martedì 14 novembre 2017

Tutti i punti per rivoluzionare finalmente l'Italia


















Anche con Feudalesimo e Libertà

di Alessandro Gilioli

Sarà che sono stato fuori dal dibattito per una settimana ma io ancora non ho capito - dal punto di vista proprio semantico - cosa c'è dentro l'invocata "unità" politica della sinistra di cui sento oggi tanto parlare.

È unità per dare ferie malattie e maternità a chi lavora nella Gig economy e dintorni?
È unità per fare i raggi X una a una alle "cooperative" (dalla sanità alla pulizia) che fanno centinaia di milioni e sottopagano i dipendenti?
È unità per alzare le imposte di successione dei milionari, che in Itaia sono tra le più basse del mondo?
È unità per avvicinarsi - almeno avvicinarsi, dico - al principio di Olivetti secondo cui "nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minimo"?
È unità contro la legge sulle pensioni che ci porta verso i 70 anni, tra le età più alte d'Europa?
È unità per far pagare il triplo - o dare in cambio tre giorni di riposo - chi lavora di domenica nelle cattedrali del consumo?
È unità per far far pagare l'Imu a chi vive in un un castello con dieci ettari di bosco attorno?
È unità per far pagare una robusta multa mensile a chi tiene il secondo e magari il terzo, il quarto appartamento di proprietà sfitto nello stesso comune in cui è di fatto domiciliato?
È unità per dimezzare - almeno - i 24 miliardi di euro all'anno di spese militari (oltre a quelli fatti passare falsamente sotto la voce "cooperazione")?
È unità per alzare le pene e abbassare le soglie perché l'evasione fiscale sia considerata un reato?
È unità per far togliere i diritti civili a vita a chi evadendo poi truffa anche l'Isee, cioè i poveri veri?
È unità per togliere il permesso di fare impresa a chi viene beccato a pagare un dipendente in regola tre ore e le altre 8 ore a nero?
È unità per far salire ogni mese del 20 per cento il conto delle aziende che non pagano il dovuto alle loro partite Iva entro entro i 60 giorni?

Se ad esempio l'unità è su queste cose - e su tante altre, ma non quelle di cui leggo in questi giorni - io ci sto eh.

Anche con Feudalesimo e Libertà, per dire

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Al di là della personale condivisione su tutti i punti che ha inserito,entrambi possiamo considerarci dei pericolosi bolscevichi in un paese come questo.

Aggiungo unicamente la lotta alla corruzione senza alcuna pietà,intesa con pene severissime per chi viene trovato con le dita nella marmellata,poichè sono costoro che hanno e stanno mettendo in ginocchio l'Italia.

Tranquilli,le ipotetiche larghe intese o la conosciutissima destra vista sino ad ora,faranno come al solito finta di nulla.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 9 novembre 2017

Come diventare ricchi con il merchandising renzusconi













Merchandising per chi non è mai stato renziano. Si diventa ricchi (o quasi)

di Alessandro Robecchi

Io ve lo dico: se ci mettiamo a vendere le spillette con scritto “Mai stato renziano” facciamo i soldi. Fate conto di metterle allo stesso prezzo delle primarie, due euro l’una, e sono cifre importanti, abbastanza per avviare un percorso imprenditoriale basato sulla cessione beni e servizi per chi vuole derenzizzarsi. Ecco i principali servizi offerti dalla nostra azienda.

Tweet predatati. Può capitare che qualcuno chieda prove provate del vostro non essere mai stati renziani. Di solito in questi casi si esibisce un tweet del 2014, o un post del 2015, si cita una vecchia battuta sulla Leopolda. Se non siete in possesso di pezze d’appoggio, la nostra azienda vi fornisce tweet e post di Facebook predatati, critici o ironici, con cui accreditarvi. La cancellazione di vostri vecchi tweet inneggianti a “Matteo che vince” è disponibile con un piccolo supplemento. Maggiorazione del dieci per cento per i tweet su “Quanto è brava Maria Elena”.

Renzisti anonimi. Il percorso di recupero personale può essere lungo e faticoso. Oltre alle riunioni, in cui ognuno racconta la sua storia, i motivi che l’hanno portato al renzismo e le ragioni per cui vuole smettere, sono possibili colloqui individuali, nei casi più gravi saranno presenti una suora e un esorcista (tariffa da concordare).

Biglietti del treno. Siamo spiacenti, la nostra azienda risolve molti problemi ma non può fare miracoli. Se siete tra quelli che hanno pensato che il treno di Renzi era una buona idea, le vostre probabilità di recupero e guarigione sono troppo basse, quindi niente rimborso.

Cancellazione selfie. Vi siete fatti un selfie con Renzi? Comparite plaudenti sotto il palco da cui parla? Sono ricordi che un uomo vuole cancellare, e anche una donna. Tecnicamente non è difficile, basta un piccolo fotomontaggio per sostituire le fattezze di Matteo con quelle di chiunque altro, il cicciottello della seconda B, oppure il collega d’ufficio che scrocca troppi caffè alla macchinetta. Qui le tariffe variano: se di quella foto vi siete vantati con gli amici dovremo raggiungerli uno per uno e potrebbe costarvi caro. Non si accettano carte di credito.

La strage dei cugini. Quante volte per sostenere una riforma renzista avete tirato in ballo vostro cugino? “Il jobs atc funziona, perché mio cugino l’hanno assunto!”, oppure “Mio cugino cerca un cameriere e non lo trova!”, o anche: “Il figlio di mio cugino si trova tanto bene con l’alternanza scuola-lavoro!”. Sappiamo che il più delle volte si trattava di cugini immaginari, ma nel caso fossero cugini veri, potrebbero lasciarsi sfuggire che non vi hanno mai detto quelle scemenze. Testimoni pericolosi, insomma. La nostra azienda si propone di eliminarli discretamente, facendolo sembrare un incidente. In questo caso la tariffa è piuttosto alta, ma si può discutere uno sconto-quantità. Supplemento per i cognati.

Certificazioni. Purtroppo la normativa Ue ci obbliga a un complesso sistema di certificazioni. Per fare qualche esempio: il codice Ue34-71-J indica chi ha smesso di essere renziano dopo i tagli alla sanità, mentre Ue61-12-F indica chi ha smesso dopo il referendum sulle trivelle. E’ un lavoro complesso e costoso, ma vi mette al riparo da brutte sorprese future. Disponibili le pergamene da appendere in ufficio con la dicitura “Non più renzista dal…” (Esempio: Non più renzista dal gennaio 2016, “Mps è risanata, ora investire è un affare”, codice Ue57-83.Y). Visitate il nostro negozio di cornici.

Assistenza. Il nostro centralino è sempre in funzione per qualsiasi chiarimento e l’ufficio commerciale valuta sconti per gruppi numerosi di gente che si è sbagliata e sente il bisogno di un percorso di riabilitazione, tipo Confindustria, Rai, gente che scrive su Il Foglio. Sconti e convenzioni con chirurgi plastici per chi “ci ha messo la faccia”.

DAL BLOG DI ALESSANDROROBECCHI.IT

Non ho necessità di alcun servizio,sia per l'ultimo fenomeno che non vuole schiodarsi manco con i titoli di Libero...

Pure per il ritorno di fiamma del caimano,anzi gli suggerirei di fare un percorso contrario per alcuni fulminati sulla via dell'elezione regionale in Sicilia.ovvero di far comparire se necessita,di avere avuto simpatie da vent'anni per mister arcore,nonostante la bollitura in un paese come il nostro pare che andrà di moda pure imbalsamato...

Sa che introiti tra l'uno e l'altro!

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 6 novembre 2017

Elezioni regionali in Sicilia:C'è chi si vergogna









CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO.IT FABIO MANENTI

Permettetemi la personale puntualizzazione,ma su un risultato del genere ci avrei scommesso da mesi,per l'assenteismo e per chi presumibilmente sta vincendo.

Questa è la Sicilia e a livello nazionale sarà molto simile,rassegnamoci tra ritorni di caimani e viaggiatori in treno sempre votati.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 4 novembre 2017

Il doppiopesismo politico e giudiziario dei giornaloni italiani by Marco Travaglio















CLICK IL FATTO QUOTIDIANO.IT MARCO TRAVAGLIO

Curiosa analisi del Direttore del Fatto Quotidiano sul doppiopesismo dei giornaloni italiani,quelli che nascondono o evidenziano secondo gli interessi editoriali,che dire siamo in un paese di "libera stampa"?

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 25 ottobre 2017

Un po' di satira e riflessioni sui referendum dell'autonomia regionale
















La Lega Nord a tre teste (non proprio allineate) e il solito Pd camaleonte

di Alessandro Robecchi

Quindi il Veneto ai veneti, va bene. I soldi del Veneto restino in Veneto, ok. E lo decidono i veneti, che è abbastanza comodo. E’ come riunire la famiglia e dire: basta, ora i soldi che guadagniamo li teniamo qui, nonno vai tu a dirlo all’Agenzia delle Entrate! Parliamo di tanti soldi, per inciso, più o meno quindici miliardi (il solo Veneto), che è poi quello che spendiamo ogni anno per non fare aumentare l’Iva a orologeria piazzata da Renzi sotto il culo di ogni governo da qui a qualche anno. Per la Lombardia siamo più o meno al doppio: 30 miliardi (anche se Maroni dice 50, punto, punto e virgola, due punti a capo, fa’ vede’ che abbondiamo!). Naturalmente è una semplificazione, perché di mezzo ci sta la Costituzione, poi le leggi, i rapporti di forza, la politica, eccetera eccetera, ma insomma, è probabile che molti che sono andati a votare – o a cliccare su un tablet, disastro – si siano figurati le Dolomiti finalmente placcate oro o le Rolls Royce in car sharing a Cernusco Lombardone. E vabbé.

In ogni caso, delle deleghe, del grado di autonomia del lombardo-veneto, del “padroni a casa nostra” (intanto i padroni veri ridono) si parlerà più avanti, non certo ora con un governo in fase terminale, aggrappato ai voti di Verdini come ai tubi dell’ossigeno, che deve portare a casa la legge elettorale. No, per ora si vedono solo gli effetti collaterali, e cioè tre Leghe Nord diverse, come se qualcuno avesse bagnato i Gremlins dopo mezzanotte e quelli si sa che – plop – si moltiplicano.

Dunque c’è la Lega di Zaia, che si scopre uomo operativo e deciso, tanto che qualcuno lo indica come anello di congiunzione elettorale tra la scimmia e il miliardario, cioè tra Salvini e Silvio. Però più che fare la battaglia della Lega, Zaia fa la battaglia del Veneto, e butta lì la sua proposta (Veneto regione autonona) senza nemmeno parlarne con Maroni, che infatti fa la faccia della mucca che vede passare il treno. Diciamolo: tra i due vincitori, Maroni è quello che sembra il fratello scemo: meno affluenza, scrutatori con le flebo fino alle quattro del mattino, risultati col lanternino, mentre in Veneto votavano con il vecchio metodo. Lo strabiliante digitale lombardo, battuto dall’analogico Veneto. Che oltretutto, e suona come uno sberleffo, prende delle decisioni senza dirgli niente. La Lega di Zaia, insomma, sembra vincente sulla Lega di Maroni. Anche perché Zaia riceve offerte da Roma e dice “resto qui”, mentre a Maroni non offre niente nessuno e deve dire “speriamo che resto qui”.
Poi c’è la terza Lega, che è quella di Salvini, prevalga la pietà. Il ragazzo, impegnato nel difficile salto carpiato di prendere voti al centro e al sud pur chiamandosi Lega Nord, dovrà andare a Napoli, a Palermo, a Bari, a Roma, a dire che no, cari, non è come sembra, posso spiegarvi… Insomma, un po’ difficile, e quindi si continuerà sulla stessa strada: Salvini sempre in tivù che fa la propaganda della Lega (gli stranieri nei ristoranti stellati e gli italiani alla Caritas, la solita solfa), e le regioni del nord che fanno la vera politica della Lega, quella dei soldi e dei poteri.

Siccome si parla spesso delle liti a sinistra, che sono il grande romanzo tragicomico del paese da almeno un trentennio, si metta almeno agli atti che a destra non sono poi così uniti. C’è Silvio, eterno revenant come in una fiction sugli zombi a New Orleans, due o tre Leghe Nord, un po’ di patrioti del “quando c’era lui”, i sovranisti antieuropeisti, ma anche il presidente del parlamento europeo. Un bel casino, insomma, anche tenuto conto che andranno quasi certamente a governare con quel che resta del Pd che nel frattempo, anche sul referendum (vero o presunto) del nord non ci ha capito niente: come mettere un camaleonte su una tela scozzese, si confonde un po’, poveretto.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

L’ironia e la satira ben venga su qualsiasi argomento,devo però confessare che sulle tasse regionali ho qualche remora a riguardo,poichè non possono esistere all’infinito,dura dal dopoguerra,regioni virtuose e regioni che non lo sono per nulla,anzi.

In Piemonte chissà se ci sarà mai un referendum a riguardo,posso anticipare che voterò a favore dell’autonomia,nonostante le perplessità a riguardo,poichè le schifezze prodotte dalle regioni autonome non sono mancate in questi decenni,Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige comprese.

Ma si sa,non siamo nelle fredda scandinavia,qui le risorse sociali sono viste come un bottino da assaltare,in ogni caso gli zebedei girano notevolmente quando si pagano le tasse fino all’ultimo centesimo e nel caso serva un’analisi-visita medica approfondita di una certa urgenza,ci si deve rivolgere al privato.

P.s.

Non sono ovviamente legaiolo e tanto meno berlusconiano,penso che si sappia,ma costoro in un battibaleno nonostante le distanze si avvicinano in un nanosecondo pur di governare,particolare inimmaginabile tra i rissosi della solita sx.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 24 ottobre 2017

Andiamo oltre Moretti e Sordi nel disastro sociale esistente










CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO.IT ANDREA SCANZI

Non sono d'accordo,Alberto Sordi è stato un grande attore,ma ha rappresentato in quasi tutte le interpretazioni l'italiano furbo e scaltro che ha fatto danni enormi e che continuano purtroppo.
Nanni Moretti fa parte di un'ideologia del secolo scorso quando la sx poteva competere in quella società,e di riflesso con le sue pellicole,ora con il massacro sociale esistente e la difficoltà di invertire un trend del genere,poichè non c'è manco più il lavoro d'un tempo dove poter far leva,affermare qualcosa di sx appare quasi impossibile.

Lasciamo intatta la memoria di una grande attore,piccolo,piccolo però,e il ricordo dei bei tempi che furono del regista-attore un po' spigoloso,ma cerchiamo altrove le risposte del quotidiano e soprattutto del domani.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 19 ottobre 2017

Ci risiamo con il valzer tra Pd e Mdp

















Fiori, cene, posti in lista: il cavalier Matteo torna dall’amata (?) sinistra

di Alessandro Robecchi

Ora che per sapere dove si trova Matteo Renzi basta consultare l’orario dei treni, è forse il momento di fare il punto sulla situazione sentimentale del nostro eroe, impegnato in questi giorni in una faticosa riconquista. Siamo a un passo dal canto medievale, con il principe che corre lancia in resta alla riconquista dell’amata (la smorfiosa principessina Sinistra), sempre che l’amata dimentichi tutti gli schiaffoni ricevuti, di essere stata rinchiusa nella torre, di essere stata derisa e umiliata davanti alla corte, periodicamente abbandonata, tradita con Verdini, e altro ancora.

Del resto, inventarsi una legge elettorale che premia le coalizioni senza avere nessuno con cui coalizzarsi denota un certo sprezzo del pericolo, tipico di certi cavalieri delle fiabe, per cui recuperare la sinistra diventa una specie di mossa obbligata: l’amata non è amata per niente, anzi al nostro eroe sta parecchio sulle palle, ma bisogna riconquistarla lo stesso. “Cambio di strategia”, “indubbiamente una svolta”, ci dice il Corriere della Sera annunciando la nuova Chanson de Matteo. Ecco alcuni consigli, e le cose che possono andare storte.

Mandare fiori. E’ una mossa scontata ma fa sempre piacere. Purtroppo le reazioni non sono univoche. D’Alema è allergico, Bersani dice “Non fiori ma opere di bene, tipo togliere il ticket sulla sanità”, Civati fa un convegno coi verdi sulla floricoltura. Sul bigliettino ci doveva essere scritto, “Cara, vediamoci, parliamo”, invece l’ha scritto Ernesto Carbone e insieme alle rose è arrivato: “Ciaone”. Pensarne un’altra, subito!

L’invito a cena. Cosa c’è di meglio che parlarsi guardandosi negli occhi? Peccato che alla cena di riconciliazione, Matteo stia tutto il tempo attaccato al cellulare cercando citazioni colte per far colpo. Dopo aver citato De Maistre, il film Dunkirk, Recalcati, Tom & Gerry, Obama e Rita Pavone se ne andrà dimenticandosi di pagare il conto. Dannazione! Ritentare!

Il week end a Parigi. Quella che rimane l’arma fine-di-mondo della riconquista amorosa va maneggiata con cura. Andiamo, chi non cederebbe a un fascinoso fiorentino passeggiando sul lungosenna, mano nella mano tra le viuzze romantiche del quartiere latino? “Ah, proprio vicino a dove insegna Enrico Letta!”, dice Bersani, e così scappa tutta la poesia. Ognuno torna nel suo albergo, solo e triste. Provarne un’altra, subito!

Posti in lista. Più dei fiori, più dei gioielli, ecco un omaggio che dovrebbe funzionare. Una manciata di posti in lista per l’amata che fa la preziosa e non vuole tornare. Del resto dopo aver piazzato i fedelissimi, i millenials offerti da un’agenzia specializzata, gli yesmen, Veltroni perché è andato al compleanno, soci e amici, qualche posto per la sinistra in collegi in cui si perde di sicuro si troverà. E’ come regalare vetri di bottiglia in una scatoletta con scritto Tiffany, ma magari qualcuno ci casca.

Se no vince la destra. Secondo alcuni esperti, è la frase amorosa che funziona meglio, anche più di “Ti ho sempre amato” e “Per me esisti solo tu”. Siamo alla fase “in ginocchio” della riconquista amorosa, quando il nostro eroe passa all’implorazione ed evoca scenari apocalittici: se l’amata non tornerà con il principe vinceranno le forze del Male, cioè quelle che hanno votato con lui il Rosatellum. Matteo si è pure portato il discorsetto scritto su “Se non torni con me vince la destra”, ma mentre lo estraeva dal portafoglio gli è caduta sul tavolo la foto di lui abbracciato a Marchionne. Che disdetta! Pensarne un’altra, subito!

Potrei non fare il premier. E’ l’ultimo stadio dell’amor cortese: l’amoroso si annulla per amore dell’amata. “Se tu torni a casa, io smetto di fare il candidato premier”, è un po’ come Lancillotto che vende il cavallo: non ci crede nessuno, ma fa molta scena e commuove il pubblico più sensibile.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Siamo al grottesco,conosciamo il coccodrillo toscano e le lacrime dopo aver sbranato le vittime,e conosciamo Bersani,D’Alema & company,che sono come quello che torna a casa tumefatto dalle botte prese e dice alla moglie,lo sai quante gliene ho dette…

Mi spiace ma su questo argomento non riesco a sorridere amaramente,è il solito teatrino della presa per i fondelli,di coloro che sbattono la testa quotidiamente per sopravvivere e c’è qualcuno da sopra che gli urina addosso.

Il che si fottano tutti insieme,mi pare più che legittimo!

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 17 ottobre 2017

Chiamiamo le morti bianche,morti sul lavoro
















Nulla di candido

di Alessandro Gilioli

Se chiedete ai giornalisti perché scrivono “morti bianche” riferendosi a chi lascia la pelle sul lavoro, molti vi risponderanno con un “boh, si usa così”. Insomma abitudine, pigrizia intellettuale, conformismo, i soliti mali del nostro mestiere.

Fu il linguista Giorgio De Rienzo a spiegare che «l’uso dell’aggettivo “bianco” allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente».

Così, in sostanza, si dà per scontata la fatalità, la casualità dell’evento, un po’ come per le morti in culla dei neonati, chiamate anch’esse “bianche”.

Nel 2008 lo scrittore Marco Rovelli (nel suo libro “Lavorare uccide”) contestò quell’espressione «che purifica e cancella ogni macchia, cosicché nessuno sarà chiamato a risponderne».

Più di recente un operaio metalmeccanico toscano, Marco Bazzoni, ha deciso di scrivere a ogni testata che usa quel modo di dire così falsificatorio, ottenendo talvolta ascolto nelle redazioni più sensibili e meno pigre.

Bazzoni è un grandissimo rompiscatole che ha quasi sempre ragione.

No, non esistono le morti bianche. Esistono le morti sul lavoro (peraltro in aumento) che hanno sempre una causa e mai nulla di candido.

Proviamo tutti a ricordarcelo, mentre parliamo, mentre scriviamo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Non mi sono mai informato sulla origine di come si sono definite le morti sul lavoro,denominate come bianche,ma al di là dell'imbarazzante significato voluto dal tal De Rienzo,non ho mai avuto dubbi sulle pesanti responsabilità nella stragrande maggioranza sulle morti dei lavoratori.

La mancanza delle più semplici sicurezze sul lavoro sono all'origine dello sterminio,poichè di questo si tratta,essendo un migliaio nel 2016,al ritmo di almeno 3 persone che perdono la vita nel vivere onestamente sbarcando il lunario 8 o più ore al giorno.

Bene fa chi denuncia quotidianamente l'orrore,definendolo per quel che è,morti sul lavoro,sperando frequentemente invano,che i responsabili vengano severamente puniti per legge.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 11 ottobre 2017

Tutte le catastrofiche mediazioni di Pisapia















Esclusivo: ecco a voi l’agenda con le prossime mediazioni di Pisapia

di Alessandro Robecchi

L’abilità di Giuliano Pisapia come mediatore è ormai nota nel mondo e oggetto di grande ammirazione. Al termine di una complessa operazione di intelligence, Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con il mago Otelma e Belfagor, sono in grado di anticipare le prossime mosse di Pisapia, volte a portare pace e stabilità sul pianeta.

13 ottobre. Pisapia riunisce Spagna e Catalogna. Trasportato in una località segreta con un furgone della Guardia Civil, Giuliano Pisapia ha messo in campo le sue doti di mediatore nella grave crisi spagnola. L’incontro è iniziato alle 14. Alle 15.30 l’Andalusia ha proclamato l’indipendenza, alle 16 le Asturie hanno fondato un impero e Alicante ha chiesto l’annessione all’Honduras. L’incontro si è concluso cordialmente, e Pisapia è stato subito riaccompagnato al confine e ringraziato del suo generoso tentativo.

17 ottobre. Pisapia si offre all’Atalanta come mediatore tra reparti, nel ruolo di trequartista. Malumore tra i tifosi. Sette giocatori chiedono asilo politico al Milan, si dimette l’allenatore. Pisapia ringrazia della disponibilità al dialogo e si allontana velocemente.

26 ottobre. Pisapia risolve il caso Cesare Battisti. Grazie alla mediazione di Giuliano Pisapia l’annosa questione dell’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile è risolta: lui verrà estradato e Pisapia andrà in Brasile. Favorevoli Pd, Mdp, Si, Calenda e suo cugino, quel che resta dei montiani, i verdiniani incensurati e tutti gli altri. Contrario Pisapia, che ci ripensa e ritira l’offerta.

30 ottobre. Chiamato dai vicini a notte fonda in un bilocale della Bovisa, a Milano, Giuliano Pisapia ha mediato fino all’alba in una lite tra coniugi, cercando di avvicinare le posizioni e di evitare che si passasse alle vie di fatto. Grazie alla sua mediazione, la lite si è sviluppata in tutto il palazzo per poi propagarsi nel quartiere, con saccheggi e incendi. Tutti hanno lodato il generoso tentativo di Pisapia, ma lo hanno pregato di allontanarsi.

3 novembre. Pisapia si offre al Pd per mediare con gli elettori del Pd. Un generoso tentativo rimasto inascoltato.

4 novembre. Pisapia interviene nella vertenza Ilva proponendo una mediazione di buon senso. Invece che quattromila esuberi e diecimila lavoratori pagati meno, suggerisce diecimila esuberi e quattromila lavoratori pagati meno. Al termine della trattativa lascia Taranto nottetempo, travestito da donna, nel bagagliaio di un’auto.

5 novembre. Congresso: pandoro o panettone in vista del Santo Natale? Giuliano Pisapia si offre come mediatore nella storica faida che divide le famiglie italiane.

10 novembre. Pisapia si offre a Mdp per mediare con gli elettori di Mdp. Un generoso tentativo ancora da valutare.

12 novembre. Pisapia e la crisi coreana. Forte della sua fama nella composizione dei conflitti, Giuliano Pisapia si è offerto di mediare tra Donald Trump e Kim Jong-un, proponendosi per colloqui di distensione. Semplice il piano di lavoro: i coreani potranno tenersi le atomiche ma dovranno diventare americani e dimostrarlo nel modo più lampante: sparandosi addosso spesso tra loro. Prime reazioni: la Corea ha lanciato seicento missili in mare e il Pentagono ha spostato tre portaerei nel golfo di Laigueglia. Pisapia è tornato in Italia, lodato per il generoso tentativo.

20 novembre. Pisapia si offre come mediatore tra tutti i giornali che insultano D’Alema e gli altri giornali, quelli che insultano D’Alema. Per una volta la mediazione riesce.

26 novembre. Il governo Messicano e i narcos firmano finalmente un comunicato congiunto: chiedono a Giuliano Pisapia di rinunciare alla sua pur generosa opera di mediazione nella guerra che insanguina il paese per non peggiorare la situazione.

30 novembre. Avviata la mediazione di Giuliano Pisapia con gli elettori di Pisapia: dalle 15 alle 15.10 ha telefonato a tutti.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Alcuni punti mi hanno fatto ridere più di assistere alle performance di Crozza,del resto qualche testo se lo può giustamente tenere per se…
Quello del 30 ottobre degenerato in una guerra civile nel quartiere,lo ritengo il migliore.

Ritengo l’ultimo topolino-pisapia partorito dalla montagna della Sx,perfetto nel catastrofico momento della medesima.

Un tempo la satira divertiva soprattutto con la Dx e i democrociati,oggi le migliori prese per i fondelli arrivano tramite il renzismo con scappellamento deluchiano,Pisapia è l’ultima meteora che tramonterà presto,addirittura e solo per alcuni,persino il baffettino ex velista sta prendendo punti,il che è tutto dire nel disastro politico quotidiano.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 9 ottobre 2017

Come potrebbe essere facile esercitare delle effettive politiche sociali















Allargare

di Alessandro Gilioli

"Allargare" è un verbo di facile significato ma che contiene tante cose diverse.

Giuliano Pisapia l'aveva inteso come una sorta di virtuosa ricucitura di una sinistra (anzi di un centrosinistra, di un Ulivo, di un'Unione etc) che dalla fine del ventennio berlusconiano si era divisa in una continua diaspora.

Una diaspora che era cominciata prima di Renzi (il mio modesto libro con quel titolo era uscito poco dopo la fine del governo Letta): era iniziata cioè alla fine del 2011, quando era stato messo nel ripostiglio delle cose inutili il grande ombrello che aveva tenuto tutti uniti - l'antiberlusconismo, appunto - e così a sinistra si era posto il leggerissimo problema di esistere e proporsi con un'identità propria e con proposte proprie, non più solo come alternativa per fermare l'avversario.

E lì, appunto, erano iniziati i problemi.

Pensate ai tempi di Monti, all'entusiasmo con cui una parte del Pd (quasi tutto) ne accolse le riforme rigidamente ispirate all'austerity volute dalla Troika, fino alla mitica frase «Il mio programma è l'agenda Monti più qualcosa», copyright Pierluigi Bersani. Pensate al fiscal compact e al pareggio di bilancio votati come fossero aspirine. Pensate al caos dopo le elezioni del 2013, ai 101 contro Prodi, alle larghe intese con Berlusconi. Pensate alla diaspora tra chi puntava al reddito minimo e chi invece si ispirava al volumetto ideologico "Il liberismo è di sinistra". Pensate all'abisso tra Ichino e Landini, insomma, e avete un'idea di come la diaspora stesse deflagrando, ancor prima di Renzi.

Poi è arrivato Renzi e no, le cose non sono migliorate. Per una questione di scelte politiche che hanno ulteriormente diviso (Jobs Act, Buona Scuola, Sblocca Italia, Riforma costituzionale Boschi etc) e - inutile nasconderlo - anche per una certa spocchia che Renzi ha sempre mostrato verso chiunque si collocasse alla sua sinistra - gufi, professoroni, palude, vecchi gettoni telefonici, accozzaglia, fino all'esiziale "Ciaone" del suo fido Ernesto Carbone.

La diaspora è così diventata una profonda frattura politica e anche umana.

Giuliano Pisapia è un frutto riuscito del 2011. Forse il miglior frutto di quella stagione. Di quando cioè la diaspora non era ancora esplosa, anche se stava per.

L'ultimo voto altrettanto unitario e convinto della sinistra arrivò subito dopo, nei referendum su acqua, nucleare, e legittimo impedimento.

Ma era appunto il 2011. La vigilia dell'inizio della diaspora, quando tutte le contraddizioni e le contrapposizioni sarebbero venute a galla.

Il tentativo di Pisapia di ricucire questa frattura che dura da sei anni è stato tanto eroico quanto improbabile. "Contrario alle leggi della fisica", dice oggi Asor Rosa sul Fatto. Perché le ragioni politiche della frattura erano già potenzialmente profonde prima di Renzi e con Renzi sono esplose fino all'odio personale reciproco.

E qui - anche al netto delle contrapposizioni personali e/o tribali - importano poco le definizioni reciproche , tipo "Renzi è di destra" da una parte o "inutile sinistra tafazziana di testimonianza" dall'altra. Importano invece le cose concrete, quella fatte e quelle non fatte. Di nuovo: il Jobs Act, il demansionamento, il telecontrollo, il boom dei licenziamenti disciplinari, il reddito minimo sì o no, il welfare universale, le scuole pubbliche, i voucher e la regolazione della gig economy, le pensioni (ci avviamo verso l'età pensionabile più alta d'Europa), le imposte di successione (qui invece siamo tra le più basse del mondo), le spese militari, i lager libici voluti da Minniti etc etc.

Insomma, sì: non è facilissimo ricucire chi voleva una cosa e chi il suo contrario, solo perché sette anni fa si era tutti antiberlusconiani.
Non è facile ricucire chi è d'accordo con Piketty e chi con Alesina-Giavazzi. Chi guarda a Corbyn e chi a Macron.

È andata quindi come doveva andare.

E a me personalmente dispiace soprattutto che il confronto-scontro alla fine si sia declinato più su personalismi e battibecchi che non sulle cose concrete di cui sopra, che poi sono quelle veramente scriminanti.

Tuttavia, per fortuna, "allargare" è - come si diceva - un verbo che contiene tante cose diverse.

Può voler dire allargare nel Palazzo a Tabacci, Sanza e magari Boschi e Calenda; oppure può voler dire allargare a quei milioni di italiani che - come in Gran Bretagna, come in Francia, come in Spagna, come negli Stati Uniti - potrebbero essere interessati alle discriminanti sociali di cui sopra: for the many, not the few.

Insomma, a ciò che per pigrizia o tradizione chiamiamo "sinistra".

Che non è quella cosa che serve "a fermare la destra", ma a fare cose di sinistra.


DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE


Siamo arrivati al 2017 e delle liti personalistiche tra costoro penso che interessino a pochi,oltre sfruculiare gli zebedei in modo insopportabile.

Se non si è riusciti a capire che fare politiche diverse dall'epoca di Monti in poi,verso le famiglie,l'occupazione possibile,contro le disuguaglianze da reddito, con una forbice sempre più ampia tra pochi eletti e il resto dei lavoratori,sugli investimenti della pubblica istruzione,lottando senza pietà contro la corruzione e l'evasione fiscale,e il magna,magna sulla sanità,rendendola più efficace combattendo gli sprechi.

Questi sono alcuni punti tra i più importanti da portare sul dibattito elettorale,senza rincorrere le solite sirene centriste che ce la mettono in saccoccia da decenni,allora meglio alzare bandiera bianca e arrendersi a ciò che abbiamo visto sino ad ora.

Un consiglio a Pisapia,invece di trovare armonie dall'esterno con Renzi e soci,si immerga direttamente al suo interno,altrimenti diventa una comica surreale.

I..S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 5 ottobre 2017

Poletti alle prese dei ritmi circadiani dei lavoratori
















Poletti e i ritmi circadiani dei lavoratori italiani:aritmie e pance vuote

di Alessandro Robecchi

Nel congratularsi con i tre vincitori del Nobel per la medicina che hanno scoperto il gene dei ritmi circadiani del nostro corpo (Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael Young), corre l’obbligo di segnalare una grande dimenticanza dell’Accademia svedese. Un altro grande scienziato che ha studiato i tempi di vita degli umani, purtroppo non premiato, è Giuliano Poletti, ministro del lavoro in Italia, famoso per le sue sperimentazioni sull’armonia dei ritmi di vita. Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’università di Tubinga, ha analizzato i suoi esperimenti su un grande campione di cavie umane. Insomma, i ritmi circadiani di un giovane lavoratore italiano nell’era della grande flessibilità. Ecco i risultati.

Ore 6.45. Aumento della pressione sanguigna. Colazione. Fine della secrezione della melatonina. Primo lavoretto, pagato in voucher. Ma l’autobus non arriva. Motorino. Si alza o si abbassa la temperatura corporea (secondo stagione). Riflessi in ripresa, per fortuna.

Ore 9. Massiccia ma inutile secrezione di testosterone: il nostro soggetto è fermo a un semaforo mentre corre contando i secondi dal lavoretto numero uno (voucher) al lavoretto numero due (lavoro a chiamata), così tiene lontani i pensieri licenziosi.

Ore 11.30. Massima vigilanza di sinapsi e cellule cerebrali. Il nostro soggetto cerca di non farsi affibbiare tre ore in più di straordinari non pagati. Sono attimi di massima attenzione unita ad acuta consapevolezza: se non stai attento, qui ti salta il terzo lavoretto e i ritmi circadiani di tutto il mese, specie l’affitto, possono collassare.

Ore 14-15. E’ il momento della giornata in cui sono ai livelli massimi coordinazione e velocità di reazione, situazione perfetta per il cottimo (terzo lavoretto) misurato da una app che segnala il tuo rendimento a un algoritmo, che telefona al capo della start-up, che ti fa il culo.

Ore 17. Intervallo di massima efficienza cardiovascolare, molto utile quando il nostro soggetto apprende che la cooperativa che lo aveva assunto per il quarto lavoretto si è sciolta, ne è nata un’altra, e lui verrà pagato meno. Un simile avvenimento alle quattro del mattino (minima temperatura corporea) potrebbe arrecare danni al sistema nervoso, ma nel pomeriggio il soggetto può sopravvivere. Cioè, speriamo, perché deve correre al lavoretto successivo.

Ore 19. Perfetta efficienza del sistema e massima pressione sanguigna. E’ un peccato, perché il nostro soggetto scopre che il suo incarico (pagato in nero) è ora svolto da uno studente in alternanza scuola-lavoro costretto a farlo gratis e non, come lui, a due euro all’ora. Rischio di scompensi cardio-circolatori nei soggetti più fragili. Rischio di sbalzi d’umore (sindrome depressiva) quando il soggetto pensa alla sua laurea.

Ore 21. Lucidità moderata, inizio del rallentamento del ritmo circadiano. Il nostro soggetto può dedicarsi finalmente al suo hobby: consegnare pasti caldi a clienti che hanno ordinato con una app, pagato come un portatore aborigeno del 1700, ma in bicicletta. E’ il momento della giornata in cui l’orologio biologico suggerisce il relax e la preparazione al sonno, ma suggerisce anche di sperare in buone mance, perché senza quelle la retribuzione sarebbe ridicola.

Ore 24. Casa. Divano. Massima secrezione di melatonina e sonno, ma ancora qualche attività cerebrale. Il nostro soggetto valuta le prestazioni circadiane della giornata (26 euro e quaranta, più le mance) garantite dal perfetto funzionamento del suo orologio biologico, ma soprattutto della sveglia, che domani mattina suona alle sei e mezza. E’ il momento dell’abbassamento delle pulsazioni e del calo della consapevolezza. Peccato, perché addormentandosi come un sasso, il nostro soggetto non può leggere gli allarmati editoriali sulla tragedia degli italiani che non fanno più figli.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT


Poletti,il renzismo,la globalizzazione,sono tutti primi attori di aver cancellato e rovinato intere generazioni,nel precludere qualsiasi tipo di avvenire,almeno come lo è stato dal dopoguerra sino ad ora per chi li ha vissuti,naturalmente.

Un danno ormai irreparabile che non ha dato momentaneamente grandi conseguenze,forse toccherà aspettare ancora un po’però…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 27 settembre 2017

Se sono scontenti in Germania figuriamoci altrove


















Ma guarda che strano: la Germania non è poi un paradiso terrestre

di Alessandro Robecchi

Naturalmente della Germania non sappiamo niente. Anzi sì, sappiamo la vulgata tradizionale, la narrazione corrente, il luogocomunismo (unico comunismo rimasto sul pianeta) per cui quando pensano o nominano la Germania, politici e commentatori di qui impastano un semilavorato di invidia e ammirazione: eh, però la Germania! Ora che la famosa Germania si scopre un po’ fascista, con l’estrema destra al tredici per cento e alcuni simpatizzanti del Terzo Reich che entrano in parlamento, comincia ad affiorare qualche brandello di realtà.

Raccontata solitamente come poderosa locomotiva, dove gli operai siedono nel Cda delle grandi imprese, ed efficienza e ordine tirano tutto il carro, la Germania si scopre oggi – colpo di scena – un po’ meno gloriosa. Impazzano i mini-jobs, un trucchetto che pare italiano per contare come occupati anche quelli che portano a casa due euro, per dirne una. Risultato: regnante la signora Merkel, la disoccupazione è scesa (dall’11 al 4 per cento), ma sono aumentati i lavoratori tedeschi che vivono in povertà (dall’11 al 17), il che significa che si è svalutato il lavoro, né più e né meno che negli altri grandi paesi europei (qui facciamo malamente eccezione: la povertà aumenta, ma la disoccupazione non cala). In queste condizioni è abbastanza facile prendere il povero, scontento e incazzato tedesco, mostrargli un immigrato e dire che è colpa sua. E’ un trucchetto vecchio come il mondo, che in Germania conoscono bene. Si aggiunga che nei posti dove AfD ha vinto di più, soprattutto a est, gli immigrati non ci sono, ma abbondano altri problemi che sono quelli di un sistema economico che “ottimizza” il suo funzionamento schiacciando verso il basso milioni di cittadini: i poveri più poveri, il ceto medio spaventato e sempre sull’orlo di diventare povero pure lui.

I fascisti-rivelazione delle elezioni tedesche sbandierano lo slogan “Prima i tedeschi”, che fa scopa con il “Prima gli italiani” di Salvini e fascistume nostrano, che fa briscola con “La Francia ai francesi” della signora Le Pen. In pratica si dice al povero tedesco che se è povero è colpa di uno più povero di lui che va lì, e non di un sistema che permette al dieci per cento di tedeschi di possedere il 59 per cento della ricchezza: la Germania è leader europea anche nella diseguaglianza sociale.

A fronte del fatto che non si riesce a redistribuire decentemente la ricchezza, si indicano come nemici quelli che di ricchezza non ne hanno. E del resto negli ultimi dieci anni in Europa i lavoratori poveri (occupati ma sotto la soglia di povertà) sono aumentati ovunque. Le forze politiche tradizionali (centro, centrosinistra, larghe intese, Grosse Coalitionen) da Parigi a Berlino, da Roma a Madrid, hanno tutte più o meno agevolato questa ottimizzazione liberista a scapito dei loro cittadini. E non a vantaggio dei poveri migranti, ma della rendita, dei grandi capitali, delle grandi aziende, della finanza. Insomma, “Prima i tedeschi” andrebbe detto a quei pochi tedeschi che sono diventati molto ricchi a scapito di moltissimi tedeschi che sono diventati più poveri. E lo stesso vale per chi dice “prima gli italiani”, ovviamente.

Tutto questo sembra un poker col morto. C’è chi vince (il capitale), c’è chi perde (il lavoro) e c’è il morto, che sarebbe la sinistra, ormai inadatta al suo ruolo storico: o lo recupera mettendosi sul serio dalla parte del lavoro, o diventa, come pare oggi, solo un grande equivoco semantico. Dire “sono di sinistra” e fare politiche di destra che aumentano le diseguaglianze – qui siamo maestri – apre le porte al peggio. Poi, come in Francia, bisogna scegliere il meno peggio: le politiche sociali ed economiche delle Merkel, dei Renzi, dei Macron creano fascismo, e ci diranno che bisogna votare le Merkel, i Renzi e i Macron sennò arriva il fascismo.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Diamo atto alle stelle una tantum,almeno non fanno gonfiare a dismisura realtà come casa pound e forza nuova,poiché a naso la voglia nostalgica del ventennio pare aumentare ogni giorno di più.

Nel breve medio termine col sistema elettorale vigente,sarà il centro a tenere mettendo insieme da renzi-berlusca-alfano,e poi fra tanti anni chissà?

Una buona notizia arriva dalla Germania,i neonazi entrati in parlamento sono già divisi nettamente,ormai a dx e a sx le divisioni paiono sempre più una comica per risultare credibili.

Infatti per un Pisapia in appoggio esterno al Pd,a quanto pare,gli altri per fare numero bisticciano su qualsiasi motivo,Il populismo o il vecchio proletariato molto probabilmente può ancora aspettare,se gli estremi risultano pietosamente sprovveduti in questo modo.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 19 settembre 2017

lunedì 18 settembre 2017

Ius Soli per chi vive da anni onestamente in Italia










CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO DIEGO FUSARO

Lo ius soli e l'impoverimento sociale di cui siamo testimoni,non vedo come possa legarsi.
Che si allarghi sempre di più una forbice sociale è indubbio e senza senso a parer mio,e qui più che riconoscere la cittadinanza a chi ne ha diritto,ci sarà da rimboccarsi le maniche sul piano dello sfruttamento del lavoro,a costo zero nulla sarà dato per gentil concessione dai potenti.

Però a me sembra corretto che dopo un certo numero di anni,se si è rimasti nella legalità ed aver contribuito all'economia del paese,questi abbiano diritto al riconoscimento anagrafico.

Detto ciò,non sono d'accordo che basti nascere all'interno dei confini italiani.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 16 settembre 2017

I ripetuti e farlocchi "domani mi ritiro dalla Tv e non solo"












CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO.IT LUISELLA COSTAMAGNA

Integralmente d'accordo con lei,del resto il caso più eclatante è successo dopo il 4 dicembre dello scorso anno,sia lui che l'amica damigella d'Arezzo sono ancora al loro posto,fare altro nella vita potrebbe risultare faticoso e soprattutto assai meno remunerativo.

Ma allargo il discorso su un'altra realtà che non ha senso a parer mio,ovvero chi avrebbe i requisiti d'andare in pensione e non lo fa,o meglio intasca la pensione e continua a lavorare come dipendente nella stessa azienda,ma con partita iva.

Ebbene,a parte la deontologia che va sotto ai piedi di costoro,con i tempi che corrono,continuare a lavorare con tutta la disoccupazione esistente,non so a lei ma a me fa venire la nausea,saprei io come demotivarli pesantemente,congelandogli la pensione fino a quando non lavoreranno più,e nel caso dovessero farlo in nero,se pizzicati gli darei una multazza che se la ricorderebbero per sempre.

E così un pezzettino di disoccupazione si sbloccherebbe!

I.S.

iserentha@yahoo.it