrutticoli dove sfruttare come animali queste persone.
L'altra colossale organizzazione,ci vorranno decenni,è di aiutare i popoli africani allo sviluppo nei propri Paesi e nel caso di guerre di sforzarsi a diplomazie possibili.

Poiché per quanto uno si sforzi nell'essere umanitario,ci sono miliardi di abitanti in estrema povertà su questo pianeta,pensare a uno spostamento integrale per risolvere questo immane dramma non ha senso.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 18 luglio 2018

La rincorsa al possesso delle armi è un'idiozia pazzesca














Sparare alle mogli: con la riforma di Salvini sarà legittima difesa

di Alessandro Robecchi

C’è grande attesa nel Paese per l’avviarsi (questa settimana) dell’iter della riforma della legittima difesa, e come su tutto quanto (immigrazione, giardinaggio, economia, lavori all’uncinetto, scienza aerospaziale, cucina vegana, creme solari, prodotti dop, miele biologico), la linea la detta il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sono i vantaggi di chi non lavora mai: può avere molti hobby. E’ noto il pensiero di Salvini: troppe rogne, processi, spese per avvocati, per chi ammazza a fucilate qualcuno che gli sta rubando un soprammobile in salotto. La lobby dei produttori e venditori di armi è naturalmente favorevole: un milione e 398.920 licenze per porto d’armi sembrano poche per un paese di sessanta milioni di abitanti, e l’Italia resta in posizione di inferiorità rispetto al Texas, dove sono armati anche gli embrioni, o luoghi pacifici come la Libia. Ecco alcune norme di buon senso che la riforma dovrebbe recepire.

Sparare ai ladri in casa. Naturalmente si potrà sparare ai ladri in casa. Una norma un po’ ambigua perché non si capisce a casa di chi. “Ma a casa dei ladri!”, chiarisce subito Salvini. In pratica, il bravo cittadino italiano con un vicino rumeno, o straniero in generale, potrà bussare, aspettare che qualcuno apra e poi freddarlo sul ballatoio. Si tratta di un criterio allargato di legittima difesa, interpretato in chiave meno restrittiva. Se poi risulterà che il morto non era un ladro ma un’onestissima persona, l’imputato non avrà diritto al rimborso del proiettile, che dovrà pagare coi suoi soldi. “Norma troppo punitiva – dice Salvini – la cambieremo”.

Bonus pistole.Sull’esempio del bonus cultura, verranno consegnati ai giovani, al compimento del diciottesimo anno, dei soldi per acquistare armi da fuoco. C’è chi è scettico, perché non è facile mettere in campo controlli e verifiche. “E se poi scopriamo che con quei soldi si comprano un libro? – dice Savini – Norma da rivedere”.

Poligono diffuso.L’aumento del possesso di armi da parte di onesti cittadini che vogliono difendersi dalla criminalità sparando ai bambini che recuperano il pallone finito in cortile necessita un minimo di preparazione balistica. Ma istituire poligoni di quartiere (o di caseggiato, per le zone più popolose) potrebbe essere costoso. La riforma pensata da Salvini vorrebbe ribaltare il concetto e combattere la burocrazia. Basta iscrizioni, domande in carta da bollo, verifica dei documenti. Per allenare la mira, basterà aggirarsi nei dintorni di un campo rom, o di qualche centro per stranieri richiedenti asilo.

Ripresa economica. I benefici di una riforma che liberalizzi l’uso delle armi, come piacerebbe a Salvini e a quelli che le fabbricano, sono anche economici. A parte l’impennata di interventi nella sanità privata (si calcola che il numero di quelli che si sparano in un piede pulendo la Colt aumenteranno del 334 per cento), si prevedono ottime performance per il settore pompe funebri, fioristi, necrologi. La riforma avrà poi un effetto volano: sapendo che lo aspettano armato, anche il ladro di polli comprerà un’arma, innestando un circolo virtuoso per cui tra dieci anni uno dovrà andare in giro con portafoglio, telefono, chiavi della macchina, chiavi di casa, e Glock calibro nove. Torna il borsello.

Prima la famiglia. E’ nota la passione di Salvini per i valori famigliari, infatti ha avuto due o tre famiglie, piazzando sempre mogli e compagne in buoni posti di lavoro grazie alla politica. La riforma tanto caldeggiata guarda dunque alla famiglia con un occhio di riguardo: ammazzare la moglie, la fidanzata, la ragazza che vuole lasciarti, sarà più agevole e non si dovrà più ricorrere a mezzi primitivi come lo strangolamento. “L’ho ammazzata perché non voleva che mi sputtanassi tutto lo stipendio con poker e scommesse”, dopotutto, è legittima difesa.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

La rincorsa alla diffusione delle armi è un’idiozia sesquipedale,non trarre esperienza da ciò che succede quotidianamente negli States,equivale a possedere un’accortezza da cervello di un mollusco,chiusa la parentesi.

Ma se non si mette in carcere chi delinque in questo modo,sappiamo per esperienza che qualora le forze dell’ordine arrestano qualche ladro sprovveduto o particolarmente sfortunato,dopo pochi giorni,magari dopo qualche ora è già a piede libero.

La soluzione più ragionevole è questa,per chi obietta che le carceri sono già piene,è sufficiente costruirne altre,magari non lasciandole all’abbandono come è già successo.

La ciliegina sulla torta,sulle nuove carceri ovviamente,è di organizzarle con il lavoro artigianale,oltre non pesare alla collettività vendendo i prodotti, si creano i presupposti di imparare un mestiere.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 11 luglio 2018

Problema dei migranti:Andando oltre le categorie e le magliette rosse


























Buonista, rossobruno o sovranista: manuale dell’insulto prêt-à-porter

di Alessandro Robecchi

Urge manuale di conversazione aggiornato per l’estate in società, un manualetto agile, di poche pagine, con gli insulti più à la pagee le loro nuove declinazioni. Un bugiardino che sia possibile sfogliare all’impiedi, persino con le mani bagnate, magari mentre si partecipa al linciaggio di un venditore ambulante sulla spiaggia perché “ci ruba il lavoro” (notoriamente, vendiamo tutti asciugamani e collanine). Ne proponiamo un piccolo sunto, segnalando che i lemmi e le espressioni idiomatiche che si usano a vanvera, a vanverissima e spesso addirittura a cazzo, sono numerose.

Radical-chic.Termine nobile su cui aleggia una certa confusione data dai tempi. Vi risparmio l’etimologia e l’origine, Tom Wolfe e tutto il resto, veniamo agli usi quotidiani. Radical-chic è oggi, di norma, riferibile a chi non calzi ciabatte di cocomero e si vesta di domopak rubato al supermercato. Il dibattito è se debba prevalere la parte radical o la parte chic. Per essere radical, oggi, basta non amare Salvini o pensare che non si può lasciar morire la gente in mare, e tutto il resto è relativo, anche se siete radical come Don Sturzo. Quanto alla parte chic, si suppone dipenda dal reddito, e/o dagli orologi indossati, e/o dal cachemire d’inverno. E’ possibile dunque lanciare l’insulto praticamente a chiunque mangi due volte al giorno. In sostanza radical è chiunque abbia posizioni appena appena a sinistra del Ku Klux Klan e chic chiunque abbia una situazione economica privata che non lo spinge, per necessità, a scippare una vecchietta.

Sovranista. Insulto uguale e contrario, con una sostanziale differenza: che cosa vuol dire sovranista non lo sa nessuno. Teoricamente sarebbe una variante di “nazionalista”, o un abbellimento gentile del sempre attuale “porco fascista”. Ma sovranista fa in qualche modo intuire che uno si intenda di questioni internazionali, trattati, rapporti di forza, geopolitica avanzata. Poi, siccome spiegare tutte queste cose a un sovranista è difficile (di norma siamo ancora a ma-ti-ta, letto faticosamente tenendo il segno con il dito indice), si risolve con i simboli. E via bandierine accanto all’account: un disastro. Chi mette quella dell’Ungheria, chi quella dell’Irlanda. Ogni tanto si sobbalza esclamando: “Ah, perbacco, ecco un sovranista del Messico!”, invece è solo un pirla che ha sbagliato bandiera. I sovranisti di sinistra si distinguono perché accanto alla bandiera del Messico (o dell’Ungheria, o dell’Irlanda, o persino italiana, quando ci azzeccano) mettono la bandierina blu dell’Europa.

Buonista. Parola talmente inflazionata e lisa che non darebbe conto parlarne. In breve, serve a identificare chiunque abbia una posizione non goebbelsiana nei confronti del mondo. Se non vuoi che il ladro di polli sia impiccato sei buonista. Allo stesso modo se vuoi tirare un salvagente a uno che sta affogando. Ci limiteremo a dire che l’abuso di questo insulto è dettato dall’incattivimento collettivo e dal nervosismo indotto dall’insicurezza sociale, per cui il buonista sembra un nemico degli usi e costumi correnti. L’espressione “buonista” è ormai in fase discendente e si usa spesso a sproposito (tipo “Mussolini fino al ’38 è stato anche buonista”)

Rossobruno. Insulto di recente conio e faticoso adattamento alla situazione italiana. Dovrebbe indicare, teoricamente, uno che è di sinistra (rosso), ma anche un po’ fascio (bruno). Ammesso che esista qualcosa di simile in natura, il termine si è presto snaturato e viene usato dagli ultras di Renzi per indicare chiunque non abbia resistito all’avvento del fascismo nell’unico modo concesso dal loro pensiero binario: votando per Renzi. In generale chi usa l’insulto “rossobruno” si sente forbito, informato e colto – la cosa ammicca a riferimenti storici – il che, ricordiamo a tutti, non vuol dire intelligente.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Lasciamo scegliere le categorie a chi ha voglia di sceglierle,sicuramente ne sorgeranno altre.

Mettiamo sul tavolo tutto ciò che riesco a mettere.

L’accordo di Dublino in cui tutta l’Europa continua a ribadire sono cazzi vostri,l’avete pure firmato,va assolutamente ridiscusso.

La realtà dei Cpt nella quale i migranti vivono diffusamente d’inferno,e dove stile Buzzi e Carminati chi li gestisce fa affari d’oro dando merda da mangiare e intascandosi il 70-80% ogni migrante.

Andando a vedere come da decenni i migranti vengono sfruttati e lasciati vivere in modo criminale nelle pianure a raccogliere frutta e verdura.

In Libia e zone limitrofe hanno calcolato,fonti di una certa sicurezza,che ci sono dai 700mila al milione di persone che vorrebbero venire in Italia-Europa,possiamo accogliergli tutti noi?
Con un trend che aumenterà sicuramente nei prossimi anni.

No,mi spiace,non basta indossare semplicemente una maglietta rossa,e chi s’è visto,s’è visto.

Se questo problema di enormi proporzioni non sarà gestito dall’intera Unione europea,ospitando il possibile in ogni Stato e aiutando il più possibile in Africa,ho idea che In tempi medio-brevi diventerà una guerra,e sarà troppo tardi

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 20 giugno 2018

C'è sempre un ladro più bravo degli altri













Le polpette di Salvini per i cani di Pavlov. Tanto i padroni fanno festa

di Alessandro Robecchi

Storiella vecchia ma sempre valida: sul tavolo ci sono dieci panini, il padrone se ne mangia nove, e poi ammonisce i lavoratori: attenti, che il rom vi frega il panino! E’ un giochetto vecchio come il mondo che paga sempre e porta le classi subalterne a vedere il pericolo sotto di loro e non sopra. Eppure non ci vuole un esperto di flussi di consenso per scoprire il gioco di Salvini: una sparata feroce e estremista, alti lai e lamentazioni di chi gli si oppone, una minima correzione di rotta per dire: lo avevate già fatto voi. Cos’ho detto di male?

Con una fava, due piccioni: si sposta l’asse del dibattito verso destra (perché non prendersela coi rom? Siamo rom, noi? No, e allora che cazzo ce ne frega?…) e al tempo stesso si fa passare chi si oppone per il vecchio un po’ bolso cane di Pavlov. Il cane di Pavlov, come al solito, ci casca con tutte le scarpe: quando leggi che quelli del Pd si vantano che loro sì avevano fermato i flussi migratori (stoppandoli in confortevoli lager libici), capisci che da lì non si esce, perché si pone un’infamia contro un’infamia e alla fine un popolo spaventato, impoverito, insicuro sul suo futuro, sceglie l’infamia peggiore perché gli sembra quella più tranchant e secca: via le Ong, schediamo i rom, i neri pussa via. La domanda da farsi è: chi riuscirà a fermare questa deriva? Chi si è inventato il daspo per i barboni (decreto Minniti, brutta fotocopia del decreto Maroni del 2008, quello delle “ordinanze creative” che dimostrò come anche i sindaci possono essere parecchio scemi)? Oppure chi oppose al grottesco “aiutiamoli a casa loro” delle destre una ridicola variante: “aiutiamoli davveroa casa loro” (cfr, Matteo Renzi).

Insomma, sia messo a verbale che è assai difficile opporsi al salvinismo, malattia analfabeta del fascismo, se sei mesi fa si dicevano – con altri toni e vestiti meglio – più o meno le stesse cose.

E questo riguarda chi sta in basso, cioè, i capri espiatori, variabili e numerosi, da additare al proprio pubblico plaudente: sei pagato tre euro l’ora, licenziabile a piacere, demansionabile, sfruttabile fino all’osso, ricattabile, umiliabile, ma lasci che qualcuno indirizzi la tua rabbia verso chi sta peggio e non verso chi sta meglio e ti sta derubando. Ti incazzi con un poveraccio che ruba un po’ di rame e ti dimentichi di quello che si è messo in tasca 600.000 euro in una notte grazie a una dritta di Renzi sulle banche popolari. Un classico

Grazie alle sue armi di distrazione di massa, e al cane di Pavlov che ci casca con tutta la ciotola di crocchini, di Matteo Salvini si finisce a guardare soltanto la vena nazional-manganellista, decisamente schifosa, ma che è solo una delle due fasi. L’altra fase, mentre si picchiano gli ultimi, è lisciare il pelo ai penultimi. L’ovazione ricevuta da Confcommercio, per esempio, chiosava un discorso di Salvini articolato come un semplice sillogismo. Uno: niente limite ai contanti. Due: via l’Imu per i negozi sfitti. Risultato dell’equazione: si affitteranno negozi in nero (contanti); negozi che ufficialmente risulteranno sfitti (quindi esentasse): questo sì che è un regalone, mica due detrazioni piazzate qui e là. E ancora una volta il piccolo Scelba lumbard potrà dire: cos’ho detto di male? Il tetto ai contanti non lo avevate alzato anche voi? Scacco matto.

Finché si starà a questo gioco, Salvini avrà davanti un’autostrada (senza autovelox) e chi non è d’accordo verrà ridicolizzato (compresi quelli che già si sono molto ridicolizzati da soli, travestendo da “gauchiste” politiche da destra liberale) oppure mangiato lentamente (una forza con 32 per cento che si fa comandare a bacchetta da uno col 17). Il cane di Pavlov abbaia, gli altri tutti contenti: il rom non gli ruberà più l’unico panino gentilmente lasciato sul tavolo dal padrone, contento come un agrario nel ’22.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Siamo sempre lì,fino a quando non si materializzerà una forza politica che non prenderà per i fondelli gli ultimi e i penultimi,i primi potranno sguazzare come meglio credono.

Oltre cercare di razionalizzare i Rom,senza parlare di ruspe e di schedature,essendo i campi dove “vivono” qualcosa di incompatibile con la società d’oggi,e di far partecipare l’intera comunità europea sugli sbarchi dei migranti,tramite quote per ognuno dei Paesi,sempre che ci siano le possibilità d’integrazione,essendoci poco lavoro non si può ospitare all’infinito a meno che non siano profughi.

Sulla flat tax ho già scritto,la teoria che i grandi guadagni risparmiando sulle tasse faranno muovere l’economia è una stronzata,idem nell’evitare il tetto per i contanti,al massimo incentiverà oltre il nero i capitali sporchi senza alcun problema di tracciabilità, la tassazione questa al contrario dev’essere organizzata in proporzione al reddito,bassa pressione fiscale per chi guadagna poco e più alta per i ricchi,senza arrivare a percentuali impossibili,altrimenti l’evasione è garantita,e per chi evade dopo la riduzione nessuna pietà ovviamente,ma chi lo farà,il felpato?Ovviamente no.

Aspetteremo che arrivi finalmente il Robin Hood che faccia il vero lavoro del romanzo,e chissà quanta acqua sotto i ponti dovrà passare,i sondaggi stanno facendo diventare sempre più tronfio colui che spara pistolettate quotidianamente.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 15 giugno 2018

Globalizzazione e povertà,ormai una realtà incontrovertibile





















Bozza di parole per dirlo

di Alessandro Gilioli

Capire quello che è successo e sta succedendo in Italia è complesso ma non è complicato. Intendo dire: la situazione in cui ci troviamo è frutto di molte concause, ma non è poi difficile provare a vedere quali sono e come si sono intrecciate. Tra l'altro alcune di esse sono comuni ad altri Paesi dell'Occidente.

Proviamo quindi a dipanare la matassa attraverso alcune parole (sì, lo so che ne mancano molte altre: questa è solo una bozza, un'ossatura assai parziale a cui aggiungere se volete le vostre, di parole) .

Paura.
La prima parola è questa e mi scuso della scarsa originalità. I mutamenti veloci degli ultimi anni - tecnologici e quindi economici, strutturali e quindi sociali - hanno generato paura. Paura per il proprio presente e per il proprio futuro. Paura di perdere quel relativo benessere, quella relativa sicurezza e quel relativo welfare che avevano costituito le fondamenta del nostro vivere insieme per più di mezzo secolo. Paura che da un po' le cose stiano andando sempre verso il peggio e ancora peggio andranno. Paura di perdere quello che si era conquistato, spesso con fatica. Paura per la propria vecchiaia e per i propri figli. Paura per l'incertezza, cioè il sentirsi dispersi e abbandonati in mezzo alle onde, alle correnti che arrivano da chissà dove e che non si riescono più a governare. Non sapere nemmeno più chi si è, trascinati qua e là da questi marosi. Quindi perdita di identità e disperato tentativo di ritrovarla da qualche parte. Infine, la sensazione altrettanto paurosa che non ci sia più un rapporto tra il proprio impegno (i propri sforzi, i propri studi, il proprio lavoro) e gli effetti, i risultati per noi. La paura crea rabbia reciproca e un gigantesco "si salvi chi può": tra individui, tra categorie, tra Stati. E in condizione di paura, il penultimo attacca l'ultimo, sempre.

Cecità.
Cioè la cecità di chi, in politica, questo processo non lo ha visto, nonostante non mancassero le menti lucide che li mettessero in guardia, da Bauman giù giù fino ai Social forum d'inizio millennio. Invece no: i decisori politici, in Europa come negli Stati Uniti, hanno continuato a pensare alla globalizzazione come a un processo a somma positiva più o meno per tutti, anche sul breve: i lavori perduti sarebbero stati sostituti rapidamente da quelli nuovi (più divertenti e creativi, magari anche in grado di produrre più fatturati e quindi meglio pagati), il modello fisso del '900 - "blue collar " o "white collar" - avrebbe lasciato spazio a una cangiante e vivace società dell'accesso e della felice trasmigrazione da un impiego all'altro. Mai errore fu più grossolano: i grandi cambiamenti sono per antonomasia crisi e le crisi fanno le loro vittime. Se queste diventano troppe, crolla tutto.

Potere.
Tra gli effetti collaterali della globalizzazione c'è stata anche la separazione tra democrazia e potere. Siamo stati convinti per tutto il '900 che le democrazie esercitassero il potere. A un certo punto non ha più funzionato così, o ha funzionato così sempre meno. Ogni democrazia ha iniziato a dipendere sempre di più da motori esterni: i mercati, i creditori, gli speculatori, le fonti energetiche, le materie prime, le cessioni di sovranità "dal più piccolo al più grande", inevitabili in un mondo fattosi quartiere. Quando si vede che le democrazie sono troppo deboli per contrastare queste forze, viene automatica la tentazione di affidarsi a un leader muscolare, a un capo carismatico: si pensa che questo avrà la voce abbastanza grossa per riuscire laddove la democrazia non riesce più, cioè a proteggere i miei interessi dai flutti e dai marosi.

Ricchi.
C'è una fetta minoritaria di persone, in Occidente, che da tutto quanto sopra non ha avuto svantaggi ma cospicui vantaggi. Sono quelli che erano già nel 2-3 per cento di popolazione più ricca ma anche quelli che, provenienti dal ceto medio, non sono stati ingoiati verso il basso come la gran parte dei loro pari ma sono invece entrati a far parte dei "new luckies". Spesso con ottimi rapporti (anche lobbistici) con le sedi del potere economico e politico, questi signori non hanno mosso un dito per governare diversamente i processi di cui sopra, anzi. Quindi hanno contribuito, come complici, all'esplosione in corso. Loro, come i loro referenti politici.

Semplificazione.
Quanto più la realtà diventa complessa, quanto maggiore è la pulsione verso la semplificazione. Questa è una reazione normale. "Non stiamo lì a fare tanti discorsi", "la verità e che..." e così via. La semplificazione trova il suo scivolo naturale nei media vecchi e nuovi: i talk show (dove lo slogan secco ridicolizza il ragionamento) e nei social network, specie Twitter che sembra inventato apposta per banalizzare. La semplificazione estrema mortifica ulteriormente la democrazia, riducendo gli elettori a tifosi in curva, i quali proprio come allo stadio rifiutano il ragionamento, per affidamento fideistico.

Identità
Oltre che con l'affidamento settario, si cerca di recuperare l'identità perduta in tempo di naufragio anche in altri modi. La Lega, in Italia, fu la prima a farlo: quando si inventò l'identità padana. Oggi quella costruzione farlocca è stata abbandonata a favore di un'altra che invece almeno ha il merito di esistere, più o meno, cioè l'identità nazionale e nazionalista. In realtà l'Italia è un paese di unificazione politica e linguistica recente quindi di identità fragile. Gli storici insegnano che più l'identità è fragile, più questa diventa livorosa se non aggressiva: e non a caso il fascismo e il nazismo sono nati nei due Stati d'Europa che si erano unificati più tardi. In più l'Italia è paese di campanili, di rivalità territoriali, di grandi forbici economiche tra nord e sud, insomma la nostra identità è piena di cerotti. Più sono i cerotti, più si cerca di sopperire a queste fragilità urlando il proprio nazionalismo (e passando rapidamente dall'automortficazione all'autoesaltazione e viceversa). Poi, qui da noi c'è un combinato disposto tra questa questione e quella del punto 1, cioè i mutamenti globali recenti: sicché non è un caso che ad avere successo, in Italia, siano stati i due capi nazionalisti emersi dopo la prima globalizzazione (1840-Prima Guerra mondiale) e ora, durante la Seconda. Sto parlando, ovviamente, di Mussolini e Salvini.

Partiti.
In tutto questo, poi, c'è la "politique politicienne", quella dei partiti. E anche qui ci sono eventi mondiali che si mescolano a particolarità tutte italiane. Ad esempio: abbiamo avuto il più grande partito comunista d'occidente - che al tempo fagocitava ogni altra sinistra o quasi - il quale dopo la Caduta del Muro non ha più trovato una sua ragion d'essere se non nella emulazione appena più smussata del suo avversario storico, la destra economica. In assenza di un progetto sociale, ha perso l'anima e il senso, la ragione d'essere. (Non con Renzi dunque, ma già prima. Renzi ha portato a compimento il suicidio -rimandato di due decenni solo grazie al compattamento contro Berlusconi - promettendo un futuro radioso proprio dentro quei cardini ideologici di "globalizzazione-competizione-lavoro liquido" che stavano per essere travolti. In più, Renzi ha creato enormi aspettative, incarnate nel 40 per cento di quattro anni fa, e nulla come le aspettative deluse provocano una reazione di rigetto). Comunque: mentre la sinistra storica andava suicidandosi perdendo la sua ragion d'essere, è nata una forza di protesta e di rifiuto, liquida e postideologica (il M5s) rivelatasi tanto capace di incamerare il disagio sociale quanto poi incapace di incardinarlo in un sistema di pensiero, in una visione di società. E qui si spiega facilmente il suo essere ingoiato ogni giorno di più da un partito e da un leader che invece sono fortemente ideologici e strutturati, che hanno una precisa (per quanto personalmente io la trovi vomitevole) visione di Paese, che ha radici solidissime. E quando un partito solido incontra un partito il gassoso, il partito gassoso è già morto.

Tutto ciò porta al fascismo?

Mah.

Credo che stiamo usando questa parola per somiglianza, per approssimazione, per la naturale tendenza a ricorrere a vocaboli già noti quando arriva qualcosa che ancora non sappiamo definire bene.

Certo è però che c'è qualcosa in comune fra Trump, Erdogan, Putin, Salvini, Orbán (ma ci metterei anche l'indiano Modi). Qualcosa in cui si mescolano nazionalismo, autoritarismo, muscolarità, sprezzo verso le deboli istituzioni della democrazia, settarismo, manicheismo, identitarismo come corazza e semplificazionismo come valore (quindi anti intellettualismo).

Auguri a chiunque, in tutto questo, continua comunque a provare a pensare.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Non sono leghista e non sarò mai di quella "parrocchia",devo dare atto di un particolare fondamentale emerso in questa settimana,ovvero che il disinteresse europeo verso gli sbarchi degli immigrati in Italia si è interrotto,bene o male anche per chi considera un attentato all'umanità la ong dirottata a Valencia,finalmente tutta questa storia fa parlare di quote e di hotspot in Libia da parte dell'Europa che conta.

Si,poichè per chi non ha problemi a voler ospitare milioni tra profughi e moltissimi migranti economici,non ha idea di come si rivelerebbe drammatica questa situazione gestita da un solo Paese,non si può ospitare all'infinito e se non si ha una linea dura a proposito non ci sarebbe stato alcun cambiamento,dando atto che sono ben conscio dei lager esistenti in Libia e che certamente si moltiplicheranno,ma attenzione di questo passo i quasi lager italiani,gestiti molto meglio,diventerebbero molto simili.

Sulla deriva a destra del Paese,le ragioni ovviamente non sono solo legate agli sbarchi,bensì all'impoverimento di una buona parte delle persone,è evidente che le reazioni possono essere sbagliate,cioè di passare dalla padella alla brace,ma davanti a promesse,parole,storytelling di ultima generazione,corruzione,mafie e cronica evasione fiscale,ci si attacca all'ultimo treno possibile,anche quello che potrebbe portare a schiantarsi contro un muro,ma non essendocene altri c'è chi lo prende e chi rimane a piedi,magari lavandosene la mani,continuando a criticare e non avendo una speranza concreta e possibile,ed è durissimo prendere atto che pur voltandosi per costoro non ci sia nulla da decenni,e dire che basterebbe solo darne atto anzichè attaccarsi ai vetri.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 30 maggio 2018

Giggino Di Maio fatto fuori dal felpato e dal Colle

















Povero Di Maio sono riusciti addirittura a vendergli la Tour Eiffel

di Alessandro Robecchi

Era dai tempi de La Stangata(1973), con Paul Newman e Robert Redford, che non si vedeva un pacco così accurato e perfetto tirato al pollo di turno. Detto che la distanza tra Salvini e Paul Newman è quella che separa Orio al Serio da Plutone, il pacco è riuscito alla grande, i 5Stelle imbufaliti sono rimasti lì come la mucca che guarda passare il treno, e Salvini fa l’asso pigliatutto e la damigella più corteggiata del reame: ballerà ancora con Silvio? Non lo sa, ci sta pensando. Civettuolo.

Ci sono altre truffe famose, e una fa proprio al caso nostro: nel 1925 un tale Victor Lustig riuscì a vendere la Tour Eiffel a un commerciante di ferraglia, fingendosi funzionario governativo e dicendo che l’avrebbero presto smantellata. Quello fu così scemo da dargli 250.000 franchi (moltissimi), più una mazzetta per agevolare l’affare. Quando si accorse di essere stato truffato non sporse denuncia per evitare (lo dico in francese) la colossale figura di merda.

Ecco, credo che sarebbe un errore per i 5Stelle non denunciare il truffatore, cioè Salvini Matteo, di anni 45, noto alle cronache. E’ vero che ci sono mappe e cartine pubblicate dai giornali che ci dicono che se Matteo e Gigi si mettono insieme alle elezioni sbancano. Però un conto è fare un accordo di governo tra diversi, e un altro è spartirsi i collegi elettorali per vincere a man bassa. Cioè non si tratterebbe più di un “contratto” con due contraenti (uno decisamente più furbo dell’altro), ma di un accordo politico. Non denunciare il truffatore, e anzi mettersi con lui, produrrà delle crepe, dei mugugni e probabilmente degli smottamenti. Se così sarà, se Salvini romperà col centrodestra per inseguire il plebiscito, ci aspetta un’estate di terrorismo: e il mutuo? E lo spread? E che dirà Moody’s? Eh? Ci avete pensato?

Insomma, c’è lì davanti un trappolone ulteriore: dividere il Paese su un argomento (euro sì / euro no) che è più favoleggiato che reale (e anche piuttosto stupido), permettendo a Salvini di fare il difensore del popolo e della povera gente. Riassumo: quello che ha nel programma il più grande regalo ai ricchi che la storia ricordi, la flat tax, passerà per una specie di Robin Hood che ci difende dalle agenzie di rating. Se tutto va male (e tutto lo fa pensare) la contrapposizione sarà tra due destre economiche: quella dell’ennesimo regalo ai ricchi, alla rendita e al profitto di Salvini, e quella liberista, rigorista che esibirà in campagna elettorale i suoi carri armati: lo spread, il vostro mutuo, i severi moniti dalla Bce, lo spettro della Grecia, agitato come un fantasma nel castello che sta crollando, e il tradizionale “moriremo tutti”. Manca che scrivano Standard & Poor’s sulle bandiere, ma ci siamo quasi.

Staremo in mezzo a questi opposti estremismi costruiti ad arte, stritolati, a discutere e litigare su una cosa di cui nell’ultima campagna elettorale appena finita non si è parlato nemmeno per un nanosecondo.

Il rischio per i 5Stelle è di assistere a tutto questo basiti e sotto botta come quando ti muore un parente, e la bandierina del “ci hanno imbrogliato” – che sia riferita a Mattarella o a Salvini – non è mai un gran lasciapassare per il successo. La gente, in generale, pensa che il truffatore sia un bastardo, ma anche che il truffato sia un po’ fesso, e che se si è fatto fregare una volta ci cascherà di nuovo, che un po’ se lo merita.

In questo desolante scenario, chi volesse dire una moderata cosa di sinistra (che so: un welfare serio, una redistribuzione tra redditi da lavoro e rendite, una società diversa e migliore, fine della cuccagna per i grandi patrimoni) diserterà una battaglia che non lo riguarda, e in cui è evidente che perde.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

L’ingenuità dimostrata da Giggino potrebbe rivelarsi una qualità da apprezzare,che piaccia o meno qualcuno ha lavorato per dare un Esecutivo,l’altro della serie,comunque vada sarà un successo e con le spalle coperte con zio caimano minoritario,il quale nonostante tutto e che tutto,sarebbe visto come garanzia dai parrucconi europei.

Il personale #iononstoconmattarella lo ribadisco,reputo sia stato gravissimo la mancata firma,dopo le rassicurazioni che non si trattava di uscire dall’euro,ma di poter portare le ragioni italiane a Bruxelles.

Al di là che si riesca a mettere una pezza o meno nei prossimi giorni,il Colle si è dimostrato debole,influenzabile e strategicamente fallimentare.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 23 maggio 2018

Nuovo governo,ma sarà il Conte giusto?




Fatto il governo (forse) toccherà fare anche un’opposizione (vera)

di Alessandro Robecchi

Diffidare delle frasi a effetto e delle iperboli senza rete dovrebbe restare la prima regola sotto ogni cielo. Così la vulgata di questi giorni sul “governo più di destra della storia italiana” vale la scempiaggine sentita nel 2014 (“Il governo più di sinistra degli ultimi trent’anni”, lo disse Renzi quando sembrava un golden boy). Insomma, formulette buone per il bar.

Il fatto però sussiste: sempre di liberisti si sta parlando (in qualche caso ultras); sempre di law and orderun po’ alla carlona si tratta (“Uno Stato dal volto spietato verso i deboli e i diversi”, cfr. Zagrebelsky), con in più il dono della flat tax: le tasse che scenderanno moltissimo per i ricchi, poco per il ceto medio e aumenteranno di fatto per i poveri, che non avranno sconti ma servizi più cari. Insomma, sì, dal punto di vista economico e sociale si configura un governo prepotentemente di destra, almeno a guardare a due fattori: aumento ulteriore delle diseguaglianze (flat tax) e manganellate più facili (il Salvini-Scelba della campagna elettorale), e si vedrà come la componente 5s saprà a vorrà attenuarle.

Detto della preoccupazione per il governo, toccherà prima o poi preoccuparsi per l’opposizione. Le due principali forze che ostacoleranno i disegni governativi, infatti, sono Forza Italia e Pd, e qui la depressione avanza (altro che psicofarmaci!). Forza Italia si conferma compagine basculante: il Riabilitato in mogano ha dato di fatto via libera al governo, rilasciando a Salvini una specie di lasciapassare. Si inalbererà per la giustizia (interesse privato), o per le aziende (idem), per il resto è un’opposizione che giocherà a bloccare due o tre cosette invise al sultano ma non farà mancare affettuose attenzioni (dopotutto, la flat tax la voleva anche Silvio, e te credo). Sentire oggi Brunetta allarmato per qualche punto di spread quando ha passato anni a dirci che l’aumento dello spread per cui venne cacciato il suo principale era un complotto, fa abbastanza ridere. Dunque Forza Italia farà un’opposizione “responsabile” (trad: pappa e ciccia).

Poi ci sarebbe il Pd, e peggio mi sento. Le premesse aventiniane (“senza di me”) parlavano di opposizione durissima, senza sconti, implacabile. Per ora siamo ancora alla lacrima facile e ai capri espiatori, e monta una risibile teoria secondo cui a far vincere i 5s sarebbe stata la stampa cattiva, i commentatori, i corsivisti, questo giornale, Landrù, Floris, Giannini e Belfagor. Poi si parla di una macronizzazione del povero Matteo Renzi, e si favoleggia di una union sacréecon Forza Italia per fare fronte comune al populismo. Cioè, se ho capito bene, i due cavalli di frisia di fronte al “populismo” sarebbero quello che inventato la tivù commerciale e quello che ha volantinato 80 euro alla vigilia delle elezioni.

Per ora si batte su alcuni punti come le competenze (detto da chi nel governo aveva Poletti e la Madia…), il pericolo del Salvinismo-scelbismo (detto da chi ha votato il pacchetto Minniti, fotocopia del pacchetto Maroni del 2008), i rischi per il debito pubblico (detto da chi l’ha aumentato molto più di altri).

Insomma, è stato faticoso trovare un governo, ma sarà ancora più faticoso trovare un’opposizione. E’ un fatto che le grandi riforme dell’era democristiana (una su tutte, il Sistema Sanitario Nazionale, 1974, Tina Anselmi santa subito) vennero fatte anche per un serio lavoro delle opposizioni (il Pci) e con una pressione delle piazze. Ora a sinistra non c’è il Pci e non ci sono le piazze, per le quali anzi negli ultimi anni certi pensatori renzisti à la Rondolino invocavano apertamente il manganello. Il problema è dunque “quale governo”, ma anche – e forse peggio per chi questo governo non lo sostiene – “quale opposizione”. In una democrazia non si tratta esattamente di un piccolo dettaglio.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Anche se non riuscissero a fare questo governo, capirai, abbiamo avuto di tutto e di più come Presidenti del consiglio e come Ministri, ora fanno le pulci a un curriculum…

Come ho letto dall’articolo di Robecchi non esiste un’opposizione, almeno nei numeri nel fronteggiare un ipotetico Esecutivo con la Lega come interprete importante,in qualsiasi appuntamento elettorale parziale delle ultime settimane abbiamo potuto appurare come il felpato aumenti il consenso,prendere atto di come si vada verso dx ormai l’hanno capito anche i muri.

Un consiglio alla sx dato da uno che fa tutt’altro nella vita e s’intende relativamente di politica, è di fare un bel reset,pd, liberi e uguali, pap, si estinguano poiché così sono inguardabili da una parte e insignificanti dall’altra, si organizzi una forza di progressisti che unisca tutti e forse un giorno potrà competere con questo casino da masochisti davanti ai nostri occhi, votare il meno peggio davvero non paga.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 16 maggio 2018

Continua la criminale tragedia delle morti sul lavoro














Di certo i morti sul lavoro non sono un tema del contratto di governo

di Alessandro Robecchi

Quindici stragi di Piazza Fontana, tre stragi di Ustica, tre stragi di Bologna. Contateli come volete, in soli quattro mesi e mezzo i morti sul lavoro in Italia sono stati più di 250. Alla fine dell’anno si supererà di molto quota mille, cifre da guerra, da bombardamento a tappeto. La colata incandescente, la lastra d’acciaio, il gas venefico, il muletto che si ribalta. Il più giovane: 19 anni, il più vecchio: 59. Se fosse un popolo, quello dei lavoratori italiani, avremmo le risoluzioni dell’Onu, le diplomazie in fibrillazione, i grandi leader che lanciano appelli per, come si dice in questi casi, “fermare il massacro”. E invece sulle vittime da lavoro in Italia si dice poco e niente: i titoli di cronaca, il balletto dei numeri, qualche riflessione ad ampio raggio che lascia il tempo che trova. Ed è un tempo di merda.

Statistiche: il più dodici per cento rispetto all’anno passato si spiega quasi sempre con la sospirata ripresa: si moriva un po’ meno perché si lavorava un po’ meno, ora sì che si ragiona, finalmente! Italia riparte!

Poi si passa ai perché: i controlli sono pochi, pochissimi, spesso inconcludenti (e nonostante questo il 60 per cento delle aziende controllate nell’edilizia risulta non in regola), il lavoro è più lungo e più scomodo, lo straordinario, quando non il cottimo, è la norma. La ricattabilità dei lavoratori – avendo il Jobs act legalizzato il demansionamento e facilitato i licenziamenti – è aumentata a dismisura: dire di no al padrone è diventato più difficile. Il caleidoscopio di appalti e subappalti ha fatto quasi scomparire del tutto i corsi sulla sicurezza.

Poi ci sono i motivi, per così dire culturali della questione. La retorica modernista per cui “gli operai non ci sono più” (anche se ne muoiono tre al giorno), le loro parole sono risibili e antiche: “lotta”, e giù a ridere; “sciopero”, e giù a pontificare col ditino alzato che non siamo più nel Novecento. Il sindacato come un sempiterno ostacolo alle sorti luminose e progressive del mercato, che meno lo regoli e meglio è, la costante mortificazione del lavoro operaio (ma anche contadino: si muore parecchio anche lì), considerato démodé e residuale, anche se siamo la seconda manifattura d’Europa.

Mischiate bene e avrete il cocktail micidiale che produce così tante vittime, aggiungete molte parti di ideologia liberista, quella storiella furba che se aiuti l’impresa (sussidi, sconti sui contributi, agevolazioni fiscali) aiuti anche i suoi lavoratori, cosa millemila volte smentita dai fatti, eppure ancora narrazione dominante.

Vista da quest’Italia dei cantieri e delle fabbriche, dall’Italia che va ai funerali dei suoi padri, mariti e fratelli caduti sul lavoro, l’Italia in primo piano in questi giorni – quella dei tavoli, delle trattative, del Pirellone, del balletto dei nomi, dei corazzieri davanti alla porta – sembra un luogo surreale. Di più, uno schiaffo, uno sberleffo.

Anni di ottundimento, di derisione delle lotte dei lavoratori (quelli che mettono il gettone del telefono nell’iPhone, questa non la scorderemo mai), di criminalizzazione dello sciopero (“Ecco! Scioperano al venerdì!”), di anarchia di mercato (“Troppi diritti! Mano libera!”) ci hanno portato qui: poco lavoro, cattivo lavoro, e puoi anche lasciarci la pelle.

Mentre osserviamo il soave balletto della politica da prima pagina, una cosa è chiara: non verrà da lì il cambiamento. Non verrà dalle riforme scritte e bilanciate con il manuale Cencelli delle convenienze. Se cambierà qualcosa sarà perché il conflitto riprende il suo posto nella dialettica politica del paese. In soldoni (lo dico male): sarà perché la gente si incazza e il tappo della pentola salta per troppa pressione. Speriamo presto, speriamo subito: è una cosa più urgente del nome del prossimo esimio professore che guiderà il governo.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Non ho idea se ci sarà a breve un nuovo governo o se si dovrà andare nuovamente ai seggi nei mesi che verranno.

Certamente dovesse rimanere Gentiloni o un nuovo Esecutivo su questa piaga delle morti bianche si dovrà intervenire,pur sapendo che le distorsioni in campo lavorativo arrivano da lontano,come l’articolo di Robecchi ha ben spiegato.

Sapendo a priori che difficilmente si potrà avere una sicurezza sul lavoro su standard europei,almeno nel breve periodo,hanno reso l’occupazione troppo agognata,i medesimi lavoratori pur di portare un pezzo di pane a casa devono sottostare a rischi criminali a cui sono sottoposti.

Ho sentito parlare in questi giorni di carcere per chi evade le tasse e mi auguro per chi corrompe,mi auguro che si arrivi a condannare severamente chi tratta i lavoratori come numeri da sacrificare al proprio tornaconto.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 12 maggio 2018

Pop corn e conflitto d'interessi,ecco servito l'ipotetico disastro Italia



















I pop corn, l'anatema e la cecità permanente

di Alessandro Gilioli

Temo che di fronte allo scenario politico che si sta delineando le due reazioni piu diffuse - quella del pop corn e quella dell'anatema - siano ugualmente idiote.

La prima è anche infame: se si pensa che quello in costruzione sia il peggior governo possibile e che porterà il Paese allo sfascio, sedersi in poltrona a godersi lo spettacolo (come se la posta in gioco non fossimo tutti noi!) è semplicemente da delinquenti.

Anche l'anatema, in sé, non porta lontano.

Sia chiaro: la critica politica dei nuovi potenti è e sarà indispensabile (senza critica non c'è democrazia) e non c'è bisogno di aspettare il giuramento per aspettarsi poco di buono - ad esempio - da un eventuale Salvini al Viminale: altro che numero identificativo dei poliziotti sulla divisa, altro che garanzie umanitarie e legali per i richiedenti asilo, e così via.

Ma, detto questo, non è certo con l'anatema che si smuove l'egemonia culturale, che si modificano i consensi, e tanto meno così si delinea uno scenario migliore.

Anzi, l'anatema ha spesso l'effetto opposto, specie se a lanciarlo sono quelli che avendo comandato il vapore fino a ieri sono i principali responsabili del suo naufragio sugli scogli.

Ad esempio, questa mattina leggevo sul Foglio un editoriale che ha dell'incredibile - e sia detto senza alcun attacco personale al suo autore.

Incredibile perché mi sembra la sintesi perfetta del non averci capito un cazzo.

Lo linko per intero, in modo che ciascuno possa giudicare la correttezza della mia sintesi: se siamo qui, dice il Foglio, è colpa di chi in questi anni ha sottolineato le crescenti disuguaglianze sociali, ha criticato aspramente gli effetti delle politiche di austerity imposte a livello Ue, ha accusato la riforma Fornero e il Jobs Act di disgregare la coesione sociale, si è allarmato per il dilagare del precariato sottopagato, ha chiesto che i politici venissero giudicati secondo la legge come tutti gli altri cittadini, ha protestato per un lungo eccesso di privilegi del ceto politico rispetto al resto della società.

Chiaro no? Secondo il Foglio la responsabilità della situazione di oggi non è di chi ha commesso quelle ingiustizie e quegli errori, ma di chi metteva in guardia dai possibili effetti di quelle ingiustizie e di quegli errori.

I quali errori, invece, sono stati perpetuati, teorizzati, branditi e ripetuti con cieca continuità fino al 4 marzo scorso. E ancora sono un tabù - Renzi pone come condizione di qualsiasi confronto l'orgogliosa difesa dell'operato del suo governo.

Questa confusione tra le cause e chi criticava quella cause è, ripeto, la sintesi perfetta del non averci capito nulla. Di non aver visto nulla di quello che stava succedendo. E di non averci posto riparo, nonostante le voci critiche (bollate anzi come quelle di gufi e rosiconi, inadatti al Nuovo).

Del resto l'autore del pezzo - nulla di personale, ripeto - cinque anni fa ha scritto un libro per spiegarci che la sinistra per vincere doveva diventare esattamente quella che poi con Renzi è diventata, con gli esiti che oggi sono sotto i nostri occhi.

Autoassolversi dai propri errori e cercare i colpevoli tra quanti mettevano in guardia da quegli errori: ecco, questa è la reazione oggi di chi si è visto travolgere da M5S e Lega. Anche oltre gli angusti confini del Foglio, temo. Senza nessun coraggio autocritico nei confronti degli errori commessi e delle scelte fatte, con ancor meno coraggio di fronte all'urgenza di mettere rapidamente alla porta quelli che li hanno commessi. E sì, sto parlando del Pd, adesso. Ma anche di quel magma diffuso che è e rimane la sinistra - nelle associazioni, nei sindacati e tra gli elettori, compresi quei 5 o 6 milioni di elettori di sinistra che all'ultimo giro hanno votato M5S.

Se così fosse, se questa fosse la spiegazione dell'accaduto, prepariamoci a un governo Lega M5S per il prossimo trentennio.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Io sono tra coloro che ha votato i fivestars essendo la sx ormai finita e liquefatta,non mi sarei aspettato questo possibile accordo con il felpato,ho sperato fino all'ultimo che i cosiddetti rottamatori potessero rinsavirsi e provare un accordo con grillo & company,non è andata così.

Non ne ho idea se e quando,o meglio se ci sarà e quando terminerà questo accordo tra i due vincitori delle elezioni,o come scrive lei siamo all'alba a degli esecutivi che si ripeteranno nel tempo con questi autori,chissà se ci saranno positività o si andrà verso il disastro del Paese,penso che chi li ha preceduti in un modo o nell'altro sono stati i primi interpreti di una conseguenza del genere.

Parlare di popcorn da parte del fallito,e dei soliti conflitti d'interesse dell'altro artefice del disastro Italia,fra l'altro l'averlo nuovamente reso candidabile,dopo tutto ciò che ha combinato e ha ancora altri processi,fotografa molto bene la situazione che stiamo vivendo,se sprofonderemo le origini sono ben chiare.

In primis sia detto chiaro,coloro che certi personaggi politici li hanno votati da decenni e per l'altro caso da alcuni anni,compreso le primarie,si prendano tutte le responsabilità del caso,anche se prendo atto che anzichè cospargersi il capo di cenere stanno rilanciando come se avessero la coscienza pulita...

Se ci sarà il fallimento Italia sarà tutta farina del proprio sacco.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 25 aprile 2018

Per non dimenticare il 25 aprile















Festeggiare il 25 aprile e andare a riprenderci quel poco che ci rimane

di Alessandro Robecchi

Oggi è il 25 aprile e non è facile parlarne. Si festeggia la Liberazione dai nazifascisti e – contestualmente – l’ultima volta (73 anni fa) in cui il paese si è veramente alzato in piedi e ha scritto una pagina di storia di cui andare fieri. I buoni hanno cacciato i cattivi a schioppettate dopo averne viste e sopportate di tutti i colori, il dittatore è finito appeso come nelle fiabe o nelle rivoluzioni, si è riunito un Paese, è nata una buonissima Costituzione, molto avanzata per i tempi, e ancora oggi decente baluardo al nuovo (vecchio) che avanza. Ognuno ha il suo 25 aprile e se lo tiene stretto nonostante mala tempora currunt.

I primi risultati su Google cercando “25 aprile” (sezione “notizie”, ora mentre scrivo) sono i seguenti: “25 aprile, chi apre e chi chiude tra le grandi catene”. “Che tempo farà nei ponti di 25 aprile e primo maggio”. Poi la solita querelle sui palestinesi con la kefieh (se possano o no andare alla manifestazione), e infine un’inchiesta giornalistica (a Pesaro) secondo la quale solo due studenti su dieci sanno cosa significhi la data. Chiosa (quinta notizia) un titolo de Il Giornale: “Il falso mito del 25 aprile. Un italiano su tre: che cos’è?”.

Eppure, oggi è il 25 aprile, e si festeggia. Non solo nelle grandi e piccole manifestazioni, ma in molti gesti di devozione popolare. Chi (esempio) ha mai fatto a Milano il giro delle lapidi dei partigiani fucilati, dove L’Anpi depone le corone con piccole volanti cerimonie, conosce un’intensità speciale, di quelle che rendono giustizia all’anniversario, che lo celebrano veramente.

Perché per anni ci hanno detto che ormai era soltanto retorica, discorsi vuoti, consuetudine, e invece no: nonostante il rischio di consunzione, la festa ha resistito, ed è ancora viva. Negli anni, i partigiani sono stati tirati di qua e di là per la giacchetta (disse un giorno la Boschi che “quelli veri” votavano sì al suo referendum), sballottati ora come figurine edificanti, ora come reliquie. Santificati e demonizzati. Il Pd milanese, che l’anno scorso alla manifestazione portò surreali bandiere blu, quest’anno sfilerà con le belle facce dei partigiani sugli striscioni, a segnalare che il 25 aprile è piuttosto elastico a seconda della bisogna, della tattica, dell’aria che tira.

E però si festeggia lo stesso, perché con tutto il discutere dotto e complesso su populismo, populismi e populisti, quella là, quella del 25 aprile, è stata la volta che si è visto veramente un popolo.

Dunque, ognuno ha il suo 25 aprile, e ognuno può mettere in atto gesti e trucchi per non farsi fregare dalle retoriche passeggere, dagli usi strumentali, dalle stupidaggini negazioniste.

Il mio metodo è di riprendere in mano, per qualche minuto, i volumi delle lettere dei Condannati a morte della Resistenza, e di andare a salutarne qualcuno. E poi torno sempre lì, da Giuseppe Bianchetti, operaio, 34 anni, di vicino Novara, fucilato dai tedeschi nel febbraio del ’44:

Caro fratello Giovanni,
scusami se dopo tutto il sacrificio che tu hai fatto per me mi permetto ancora di inviarti questa mia lettera. Non posso nasconderti che tra mezz’ora verrò fucilato; però ti raccomando le mie bambine, di dar loro il miglior aiuto possibile. Come tu sai che siamo cresciuti senza padre e così volle il destino anche per le mie bambine.
T’auguro a te e tua famiglia ogni bene, accetta questo mio ultimo saluto da tuo fratello
Giuseppe.
Di una cosa ancora ti disturbo: di venire a Novara a prendere il mio paletò e ciò che resta. Ciau tuo fratello
Giuseppe

Leggo questa lettera ogni anno, da anni, perché in quel “paletò” da andare a prendere a Novara insieme a “ciò che resta” mi sembra di vedere una dignità inarrivabile, con la parola “popolo” che si riprende il suo posto. Siamo stati anche questo, per fortuna e sì, bisogna festeggiare.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT


La memoria di quell’orribile periodo dovrà rimanere,lo devo a mio nonno paterno che non volle iscriversi al fascio e dovette barcamenarsi in montagna per vivere,e lo devo a mio padre che non volle accettare di diventare repubblichino e fu mandato in Germania in un vagone merci a lavorare per due anni,sopravvisse ma tornò in condizioni pietose.

Eccome che si dovrà fare di tutto per non dimenticare!

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 9 aprile 2018

Reddito di base o di cittadinanza? O la redistribuzione della ricchezza?











Reddito di base: la parola a Guy Standing

di Alessandro Gilioli

«L’Italia è un paese che ha il sole per 9 mesi l’anno. Con un reddito base la gente si adagerebbe e mangerebbe pasta al pomodoro».
(Elsa Fornero)

_____

Fino a qualche anno fa l'idea di un reddito di base universale era confinata nel pianeta delle utopie: e chi lo proponeva era considerato poco più di un ingenuo mai uscito dall'adolescenza.

Da qualche mese invece la questione - a livello mondiale, non solo italiano - viene autorevolmente sollevata con la forza pragmatica dei numeri, dei suoi effetti concreti – e anche della sua sostenibilità per i bilanci degli Stati, a confronto con il costo reale della sua non realizzazione.

Stiamo parlando - attenzione - non del “reddito minimo” nelle sue varie versioni condizionate (ad esempio, l'attuale proposta del M5S, che si rivolge solo ai disoccupati e viene meno se si rifiutano tre proposte di lavoro). Stiamo parlando proprio dell'ipotesi di riconoscere una certa somma di denaro a ogni persona residente in un Paese, ricca o povera che sia, che lavori o meno. Una somma che quindi va ad aggiungersi ad altre entrate, se la persona ha un lavoro; o al contrario costituisce uno strumento di sopravvivenza e di potenziale reingresso sociale, se non ce l'ha.

CLICK NEWS L'ESPRESSO GUY STANDING

Un'idea interessante,potrebbe essere organizzata a livello sperimentale per qualche tempo,analizzando i benefici e se emergessero delle negatività.

A me basterebbe che ci fosse una giustizia sociale,nella quale non ci siano enormi disparità tra manager e semplici lavoratori,una società non può permettere cifre da nababbo per alcuni e stipendi da fame per altri,in questo modo penso che quel reddito adombrato si ridurrebbe notevolmente.

Si è passati dalla generazione mille euro di una quindicina d'anni fa a quella delle poche centinaia,pur lavorando e sbattendosi notevolmente per buona parte della giornata.

Quanto può durare un andazzo del genere,prima che ci siano delle drammatiche ripercussioni?

I.S.

iserentha@yahoo.it