martedì 27 settembre 2016

Il ponte sullo stretto:La classica boutade da distrazione di massa

















Berlusconi e i suoi elettori affezionati possono dormire sogni tranquilli,è davvero il suo successore.

In Calabria e in Sicilia pensare al ponte sullo stretto,è come voler iniziare a costruire una casa dal tetto,con tutte le priorità in cui ci si dovrebbe concentrare prima di pensare a un opera faraonica di quel tipo,da classica cattedrale nel deserto,dalle strade,alla ferrovia e all'atavica carenza dell'acqua,tutto ciò soprattutto nell'isola.

Nelle ultime ore stanno emergendo molte voci,che ricordano a Renzi,quanto era contrario all'opera alcuni anni fa,nel 2012 anche per lui c'erano altre priorità.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 26 settembre 2016

Riflessioni sulla idee di sinistra ormai solo più passato remoto

















La sinistra, la comunicazione, l'esserci

di Alessandro Gilioli

Paola Natalicchio e Marco Furfaro, di Sinistra Italiana, mi hanno gentilmente invitato, sabato, a un incontro che hanno organizzato a Roma. Mi hanno detto che potevo dire assolutamente tutto quello che volevo e io ne ho biecamente approfittato. Nonostante ciò, alla fine nessuno mi ha tirato ortaggi, anzi alcuni hanno perfino applaudito, cosa di cui li ringrazio. Qui di seguito, per chi è interessato, la scaletta in sintesi delle tre brevi sciocchezze che ho detto un po' più a braccio.
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Paola e Marco, nell'invitarmi gentilmente qui oggi, mi hanno chiesto di fare una “recensione alla sinistra che non c'è”, il che mi suggerisce due cose: la prima è che io mi sono fatto la fama di rompiscatole; la seconda è che l'obiettivo della sinistra oggi non è cambiare il mondo ma semplicemente esserci.

In più questo intervento è stato inserito in un blocco tematico sulla “comunicazione” e ciò mi fa pensare che la questione posta sia qualcosa tipo "come esserci nella comunicazione”, “come la comunicazione può aiutare la sinistra a esserci”.

Messa così però sembra che la comunicazione sia qualcosa di distaccato e di diverso dalla propria identità, da quello che si fa, dalle proprie pratiche. Sembra che la comunicazione sia una specie di bagaglio tecnico, di know-how: impariamo a comunicare bene per esserci di più.

Se la questione è "comunicazione" ed "esserci", invece, la prima cosa che voglio dire è che oggi la sinistra comunica proprio questo: ansia di esserci.

E lo comunica non per errore, ma perché questo è: ansia di esserci. Non di fare, non di servire a qualcosa o a qualcuno, ma di esserci per sé.

E se l'obiettivo principale è quello di esserci - magari di conquistare due consiglieri regionali, tre europarlamentari, qualche comparsata ai talk show - è ovvio che comunichiamo questo: gente che vuole esserci, quindi che vuole qualcosa per sé, non per gli altri. Comunichiamo qualcosa di non interessato agli altri, qualcosa di egoista.

Il che non è una cosa molto di sinistra, come evidente. E in più, per paradosso, è il modo migliore per non esserci. Perché esserci è un po' come la felicità: non la raggiungi cercandola, ma facendo altro.

E sia chiaro che questo non è un errore di comunicazione. Non è vero che la sinistra "comunica male": comunica benissimo. Cioè comunica esattamente quello che è e che ha dentro: ansia di esserci.

E così vale per tutto il resto: se la sinistra appare rissosa, inutile, priva di identità, attaccata a simbologie e ritualismi del passato e incapace di produrre una visione di trasformazione dell'esistente, non è perché non sa comunicare: è perché è rissosa, inutile, priva di identità, attaccata a simbologie e ritualismi del passato e incapace di produrre una visione di trasformazione.

Ed è perché è attaccata all'idea di esserci anziché di fare. Anziché di definirsi e farsi definire attraverso pratiche.

Pratiche per gli altri.

Se rovesciasse questo bug, forse, dopo un bel po', come effetto collaterale e quasi casuale - quasi non richiesto - ci starebbe che alla fine magari così la sinistra ci sarebbe.

E ci sarebbe per gli altri.

E questo, senza fatica alcuna, comunicherebbe.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

La sinistra,quella che fu nel dopoguerra sino ad arrivare agli anni 70,penso che sia stato inevitabile il suo tramonto,un certo benessere,il successo dopo lunghe battaglie per il diritto dei lavoratori fu un dato di fatto,come le lotte studentesche nel riformare il conservatorismo.
Direi che si trattava di gestire tutto ciò tramite una reale socialdemocrazia,la quale avrebbe dovuto aiutare nel proteggere ciò che era stato conquistato,e dare un giusto equilibrio tra lavoratori e imprese.

Al contrario cosa è emerso? I garofani craxiani e D'Alema sono a grandi linee cos'hanno distrutto tutto,senza che a questi "due barbari" sociali,sia nata un'alternativa valida,oltre non andare d'accordo manco per un caffè al bar tra i desaparecidos.

Ormai siamo arrivati e da molto tempo,alla stalla vuota senza il bestiame,non si può parlare manco di un surrogato a cinque stelle,il problema che oltre esistono solo predoni e lande stile far West.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 22 settembre 2016

La personale soddisfazione del NO alla candidatura Roma 2024





E per cio' che riguarda la minaccia del risarcimento adombrato da Malago'

Ma quale risarcimento del kaiser,i quattrini che hanno speso sono affari loro,il movimento è sempre stato chiaro già dal 2015,che se avessero vinto le elezioni la candidatura delle Olimpiadi saltava.
Hanno deciso i romani con oltre il 60% dei consensi,hanno votato 5S anche per questo motivo,al contrario se avesse vinto Giachetti il bengodi poteva continuare,fortunatamente non è stato così.
Buona parte degli italiani ringraziano,anche perchè gli enormi debiti di queste manifestazioni li pagano tutti i contribuenti.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 21 settembre 2016

"Non ne possiamo più":Morire di lavoro nel tempo dei voucher


















“Non ne possiamo più”. Il lamento dell’Operaio Ignoto

di Alessandro Robecchi

Dovrei rivedere la registrazione, leggere il sottopancia, sapere il nome del signore, operaio all’Ilva di Taranto intervistato in tivù, che commentando la morte di un giovane collega (Giacomo Campo, 25 anni) ha detto con le lacrime agli occhi: “Noi non ne possiamo più”.

Una frase vera, non televisiva. Quelle parole che ti escono da sole quando davvero ti cascano le braccia, quando “non ce la fai più”. Una sincerità così dolente e disarmante che nel tempo di dirla vaporizzava tutte le belle e edificanti narrazioni sul lavoro che ci beviamo ogni giorno. Poi ho deciso di non cercarlo, il nome. Non mi dispiace ricordare quel “Noi non ne possiamo più” come un sospiro sconfitto dell’Operaio Ignoto, che riguarda un po’ tutti.

Nella stessa settimana, abbiamo visto un altro operaio (Abdesselem El Danaf, 53 anni) morto sotto un Tir a Piacenza. Lui faceva il picchetto, il camion l’ha tirato sotto, la procura ha chiuso velocemente l’inchiesta, la rabbia resta: altri che “non ne possono più”. Per un paio di giorni abbiamo letto le condizioni dei lavoratori della logistica, con le loro coop fantasma che appaiono e scompaiono fregandosi ad ogni curva qualche mese di stipendio di gente che già fatica parecchio a mettere insieme il pranzo con la cena. Poi basta, uh, che noia, che cosa poco glamour, vero?

Questo accade in un Paese che è la seconda manifattura d’Europa (dopo la Germania) e dove, nonostante questo, si ripete da anni che “gli operai non ci sono più”. Roba vecchia (il gettone del telefono, il rullino… Renzi il Moderno ci scherzò sopra, ovviamente). Dove si rappresenta sempre il lavoro dipendente come una specie di palla al piede, una seccatura antica, dove si limano costantemente garanzie, diritti, tutele, dove l’emergenza di trovare un lavoro ha cancellato ogni discorso sulla sua qualità. La narrazione ventennale sulla “rigidità” del lavoro che andava reso più flessibile ha portato fin qui, e ora si può dire che da flessibili non si sta meglio di prima, anzi. E pure l’economia, a guiardare il Pil, non se n’è giovata granché. Le teorie confindustrial-leopolde che facevano passare un operaio con l’articolo 18 come una specie di privilegiato, manco fosse un banchiere, hanno fatto il loro corso, ma è solo l’ultima goccia nel vaso.

E quindi grazie ancora all’Operaio Ignoto che dice “Noi non ne possiamo più”, perché non parla “solo” dell’Ilva, ma di tutto il lavoro, e non solo di leggi e contratti, ma anche di quel clima che c’è intorno al lavoro, un po’ di emergenza (tienitelo stretto a qualunque condizione!), un po’ di ricatto, sempre di pressione e di compressione colpevole (devi lavorare domenica?, fare la notte?, dodici ore? Ringrazia Dio che hai un lavoro!). Un clima che si sente, palpabile, difficile da nascondere, perché più o meno tocca tutti: il mondo del lavoro è oggi il luogo della paura sociale, dello stringere i denti.

Eppure di lavoro si parla tanto. In genere per litigare sui numeri: come per tutte le riforme renziane si chiede l’atto di fede e bisogna dire “Il Jobs act ha funzionato”, anche se i numeri dicono il contrario. Oppure vengono mostrate le immagini delle eccellenze: la Ferrari, il cioccolato, il tapis roulant, e via così: gallery un po’ surreali e un po’ nord-coreane in cui il Grande Leader si complimenta per la bella fabbrica. L’operaio-slide al posto dell’operaio diffuso, reale, stanco. La mortificazione del lavoro è roba vecchia, non l’hanno certo inventata Renzi e Poletti, ma il distacco della narrazione ufficiale dalla vita reale non è mai stato così ampio e clamoroso, addirittura offensivo per chi abita la vita reale e non i fotogrammi della propaganda. Chissà se l’Operaio Ignoto gradisce questa girandola propagandistica che continua a ripetere che tutto è bello e luccicante e #italiariparte, mentre lui “non ne può più”.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Quel “non ne possiamo più” ha fatto bene a risaltarlo dedicandogli un post,anche perché queste riflessioni sono difficili da reperire in un paese che è costantemente incerottato dai media,come del resto lo è sempre stato,oggi ancor di più.

Non ho nulla da aggiungere alle sue considerazioni,posso sottoscriverle vivendole direttamente,esercitando la professione nell’industria,qui fortunatamente non si rischia la vita,quel “non se ne può più”,è legato allo scadimento e alla perdIta di diritti acquisiti da decenni di lotte,il tutto purtroppo,accettato a capo chino o nell’oblio irresponsabile.

Prima o poi il torpore finirà,e sarà troppo tardi.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 19 settembre 2016

Come abbandonare a se stessa l'area mediterranea dal resto d'Europa












“Silvio, scusa l’ora, ma tu sai come fare con Angela…”

di Alessandro Robecchi

Come farà Matteo ora che ha litigato con Angela? Ma soprattutto come farà a tornare da lei con il cappello in mano ora che l’ha fatta incazzare? In esclusiva la trascrizione la telefonata con cui Matteo ha chiesto aiuto a un vecchio maestro, uno che Angela la conosce bene…

– Pronto, Silvio… Ehm… sono Matteo
– Eh? Ma che ore sono?
– Le due passate. Scusa, io…
– Cose gravi, eh?
– Sì, Silvio… Torno da Bratislava… Ho litigato con Angela e… magari tu…
– Ah, hai litigato con Angela e svegli me? Perché non chiami Verdini?
– Ma no, non fare così… Mi fai il geloso! …Poi Verdini l’ho nascosto, che se quello dice che vota Sì mi rovina… Senti, io so che tu con Angela…
– Eh, una volta l’ho fatta persino aspettare perché ero al telefono…
– Sì, lo so, con Erdogan…
– Sì… sì, diciamo che era Erdogan… buona idea… le Erdoghine!
– E poi le hai anche detto quelle brutte cose… culona (incomprensibile)
– Ma poi mi ha perdonato…
– Ma io come faccio, Silvio?
– Ma dai! Le tieni un po’ il muso, poi le prometti qualcosa, tipo che riduci il debito pubblico… sono anni che ci casca… Le piace crederci!
– Ma io devo chiederle più flessibilità e ora abbiamo litigato!
– Tranquillo, c’è un piano B: fai il duro…
– Ma come?
– Batti i pugni sul tavolo, fai il matto… E poi, quando è tutta intenerita le dici… senti, per quella flessibilità che mi servirebbe… coprila di regali…
– Ma che regali, Silvio? Ma che dici! Cosa regalo a una che ha già tutto?
– Non so, un’agenda del Monte dei Paschi… Stai solo attento allo spread… a me mi hanno riso in faccia per quello…
– Ma no! Noi abbiamo l’Italia che riparte…
– Eh?
– No, dicevo, l’Italia che riparte…
– Come? Non si sente!
– Oh, io sto urlando, eh… dico l’Italia che riparte!
– Non si sente, Matteo…
– (tu-tu-tu…)
– Silvio! Silvio!…
(tu-tu-tu)

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

La sciura Angela,come il collega francese hanno più problemi interni,e del nostro paese non gliene frega un fico secco.

La rigidità mantenuta sul fiscal compact,e sul menefreghismo del processo migratorio,soprattutto quest’ultimo coincide con i loro relativi guai elettorali.

Ho idea che i muri che stanno facendo,siano per due motivi,per isolare i profughi e tutti i paesi mediterranei,i ricchi nelle lotte tra poveri ci hanno sempre guadagnato parecchio.

Più che un regalo da fare alla sciura,sono loro che hanno preparato il pacco,stile “stangata” del famoso film, e i cucu di caimana memoria ce li stanno facendo loro.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 15 settembre 2016

Contrordine Pd:Dall'invasione delle cavallette a ogni grazia per il SI












Governo #cambiaverso. Basta disastri, è giunto il tempo delle promesse

di Alessandro Robecchi

Con tutto il rispetto per i film del filone catastrofico – astronavi aliene, meteoriti giganti, onde anomale, glaciazioni – bisognerebbe avere più rispetto per le profezie di sventura. Un po’ perché i disastri sono una cosa seria, e un po’ per scaramanzia, perché disseminare paranoia a volte equivale a chiamarsela. In più, c’è un altro elemento notevole: se invochi il disastro, l’Apocalisse, “il nulla”, come disse Napolitano in una famosa intervista, poi è difficile tornare indietro e rassicurare la gente, è come dire “abbiamo scherzato”, non rassicura nessuno e ti fa sembrare fesso.

Urge correre ai ripari, correggere la rotta. Il bastone non ha funzionato, amici! Avanti con la carota! Naturalmente non è mai agevole passare dall’annuncio della fine del mondo al “tranquilli, non cambia niente”, e così si pensa che basti sostituire il terrore con la lusinga, la minaccia con la promessa.

Pronti? Via! Ecco il ministro Padoan, maestro di bipolarismo (“Rivediamo al ribasso le stime del Pil, ma l’economia cresce”, bizzarro, eh!), che dice che il Sì ci farà risparmiare qualcosa: bello, si passa dalle piaghe d’Egitto al porcellino salvadanaio. Ed ecco il soccorso dell’amico americano: l’ambasciatore John Phillips convinto che con il Sì gli investitori internazionali arriverebbero a frotte, come dire che la Costituzione non si fa per i cittadini, ma per le aziende, una specie di trailer dello spottone di Renzi alla Casa Bianca, in ottobre, prima del voto.

Risultato: il “disastrismo”, il “o questo o la morte”, il “o me o il nulla cosmico” è archiviato, e ora va di moda la roboante promessa. Insomma, basta, piantiamola col filone catastrofista. Al posto di minacciare sventure si passa a promettere meraviglie.

Non è una cosa nuova, anzi. Ci dissero che permettere agli imprenditori di licenziare i lavoratori senza smenarci troppo sarebbe stato il miracoloso toccasana dell’economia. Risultato: il Jobs act ci ha fatto spendere molti miliardi, i risultati – per quanto decantati – sono assai mediocri, e in compenso si scopre che rendere più facile licenziare aumenta i licenziamenti (chi l’avrebbe detto, eh!). Oppure, così per farsi due risate, si possono rileggere gli studi rilasciati da Confindustria, Bocconi e altri buontemponi su quello che l’Expo ci avrebbe portato in dote. Pil alle stelle, gettito fiscale moltiplicato dal rilancio dell’economia, posti di lavoro a centinaia di migliaia grazie al fantastico volano… Bene, i dati del Pil fermo al palo dicono che lo straordinario indotto di Expo non si è proprio visto: la carota era finta.

Il fatto è che questo oscillare tra la minaccia della disgrazia definitiva (“il nulla”, che meraviglia!) e la promessa dell’Eldorado, rende il tutto ancora più ridicolo, pasticciato e poco credibile.

Ora la palla passa al famigerato Italicum. La legge elettorale perfetta, grandiosa, intoccabile, che tutto il mondo ci invidiava e ci avrebbe prontamente copiato (una carota gigantesca), all’improvviso non piace più nemmeno a quelli che ci hanno messo sopra (e votato) la fiducia. Fino al micidiale paradosso che ora quelli che l’hanno scritto e imposto (o lo votate o cade il governo, con conseguente Apocalisse, ovvio) sperano che la Consulta glielo azzoppi. Dunque si procede così, per contrari estremi: o il paradiso e la Morte Nera, o il trionfo o il disastro, o la medaglia d’oro o l’eliminazione vergognosa.

E’ che fare il profeta è un lavoro difficile, e se in più correggi le profezie ogni dieci minuti, le adatti agli umori, le modifichi a seconda delle esigenze contingenti, delle tattiche, delle paturnie, chi ti crede più? Attenti! Arriveranno dieci terribili piaghe. Ah, no, scusate, otto. No, sei. No, niente piaghe. Però vinceremo all’Enalotto. Fu così che il popolo si volse a guardare il profeta. E si fece la sua risata.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Embe’,speriamo che Alessandro si riprenda dalla feroce accusa… (riflessione dovuta a un commento sul blog di Robecchi)

Come potrà notare ci sono ancora reminiscenze su come fronteggiare i simpatizzanti del NO,tramite i bastoni sguinzagliati sul web ovunque,il commento sopra è ancora fermo a cosa affermo’ la madonnina alcuni mesi fa.

Da qualche parte ho letto che ci sarebbe anche un altro effetto,quello del congelamento della Sindaca capitolina,nel cercare un po’ di pace l’idea di congelare il no alla candidatura delle Olimpiadi 2024,potrebbe consentirgli una discreta tregua,come possiamo definire il tutto,un bastone-carota congelati?

Che delizioso paese è il nostro.vero?

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 14 settembre 2016

John Phillips:Quando l'ambasciatore statunitense la fa fuori dal vaso











Cosa hanno fatto leggere all'ambasciatore

di Alessandro Gilioli

Gentile ambasciatore Phillips,

personalmente non sono tra quelli che che si scandalizzano per il suo intervento di ieri sul referendum italiano: anzi, qui si apprezza la franchezza nell'ammettere che gli Stati Uniti continuano a condizionare la politica italiana, come hanno sempre fatto da quando ci liberarono dai nazifascisti.

Tra l'altro, cinquant'anni fa a interferire eravate solo voi e il Vaticano: oggi i poteri esterni che limitano la democrazia in Italia (e non solo) sono molto di più - e spesso si tratta di concentrati finanziari indecifrabili, senza volto, senza nome. Al confronto dei quali il suo intervento fa quasi tenerezza, perché ci fa sentire tutti più giovani, ci rimanda a un mondo più semplice.

Semmai quello che mi ha stupito è che nessuno l'abbia avvertita, avvocato Phillips, dell'"effetto boomerang": con tutto il rispetto e l'ammirazione per gli Stati Uniti, l'idea che la maggiore potenza del mondo voglia cambiare la Costituzione italiana forse a qualche italiano non sembra piacevolissima.

Mi chiedo quindi che consiglieri abbia, lì in via Veneto. Da da quali fonti tragga la sua lettura delle cose nostrane.

E qui viene il punto, ambasciatore. Le sue fonti, i suoi informatori. È la questione fondamentale.

Vede, quando sei anni fa WikiLeaks pubblicò una serie di cablogrammi della diplomazia americana, qui ci si è tutti divertiti a scoprire che consideravate Berlusconi "un clown" ma non si è guardato abbastanza al punto più stupefacente che emergeva da tutta la vicenda: cioè, appunto, la qualità delle vostre fonti.

Abbiamo cioè scoperto che l'ambasciata Usa informava Washington sulle cose italiane ritagliando e traducendo articoli di giornali. E con criteri di scelta - diciamo - un po' superficiali. Noi, che forse abbiamo letto troppa letteratura spionistica, pensavamo che per sapere cosa succedeva in Italia gli Usa si avvalessero di chissà quali teste d'uovo, chissà quali infiltrati nei gangli di potere, chissà quali iniziati alle segrete cose. Invece ritagliavate un po' di editoriali, poi li mandavate al Dipartimento di Stato con quattro notarelle di commento. By the way, nel casino dei cablogrammi a un certo punto ho appreso che avevate classificato come "confidential" pure una cosa che avevo scritto io su questo blog, e le confesso che ci ho riso una settimana, con gli amici.

Ecco, tutto questo per dire che forse il suo intervento sul referendum costituzionale è frutto di un increscioso equivoco. Di qualche informazione letta in giro, ma poco approfondita. Chessò, tipo un editoriale di Panebianco, per capirci.

Le spiego: sì, le intenzioni iniziali di Matteo Renzi erano più o meno quelle che dice lei, cioè aumentare la governabilità anche a discapito della rappresentanza, velocizzare l'iter legislativo, accrescere il potere del premier rispetto al Parlamento. Questo obiettivo può piacere o non piacere (a me, ad esempio, non piaceva), ma era sicuramente l'intenzione del nostro attuale premier. E, se il disegno fosse andato in porto così come concepito, avrebbe probabilmente avvicinato l'Italia al sistema americano, anzi forse avrebbe ridotto ancora di più i contrappesi di potere rispetto a quelli di cui godete voi oltreoceano.

Ma, ambasciatore, il punto è che poi non è andata così.

Qui siamo in Italia. Che è un posto complicato. Dove oltre ai partiti ci sono le correnti, le cordate, i transfughi. E soprattutto una subcultura dell'arzigogolo che a Bisanzio in confronto era tutto lineare.

Quindi la legge che aveva in testa Renzi - a forza di mediare con Verdini, di cercare la quadra con Bersani e di accontentare Alfano - si è trasformata in una cosa che non velocizza affatto l'iter legislativo ma anzi lo complica, creando un'infinità di varianti, di de cuius, di possibilità diverse. La vaghezza della norma finale - insieme alla pessima forma in cui è stata scritta - lascia spazio a interpretazioni quasi infinite, quindi a potenziali dispute altrettanto eterne. E se - Dio non volesse - di qui ai prossimi anni dovessimo avere in Camera e Senato maggioranze e presidenti di opposti partiti, il tutto si declinerà in una montagna di conflitti davanti alla Corte Costituzionale. La quale sarà in ogni caso impegnata notte e giorno a dirimere le competenze tra Stato e Regioni in questioni relative a industria, agricoltura, artigianato, per esempio.

Se non ci crede, ambasciatore, si faccia tradurre il testo della Renzi-Boschi. In particolare l'articolo 70. Con tanti auguri ai traduttori, perché già chi è madrelingua italiano fatica a comprenderlo.

Ecco, avvocato Phillips, io temo fortemente che lei sia caduto in un tranello per la cattiva informazione che le hanno riportato.

Così come probabilmente per scarsa capacità di lettura delle cose italiane non le hanno detto che il problema degli investimenti stranieri nel nostro Paese è direttamente collegato non con la Costituzione della Repubblica (che parla d'altro) bensì con gli ostacoli concreti e reali che tutti gli investitori del mondo si trovano davanti al naso quando mettono dei soldi nello Stivale: corruzione diffusa, malavita organizzata e non, burocrazia farraginosa, incertezza delle norme, lungaggini nella loro applicazione, ritardi grotteschi nei pagamenti delle fatture e così via.

Insomma, se qui arrivano pochi investimenti è per via della parte peggiore dell'Italia, avvocato Phillips, non per la Carta del '48: che è invece una delle cose migliori prodotte da questo Paese.

Sono certo che lei, se ben informato, saprà distinguere: così come passeggiando per Roma ha imparato negli anni a distinguere le bellezza dei suoi vicoli e dei suoi monumenti dalla bruttezza della sua monnezza e del suo traffico.

Con la più viva cordialità e i migliori auguri di buon lavoro.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE


È dalla seconda guerra mondiale che ci considerano una colonia,devono "regalare" il loro giudizio su qualcosa che dovrebbero c'entrare come i cavoli a merenda.

Ma va bene così,l'ambasciatore è in buona compagnia,tra UE,banche,finanza e agenzie finanziarie americane,si augurano il medesimo esito,ed è consolatorio,tutti quanti sono diffusamente "popolari",pensare a un probabile effetto boomerang risulta facile,un po' come si sono prodigati contro la Brexit.

Anche se il NO è controbilanciato dal medesimo effetto chiamato D'Alema,l'unica vera iattura.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 10 settembre 2016

Il vicolo cieco dove ci farà sbattere la politica della comunità europea













Furia iconoclasta e amnesie dell'ex sinistra

di Alessandro Gilioli

A un certo punto, a oltre metà dell'intervista e una volta esaurito il tema del referendum costituzionale, il direttore di Repubblica passa alla crisi dell'Europa e il presidente emerito gli risponde esprimendo «forte preocccupazione ma senza cedere alla tentazione di toni catastrofici» parlando quindi di Brexit, populismi, euroscetticismi vari. Allora Calabresi gli chiede, ovviamente, "cosa si dovrebbe fare?" e a quel punto Napolitano risponde così:
nap

Non so se lo avete notato, ma a me ha colpito.

E - giuro, con tutta l'onestà intellettuale di cui sono capace - non per prevenzione o pregiudizio verso Napolitano, sulla cui presidenza ho peraltro un giudizio ambivalente.

Insomma, per farla breve: mi ha colpito che - in nessun modo, in nessun rigo, in nessuna parola, né rispondendo a quella domanda né alle altre - l'ex comunista Giorgio Napolitano abbia ritenuto di fare un accenno, seppur vago, alla questione sociale. Alle disuguaglianze crescenti. Alle élite economiche e finanziarie che, In Europa come negli Stati Uniti, si sono gradualmente mangiate robusti pezzi di democrazia ed enormi fette di ricchezza. Alla condizione di disagio e di solitudine degli ex ceti medi impoveriti. All'atomizzazione degli individui, alla frustrazione delle generazioni che non possono costruirsi un futuro come abbiamo fatto noi.

Niente, non una parola.

La ricetta per rispondere alla crisi dell'Europa è la «riaffermazione dell'autorità delle norme e delle istituzioni comuni». L'idea che queste autorità e che queste norme abbiano provocato un disastro, e quindi abbiano grossi margini di trasformazione e miglioramento, non sembra sfiorare i pensieri del presidente emerito. Né pare sfiorarlo l'idea che alla base di tutto (populismi e "furie iconoclaste", come le chiama lui) ci sia l'esigenza di superare un modello che ha fallito.

Immagino che Napolitano, uomo di solida cultura, abbia letto i libri di Piketty, Atkinson, Stiglitz, Reich, Bauman. Eppure, niente: gli sono scivolati come la visione di un telefilm ambientato su Marte.

Ma, ripeto, non ce l'ho in particolare con Napolitano. E non mi interessa la "character assassination" dell'ex inquilino del Quirinale.

Quello che credo sia interessante, invece, è Napolitano come metafora. Sì, come metafora di una sinistra del Novecento che - già bolscevica, poi eurocomunista, quindi socialista, poi ancora socialdemocratica e infine social/liberale - conclude la sua parabola nella totale amnesia verso la questione sociale.

E mi chiedo, inevitabilmente, se questa amnesia non abbia qualcosa a che fare proprio con la diffusione dei fenomeni che preoccupano Napolitano: populismi, politica della rabbia, furia iconoclasta.

Me lo chiedo, ma temo sia una domanda retorica.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

L'ex Presidente fa parte del sistema,non è mai stato un rivoluzionario,da giovane non è stato fondamentalmente antifascista e per aver dato la benedizione all'invasione russa in Ungheria,con questa biografia non ci si può stupire se omette il grande problema che sta attanagliando l'intera Europa,a più di novant'anni con il suo passato non c'è da pretendere nulla.

In Francia e in Germania l'attuale potere sta scricchiolando,complici le differenze sociali e l'immigrazione,e se vanno avanti come se nulla fosse,infischiandosene della disoccupazione,del precariato,aggiungendo la corruzione e l'evasione fiscale,questi esclusivi problemi nostrani,le reazioni si stanno materializzando,e sono le peggiori che potevano nascere,ed è tutta colpa di questa comunità europea dedita quasi esclusivamente alle banche,alla finanza e le grandi opere di cui ne potevamo fare a meno,soprattutto di questi tempi.

A prescindere dal novantenne protagonista di questo post,è l'intero sistema che sta mandando in malora tutto quanto,sono talmente ottusi che sbatteremo tutti quanti nel vicolo cieco dove ci hanno guidato.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 8 settembre 2016

Tra le stelle di Di Maio
















L’amante? Cara, scusa, non capivo la mail

di Alessandro Robecchi

E’ una questione di vie di mezzo, anche quando si inventano delle scuse. Tra “La drammatica situazione internazionale mi ha impedito di occuparmi della questione” e “Maestra, il gatto mi ha mangiato i compiti” ci sono infinite sfumature, anche di stile. Quindi non si può che ammirare il “Non ho capito la mail” di Luigi Di Maio, che alza un po’ l’asticella nella nobile arte delle scappatoie in forma di pietosa bugia. Non l’ho ricevuta. E vabbé, son buoni tutti. Non l’ho letta, ci sta pure questo. E’ finita nello spam, ottima attenuante. Ma “non l’ho capita” è davvero osare molto, trattandosi di un presunto, possibile futuro premier. Ah, c’era un cessate il fuoco? Scusate, non ho capito la mail. Non proprio rassicurante.

Ma se usciamo dai trucchetti della poltica e torniamo umani (peggio: uomini) non possiamo che apprezzare il gesto atletico della balla più scema del mondo. Cara, posso spiegarti tutto, non ho capito la mail. Buono per fidanzate nervose, padroni di casa che sollecitano il saldo, creditori in genere, suocere invadenti, seccatori. Dopotutto cosa vogliamo da una scusa? Che giustifichi una mancanza, va bene, ma anche che induca alla pietà coloro a cui la raccontiamo. Ecco, “non ho capito la mail” è perfetto: ci si assume la colpa come se si dicesse, “Scusa, hai ragone, sono un cretino, spiegamelo meglio”, il che ammanta tutto di una sincerità ai limiti dell’autolesionismo. Il destinatario della scusa (nel caso specifico: tutti) dovrebbe esser mosso a pietà e compassione. Grazie a Luigi Di Maio, schiere di mariti, amanti, debitori, gente indietro con le rate, potrà appellarsi a questa specie di Primo Emendamento. Sì, sì, ok, lo sapevo ma non l’ho capito. Ed è anche un monito per il futuro, una specie di avviso: se scrivete una mail a Di Maio, scrivetela semplice e chiedete una risposta di due parole: “Ok, capito”. Non si sa mai.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Per chi vuole leggere articolo e commento personale dello scorso post di Robecchi

CLICK ALESSANDRO ROBECCHI.IT

Il commento che ho scritto l’altro ieri vale ancora,non si diventa dei professionisti della politica,nel senso buono della definizione,tramite una scelta tra pochi con dei mi piace su YouTube.

Sebbene lo sceriffo di salerno risulti insopportabile,su Di Maio ha colto nel segno.

Mi auguro che dopo la “benedizione” del guru genovese di ieri sera,anche se i dubbi rimangono colossali,ora la Virginia possa lavorare,me lo auguro per i cittadini romani,per le politiche del 2018 c’e’ tempo per riflettere.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 6 settembre 2016

Saranno tutti "raggi" nostri....

















CLICK NEWS LA STAMPA MASSIMO GRAMELLINI

Sono pessimista sulla possibilita' che la giunta capitolina si raddrizzi da questo inizio deludente,che va al di la' dell'imbarazzante ogni giorno che passa.
Aspetto gli eventi,ma se il trend continuasse in questo modo,direi che le enormi aspettative sulla politica dal basso tendente al popolare del paese,avrebbe quasi certamente il suo funerale,e nel prossimo futuro si restaurera' il professionismo truffaldino che ci ha portato nelle miserevoli condizioni,almeno per la maggioranza degli italiani.

Si potra' dire,ci abbiamo provato ma tra autogol e bastoni nelle ruote del potere che conta,lasciate ogni speranza a noi che viviamo in Italia,poiche' o ci si adegua all'illegalita' o necessariamente si dovra' subire,e per i piu' fortunati e coraggiosi ci sara' l'espatrio.

I.S.

iserentha@yahoo.it" 

venerdì 2 settembre 2016

Da oggi la giunta capitolina della Raggi non deve più sbagliare,altrimenti il movimento tramonterà













Roma, Di Maio: “Caos? Solo l’inizio: contro di noi le lobby, compresa quella delle Olimpiadi. Ora nuove nomine”

Il membro del direttorio M5s: "Chi pensava che governare Roma sarebbe stata una passeggiata, si sbagliava. Ci siamo fatti tanti nemici: il sistema dell'acqua, dei rifiuti. Verremo combattuti da tutte le parti"

“Tutti parlano di caos e di bufera, ma questo è solo l’inizio”. Ore di silenzio. Prima il solo intervento del sindaco Virginia Raggi sul blog di Beppe Grillo. Un breve grido di dolore di Paola Taverna. Alla fine il Movimento Cinque Stelle parla: a farlo è Luigi Di Maio che nel direttorio è anche responsabile per gli enti locali. “Chi pensava che governare Roma sarebbe stata una passeggiata – dice il vicepresidente della Camera – si sbagliava. Ci siamo fatti tanti nemici, il sistema dell’acqua, dei rifiuti, il No alle olimpiadi, rendiamoci conto che verremo combattuti da tutte le parti”. Di Maio parla da Sassari, dove conduce una delle iniziative sul referendum costituzionale. Ma c’è spazio per una parentesi, veloce, essenziale: ringrazia “chi si è dimesso per quello che ha fatto, da domani saremo alla ricerca di un nuovo assessore e di un nuovo capo di gabinetto. Ci siamo presi la responsabilità di governare Roma e lo faremo”. In qualche modo ribadisce il concetto espresso in mattinata dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Rispetto il lavoro del sindaco: ha vinto lei, a lei onori e oneri, non metto bocca sulla squadra, chi vince ha la responsabilità e il dovere di governare”.

Tra i Cinquestelle aveva parlato solo la senatrice (romanissima) Paola Taverna: “Se la giudice Raineri e l’assessore Minenna dovessero formalizzare le loro dimissioni, questo rappresenterebbe una gigante perdita per la giunta. Sono due figure la cui professionalità è riconosciuta a livello internazionale e sarebbe un duro colpo”. E quelle dimissioni sono formalizzate, “irrevocabili” come le definisce il magistrato parlando a ilfatto.it.

E ora si aggiunge Di Maio: governare Roma, dice, “è un atto di coraggio“. “Noi avremo tutti contro, in due mesi ci siamo messi contro le lobby“, compresa quella delle “Olimpiadi, loro vogliono il nostro fallimento. Venderanno cara la pelle per farci perdere Roma. Insediatasi Raggi, dal secondo giorno ci accusano di non risolvere i problemi che loro hanno creato negli ultimi 30 anni. E questo vale per Roma, Torino e altri comuni governati dal M5S. Da domani nominiamo i nuovi vertici di Ama e Atac, il nuovo capo di gabinetto e l’assessore al Bilancio, ringraziamo Minenna e Raineri e andiamo avanti, perché noi a Roma vogliamo cambiare tutto e lo faremo“.



Di Maio ha minimizzato il problema adducendo che ce l'hanno tutti contro di loro, e che amministrare Roma non sia una passeggiata, possono essere discusse e contestate queste affermazioni, certamente almeno da parte mia,ho sempre pensato che amministrare Roma non sia una passeggiata;anzi,ad esempio l'Appendino a Torino a confronto, è come se guidasse in un autostrada semideserta.

Ora si pensi a sostituire i dimissionari e possibilmente si faccia anche autocritica,se è pur vero che le stelle a Roma e a livello nazionale sono odiate dalla casta,si rifletta molto bene sulle prove da dilettanti allo sbaraglio della giunta 5S e sui perché tutti questi personaggi si siano dimessi.

Difendersi dichiarando che ce l'hanno tutti con noi,a me pare che sia come nascondersi dietro a un dito.

P.S.

Per comprendere meglio la difficile crisi del M5S a Roma,consiglio a tutti di leggersi l'articolo di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di oggi.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 1 settembre 2016

E la Lorenzin tirò fuori dal cilindro il fertility day

















Il Fertility day? Retrogrado, osceno e aberrante

di Andrea Scanzi

Il #fertilityday è aberrante, retrogrado, indecente. Qualcosa di profondamente osceno, bigotto, razzista, sessista. Un abominio autentico, immorale e oscurantista. Ho passato tutta la giornata di ieri a sperare che fosse solo uno scherzo. E invece. Siamo davvero oltre ogni leggenda.

In primo luogo, se una donna (e una coppia) decidono di non fare figli, di sicuro non cambiano idea se glielo dice la Lorenzin. In secondo luogo, una donna (e una coppia) possono decidere di non fare figli perché magari poi il figlio somiglia alla Lorenzin, e questo per i genitori sarebbe francamente tremendo. In terzo luogo, ma capisco che per la Lorenzin sia un concetto troppo complicato, non fare figli spesso non è una scelta.

Invece di lanciare campagne “promozionali” così bieche e dolorosamente insultanti, peraltro orrende da un mero punto di vista tecnico (le foto fanno schifo, gli slogan sembrano scritti da Jimmy Lo Zozzo e il sito è bloccato), la Lorenzin potrebbe per esempio battersi per dare alle donne più lavoro, più garanzie, più aiuti. Più asili nido, più mense scolastiche, più servizi. Più salari, più certezze.

Invece siamo qui a commentare un sedicente ministro, oltretutto con più capelli che voti, che riduce sostanzialmente (e orribilmente) la donna a “involucro con una data di scadenza” e che riecheggia la vile propaganda del Ventennio: “La fertilità come dovere, l’infertilità come colpa”. Il governo Renzi – Matteo, hai nulla da dire su questa cosa così meschina? – è sempre più spesso la variante ridicola 2.0 del fascismo: patria, ottimismo, hashtag e propaganda. Che orrore.

Ah, dimenticavo. Desidero girare alla esimia Lorenzin un tweet che ho letto ieri. È firmato 50sfumaturedisorriso e dice così: “Lorenzin, ho 42 anni, non posso avere figli, ho avuto 3 aborti, nessun sostegno psicologico in ospedale. Il #fertilityday infilatelo su per il…”. La Lorenzin ha licenza di terminare il detto tweet come meglio crede. Con ossequi. Eia eia alalà.



In un paese ad alto tasso di corruzione e evasione fiscale,la Lorenzin o chi per esso,dovrebbe scrivere dove gli pare,che le coppie giovani in stragrande maggioranza precarie,sfruttate in modo indecente,disoccupate frequentemente.ringraziano coloro che ho citato all'inizio del commento.

E per quei pochi che hanno il coraggio di mettere al mondo un figlio,valgono le mancanze che ha descritto benissimo Scanzi in questo post.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 30 agosto 2016

Puntualizzazioni sul terremoto ad Amatrice e dintorni



Di angeli e bilanci, eroi e ponti

di Alessandro Gilioli

Non sono tra quelli convinti che nella vita le sofferenze "facciano bene". Neanche un po'. Però dalle sofferenze si può imparare. Almeno gli si dà un senso. A posteriori, non richiesto, ma meglio che niente.

Ecco, da quest'ultima catastrofe forse alcune cose possiamo imparare. Alcuni punti fermi. Di buon senso. E soprattutto da non dimenticare fra mezz'ora.

1. Basta con questi angeli. Anche a questo giro, abbiamo fatto vedere quanto siamo bravi dopo. Bravissimi a scavare tra le macerie per salvare vite umane, splendidi negli afflati di generosità, commoventi nell'inventarci amatriciane di solidarietà. È dal 1966 (alluvione di Firenze) che ci sono gli "angeli del fango". L'altro giorno ho letto pure degli "angeli con la coda", i cani addestrati. Tutto molto bello. Però ci saremo anche rotti le balle con questa straordinaria bravura dopo. Nell'emergenza, a catastrofe avvenuta e non prevenuta. Vorrei che fossimo un po' meno eccellenti dopo e un po' più decenti prima nel rispettare le regole di costruzione edilizia, nel non fare tutti un piano abusivo in più, nel non gabellare per adeguamenti sismici le ripittate alle pareti, nel non costruire villette dove le montagne franano, insomma nel fare le cose per bene. Mi rendo conto che questo ci toglierebbe una buona dose di retorica riempi-giornali, ma forse salverebbe qualche vita in più, qualche casa in più, qualche paese in più.

2. Il pareggio di bilancio è una cagata pazzesca. Da quando è premier, Renzi sta tentando disperatamente di "derogare" dai vincoli europei per qualsiasi cosa: allarme Isis, sbarco di migranti, effetti della Brexit, piano pensioni, adesso il terremoto, fra un mese chiederà flessibilità extra anche per il probabile arrivo dell'autunno. Fa benissimo, s'intende, anche se c'è una certa distanza tra i suoi proclami in Italia e le pernacchie che poi gli rifila la Merkel. Ma il punto non è se Renzi faccia bene o male a elemosinare i fuori busta, il punto è che sono proprio i vincoli in sé a fare danni, è l'ideologia idiota e dogmatica che ci sta dietro: e la prova è che perfino chi li ha votati, quei vincoli, ora ne comprende la follia e cerca di non farli valere. E che di follia si tratti è di evidenza solare: ad esempio, queste regole di bilancio ci consentirebbero di derogare sulle spese per la ricostruzione post terremoto, ma non per le spese finalizzate a mettere in sicurezza antisismica il territorio. Anche a parità di amount. In sostanza, i vincoli Ue ci incentivano a non mettere soldi nella prevenzione per evitare catastrofi e a metterli invece nella riparazione di catastrofi già avvenute. Follia pura, appunto. Le regole europee sono notoriamente cretine: in questo caso, con permesso, sono anche assassine.

3. Bye bye Grandi Opere. Mentre ad Amatrice le persone scavano tra le macerie, in Valsusa le macchine continuano a scavare nelle montagne: 8,6 miliardi (almeno) buttati per un'opera colossale, violenta, speculativa e - soprattutto - infinitamente meno utile delle mille piccole opere che servirebbero per mettere in sicurezza un po' del nostro territorio, delle nostre case, dei monumenti artistici che abbiamo in ogni paese. Ma il Tav è anche un simbolo: è tutta l'ideologia delle Grandi Opere che - lo abbiamo capito o no, dopo quello che è successo? - è da buttare. È il suo gigantismo. Il suo approccio bulimico, invasivo, megalomane. È vecchia, quella roba lì, è finita. È finita con L'Aquila e il suo G8, ma è finita anche con il cambiamento di sensibilità e di valori iniziato dopo la crisi scoppiata nel 2008. E il primo che parla del Ponte sullo Stretto, mandatelo a scavare. Ad Amatrice o in qualsiasi emergenza dopo frane, smottamenti, esondazioni, tracimazioni e altre catastrofi concausate o peggiorate dall'incuria umana.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Concordo punto su punto,noi però non siamo in California e tanto meno in Giappone,mettere in sicurezza le vaste zone a rischio sisma sarebbe la parte più ragionevole anche se si tratta di un lavoro colossale,,si doveva iniziare dallo scorso secolo,e guarda caso in Friuli le cose sono andate lisce,non è stato così per l'irpinia,in Umbria qualcosina si è fatto,all'Aquila staremo a vedere,in Emilia le inchieste hanno scoperchiato affari sporchi,e con un trend del genere ad Amatrice e dintorni incrocino le dita.

E non dimentico la scuola collassata in Molise dove morirono maestre e bambini,fortunatamente in questo caso erano ancora in vacanza,tutte opere messe in sicurezza,e si,siamo in Italia.

La stupefacente retorica in Tv sul sisma,per quel poco che ho visto,mi ha dato fortemente alla nausea,bene ha fatto Freccero a sparare su Vespa e Del Rio,in Italia sapendo degli appalti a odore di criminalità organizzata,e con i morti ancora caldi,parlare di rilancio dell'economia è delirante,mancavano solo le sghignazzate sul terremoto dell'Aquila e si quadrava il cerchio.

Sull'Europa non ho da dire nulla,col senno di poi,avrei fatto le barricate per non entrare in un incubo infinito come questo,la comunità europea sta dimostrando quotidianamente d'essere un orrore indicibile.

Non ho nulla da dire su Tav e ponte sullo stretto,sono la testimonianza che siamo all'interno di un progetto che non ha capo,nè coda,per le effettive necessità che hanno le popolazioni e le famiglie di questo squinternato continente.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 29 agosto 2016

Carlo Freccero:Orrore su chi sostiene che i terremoti rilancino l'economia





Non posso che sostenere anch'io la tesi di Freccero,in quella trasmissione da Vespa mancava solo lo sghignazzo,come ci fu con la telefonata a riguardo del terremoto dell'Aquila.

E poi chiamarlo rilancio del pil,dove sappiamo da sempre che sono solo occasioni per fare affari senza mettere quasi nulla in sicurezza.

Direi che l'unica cosa che succedera', e' che Freccero dopo questa dichiarazione abbia i giorni contati in Rai.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 26 agosto 2016

Come sempre e immancabilmente,dateci oggi la solita stupidaggine leghista
















Odiatevi tra voi, che state in basso

di Alessandro Gilioli

«Perché non mettere a disposizione il Campo Base di Expo per ospitare gli sfollati del terremoto? Mi pare una destinazione idonea, invece che farci un campo 'profughi'».

Lo ha scritto ieri Roberto Maroni su Facebook, comprese le virgolette attorno alla parola profughi: come dire che veri profughi non sono.

Maroni era ministro degli Interni nel governo che gestì la vergogna dell'Aquila: decenza vorrebbe che di terremoti e simili non parlasse mai più.

Invece, contrapponendo terremotati e migranti mette i piedi nel piatto in quello che è il tratto politico e subculturale più forte di questi anni.

Non vale nemmeno la pena di spiegare a Maroni che portare gli sfollati dalla Sabina alla periferia di Milano sarebbe una solenne stronzata proprio per gli sfollati: che non devono essere sradicati dalle loro terre, che devono restare il più vicino possibili ai loro paesi e ricostruirli dov'erano, com'erano.

Non vale la pena perché a Maroni degli sfollati non importa una mazza: a lui interessa soltanto che le casette di Expo non vadano ai migranti. Anzi, per essere più precisi: a lui interessa soltanto che sia attizzata e rinfocolata la contrapposizione tra due componenti deboli della società.

Tra chi è rimasto senza casa per via del terremoto e chi casa propria ha dovuto abbandonarla per guerra o per fame.

Ecco, appunto: è questo il tratto forte dell'oggi, quello a cui ci hanno portato gli ultimi decenni - e ben oltre il terremoto: odiatevi tra voi, che state in basso.

Odiatevi tra voi, che avete dei problemi.

Ammazzatevi tra voi, che siete deboli.

Italiani e migranti, certo, ma non solo: anche pensionati al minimo e giovani disoccupati, interinali e voucheristi, partite Iva e operai, cassieri dei centri commerciali e precari dei call center, poveri del nord e poveri del Sud, e così via all'infinito.

La giustapposizione tra migranti e terremotati è solo la rappresentazione plastica di questo gioco dell'odio intrecciato, di questi non-blocchi sociali che sono diventate schegge di rabbia messe una contro l'altra.

Maroni ci soffia su, per guadagnare qualche consenso intestinale. E così mette un altro piccolo grande mattone alla logica dell'odiarsi in basso: quindi alla decomposizione sociale, alla guerra civile diffusa.

Ma Maroni è solo uno dei tanti, che campano così: giocando a distruggere ogni ipotesi di coesione sociale.

Lo fanno anche molti altri, non leghisti, che abitano nei palazzi dell'uno per cento e sanno di poterci restare solo se, fuori, nel mondo, gli altri continuano a odiarsi.

Così come sanno che più togli l'acqua nell'acquario - cioè il welfare alla società - più i pesci si mangeranno tra loro.

E sono loro, tutti loro, i veri nemici di qualsiasi possibile futuro.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Di ciò che "pensano" i leghisti ormai ci siamo fatti un'esperienza,non passa giorno che non affermino qualche minchiata,sono talmente scarsi e sprovveduti che rimarranno sempre una forza politica sterile.

Come ho già scritto non solo qui,l'Italia degli ultimi anni non può reggere una migrazione di questa portata,siamo come tutti sanno,diventati nella stragrande maggioranza dei casi,più poverelli e con pochissime speranze di rimanere allo stato attuale,il trend non potrà che peggiorare,noi al massimo potremo ospitare i profughi,dividendoli equamente su tutti i comuni italiani,sperando che l'Europa integralmente se ne faccia carico anch'essa,invece di chiudere le frontiere come in Francia e in Austria.

Chi dalla miseria vuole sfuggire,mi spiace i tempi non sono più quelli di alcuni decenni fa,se a miseria si aggiungerà miseria,penso che la bomba sociale prima o poi scoppierà.

E per ciò che riguarda i ciclici terremoti che purtroppo ci saranno ancora,l'unica possibilità sarebbe quella di organizzare la messa in sicurezza degli stabili, ma le zone rosse in Italia sono vastissime,e si doveva iniziare già nello scorso secolo,ora con i tempi che corrono l'investimento sarà colossale,e se devo pensare a come gestiscono gli appalti c'è da rabbrividire.

I.S.

iserentha@yahoo.it