mercoledì 25 aprile 2018

Per non dimenticare il 25 aprile















Festeggiare il 25 aprile e andare a riprenderci quel poco che ci rimane

di Alessandro Robecchi

Oggi è il 25 aprile e non è facile parlarne. Si festeggia la Liberazione dai nazifascisti e – contestualmente – l’ultima volta (73 anni fa) in cui il paese si è veramente alzato in piedi e ha scritto una pagina di storia di cui andare fieri. I buoni hanno cacciato i cattivi a schioppettate dopo averne viste e sopportate di tutti i colori, il dittatore è finito appeso come nelle fiabe o nelle rivoluzioni, si è riunito un Paese, è nata una buonissima Costituzione, molto avanzata per i tempi, e ancora oggi decente baluardo al nuovo (vecchio) che avanza. Ognuno ha il suo 25 aprile e se lo tiene stretto nonostante mala tempora currunt.

I primi risultati su Google cercando “25 aprile” (sezione “notizie”, ora mentre scrivo) sono i seguenti: “25 aprile, chi apre e chi chiude tra le grandi catene”. “Che tempo farà nei ponti di 25 aprile e primo maggio”. Poi la solita querelle sui palestinesi con la kefieh (se possano o no andare alla manifestazione), e infine un’inchiesta giornalistica (a Pesaro) secondo la quale solo due studenti su dieci sanno cosa significhi la data. Chiosa (quinta notizia) un titolo de Il Giornale: “Il falso mito del 25 aprile. Un italiano su tre: che cos’è?”.

Eppure, oggi è il 25 aprile, e si festeggia. Non solo nelle grandi e piccole manifestazioni, ma in molti gesti di devozione popolare. Chi (esempio) ha mai fatto a Milano il giro delle lapidi dei partigiani fucilati, dove L’Anpi depone le corone con piccole volanti cerimonie, conosce un’intensità speciale, di quelle che rendono giustizia all’anniversario, che lo celebrano veramente.

Perché per anni ci hanno detto che ormai era soltanto retorica, discorsi vuoti, consuetudine, e invece no: nonostante il rischio di consunzione, la festa ha resistito, ed è ancora viva. Negli anni, i partigiani sono stati tirati di qua e di là per la giacchetta (disse un giorno la Boschi che “quelli veri” votavano sì al suo referendum), sballottati ora come figurine edificanti, ora come reliquie. Santificati e demonizzati. Il Pd milanese, che l’anno scorso alla manifestazione portò surreali bandiere blu, quest’anno sfilerà con le belle facce dei partigiani sugli striscioni, a segnalare che il 25 aprile è piuttosto elastico a seconda della bisogna, della tattica, dell’aria che tira.

E però si festeggia lo stesso, perché con tutto il discutere dotto e complesso su populismo, populismi e populisti, quella là, quella del 25 aprile, è stata la volta che si è visto veramente un popolo.

Dunque, ognuno ha il suo 25 aprile, e ognuno può mettere in atto gesti e trucchi per non farsi fregare dalle retoriche passeggere, dagli usi strumentali, dalle stupidaggini negazioniste.

Il mio metodo è di riprendere in mano, per qualche minuto, i volumi delle lettere dei Condannati a morte della Resistenza, e di andare a salutarne qualcuno. E poi torno sempre lì, da Giuseppe Bianchetti, operaio, 34 anni, di vicino Novara, fucilato dai tedeschi nel febbraio del ’44:

Caro fratello Giovanni,
scusami se dopo tutto il sacrificio che tu hai fatto per me mi permetto ancora di inviarti questa mia lettera. Non posso nasconderti che tra mezz’ora verrò fucilato; però ti raccomando le mie bambine, di dar loro il miglior aiuto possibile. Come tu sai che siamo cresciuti senza padre e così volle il destino anche per le mie bambine.
T’auguro a te e tua famiglia ogni bene, accetta questo mio ultimo saluto da tuo fratello
Giuseppe.
Di una cosa ancora ti disturbo: di venire a Novara a prendere il mio paletò e ciò che resta. Ciau tuo fratello
Giuseppe

Leggo questa lettera ogni anno, da anni, perché in quel “paletò” da andare a prendere a Novara insieme a “ciò che resta” mi sembra di vedere una dignità inarrivabile, con la parola “popolo” che si riprende il suo posto. Siamo stati anche questo, per fortuna e sì, bisogna festeggiare.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT


La memoria di quell’orribile periodo dovrà rimanere,lo devo a mio nonno paterno che non volle iscriversi al fascio e dovette barcamenarsi in montagna per vivere,e lo devo a mio padre che non volle accettare di diventare repubblichino e fu mandato in Germania in un vagone merci a lavorare per due anni,sopravvisse ma tornò in condizioni pietose.

Eccome che si dovrà fare di tutto per non dimenticare!

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 9 aprile 2018

Reddito di base o di cittadinanza? O la redistribuzione della ricchezza?











Reddito di base: la parola a Guy Standing

di Alessandro Gilioli

«L’Italia è un paese che ha il sole per 9 mesi l’anno. Con un reddito base la gente si adagerebbe e mangerebbe pasta al pomodoro».
(Elsa Fornero)

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Fino a qualche anno fa l'idea di un reddito di base universale era confinata nel pianeta delle utopie: e chi lo proponeva era considerato poco più di un ingenuo mai uscito dall'adolescenza.

Da qualche mese invece la questione - a livello mondiale, non solo italiano - viene autorevolmente sollevata con la forza pragmatica dei numeri, dei suoi effetti concreti – e anche della sua sostenibilità per i bilanci degli Stati, a confronto con il costo reale della sua non realizzazione.

Stiamo parlando - attenzione - non del “reddito minimo” nelle sue varie versioni condizionate (ad esempio, l'attuale proposta del M5S, che si rivolge solo ai disoccupati e viene meno se si rifiutano tre proposte di lavoro). Stiamo parlando proprio dell'ipotesi di riconoscere una certa somma di denaro a ogni persona residente in un Paese, ricca o povera che sia, che lavori o meno. Una somma che quindi va ad aggiungersi ad altre entrate, se la persona ha un lavoro; o al contrario costituisce uno strumento di sopravvivenza e di potenziale reingresso sociale, se non ce l'ha.

CLICK NEWS L'ESPRESSO GUY STANDING

Un'idea interessante,potrebbe essere organizzata a livello sperimentale per qualche tempo,analizzando i benefici e se emergessero delle negatività.

A me basterebbe che ci fosse una giustizia sociale,nella quale non ci siano enormi disparità tra manager e semplici lavoratori,una società non può permettere cifre da nababbo per alcuni e stipendi da fame per altri,in questo modo penso che quel reddito adombrato si ridurrebbe notevolmente.

Si è passati dalla generazione mille euro di una quindicina d'anni fa a quella delle poche centinaia,pur lavorando e sbattendosi notevolmente per buona parte della giornata.

Quanto può durare un andazzo del genere,prima che ci siano delle drammatiche ripercussioni?

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 4 aprile 2018

Ci mancavano solo i campi della Wehrmacht a Cologno Monzese











Ieri la Lega evocava i Celti, oggi i campi militari della Wehrmacht

di Alessandro Robecchi

Scuseranno i lettori se mi porto avanti col lavoro e parlo del 25 aprile. Me ne dà occasione anticipata il sindaco leghista di Cologno Monzese, Angelo Rocchi che ha firmato (insieme all’assessora alla cultura Dania Perego) il patrocinio per una bella rievocazione da tenersi tre giorni prima della festa della Liberazione: un campo di fanteria nazista ai giardinetti. Motivazione etico-didattico: mostrare la vita quotidiana durante la guerra, a Cologno Monzese. Intenso programma (lo leggiamo su un manifesto che raffigura due soldati tedeschi, uno dei quali, poverino, ferito): “Preparazione del rancio con ricette d’epoca”, bello. “Cerimonia consegna onorificenze”, commovente. “Racconti, miti e leggende del Nord intorno al fuoco”. No comment. Il tutto in divisa, per la precisione quella della Wehrmacht. Organizzazione dell’accurata ricerca storica, un gruppo che si fa chiamare 36 Fusilier Kompanie (era un allegro club di volontari austriaci delle SS).

Insomma, spero vi sarà chiaro che la politica non c’entra niente: si tratta di rievocazione storica, con i nazisti en travesti che fanno i “banchi didattici” con i ragazzini e le famigliole.

Nessuno verrà fucilato e appeso agli alberi con il cartello “banditen”, nessuno verrà deportato per l’occasione in quanto ebreo o dissidente, nulla verrà requisito alle famiglie del luogo per preparare il rancio “con le ricette d’epoca”, e gli abitanti di Cologno Monzese, assistito allo spettacolo, potranno andare a fare la spesa invece che patire la fame. In soldoni: come rievocazione storica fa schifo, si può dire che è un falso.

Puntuale il doveroso corollario di polemiche e proteste, perché vedere simpatici buontemponi vestiti da nazisti che spiegano ai ragazzini cos’era Cologno durante la guerra mette in effetti un po’ i brividi.

Poi, come al solito è arrivata la toppa, un po’ peggio del buco. Il solito arrampicarsi sugli specchi: cambiata la foto del manifesto, quasi identico il programma (manca la “cerimonia consegna onorificenze”, un vero peccato per quelle croci di ferro che non verranno distribuite agli astanti). Il sindaco Rocchi (la sua amministrazione è un po’ in bilico per beghe interne, ma ha il fermo sostegno di Casa Pound, rappresentata dall’ex capogruppo leghista) ha detto che c’è polemica su tutto ciò che non piace alla sinistra e che ai giardinetti ci saranno anche la Croce Rossa, i partigiani eccetera. Insomma, dentro tutti, polverone totale, testacoda grottesco e figuraccia.

Mancando tre settimane al 25 aprile, la ridicola situazione di Cologno Monzese potrebbe servire per qualche riflessione. Quella là, la Liberazione, la Resistenza, fu una faccenda abbastanza seria e drammatica che chiudeva un periodo storico terribile, che non merita pagliacciate. Quanto all’ipotesi didattica invece sì, un intento c’è. E si rimanda ai tempi antichi della Lega bossiana, quella dell’indipendenza, dove si organizzavano ogni due per tre rievocazioni storiche di superiorità padana: divertenti ricostruzioni medievali anche in paesi nati negli anni Cinquanta. Che la Lega sia passata dai cortei in costume celtico ai campetti con le mostrine delle SS è un dato di fatto che dà da pensare.

A protestare (giustamente) con il sindaco di Cologno Monzese c’è anche il Pd milanese, per dire, quello che l’anno scorso, il 25 aprile, si presentò in piazza con magliette blu, bandiere blu e cartelli blu con nomi improbabili (persino la collaborazionista Coco Chanel). Chissà, forse l’annuncio di un campetto nazi alle porte di Milano gli ha fatto recuperare lucidità, speriamo. Ma speriamo soprattutto che lassù a Cologno nessuno si faccia male, si scotti col rancio, o resti impigliato nel filo spinato. Il sindaco invita alla festa le famiglie e gli stranieri, che così impareranno la nostra storia, ma un po’ per fiction, senza rastrellamenti.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Che tristezza,decenni di memoria e di storia gettati nello sciacquone,ma che ce ne frega a noi dei molteplici comportamenti disumani e criminali delle ss in quel periodo in Italia e in Europa,almeno nel raffigurarli e ci mancavano pure le celebrazioni in divisa.

Mio nonno e mio padre si rivolteranno nella tomba!

I.S.

iserentha@yahoo.it





mercoledì 21 marzo 2018

Circondati e soffocati dagli algoritmi










Il Pd a guida autonoma: persino l’algoritmo ha alzato bandiera bianca

di Alessandro Robecchi

Ora che da Tempe in Arizona sappiamo che il famoso algoritmo al volante può essere disastroso come l’ubriaco del paese che rincasa zigzagando, ci sentiamo un po’ meglio: forse non saremo tanto presto governati da macchine (che comunque, rispetto a chi ci governa da decenni è un’ipotesi suggestiva). Ma, come accade spesso, il cittadino comune non ha nemmeno la più pallida idea dei progressi che, a sua insaputa, sta facendo la ricerca in materia di automazione. Ecco il punto della situazione

L’auto a guida autonoma. La macchina che si guida da sola aveva molto impensierito le grandi compagnie assicurative: se nessuno mette più sotto nessuno, noi che fine facciamo? Angoscioso dilemma risolto a Tempe, Arizona, un problema di meno, vedi che la ricerca serve? Ora un’altra questione è al centro degli studi più avanzati: come si trova un parcheggio? Uber e Google stanno studiando una macchina a guida autonoma con mini-betoniera che spiana il marciapiede e ci disegna delle strisce, nei modelli più costosi munita di algoritmo-motosega per tagliare gli alberi e parcheggiare al posto loro. Quasi pronta la macchina-asfaltatrice per le buche. Qualche preoccupazione nei campus delle scuole americane per il timore di nuove stragi: “Oh, no! Hanno di nuovo sparato sui compagni?”. “No, hanno truccato la macchina di papà”.

Le opere pubbliche a guida autonoma. Segretissima sperimentazione tutta italiana, la Grande Opera a guida autonoma rivoluzionerà molti settori della vita pubblica. Si tratta di un algoritmo che valuta i progetti, le ricadute economiche, gli appalti, le concessioni pubbliche, e poi affida i lavori per grandi progetti infrastrutturali a un suo amico. Sarà una vera rivoluzione, perché il lavoro che oggi viene fatto da centinaia di politici, imprenditori, grandi cooperative, mediatori, facilitatori, traffichini, lobbisti, corrieri di banconote non segnate in piccolo taglio, sarà eseguito da una macchina. Grandi ricadute anche sulla magistratura, perché un algoritmo può sostenere lunghi interrogatori anche senza bere o mangiare e non è così scemo da consegnare valige di contanti al bar. Certo resterà un margine di errore umano, tipo ingegnere e assessore intercettati. “Lo interrogano da tre giorni, corriamo rischi, cumpà?”. “Ma no, tranquillo, l’algoritmo non parla”.

La moglie a guida autonoma. Ecco un caso in cui la sperimentazione sta andando malissimo. Il rivoluzionario algoritmo della moglie italiana dovrebbe prevedere nervi d’acciaio, capacità atletica e riflessi fulminei per evitare le pallottole dei mariti, lanci di pietre e stoviglie, assalti con armi da taglio e altre aggressioni, capacità che andrebbero rafforzate in caso di separazioni e divorzi, quando lui si presenta armato come Rambo perché “Cara, dobbiamo parlare”. Il mondo della ricerca è diviso e c’è chi chiede un cambio di prospettiva (“Perché non studiamo l’algoritmo del marito-meno-stronzo?”), ma per ora è soltanto un dibattito teorico (anche perché i finanziatori della ricerca sono tutti uomini).

Il Pd a guida autonoma. Non poteva mancare la politica tra le più avanzate ricerche sull’intelligenza artificiale. La sperimentazione fatta nel Pd negli ultimi anni è stata assai deludente. Coordinare segretario, adoratori della prima, seconda, terza ora, commentatori politici, titolisti e retroscenisti, arredatori di Leopolde, psicoanalisti, incapaci scrittori di riforme farlocche, e poi riprogrammarli perché diventino avversari della prima, seconda, terza ora, poi scrivere tutti i tweet, inventare gli hashtag… anche l’algoritmo alla fine si rompe i coglioni e vota per qualcun altro. La tecnologia allo studio è stata così deludente che l’algoritmo è stato momentaneamente disattivato. Le sue ultime parole: “Non abbiamo saputo comunicare le cose buone che abbiamo fatt….”

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Dell’algoritmo sulla sorte pd e di ciò che ne rimarrà,non me ne può fregare di meno,più durerà l’arroccamento sugli attuali padroni del partito e più spariranno dalla scena.

Sull’automazione e sull’avvento degli androidi per le prossime generazioni,penso che sarà un problema non da poco per le sorti di 7-8 miliardi di umanità.

Molto probabilmente nasceranno altre figure e opportunità lavorative,l’interrogativo è,quanti ne faranno parte?

L’auto a conduzione automatica,come quelle volanti, penso che ci vorranno ancora parecchi anni prima che dimostrino una sicurezza assoluta,anche se diventeranno una realtà prima o poi,le assicurazioni con tutta probabilità avranno solo polizze sul furto incendio.

Il tutto non porterebbe timori per la sopravvivenza decorosa degli abitanti su questo pianeta,se la ricchezza fosse distribuita in modo orizzontale,ma da quando esiste l’homo sapiens non è mai stato possibile,anzi ultimamente lo skyline umanitario pare simile a New York rispetto a Los Angeles.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 14 febbraio 2018

Elezioni politiche:Più 4 marzo per tutti...


















E’ partita la gara: vince chi mette più bandierine sul corpo dei morti

di Alessandro Robecchi

Piccola proposta di decenza per quel che resta della campagna elettorale: una moratoria sulla cronaca nera. Almeno sulle vittime, almeno sui morti, e morti male, su cui stampa e tivù si avventano come una nuvola di mosche. Sappiamo tutti che da qualche anno il dibattito politico sembra una seconda media di bambini difficili. Rimproverare cazzate all’avversario sembra l’unico argomento: ad ogni critica si può sempre rispondere: e allora il Pd? E allora i 5Stelle? E allora Silvio?: un battibecco che sta evolvendo, e ora si occupa di sangue.

Il solito beneamato trucchetto della “sicurezza” è una fuoriserie che la destra lucida e mette in moto ad ogni elezione, una specie di jolly da giocare nella partita della propaganda. Il Pd ci casca con tutte le scarpe, un classico, i 5Stelle si occupano di bonifici. Accanto alla (strabiliante, in effetti) disposizione emotivo-elettorale delle forze in campo, serpeggia nel paese una specie di tifo da stadio su morti e feriti, una specie di pallottoliere di carnefici e vittime. Se il marocchino ubriaco investe con la macchina la vecchietta sulle strisce pedonali, ecco immediatamente che la povera vittima diventa una bandiera della Lega. Al contempo, può accadere che un italiano, sbronzo pure lui, metta sotto un ragazzino nero, ed ecco riequilibrato il conto. Come se due ingiustizie, due tragedie, potessero pareggiarsi sul filo della propaganda. Ad ogni schifezza del male umano corrisponde una schifezza uguale e contraria. Segue polemicuccia. Erano gli albanesi. Ma no, quell’altro allora che era italiano? Ecco, le bestie nigeriane! E il tramviere di Milano, allora? Una gara a perdifiato per cui davanti a un fatto di sangue la prima domanda che si fa non è “come sta la vittima?” o “L’hanno preso?”, ma “Era straniero?”, “Era italiano?”.

La pietà su base etnica, la vita (e la morte) della gente che diventa un tassello della narrazione tossica.Una dialettica politica basata sul rimpallo, sull’arte più o meno sarcastica di rinfacciarsi errori e stupidaggini a vicenda è arrivata alla frontiera dei morti e dei feriti, gente con la vita spezzata del tutto, famiglie di cui cambia il destino.

Non è difficile immaginare lo screening quotidiano delle pagine di cronaca nera dello staff di Salvini: cercare il caso del giorno per portare un’altra tanica di benzina verso l’incendio. E altrettanto spaventosa è a volte la risposta politica: si cerca il caso uguale e contrario, in un rimpallo di vittime che ha qualcosa di osceno. In una gara spesso sporca e truccata, che trasuda malafede: chiunque abbia parlato degli innocenti sparati dal fascista di Macerata si è sentito rimpallare: perché non dici della povera Jessica? Tutto si mischia, tutto serve alla causa, senza alcun rispetto: delle vittime non gliene frega niente a nessuno, ci sono quelle che servono e quelle che servono meno. Il dolore che resti privato, qui serve usare la sua caricatura in pubblico

Inutile dire: in questo sconcio ping pong si scontrano due posizioni ideologiche. I razzisti xenofobi pancia a terra per dimostrare che l’immigrazione porta violenza e reati (anche con molte fake news, scemenze inventate, accuse false); gli altri fanno notare con ragione che i delinquenti sono anche bianchi, italiani, e anzi le statistiche confermano che sono molto più numerosi (si pensi soltanto alle violenze in famiglia dove “prima gli italiani” rasenta il novanta per cento).

Ma per quanto siano definiti i campi, e per quanto torti e ragioni siano evidenti, resta un grande disagio per questo giocare con le figurine dei morti ammazzati, per questa vergognosa caricatura di giustizia salomonica per cui un benzinaio rapinato dall’albanese si elide col gioielliere che spara al ladro. Una vera dance macabre, intorno a tutti noi.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT


Non c’è da stupirsi più di tanto della cloaca elettorale,questi sono i tempi in cui viviamo,la società riflette la politica e viceversa.
Per quanto tocca dare interesse al quotidiano,cerco il più possibile di starne al di fuori,il 4 marzo ormai vicino mi stimolerà unicamente nel dare il mio consenso al meno peggio,e non basterà turarsi il naso,direi che tutti gli orifizi dovranno essere sigillati.

Pare davvero una scelta difficile,perlomeno esistono e sono assai chiari e delineati,chi manco sotto tortura potrà avere chances di scelta.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 3 febbraio 2018

Emma Bonino? No grazie


















Bonino, refugium peccatorum

di Alessandro Gilioli

In questo periodo si porta molto la Bonino.

Nel senso che leggo sui giornali diverse dichiarazioni di voto per lei e il suo partito, specialmente da parte di giornalisti e intellettuali di sinistra.

Frequentando per lavoro e per amicizie in prevalenza lo stesso giro, ho di persona e sui social lo stesso segnale: amici e colleghi di sinistra che votano Bonino o pensano di farlo.

Nel paese reale - cioè fuori dal giro di cui sopra - non sembra che ci sia altrettanto entusiasmo: secondo l'ultimo Euromedia i Radicali italiani sono all'1,5 per cento, per Emg all'1,6, Demopolis li include semplicemente in "altri partiti sotto il 3 per cento".

Niente di strano: è la consueta forbice tra giornalisti-intellettuali-scrittori-professionistidelprimomunicipio da una parte, e il resto del mondo dall'altra. Questione di complessità notevole che non affronto qui.

Quello che mi interessa è il meccanismo per cui questi amici o colleghi o altro scelgono Bonino, o ne sono tentati. La dinamica psicologica, che mi permetto di ipotizzare. Senza altre basi che le chiacchierate con loro e la lettura delle loro argomentazioni.

E a mio avviso la questione parte, banalmente, dal Pd.

Il Pd era - nelle intenzioni - il grande contenitore del centrosinistra e della sinistra nel quale potevano coabitare anime diverse, dai lib-lab ai postmarxisti, dai cattolici dossettiani ai laicisti materialisti, passando per i socialdemocratici, gli ambientalisti, il sindacato - e altro ancora.

Questo nelle intenzioni: un grande ombrello, se volete, o comunque una comunità plurale che trovava la sua identità nell'avversione a un nemico comune (il berlusconismo) e in fase costruens nella governance sociale e redistributiva dell'economia di mercato (sempre nelle intenzioni).

Sia quel che sia, tutto questo oggi non c'è più: il Pd è un partito singolare (nel senso di contrario a plurale), autocratico e uniformato. Non è una sintesi di spinte diverse. La linea politica è solo quella del leader, che abbiamo visto implementarsi nei suoi tre anni di governo, con le sue riforme realizzate (tipo Jobs Act) o schiantatesi (Boschi sulla Costituzione). Anche lo stile è solo quello del leader: iperdinamico, vincista, energico, sfrontato, bullo, narcisistico, cannibale.

Oggi nel Pd o mangi quella minestra o salti da quella finestra.

Diversi hanno scelto la finestra, mentre quelli rimasti hanno decisamente mangiato la minestra. Tra questi ultimi, in Parlamento, quelli ricandidati: una falange compatta, con schieramento a testuggine come nell'antica Roma. Fuori dal Parlamento, i fan acritici, gli entusiasti a prescindere, gli adepti da setta. In ogni caso, tutti intellettualmente irregimentati da un capo.

Un capo di cui tuttavia i miei amici, colleghi e conoscenti di sinistra un po' si vergognano. Perché non se la sentono di far parte di una falange a testuggine. Perché magari amano la laicità di pensiero la pluralità di spinte politiche. O perché non gli va di farsi uniformare in una fazione personale. O, infine, perché non si riconoscono del tutto nelle scelte politiche e nello stile del suddetto capo.

Ecco che allora, di fronte all'incubo di dover scegliere 4 marzo, trovano la scappatoia, lo stratagemma. Il rifugio. Nella Bonino: persona di ottima reputazione per le sue battaglie civili, oltre che per la sua caparbia e onestà intellettuale.

Parlare male della Bonino è difficile, insomma. È quasi lesa maestà.

Quindi dire "voto Bonino" è assai più figo (o semplicemente più accettabile socialmente) che dire "voto Renzi". Nessuno degli astanti ti si incazza, né ti prende in giro. Si acquisisce un'aura di assai maggiore rispettabilità. Sui social, si scansano flame furibondi. Se poi sei giornalista o scrittore, eviti di perdere la maggior parte del tuo pubblico.

Ma, sia chiaro, la conversione pro Bonino non è solo questione di convenienza: non sto dubitando dell'onestà intellettuale di chi a sinistra si è boninizzato. È anche o soprattutto questione di vergogna (per la falange) e di disperazione (in vista del 4 marzo). Votare Bonino è visto un po' come un votare il centrosinistra senza però entrare nella setta.

Detto tutto questo, seppur immerso anch'io nella disperazione in vista del voto, vorrei dire che il 4 marzo non voterò Bonino - pur avendo scelto qualche volta anch'io i radicali in passato, nel mio estremo poligamismo elettorale, specie in qualche elezione locale.

Non voterò Bonino e aggiungo che invito seriamente i miei amici, conoscenti e colleghi a rifletterci un po', su questo rifugio, su questa scappatoia, il 4 marzo.

Intanto, se questi miei amici sono d'indole pragmatica, per l'esito effettivo della loro scelta: i voti dati alle liste tra l'1 e il 3 per cento non eleggono candidati di quelle liste, ma vanno solo a ingrossare i partiti della stessa coalizione che superano il 3. È uno dei tanti barbatrucchi del Rosatellum, che consentirà al Pd di avere un gruppo parlamentare molto più ampio dei suoi consensi. Secondo i sondaggi attuali, attorno al 27 per cento pur prendendo il 23. Comunque, chi crede di votare i Radicali in realtà, con questa legge, vota il Pd: la falange a testuggine.

Ai miei amici e colleghi di sinistra di carattere meno pragmatico e più idealista (quelli che votano ciò che li rappresenta, indipendentemente dall'esito determinato dal Rosatellum) consiglio invece di studiare un po' le posizioni di Bonino in materia economica.

Perché - stupenda vessillifera dei diritti civili - Bonino ha idee molto diverse in termini di diritti sociali, di economia. Tema sul quale Bonino è molto vicina a Monti, a Schäuble, alla famosa Troika. Insomma a quell'ideologia economica che in Italia è stata chiamata, appunto, "montismo". E questo forse non è irrilevante, nel 2018, andando a scegliere il nostro futuro in un contesto in cui il "montismo" (ben oltre Monti, s'intende) ha fatto danni così profondi. E ha provocato reazioni così irrazionali. Del resto, lo dice lo statuto stesso dei Radicali Italiani, che si autodefinisce "movimento liberista" nel suo primo articolo fondativo.

Questo è il "rifugio Bonino", amici di sinistra. Un voto di fatto - per i suoi effetti pratici - a Renzi; e idealmente, in materia economico-sociale, al liberismo e al "montismo", se ci ricordiamo cos'era: quella cosa che imponeva il fiscal compact e il pareggio bilancio in Costituzione, il falso mito della flessibilità che nasconde la tragica realtà del precariato eterno, l'età pensionistica tra le più alte d'Europa. E nel tempo libero accusava i giovani disoccupati di essere choosy e sfigati.

L'importante è saperlo, o ricordarselo, poi ovviamente ognuno faccia le scelte che crede.

Buon week-end.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE


Per carità,già con Pannella erano dei banderuoli di prima categoria,un po' con Prodi,un po' col caimano,ora come ha spiegato bene lei,"serviranno" solo per aumentare i voti a Renzi,e ci mancherebbe altro che colui che ho sempre contestato,di rimessa avesse il mio voto.

Che poi equivarrà alla conosciuta minestra delle larghe intese col vegliardo,e mi chiedo? Pazienza i rottamatori con cui c'è ancora qualcuno di coccio che li sostiene,ma dopo 24 anni e dopo averne combinate di tutti i colori,fatto gli affaracci suoi,per giunta pregiudicato,col fidato Dell'Utri condannato per reati davvero infamanti,ci sia ancora il caimano in gioco,a me pare più che altro un Paese senza speranza.

Si sono messi d'impegno anche in Europa a dipingere il vegliardo come barriera antipopulista rilanciandolo,dopo averne scritto e detto che peggio non si poteva,che dire,non ci poteva essere una verifica migliore d'essere nelle mani di farabutti.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 31 gennaio 2018

La parabola di Renzi dal 40% si accontenta del 25%













La parabola dell’uomo del 40 per cento (cui ora basta pure il 25)

di Alessandro Robecchi

Mettiamola così: avete noleggiato una macchina, avete fatto il diavolo a quattro per averla, l’avete usata per tre anni abbondanti e ora che la riportate al noleggiatore ha le portiere rigate, una crepa nel parabrezza, le gomme tagliate, un parafango che pende, e la radio non va. Più o meno è quello che ha fatto Matteo Renzi col Pd, partito dalla fiammante fuoriserie del 40 per cento alle Europee, è arrivato a combattere come un fante sulla linea del Piave del 25 per cento, se il Signore gliela manda buona.

Su quei numeri, gli italiani si sono visti costruire un’epopea, una mitologia, ne hanno subito ad ogni passo la ripetizione ossessiva. Il refrain del 40 per cento (da accoppiare a “ottanta euro”) è ormai parte delle nostre vite come certe canzoni estive che abbiamo canticchiato tutti per un mese e poi puff, via, sparite. Anche il 25 per cento è un numero che torna, perché è quello che prese Bersani quando “non vinse” le ultime elezioni. Una percentuale che Renzi e renzisti irrisero in tutti i modi, facendone oggetto di scherno e di sarcasmo… “Noi non siamo quelli del 25 per cento!”, diceva ieri quello che oggi spera di arrivare al 25 per cento. Testacoda, vertigine.

La frasetta che Renzi sfodera a questo punto è “senza aver subito una scissione”, che significa che sì, vabbé, prende poco come fece Bersani, ma con lui sono stati cattivi e alcuni se ne sono pure andati e quindi anche se prende sei e come se fosse un otto più. Ci sta dicendo che il suo 25 è come un 40, in questi casi, come si dice, conviene non contraddirlo, tutti abbiamo avuto in classe, in seconda media, uno così.

Quel che più stupisce, però, è il totale ribaltamento delle prospettive politiche. Renzi partiva per fare un partito maggioritario, di governo monocolore, solido, quasi un presidenzialismo (con lui presidente, ovvio), con tutte quelle scemenze che sappiamo, tipo “si sa chi vince la notte delle elezioni” eccetera, eccetera. E ora, apertamente, teorizza una specie di craxismo equilibrista, calcolando che se resta vivo (il famoso 25 per cento) potrà gestire il complesso bilancino dei poteri per non perdere aderenza, per non arretrare ancora. Quelli che volevano l’Italicum, con premio di maggioranza assurdo per governare senza se e senza ma, ora fremono per entrare nel circo dei se e dei ma, delle trattative, dei bilanciamenti, dei do ut des. E’ più o meno quello che la retorica renzista chiamava “la palude”. Basta con la palude, dobbiamo uscire dalla palude, io vi porterò fuori dalla palude…, detto da quello che oggi affida la sua sopravvivenza alla palude di qualche larga intesa.

Va bene, il cinismo della politica non ci stupirà, anzi, come italiani abbiamo qualche master in materia. Però rimane sempre strabiliante come un partito possa fare una politica – rivendicandola e rivestendola ossessivamente di propaganda – e poi farne un’altra, diversa, opposta, negata fino a un minuto prima, sbeffeggiata per anni. E come questo possa farlo lo stesso leader, la stessa persona. E ancor più strabiliante è che possano votarlo gli stessi elettori, che siano antichi elettori del Pd o entusiasti nuovisti, quelli che già facevano tenerezza ai tempi del “Con Renzi si vince”, quelli che si illudevano di mirabolanti modernità e che ora si trovano a sperare – con lo stesso leader che predicava il contrario – nella vecchia, deplorevole, trita logica dell’ago della bilancia.

Per disegnare la parabola del renzismo, insomma, non serve aspettare il 5 marzo. Con il fiero propugnatore dell’abolizione del Senato che si presenta da senatore, si svela anche ai ciechi che il fine ultimo del renzismo è il mantenimento in vita del renzismo, una sedia al tavolo da poker delle alleanze e delle mediazioni, e dopo si vedrà. Un po’ poco per gli arditi giovanotti che volevano cambiare tutto, oggi aggrappati come naufraghi alla speranza che non cambi nulla.

DAL BLOG ALESSANDRO ROBECCHI.IT

C’è da stupirsi come possano ancora prendere tutti quei voti,con la palese delusione diventata senza ombra di dubbio depressione,almeno per coloro che ponevano fiducia,il rilancio del vegliardo di Arcore ne è la verifica.

Ora i fu compagni del Pd dovranno ciucciarsi in Emilia quell’estremista rosso di Pierferdi,roba da buttare in un nanosecondo la scheda elettorale nella discarica e non pensarci più.

Ma nulla è perso,ci sono i compagni di Bolzano che non vedono l’ora di votare la biondina,stanno già facendo la coda davanti al futuro seggio…

I.S.

iserentha@yahoo.it



La laurea non assicura un lavoro di prestigio ormai da parecchio tempo


















CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO.IT DIEGO FUSARO

Chiunque può e potrà laurearsi,non è questo il messaggio,non è la cultura che fa paura,anche perchè sino ad ora ce n'è stata parecchia e il mondo è rimasto uguale,specie in Italia con la solita politica e classe dirigente che si fa prevalentemente gli affari suoi.

Penso che chi possiede una buona materia grigia deve laurearsi,è un suo diritto,nello stesso tempo dovrà fare di necessità virtù,se non ci sarà il lavoro agognato ci si dovrà adattare a mansioni più umili,penso che sia questo il messaggio che intendono gli imprenditori.

Tutto ciò naturalmente per chi vorrà rimanere in Italia,penso che in molti Paesi esteri questa condizione esista in piccola percentuale.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 11 gennaio 2018

Il confine tra molestia e corteggiamento,ma Catherine Deneuve ha torto


















Ti va un gelato da Fassi?

di Alessandro Gilioli

L'estate scorsa uno dei miei figli, raggiunta l'adolescenza, mi chiedeva qualche consiglio su come "provarci" con una ragazza. Cosa dirle, come fare capire il suo interessamento senza risultare sgradevole.

Banalmente, gli ho consigliato di iniziare dicendole: «Ti va dopo scuola di prendere un gelato con me da Fassi?», che è un po' il loro locale di riferimento in zona. «E se lei dice che non può?», mi ha fatto il ragazzo. «Tu proponiglielo un'altra volta, magari dopo una settimana. Poi basta». «Basta in che senso?», ha chiesto lui. «Basta nel senso che due inviti sono sufficienti. Se lei al secondo invito dice di no e non contropropone un'altra data, vuol dire che non è interessata. E tu non la inviti più. Semmai sarà lei, se cambiasse idea, a proportelo, E se non lo fa, è chiusa. Ok?».

Non so se sono sono stato troppo severo, troppo inibitorio. Ma a me non sembra affatto che la "zona grigia" di cui si parla molto in questi giorni - cioè la presunta area "incerta" tra corteggiamento e molestia - sia poi così grigia, così incerta.

Almeno, non lo era quando ero più giovane io, quando piaceva una ragazza a me. Mi sembravano molto chiare le modalità di emissione e di risposta dei "messaggi indiretti". Della progressività graduale tra un invito a un caffè e uno a pranzo, fino a quello per un cinema o una cena. Non mi era difficile capire il grado di disponibilità o interesse della persona che mi piaceva. E mi sembrava semplice anche l'evoluzione (reciproca) di questo ipotetico interesse: cioè il conoscersi un po' di più - oltre l'eventuale attrazione fisica - che avveniva appunto al caffè, al pranzo, alla passeggiata insieme per strada o al parco. Non mi era difficile interpretare (in un senso o nell'altro) le parole, il body language, il linguaggio in chiaro ma anche quello non verbale della persona che mi piaceva. E mi comportavo di conseguenza.

Non avendo più da tempo il problema o l'opportunità del corteggiamento, non so - onestamente - se oggi è ancora così. Cioè se i ragazzi e gli uomini in genere hanno gli strumenti psicologici ed emotivi per capire subito (o quasi subito) i feed back.

In merito ho però letto di recente molte analisi sulla "fragilità" e sulla "insicurezza" del maschio contemporaneo, sulla sua difficoltà ad accettare un'evoluzione del mondo (e soprattutto dell'altra metà del cielo) che avrebbe messo in crisi certezze predatorie ataviche e istintuali. E ho poi notato che queste certezze vengono riesumate e rivendicate da non pochi come giuste o quanto meno naturali e quindi inevitabili, facenti parte dell'identità maschile e pertanto non reprimibili - e maledetto sia il "politicamente corretto".

Ho visto perfino scrivere - da ottime persone - che «cercare di farsela dare è biologia maschile. E punto». Come se gli esseri umani fossero soltanto tronco encefalico - cioè istinto - e non avessimo faticosamente elaborato nei millenni un'altra parte della zucca in cui abbiamo a poco a poco inserito il ragionamento, l'etica, l'empatia, le relazioni sociali, quindi anche le inibizioni laddove queste servono a rispettare l'altro, a vivere in società civile anziché nella giungla dove vince il più forte. Certo che "farsela dare" è un istinto: ma sappiamo (spero) regolarlo con quello che ci dice la parte forse un po' più evoluta del nostro cervello. Quella in cui abitano appunto l'etica, il rispetto, l'empatia.

Ma il problema più grosso forse è che questa rivendicazione diffusa dell'istinto - e quindi dell'estensione dell'io, indifferente all'altro - è uno dei tratti caratterizzanti di questi anni e non riguarda solo il rapporto tra i generi. Ha ad esempio un emblema gigantesco e vivente in politica, con Donald Trump: io sono più forte, quindi posso inquinare il mondo perché mi fa comodo, esattamente come posso mettere le mani addosso a una donna perché mi va così. In Italia, è la stessa matrice vomitevole di molta stampa di destra, quella che ha in odio il "politicamente corretto" perché mette dei limiti di comportamento, di relazione, di rispetto. Perché è un freno all'estensione istintuale dell'io, una regolamentazione alla legge del più forte.

Insomma, oggi c'è una questione che parte dal confronto di genere ma che la trascende e tracima nella società nel suo complesso. E la questione riguarda il modo in cui ciascuno di noi si rapporta all'altro da sé. Se facendo prevalere Il tronco o la corteccia, l'istinto o l'etica, l'estensione dell'io o la coscienza dell'interconnessione tra tutte le persone e le cose, che implica la limitazione dell'io istintuale.

C'è una linea, una cesura tra queste due scelte. Sono contrapposte tra loro. Dal punto di vista del comportamento, dell'etica e della politica. E valgono nei rapporti tra generi esattamente come in ogni altra occasione in cui ci rapportiamo con l'altro da noi.

Cioè sempre, se non siamo eremiti.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Al contrario di ciò che afferma la Denueve il corteggiamento è lecito,ci mancherebbe,ma senza esagerare stile polipo sfiancante, se poi si aggiunge anche un certo potere sulla "preda",direi che andiamo ben oltre al naturale approccio.
Da che mondo e mondo,si può intuire dal primi momenti di conoscenza o in tempi più maturi,un certo feeling che si instaura,ma quando non ce n'è e s'insiste é automatico definirla molestia.

L'attrice francese per quanto franca e sincera,mi è apparsa un po' sportiva diciamo così,poiché si arriva abbastanza in fretta alla forzatura,come si é letto di qualche troglodita, "tanto andrà a finire che gli piace".

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 8 gennaio 2018

Il pippone di fine anno e la classe molto fortunata del 99...











Che bello essere del ’99 oggi! Vai a votare e non in guerra

di Alessandro Robecchi

Campo minato e suggestione irresistibile. Sublime tentazione del nonnesco “Ah, vi lamentate, ma una volta si stava peggio!”, e rischio di retorica in agguato. C’è tutto questo – e altro ancora – nell’arte di maneggiare i paragoni storici. Così quando il presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ha ricordato che a marzo voteranno per la prima volta i ragazzi del ’99 (inteso come 1900) e ha tracciato un sottile paragone con i ragazzi del ’99 (inteso come 1800) che vennero mandati nelle trincee della Grande Guerra, la sensazione è stata quella di camminare su un terreno insaponato.

Sottotesto: le cose non vanno benissimo, ma ricordatevi che oggi avete diritto di voto, pace, Youtube e telefonini, mentre cento anni fa, alla vostra età, si andava a morire per la patria (ultima vittoria registrata dai libri di storia, peraltro). Paragone storico giustificato solo dall’assonanza dalla data, ovviamente, perché tutto il resto c’entra – senza polemica e anzi con un po’ di leggero divertimento – come i cavoli a merenda. Un po’ come dire, ehi, ragazzi del ’99, pensate che culo che avete oggi che potete alzarvi alla mattina e andare a votare, mentre i ragazzi del 3099 avanti Cristo passavano le loro giornate a scheggiare le pietre per fabbricare frecce e andavano a cacciare i mammut senza nemmeno il jobs act o l’alternanza scuola-lavoro.

Beh, in effetti, a vederla così, è un bel salto in avanti.

Anche i ragazzi del 1609 ebbero i loro rovesci del destino: nemmeno il tempo di compiere diciotto anni ed ecco la peste, quando si dice la sfiga. Per non parlare dei ragazzi del 1879, che a diciott’anni si misero in mente la balzana idea di chiedere diritti, lavoro e socialismo e vennero falciati, a Milano, dalle mitragliatrici di Bava Beccaris…

Ok, ok, si sta meglio adesso: il vecchio trucco di consolarsi con le sfighe del passato funziona sempre. Nel 1979, per esempio, questo articolo l’avrei scritto con la macchina da scrivere, nel 1909 a mano con il calamaio, nel ’99 avanti Cristo su fogli di papiro e prima ancora sulle tavolette di cera, che poi spedirle al giornale, sai che casino.

Dei ragazzi del ’99, quelli ricordati con orgoglio nazionale da Mattarella, tra l’altro, si ricorda il successo a Vittorio Veneto (un micidiale contropiede alla Ronaldo, dopo Caporetto), insomma, li si ricorda perché contribuirono a una vittoria, mentre si potrebbe anche ricordare che furono mandati in trincea a calci nel culo, obbligati, coscritti pena la galera per diserzione, persino molti ragazzi del ’99 per cui l’Italia, il re, Trieste, erano faccende lunari e lontanissime. Di quei ragazzi si ricorda il risultato finale (vittoria!) ma quasi mai le angherie subite, le rivolte contro i propri stessi ufficiali (leggere Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, strepitosa cronaca di quei massacri), persino la satira (“Il general Cadorna / ha detto alla regina / se vuoi veder Trieste / guardala in cartolina”).

Dicono i sondaggi che i ragazzi del ’99, intesi come Novecento, andranno a votare se va bene nel trenta per cento dei casi, uno su tre, e questo perché non si può obbligarli come si fece, mandandoli in trincea, con quelli di cent’anni fa. Il paragone, insomma, non regge. Ai ragazzi del ’99, anche se vinsero, non andò poi benissimo: se sopravvissuti alla grande mattanza del 15-18 ebbero poi 39 anni alla data delle leggi razziali, e dai 40 ai 45 nella seconda guerra mondiale. Come viatico per il futuro, diciamo, il Carso non fu granché, speriamo che le elezioni del 4 marzo, come portafortuna, funzionino un po’ meglio.

Usare la storia passata per consolarsi dell’oggi rimane però una tentazione troppo forte. Parlo di nonni, genitori a corto di argomenti, professori convinti che oggi si stia meglio di ieri e che domani si starà meglio di oggi (cosa decisamente smentita dall’andamento dell’economia, che certifica i figli oggi meno sicuri e fiduciosi dei loro padri ieri). Insomma giocare col passato per dire del presente è affascinante, ma non funziona sempre, anzi. I ragazzi del ’99 (inteso come Novecento), pur disoccupati, sottopagati, precari, incerti sul futuro, spronati a lavorare gratis perché “fa curriculum” stanno meglio dei ragazzi del ’99 (inteso come 1100) che partirono per la quinta crociata e finirono spesso sbudellati dagli infedeli. Innegabile. Che un giovane operatore di call center oggi stia meglio di Pietro Micca (specie dopo l’esplosione) è difficilmente contestabile, così come uno che partecipa al concorso per aspiranti bidelli o infermieri (tipo: ottomila concorrenti per tre posti disponibili) sia meno disperato di un adolescente precolombiano all’arrivo di Pizarro è abbastanza evidente. Però è un po’ troppo facile.

Risultato: non è vero che si stava meglio quando si stava peggio, no, no, si stava proprio peggio, e adesso si sta benone e andate a votare che fa bene alla salute.

Quanto ai ragazzi del ’49 (inteso come 900), che compirono diciott’anni nel 1968 e assistettero e parteciparono a un tentativo di cambiare gli equilibri del mondo, sognavano la “fantasia al potere” e altre amenità che oggi sembrano lontane come una carestia nell’anno Mille o una guerra nel Medio Evo. La fantasia chissà dov’è (maddai! Un’app ci sarà di sicuro, no?), ma il potere è ancora lì, sempre lui, anche quando è sereno, tranquillo, rassicurante, un po’ noioso, a dirci di non lamentarci troppo, perché cent’anni fa si stava peggio, signora mia!

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Mi piacerebbe sapere quanti 18-20enni fossero sintonizzati sul pippone di fine anno a schermi pressoché unificati,immagino pochini,ma andiamo avanti.

Si,si,non partono fortunatamente per una guerra,però la maggioranza è già partita o partirà per un non lavoro,da considerarsi tale, pressoché gratuito o da indigente nelle più rosee delle previsioni.

E questi avranno una voglia di essere rappresentati il 4 marzo,al max dal male minore…

Avanti i prossimi quelli del terzo millennio,quello andato a male già dai primi albori!

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 3 gennaio 2018

Nulla di nuovo all'orizzonte:Ricchi sempre più ricchi,poveri sempre più poveri
















Anno dei Signori 2017: ci hanno guadagnato soltanto i miliardari

di Alessandro Robecchi

Giusto perché non è ancora finito il tempo dei bilanci sul 2017, annus horribilis, ecco un dato che può generare lo sfavillante ottimismo di cui ci dicono ci sia gran bisogno. Su con la vita! I 500 uomini più ricchi del pianeta nel 2017 si sono messi in tasca giusti giusti mille miliardi di dollari, con un incremento del 23 per cento rispetto all’anno prima e insomma, non facciamola lunga: si certifica, nell’anno dei Signori 2017, che per diventare ricchi la cosa migliore è essere già molto ricchi.
La forbice della diseguaglianza non solo non si chiude, ma si apre a dismisura, in un’annata d’oro per i miliardari. Il primo della lista, Jeff Bezos, il capo di Amazon, ha incrementato la sua fortuna del 34 e passa per cento, ora è vicino ai 100 miliardi di dollari (99,6, per la precisione, cioè per arrivare a 100 gli mancano solo 400 milioni di dollari, suggerisco di aprire una sottoscrizione). Lo inseguono Bill Gates e Warren Buffet, staccati di una manciata di miliardi (91 e 85). Il primo europeo è in sesta posizione, ed è quel Bernard Arnault, francese, che vende lusso a tutti, cioè di sicuro ai suoi 500 colleghi della classifica degli uomini più ricchi del mondo. Più ricchi che nel 2016, anno in cui erano diventati più ricchi che nel 2015, anno in cui… Potete tornare indietro un bel po': nei dieci anni della crisi è gente che non si è mai fatta mancare il segno più.
Ma sì, ma sì, sono classifiche che lasciano il tempo che trovano. L’indignazione generica del momento e poi basta.
Eppure – lo dico, male, un po’ rozzamente, perdonate – queste classifiche potrebbero mettere qualche idea in testa. Per esempio che lì dentro potrebbero annidarsi i famosi soldi che non ci sono mai. Ritornello costante di ogni governo più o meno o para-liberale (non solo italiano) quando si parla di servizi e diritti è “sì, sarebbe giusto, ma non ci sono i soldi”. Ora con tutti i soldi che ti fanno ciao ciao con la manina dalle classifiche (mille miliardi di dollari in più in un anno), direi che i soldi ci sono, invece, e pure tanti, e si sa anche chi li ha in tasca.
E’ noto il ritornello liberista, che sono in realtà due. Il liberista classico dirà che ci pensa il mercato e che se uno ha cento miliardi di dollari in tasca e un suo dipendente fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, pazienza, che ci vuoi fare, è il mercato. Poi c’è il liberista moderno, smart e di sinistra, quello che dice uh, che bello i ricchi diventano più ricchi, e così anche chi lavora per loro sarà più felice. E’ un classico da Tony Blair in poi: la convinzione che se aiuti i padroni automaticamente aiuti anche i lavoratori. Una teoria interessante, che però cade un po’ a pera appena si guardano i numeri, perché i famosi padroni guadagnano mille miliardi in un anno, e i famosi lavoratori – pardon – una cippa di cazzo. Peggio: si sentono ripetere ogni giorno che i tempi sono cambiati e che devono cedere terreno e diritti. E quando la grande politica, i grandi leader mondiali (e anche i piccoli di casa nostra), parlano di diseguaglianze e di come combatterle, tendono a parlarne con Jeff Bezos e Bill Gates più che con quelli che spostano pacchi e scrivono software.
Gli anni della crisi, che hanno messo in ginocchio il ceto medio e proletarizzato tutti gli altri, in molti paesi e più che altrove in Italia, sono stati anni benedetti soltanto per i ricchi, coronati dal boom del 2017.
Naturalmente né la storia né la geopolitica, né l’economia si fanno con l’aritmetica, ma non è difficile fare due più due e capire che i soldi che mancano qui (al lavoro) sono finiti là (al profitto e al capitale), in misura eccessiva rispetto a qualsiasi decenza. Farsi rendere un po’ di quei soldi – e non soltanto in metafora – dovrebbe essere al primo punto di ogni programma che osasse chiamarsi “di sinistra”.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Ma su dai,che vogliamo che sia,verso un neo feudalesimo con i servi della gleba dotati di un minimo di tecnologia.

Attenzione però,fino a quando esisterà un diffuso welfare familiare,dopo saranno ..azzi acidi per tutti.

È il capitalismo straccione,talmente ingordo da risultare molto al di là dell’idiozia,direi assolutamente criminale!

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 29 dicembre 2017

E' iniziato "il mercato delle vacche" elettorale
























2018, si porta molto il pacatismo

di Alessandro Gilioli

A leggere l'intervista che Berlusconi ha dato al Corriere di oggi, sembra di avere davanti un autorevole e moderato statista di centrodestra: di Gentiloni dice che è stato «insufficiente» ma ne elogia «la cortesia», su Grasso si limita all'aggettivo «inelegante», poi cita John Kennedy, ipotizza uno Ius soli seppur più temperato di quello appena cestinato e infine invita «al buonsenso». Pacatissimo, insomma. E nulla a che vedere con il Cavaliere caimano, spaventoso e a tratti sedizioso che è stato per anni, dal '94 al predellino e oltre.

Non molto dissimili erano i toni dell'intervista che Luigi Di Maio ha dato ieri al Fatto: «Voglio dare stabilità al Paese», «confido che il referendum sull'euro non si debba fare perché l’Europa è molto cambiata e per l’Italia ci sono maggiori spazi per farsi sentire», «creeremo una Banca pubblica per gli investimenti sul modello francese». Approccio istituzionale, nessun aggettivo fuori posto, moderazione verbale e programmatica. E nulla a che vedere con anni e anni di blog e comizi di Grillo, non privi di insulti sprezzanti.

Di Gentiloni - "l'impopulista", non c'è neppure bisogno che vi dica: la sua conferenza di fine anno è stata una dose di benzodiazepina, tutta tesa a rassicurare, acquietare, confortare, rasserenare. E nulla a che vedere con la baldanza nuovista e un po' isterica del suo predecessore, schiantatosi un anno fa come un motociclista cocainato sulla tangenziale.

È curioso come questo Paese sia passato in pochissimo tempo da un estremo al suo opposto. Solo ieri la politica italiana era fatta di tweet deflagranti, accuse violente, promesse di rovesciamenti mirabolanti, il tutto trasmesso con toni urlati, eccitati, demagogici, elettrizzati, talvolta ribellistici se non eversivi, comunque indirizzati alla pancia, finalizzati a provocare sdegno o creare chimere di cambiamenti rivoluzionari. Con tutti e tre i maggiori leader - Berlusconi, Grillo e Renzi - impegnati in questa assordante gara.

Adesso siamo alla democristianizzazione comportamentale multipartisan, con il Di Maio statista, il Gentiloni camomilla e la versione mansueta di Berlusconi. E pure quella che un tempo si chiamava "sinistra radicale" si è scelta un leader che non viene dalla piazza, ma dagli stucchi dorati e silenti di Palazzo Madama.

Insomma, sembra che la politica non voglia più eccitare, ma sedare. Con poche eccezioni, come Salvini (che però da mesi perde consensi nei sondaggi) e qualche ultrà renziano che non ha ancora capito che è cambiato il vento. Che nove italiani su dieci non si divertono più davanti a pollai urlanti dei talk show, ma cambiano canale appena le voci accalorate si accavallano. Perfino sui social sembra che ci sia meno gente che si accanisce nei flame, avendone ormai constatato l'inutilità totale dello scambio di insulti.

È il pacatismo, chissà se una svolta o solo una fase di down dopo la sovreccitazione trasversale recente.

Intendiamoci: questa mutazione è avvenuta, con ogni probabilità, più per stanchezza che per saggezza, più per distacco che per maturazione, più per disinteresse che per educazione. Ma intanto è avvenuta.

Con tutti suoi lati positivi - evidenti - ma anche quelli negativi, cioè i rovesci della medaglia, essendo un altro estremo opposto: ad esempio il rischio che il confronto perda passione, che la moderazione si tramuti in pigra difesa del presente. Che anche nelle cose da fare - e da cambiare - tutte le vacche diventino nere.

E neppure questo farebbe bene, in un Paese sempre più declinante e diseguale, che bisogno tanto di educata razionalità quanto di trasformazioni sociali radicali.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Ma che passione ci dovrebbe essere? Gli appassionati chi dovrebbero essere? Il ceto medio ormai inesistente? I lavoratori con degli stipendi da fame e precarizzati,che l'autonomia e men che mai una famiglia non se la potranno mai permettere? O magari i lavoratori che vedono come un'oasi nel deserto,che pare un miraggio,l'allungamento della vita lavorativa,le famose aspettative di vita,maddechè?

E dulcis in fundo,prendere atto che dei politici,la quasi totalità di una scarsezza infinita,prendono vitalizi e pensioni impressionanti per un qualsiasi comune mortale...

Ah già,quasi,quasi,dimenticavo questa Europa delle banche e della finanza,che sa mettere solo barriere sul fenomeno degli immigrati e dei rifugiati vari,e che fa capire in modo vigliacco e ipocrita,di arrangiarsi,perlopiù all'Italia e alla Grecia.

C'è da appassionarsi vero? Ovunque ti giri davvero un "wonderful world",fino al 4 marzo ne sentiremo,leggeremo e vedremo delle belle,poi la solita routine vomitevole.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 20 dicembre 2017

Gli infiniti tentativi di piazzare una banca dalle parti di Arezzo...

















Dalle necropoli a Yalta: le volte in cui MEB tentò di piazzare la banca

di Alessandro Robecchi

L’elenco delle persone importanti con cui Maria Elena Boschi ha parlato di Banca Etruria verrà pubblicato a dispense: sono centoottantasei volumi di quattrocento pagine l’uno, elegantemente rilegati, ma consiglio di tenere un po’ di posto nella libreria per quando usciranno gli aggiornamenti, come una volta l’Enciclopedia Britannica. Tutti gli incontri sono stati smentiti dall’interessata, anche con roboanti annunci di querele. Nella grande opera non mancano spunti storici, di costume, le ricostruzioni testimoniali, alcune tavolette di cera, papiri, molti sms, che – come dice la stessa Maria Elena al Corriere – lei cancella raramente e quindi può usare per sputtanare o intimorire qualcuno di qui e di là, se dovesse servire.
Già in alcune necropoli etrusche sono state rinvenute iscrizioni e figure evocative che rivelano l’incessante zelo di Maria Elena Boschi. Su monete e vasellame si ritrova spesso l’effigie di questa donna bionda che tenta di vendere a tutti una banca fallita. Alcuni storici del primo secolo avanzano l’ipotesi che le ultime parole di Giulio Cesare non fossero dedicate al tradimento di Bruto, ma alla visita di una misteriosa dama, per cui prima di spirare pare abbia detto: “Oh, no, ancora quella che vuol vendermi banca Etruria!”.
Per questioni storiografiche è difficile tornare più indietro nel tempo, anche se in alcune pitture rupestri si vede chiaramente una donna che offre una banca decotta in cambio di sette pelli di mammuth, due punte di freccia e il segreto del fuoco.
Per venire a tempi più vicini, sembra che intorno al 1530 Cortés, deciso a sterminare gli Aztechi, avesse con sé una determinatissima conquistadora che lo consigliava: “Aspetta, Hernàn, prima del vaiolo proviamo a smollargli banca Etruria”. Non si sa come andò a finire, cioè se la scomparsa di alcune civiltà precolombiane vada addebitata anche a questa misteriosa spacciatrice di banche, in ogni caso lei ha tutti gli sms di Montezuma e se serve li mostrerà alla stampa.
Il Medioevo è sicuramente il periodo più difficile da ricostruire: i funzionari delle agenzie, authority, banche centrali, ministri del tesoro, consiglieri cambiavano spesso. Le testimonianze si fanno numerose, confuse, contraddittorie e sono molte le domande che restano senza risposta. Corrisponde a verità che il rogo di Giovanna d’Arco fosse alimentato, oltre che da fascine di legna, da prospetti per gli azionisti di banca Etruria? E’ vero che Bonifacio VIII era interessato all’offerta?
Di sicuro c’è che Maria Elena Boschi contattò Luigi XVI – anche grazie alla mediazione del gentiluomo uomo di corte Verdini – e che la trattativa stava per andare in porto: banca Etruria in cambio di un bilocale a Parigi, due cavalli alsaziani e un servizio di porcellane custodito a Versailles, ma quei gufi della rivoluzione francese fecero saltare l’accordo.
Pochi sanno che la famosa foto di Yalta, quella con Roosevelt, Churchill e Stalin, è un abile montaggio, e dall’inquadratura è stata cancellata Maria Elena Boschi che offriva banca Etruria al nuovo ordine mondiale. Roosevelt e Churchill non ci cascarono nemmeno per un secondo, ma Stalin ci fece un pensierino inaugurando così la tradizione dei comunisti che dicono speranzosi: “Abbiamo una banca?”. Poi non se ne fece nulla per colpa della guerra fredda. Quanto ai verbali e ai documenti custoditi nell’Area 51, in Nevada, sono secretati, ma qualcosa trapela, e sembra che una giovane donna abbia chiesto agli alieni di acquisire banca Etruria, ma senza fare pressioni.
Gli storici, com’è ovvio, studiano alacremente i molti volumi dell’opera, e cercano riscontri, anche se per una ricostruzione dei fatti sarebbero di grande importanza i numerosi sms “del mondo del credito e del giornalismo” che Maria Elena Boschi, come se fosse un avvertimento, dice di conservare.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Non è cambiato nulla,dall’utilizzatore finale su altri bersagli chiaramente,agli utilizzatori familiari per interessi vari.

La storia si ripete,essendo tutto sommato simili le forze politiche degli ultimi disastri nazionali,hanno potuto,possono ancora e potranno distruggere,ringraziando buona parte dell’elettorato e una formidabile protezione che consente quasi qualsiasi nefandezza,non essendoci eco delle malefatte tra i media compiacenti.

P.s.

Dalle ultime dichiarazioni di Ghizzoni non ci sarà solo la biondina a querelare,ho idea l’intero giglio magico…

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 15 dicembre 2017

Le contraddizioni e le mancate dimissioni di Maria Elena Boschi












CLICK IL FATTOQUOTIDIANO.IT MARCO TRAVAGLIO

Se fossimo in un Paese serio le dimissioni ci sarebbero state già molto tempo fa,ad esempio dopo il 4 dicembre 2016,lei e il suo amico avrebbero dovuto fare altro nella vita,al contrario questi personaggi ce li dovremo godere ancora per molto tempo,c'è chi li vota ancora,il che è tutto dire.

Per ciò che riguarda la querela al Direttore,un'altra medaglia al valore del giornalismo a schiena dritta,in un paese ad alta concentrazione di cortigianeria,merce rara la professionalità!

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 13 dicembre 2017

L'Italia è il Paese con il maggiore numero di poveri dell'intero continente














CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO.IT

Ma come...? Nonostante il bomba e l'ultima ruota di scorta,siamo messi così male...?

Ci manca solo più il caimano per terminare l'opera!

I.S.

iserentha@yahoo.it