venerdì 2 dicembre 2016

Quante fregnacce per il SI al referendum













CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO LUISELLA COSTAMAGNA

Al netto delle falsità che hanno sparso in tutto questo tempo e le disastrose paure che hanno infuso,è mancata solo l'invasione delle cavallette,ma solo perchè siamo a dicembre non l'hanno adombrata,la pessima riforma che vorrebbero far passare è appoggiata da una sola forza politica o poco più,inutile citare chi conta praticamente nulla,dall'altra parte la cosiddetta "accozzaglia",che va dall'Anpi sino ad arrivare alla destra più profonda,da un po' fastidio ma che ci possiamo fare è un referendum,da lunedì ognuno andrà per la sua strada come sempre è stato.

Sulla carta cara Luisella non ci dovrebbe essere partita sull'esito della riforma,al contrario se lunedì la riforma Boschi & Verdini godrà della maggioranza degli elettori,ci saranno due considerazioni importanti da fare,la prima che hanno fatto un ottimo lavoro,nonostante tutto,la seconda che come al solito gli italiani pur non avendo simpatie per il toscano,si sono fatti convincere dal solito imbonitore a cui siamo abituati da molto tempo.

E sarebbe la parte più avvilente dopo aver vissuto vent'anni col caimano,il nuovo imperatore lo incoronano proprio loro.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 23 novembre 2016

All'insegna del post qualsiasi cosa


















La post-verità, il post- soffritto e noi post-cretini

di Alessandro Robecchi

Il dibattito sulla post-verità (l’Oxford English Dictionary ha eletto Post-Truth come parola dell’anno) sembra leggermente post-datato. Le sorti del mondo sarebbero messe in forse dal fatto che milioni, forse miliardi, di persone credono alla prima fregnaccia che dice la rete, invece di leggere il New York Times sulle poltrone in pelle del circolo del bridge. C’è del vero, probabilmente. E del resto se i media ufficiali cavalcano questa cosa della post-verità è anche per non ammettere il fallimento: non sappiamo più leggere la società (Trump, Brexit, eccetera). Ma questi sono discorsi complessi, per esperti. Ci limitiamo a scorgere piccoli segnali di post-verità che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

Il post-soffritto. In una bella intervista al Corriere della Sera, il famoso cuoco Massimo Bottura, il più bravo del mondo, dicono, ci spiega cos’è la narrazione ai fornelli. “Dovevo fare una carbonara per duemila persone, ma avevo bacon per due porzioni. L’ho tagliato a fettine sottilissime e le ho stese sulla teglia. Poi ho preso delle bucce di banana. Le ho sbollentate, grigliate, tostate in forno. Alla fine erano affumicate, croccanti. Le ho fatte a cubetti, ricoperte di un altro strato di bacon e rimesse in forno: il bacon si è sciolto; le bucce di banana parevano guanciale”. Perfetto, pare la ricetta delle riforme renziane, tipo il Jobs act al sapore di tempo indeterminato (tagliato finissimo) e tanti cubetti di voucher, ma tanti, eh! Per carità, saremo lontani dalle solenni riflessioni sulla post-verità, ma la post-carbonara esiste e lotta insieme a noi

Il post-emigrante. Piccolo esempio di post-valigia-di-cartone. Intervistato a Piazzapulita, il grande manager Andrea Guerra (ha lavorato in molte aziende, non tutte in attivo: Luxottica, Governo Italiano, Eataly) ha detto la sua sugli italiani all’estero. Ha detto che lui se n’è andato, che è giusto andarsene, e che l’importante è che dopo, fatte queste “esperienze meravigliose all’estero”, si torni qui a dare una mano. In pratica, fateci caso, quando si parla di italiani all’estero si citano sempre i supermanager, gli scienziati, le eccellenze, oppure una specie di éducation sentimentale per giovani europei, una gaia aria di Erasmus per milioni di persone. Inutile dire che la realtà si avvicina di più al pizzaiolo che sta a Stoccarda, o al lavapiatti a Londra, non proprio “esperienze meravigliose all’estero”, ma vera emigrazione per bisogno (in aumento, tra l’altro). Il post-emigrante, nella post-verità, è o un numero uno, oppure una specie di flâneur bohémien che gira il mondo facendo meravigliose esperienze.

La post-condicio. Nulla è più post della post-iccia faccenda della par condicio, eppure se ne discute animatamente come se esistesse. Lo sbilanciamento clamoroso nelle posizioni del Sì e del No sui “media ufficiali” è sotto gli occhi di tutti, ma questo non impedisce le dissertazioni teoriche, le analisi e le riflessioni, i moniti, gli appelli su una cosa che evidentemente non c’è. Parlare come se esistesse di una cosa che non esiste è tipico della post-verità, un po’ come dare una cosa per fatta quando non lo è (innumerevoli casi, valgano per tutti i “mille asili in mille giorni”, o il roboante “abbiamo abolito il precariato”, o l’Expo “straordinario successo”, o l’Italia “superpotenza culturale”). E’ vero, la post-verità è un pericolo reale. Se si diffonde nel paese la prassi che dirlo è come farlo sarà un disastro a partire dalla prima media. Hai fatto i compiti? Ho fatto i compiti, sì, ecco fatto, bastava dirlo.

Quella sulla post-verità sarà dunque un dibattito infinito, ma si consiglia vivamente di saperla vedere ovunque, nelle follie del web come nella narrazione quotidiana, normale, persino inconsapevole.
E’ lì che ci prendono veramente per post-cretini.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT


Per ciò che riguarda l’appuntamento di inizio dicembre,hanno convinto molti sulla bontà di questa schiforma,l’iniqua sponsorizzazione del Si dalla Rai a Mediaset appare palese.
Ci mancavano le sponsorizzazioni pro riforma degli italiani all’estero,per chiudere il cerchio.

Se il 5 dicembre,a parer mio,gli italiani se la prenderanno in post saccoccia,si potrà ammettere che il lavoro lo hanno svolto molto bene,ci sarà da puntualizzare l’ennesima mancanza di alibi che sta durando da parecchio tempo,per chi ancora si reca in cabina elettorale.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 17 novembre 2016

Cronache politiche e antipolitiche verso il 4 dicembre

















CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO DI LUISELLA COSTAMAGNA

Il referendum costituzionale c'entra come i cavoli a merenda con la elezione di Trump e la Brexit.
Mescolare pere con mele o altre sostanze organiche lo sappiamo da tempo immemore che non è corretto,lasciamo agli italiani di decidere sulla modifica o meno della Costituzione,se sommiamo le forze politiche schierate sull'interrogativo,direi che non ci sono dubbi sull'esito referendario, il no dovrebbe vincere con buon margine.
Ma al di là dello specifico quesito,certamente c'è in gioco il futuro politico dell'attuale presidente del consiglio,tramite il 4 dicembre chi vincerà il referendum sapremo se ci sarà Renzi per una ventina d'anni da primo attore sulla scena politica,personalmente questa eventualità non me la auspico,il personale No è bivalente, soprattutto per la protezione della Costituzione e il mancato gradimento da sempre di Renzi.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 12 novembre 2016

Le ragioni del NO alla riforma costituzionale by Alessandro Robecchi













Perché e percome voterò No. Merito, metodo e altre cosucce

di Alessandro Robecchi

Forse è il momento di spiegarsi un po’. Perché va bene la battaglia, il tweet, la polemica spicciola e le considerazioni sulla tattica, ma prima o poi bisogna dirlo. Quindi, piccolo ragionato endorsement, come dicono quelli bravi: il 4 dicembre voterò NO, convinto e motivato. Non so come andrà a finire, dicono che l’esito è incerto, e dei sondaggi non è sano fidarsi.

Voterò NO perché non mi piace la logica della “semplificazione”. C’è stato un tempo, in questo paese, in cui si facevano straordinarie riforme con il bicameralismo perfetto, il proporzionale, dieci-quindici partiti, le correnti e un’opposizione forte e decisa (il vecchio Pci in testa). Il Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori… insomma, non la faccio lunga. La classe politica era migliore, sapeva mediare, sapeva – lo dico male – fare politica. La classe dirigente di oggi no, non è capace, è mediocrissima, raccogliticcia e composta da yesmen e yeswomen (che fino a ieri dicevano yes ad altri, tra l’altro). Insomma nasconde le sue incapacità dietro la lentezza delle regole.
Un’operazione di auto-mantenimento in vita: chi non sa fare un puzzle da 1.000 pezzi se ne compra uno da 500, poi da 250, adatta la realtà alla propria inadeguatezza invece di adeguarsi alla complessità.

(Qui c’è una piccola divagazione. Non è vero che la riforma semplifica, anzi, incasinerà molto. L’articolo 70 è una specie di patchwork dadaista, quindi anche la questione della semplificazione, diciamo, traballa).

Voterò NO perché vedo una tendenza – nemmeno troppo nascosta, anzi, a volte rivendicata – a limitare la rappresentanza e la sovranità popolare, cioè il voto. Le province, per dire, fanno tutto quello che facevano prima, solo che invece di votarli noi, i rappresentanti sono nominati altrove, a volte da luridi accordi di partiti e di correnti. Sarà così, più o meno, per il nuovo Senato, non lo voteremo più, se non in modo largamente indiretto.
Del doppio lavoro di sindaci e consiglieri comunali, un po’ a Roma, un po’ a fare quello per cui sono stati eletti nei loro territori, si è già detto, un altro pasticcio. E l’immunità da senatori (quindi anche da consiglieri regionali? Mah), altro pasticcio. E l’età, per cui potremo avere senatori diciottenni ma deputati non sotto i 25 anni. Pasticcio. Senza contare gli statuti delle regioni autonome che andranno riscritti (suppongo con qualche fatica) perché prevedono incompatibilità tra l’attività di consiglieri regionali e quella di senatori. Pasticci su pasticci su pasticci.
Per semplificare, tra l’altro! Ridicolo.

La questione poi dei “costi della politica” è risibile pure quella: si risparmiano una cinquantina di milioni in cambio di un cedimento di rappresentanza, una goccia nel mare delle spese della politica, anche se hanno provato a raccontarci che si risparmiavano 500 milioni (Renzi), o un miliardo (sempre Renzi), o che la riforma vale sei punti di Pil (Boschi… Farebbe un centinaio di miliardi. Pura follia). Stupidaggini sesquipedali.
E’ come dire: cara risparmiamo! Non compriamo più gli stecchini per le tartine al caviale, mangiamole con le mani, finger food, che fa anche smart e moderno.

Voterò NO perché questa riforma, fatta male e scritta peggio, sposta qualche potere dal Parlamento all’Esecutivo. I sostenitori del Sì dicono, con aria di sfida, di mostrargli l’articolo che aumenta i poteri del Presidente del Consiglio. Ovviamente non c’è. O no? Tranquilli, c’è. L’articolo 72, detto anche del “voto a data certa”, prevede una corsia preferenziale per i disegni di legge del governo, che quindi avranno sempre la precedenza. In pratica, in una situazione di emergenza permanente, si potranno discutere solo leggi di iniziativa del governo (un governo, tra l’altro, saldamente in mano al premier che è pure segretario del primo o secondo partito). In quella corsia preferenziale potranno correre sia le leggi di bilancio, sia quelle elettorali. Insomma, un governo, con questa nuova Costituzione, potrà approvare in 70 giorni una nuova legge elettorale se quella esistente non gli conviene.
Dunque è vero, la riforma non tocca teoricamente i poteri del Presidente del Consiglio, ma in pratica lo aiuta un bel po’.

Voterò NO perché questa riforma Costituzionale è stata costruita, scritta e pensata in parallelo con l’Italicum, una legge elettorale che ancora più pesantemente lede il diritto di rappresentanza. Le minoranze Pd (mi sembra giusto parlare al plurale) che l’hanno votata l’hanno fatto esplicitamente dopo la promessa, la vaga assicurazione, il miraggio, che si sarebbe modificato pesantemente l’Italicum. Questo non solo non succederà in tempo (prima del 4 dicembre), ma consentirà a Renzi, se vince il Sì, di considerare il referendum un avallo all’Italicum (lo sapevate e l’avete votata… eccetera, eccetera).

Inutile dire che la riforma, che è solo brutta e complessa e foriera di nuove confusioni, con l’Italicum allegato diventa anche pericolosa. Il mio NO diventa quindi autodifesa democratica e non più soltanto posizione tecnico-politica.

Ora veniamo ai motivi politici.

Le riforme renziane le abbiamo viste. Sono in larga misura pasticciate, dettate dalla fretta di mostrarsi veloci e decisionisti, ma all’apparir del vero abbastanza disastrose. Come minimo i loro effetti sono stellarmente lontani da quanto si era promesso e prefigurato con gran dispiego di storytelling. Il Jobs act (la legge sul lavoro, in italiano) ha prodotto qualche migliaio di nuovi posti di lavoro, parecchie stabilizzazioni e un profluvio di lavoro precario (voucher e compagnia brutta), ed è costata venti miliardi che, investiti in altro modo, avrebbero creato più lavoro. Tipica riforma renziana: risultati immediati molto sbandierati per la propaganda (anche truccando i numeri), e poi la realtà che arriva a darti una sberla, e intanto si sono levati diritti a chi di sicurezze ne aveva già poche. La “buonascuola” ancora peggio.

Dunque ci troviamo davanti a varie contraddizioni politiche.
La prima: riformisti che non sano fare riforme decenti.
La seconda: riformisti che fanno le riforme, e se ne vantano ogni due per tre, ma che vogliono cambiare la Costituzione con l’argomento che con questa che c’è non si possono fare le riforme.

Quanto alla velocità delle leggi, l’argomento è specioso e rasenta la malafede: la legge Fornero venne approvata in 18 giorni, il bail-in in 13, le banche pericolanti (anche quella del papà della ministra delle riforme) sono state salvate in due settimane. In sostanza, semplifico, le leggi che aiutano il sistema e penalizzano il cittadino corrono assai (quella sul reato di tortura no, non corre).

Ma poi, perché si vuole essere così veloci? Perché il mercato è veloce, il mondo è cambiato, eccetera, eccetera. Dunque si dice: costruiamo una Costituzione più a misura di mercato, ed è esattamente quello che non mi piace per niente. La Costituzione deve essere a misura di cittadino e permettere a chi governa di regolare il mercato (aziende, banche e finanza), non di agevolarlo sempre e comunque sacrificando interessi comuni. Il mercato è, ahimé, parte di questo mondo, ma non è questo mondo.

Mi sembrano tutti motivi validi per il mio No, e probabilmente altri ce ne sono. Non ultimo, il ridicolo assalto della propaganda per cui se vince il No sarà il disastro, l’apocalisse, moriremo tuti e i mercati ci uccideranno. Non è vero, è terrorismo, a volte ben confezionato dialetticamente, a volte (spesso) arrogante e sbruffone come nello stile di chi ha inventato la riforma. Lo storytelling trinariciuto e banale, il ricatto dell’”allora non vuoi cambiare”, la retorica infantile del premier dinamico e giovane. Tutte cose irricevibili da gente che si proclama di sinistra (per chi ancora ci casca, pochi) e fa cose che la destra italiana sogna da anni.

No, non è un voto sul Presidente del Consiglio, ma in fondo lo è. Se vince il No a una brutta riforma, chi ha proposto e sostenuto una brutta riforma perdente verrà un po’ ridimensionato, e penso che Renzi e il renzismo abbiano bisogno proprio di quello: una regolata. Se hanno i voti governino pure, ma con le regole fissate, non con regole nuove fatte su misura. Fa parte della propaganda il grottesco leit-motiv delle cattive compagnie, per cui la ministra che vota con Verdini in Parlamento accusa me di votare come Casa Pound. Stupidaggine: io voto quello che voglio, indipendentemente da chi lo fa anche lui. E visti i banchieri, i milionari, Confindustria, i finanzieri, Moody’s e tutto l’establishment schierato per il Sì non so quanto convenga ai “riformisti” fare questo discorso.
Nel referendum costituzionale del 2006 Renzi votò No, come Rauti, discorso chiuso.

C’è un altro motivo per il mio No, e riguarda il paese spaccato. Se una riforma così importante divide i cittadini a metà già vuol dire che non va bene, che non è ampiamente condivisa, che rompe in due la società, mentre dovrebbe compattarla (questo fecero, tra mille ottimi compromessi, i padri costituenti, quelli veri).

In sostanza, voterò NO per il merito (anche il ritornello “non parlate del merito” è una scemenza, parlare del merito della riforma è il modo migliore per mostrarla per quello che è, un pasticcio), per il metodo e per il disegno di lungo periodo che vi si scorge dietro. Perché mi sembra sempre più, ogni giorno che passa, un referendum delle élites contro i cittadini. Non mi sento per questo un conservatore né un immobilista. Ci sono cambiamenti che vorrei, fuori e dentro la Costituzione, ma non sono questi.

Quindi, No grazie.

Se volete abolire il Cnel, chiamatemi, a quello ci sto. Basta una riga, non serve stravolgere la Costituzione.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Condivido punto su punto,una riforma organizzata perlopiù da una sola forza politica,scritta da Boschi & Verdini,senza cercare di coinvolgere più forze politiche possibili,può solo far dividere il paese.

Sono anch’io dell’idea di pubblicare le sue ragioni del NO ovunque,come farò sicuramente,indicando naturalmente il copyright.

Diffondete gente,diffondete!

I.S,

iserentha@yahoo.it

mercoledì 9 novembre 2016

La tragicomica Trump può iniziare













Trump, la tecnocrazia e mio zio d'America

di Alessandro Gilioli

Il biologo comportamentale francese Henri Laborit, una quarantina di anni fa, aveva dimostrato che in condizioni di stress e paura i ratti tendono tra l’altro ad aumentare violentemente l’aggressività. Il suo lavoro ispirò un celebre film, “Mon oncle d’Amerique”, di Alain Resnais: dove questi meccanismi venivano trasposti agli esseri umani e alle loro risposte emotive allo stress.

Si è dovuti arrivare quasi alle 11 p.m. di ieri, ora dell’East Coast, perché l’autorevole e prestigioso sito di Nate Silver ammettesse di non capirci più niente delle elezioni americane - e che forse si stava verificando il ribaltone.

Da molti mesi Nate Silver, il Data scientist più quotato d’America, dava Clinton in vantaggio di largo margine, con la sola breve eccezione di pochi giorni d’agosto, quelli della Convention repubblicana. Da settimane, poi, i suoi diagrammi non lasciavano dubbi: le chance di successo per Clinton erano oltre i due terzi, con ulteriore allargamento della forbice nei giorni finali, con la chiusura dell’inchiesta Fbi. E quelli di Nate Silver non erano semplici sondaggi, bensì algoritmi complessi basati su tutti i sondaggi ponderati e incrociati con milioni di Big Data, che in teoria dovevano tenere contro di tutto e soppesare tutto, dal sentiment più profondo fino alle previsioni del tempo nella cintura urbana di Cleveland.

Balle.

Gli algoritmi hanno perso. I Big Data hanno perso. I Data scientist hanno perso. La tecnologia ha perso. La tecnocrazia ha perso. E ha perso, alle elezioni, il razionalismo congenito a tutto questo: ingegneristico, scientifico, positivista. Tutto questo stanotte ha perso – e malamente.

Ha vinto per contro l’istinto, quello sempre rivendicato da Trump come sua principale ispirazione.

Hanno vinto le sue esibite emotività, che hanno incontrato quelle degli elettori e con quelle si sono baciate.

Ha vinto perfino l’animalità, se volete: quella esibita da tutte le parole di Trump, dalle sue urla, dalle sue minacce, dal suo tirar su con il naso, dalle sue smorfie, da tutto il suo body language: così contrapposto alla fredda razionalità di Hillary, alla sua pacata sensatezza, alla sua cartesiana metodicità.

Non è una coincidenza se la Waterloo dei Big Data e degli algoritmi ha coinciso con la Waterloo della tecnocrazia e del gelido razionalismo della sua interprete: schiantata dalla pancia, dallo stress, dall’impulsività degli esseri umani. Dalla reattività che non fa calcoli, anche perché non è più in grado di calcolare.

Insomma da quella fetta di umanità resa interiormente fragile e paurosa dalla globalizzazione tecnologica, dal potere inafferrabile del trading automatizzato, della robotizzazione, dei commerci no limit, quindi anche da un’accelerazione eccessiva e deformata della storia - nonchè dallo spatiacque che tutto questo ha creato fra updated e left behind, tra salvati e sommersi dalla tecnoglobalizzazione e dai suoi demiurghi.

Sì, c’è anche qualcosa di “neoluddista” in questo risultato elettorale, ma almeno oggi dobbiamo ripulire questo termine dai pregiudizi di scuola media e ricordare invece che nessuna rivoluzione tecnologica è neutra, e che anzi può facilmente diventare strumento di nuove divisioni sociali e di nuove definizione tra classi. Insomma tutto quello che già i Social Forum avevano affrontato e approfondito - quasi soli, fuori dalle ricerche universitarie - fin dai primissimi anni di questo secolo, sbeffeggiati dai sacerdoti della globalizzazione liberista e mercatista come se volessero “tornare alla candela” - mamma mia quante sciocchezze abbiamo dovuto ascoltare, con il senno di oggi, e quanto ineluttabilismo fuori luogo su questa modernità.

E adesso eccolo qui, a pezzi, l’establishment tecnocratico razionalista, che per trent’anni ha nascosto sotto il tappeto i problemi che esso stesso creava e adesso se li ritrova tutti addosso, ingigantiti dalla sua ipocrita miopia, dal suo disinteresse a risolverli, dalle sue formulette politiche preconfezionate («si vince solo al centro», una delle più grottesche), e perfino dal suo negarli impudentemente piegando la complessità del reale umano alla sua astratta ideologia, al suo positivismo obbligatorio.

Dopo la Brexit - il primo grande schiaffo a tutto questo, “irrazionale” finché si vuole ma espressione autentica di questo profondo disagio emotivo - ora ecco Trump.

Potevamo evitarlo, a capire prima cosa stava succedendo. Non l’abbiamo capito, con pochissime inascoltate eccezioni, e ancora meno l’hanno capito in sala comando.

Eppure, forse, bastava leggere Laborit - o almeno rivedere il film che ha ispirato, “Mon oncle d’Amerique”, che un po' spiegava dell’umano comportamento.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Parto dal dato meno importante ma significativo,rivedano i sondaggi e i sondaggistj,dopo la Clinton dovrebbero andare a casa anche loro.

Ora per quattro anni gli statunitensi e l'intero pianeta capiranno e capiremo se la scelta di Trump sarà disastrosa o meno,abbiamo capito chi più,chi meno,che una buona parte della gente ne ha le balle piene,di borsa,di finanza e di una disparità sociale sempre più intollerabile.

Si aprono scenari estremi e lo potremo constatare anche qui in Europa ,direi che è come giocarsi il tutto per tutto,come a poker si può vincere o perdere malamente,ci hanno messo tutto l'impegno nel portarci a questa condizione.

MOLTO INTERESSANTE LA PREVISIONE DEL REGISTA MICHAEL MOORE FATTA A LUGLIO SU TRUMP PRESIDENTE

CLICK IL FATTO QUOTIDIANO MICHAEL MOORE


I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 8 novembre 2016

Elezioni United States:Finalmente il primo polpettone finisce














Che palle, le democrazie della paura

di Alessandro Gilioli

"America, la grande paura" titola oggi Repubblica in prima, e in effetti un sacco di persone che conosco - di qua e di là dell'oceano - un po' di paura ce l'hanno. Paura di un tizio che tanto stabile di zucca non sembra e che se avesse in mano i codici nucleari non sarebbe il massimo, ad esempio. Ma anche paura di rivoltelle ancora più in libertà di oggi, di muri tra etnie ancora peggiori di quelli attuali, eccetera

Il problema, però, è che questa cosa - la paura - è diventata il sentimento trasversale che rischia di possedere il nostro animo in tutto l'approccio alla politica e che può così deformare le democrazie, trasfigurandole in democrazie della paura.

Sentimento trasversale, dico. Perché - continuando con l'esempio americano - se da un lato c'è la paura del "miliardario pazzo e razzista", dall'altra parte ci sono i timori che invece lo alimentano: la paura di perdere il benessere, la paura della globalizzazione, la paura degli immigrati, la paura dell'Islam, eccetera eccetera.

Quindi dominano due paure incrociate. Da un lato la paura di questo presente e questo futuro così complicati, così liquidi, così onusti di incertezze, di poteri misteriosi e non controllabili: ciò che ci rende tutti fragili e precari, esistenzialmente precari. Dall'altro lato c'è la paura dei leader e dei partiti che incanalano queste paure, dei "movimenti antisistema", oppure di quelli nazionalisti, oppure semplicemente dei capi muscolari alla Putin.

Paure incrociate, paura contro paura.

E parente stretto della paura è l'odio. È normale: verso ciò che mi fa paura, non posso che avere sentimenti di animosità totale, di ostilità profonda. Di nuovo, guardiamo all'America come esempio: mai due candidati erano stati così odiati dagli elettori della parte opposta. Nessuno odiava veramente McCain, nel 2008, o John Kerry quattro anni prima. Oggi ci si odia, tra supporter dei due candidati. E perfino il New York Times, contro Trump, sembra aver perso parecchio aplomb.

Dalla paura e dall'odio discende a sua volta la delegittimazione. Cioè l'inammissibilità che l'avversario sia legittimato a governare. Di qui i citati atteggiamenti in campagna elettorale: Trump che minaccia la galera alla sua rivale, Hillary che definisce Apocalisse il suo competitor. Non esattamente una pacata democrazia dell'alternanza.

Pensate all'Europa, Italia compresa, e vedete che la dialettica non è poi così lontana. A foraggiare le fila dell'antiestablishment sono le stesse paure che ci sono negli States: impoverimento, aumento delle disparità sociali, incertezza, precarietà esistenziale, ma anche immigrazione ed esternalizzazione dei poteri a dinamiche incontrollabili; per contro, a serrare le fila attorno ai governi (Renzi compreso) c'è la paura di quello che potrebbe accadere se questi governi passassero la mano a chi oggi li contesta, ai partiti o movimenti cosiddetti anti establishment (che siano di destra come in Francia, di sinistra come in Spagna o né l'uno né l'altro come in Italia).

Si vota per paura, soprattutto. Oggi in America, prossimamente in Europa.

Personalmente, tra le varie cose di cui sono politicamente orfano, c'è anche qualcuno che non faccia il pieno di consenso per paura.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Mi astengo,come dite voi a Roma "mo basta"...

Non vedo l'ora che finisca sto polpettone indegno,insieme a quello del 4 dicembre,pare che finisca il mondo,o rinasca dalle ceneri,al contrario tutto scorrerà più o meno come sempre.

Solo una nota sul quotidiano,discretamente più interessante a mio parere.

La risposta di Junker al nostro toscano governativo,al di là delle ragioni o dei torti,abbiamo potuto verificare la democrazia dell'Unione Europea,il chissenefrega,in aggiunta al non si può contestare nulla ai banchieri di Strasburgo con scappellamento tedesco,non so a voi,a me fa parecchio schifo.

Magari si potesse decidere sull'Italexit

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 5 novembre 2016

Il solito delirio oscurantista di Radio Maria


















Ha ragione Padre Cavalcoli

di Alessandro Gilioli

Con l'intervento della Cei, dell'Osservatore Romano e della stessa direzione di Radio Maria, le istituzioni della Chiesa hanno chiuso il caso di padre Cavalcoli: il tizio che ha detto, in diretta, che i terremoti del centro Italia sono il castigo divino per punirci della legge sulle unioni civili.

Siamo tutti contenti, dunque.

Peccato che, secondo i libri su cui fonda la Chiesa, parecchie ragioni padre Cavalcoli ce l'ha.

Intendo dire: tutta la Bibbia è innervata dal principio su cui si appoggia padre Cavalcoli, cioè castighi di Dio per peccati degli uomini. «Il Creatore si esaspera contro gli ingiusti per punirli», «fuoco, grandine, fame e peste, tutte queste cose sono state create per il castigo», «le loro prevaricazioni si sono moltiplicate e rinforzate le loro perversioni, ecco che io farò venire sopra di voi una gente robusta e divorerà i tuoi figli e le tue figlie»; «se osserverai ed eseguirai i comandamenti il Signore allontanerà da te ogni malattia e le infermità terribili dell’Egitto, non le manderà a te ma a tutti i tuoi nemici», «ogni volta che invece del loro Dio ne adoravano un altro furono lasciati alla preda, alla spada, all’obbrobrio» eccetera eccetera.

Insomma, con il massimo rispetto: dato che Dio punisce i peccati anche con le catastrofi (lo dice la Bibbia) e dato che la pratica omosessuale è un grave peccato (lo dice il "Catechismo della Chiesa", punto 2396) non vedo dove il ragionamento di padre Cavalcoli sia infondato.

Insomma, sempre con il massimo rispetto per i credenti e pure per questo papa così umano e sociale: forse il problema di fondo non è padre Cavalcoli, ma il Libro e il Catechismo della Chiesa.

Padre Cavalcoli non fa che trarne le coerenti conseguenze - e dev'essere per una vaga coscienza dell'orrore di queste coerenti conseguenze che imbarazza tanto i suoi vertici.

DAL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Mi tengo distante non solo da radio e interpreti di questo genere,se nel XXI secolo si adombrano certi concetti,a me pare che un paio di millenni siano passati invano.

Lei parla di interpretazioni ineccepibili da parte del fenomeno della radio,al contrario chi è portavoce di malvagità del genere,seppure colte da testi così importanti per i credenti,non può che avere la personale indifferenza.

Si tengano per se l'atavico oscurantismo,le idee infernali che hanno in mente,fino a quando riusciranno a influenzare buona parte del genere umano,

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 31 ottobre 2016

Dalle aspettative di benessere del secolo scorso,alla sopravvivenza del nuovo secolo


















La speranza che abbia ragione Loach

di Alessandro Gilioli

Difficile vedere in "Io, Daniel Blake" tracce di fiducia e di speranza. Tanto meno di "militanza politica": il protagonista non ha uno straccio di sindacato o di partito a cui rivolgersi, in cui identificarsi, nel quale trovare strumenti di lotta collettiva.

Gli spettatori - i più sensibili, almeno - escono quindi dal cinema con gli occhi lucidi. O comunque con sentimenti assai più cupi di quelli che accompagnavano il finale di "Il pane e le rose".

Invece Daniel Blake - il film e lui stesso, il protagonista - mostra un tesoro inestimabile e di cui spesso ciascuno di noi dubita: la forza straordinaria delle relazioni umane, dell'empatia, della solidarietà.

Non sto scherzando. Tutto il film è disseminato di questo messaggio.

C'è prima di tutto il rapporto di limpida amicizia tra il disoccupato in età Daniel e la madre single Katie: un'amicizia che è anche mutualistica, perché prima lui aiuta lei poi sarà lei ad aiutare lui.

C'è la complicità di Daniel con il giovane vicino di origine africana, di nuovo solidale e a tratti mutualistica: Daniel lo aiuta nel business delle scarpe, il ragazzo ricambierà dandogli una mano coi moduli on line - e gli offrirà una disponibilità totale vedendolo vendersi i mobili.

Ci sono inoltre tanti gesti di generosità gratuiti: il direttore del supermercato che grazia Katie quando lei è beccata a rubare, le donne del banco alimentare che si fanno in quattro per la ragazza che sta male, l'ex collega che passa a Daniel un legno da lavorare, la funzionaria dell'ufficio disoccupazione che lo aiuta di nascosto.

E ci sono anche gli applausi dei passanti - superficiali, ma autentici - quando Blake inscena la sua protesta davanti all'ufficio che gli nega l'assegno a cui ha diritto.

C'è insomma - tutto sommato, e al netto dei pochi servi dell'ingranaggio - un'umanità sana.

Ed è questa la speranza di Ken Loach, quella che cerca di trasmetterci. L'ultima barriera di civiltà e di futuro quando è già finito tutto il resto: il lavoro, il welfare, il partito, il sindacato, la sinistra, la lotta.

Non so se Ken Loach ha ragione: o se, al contrario, il tratto caratterizzante di questo difficile passaggio storico sia proprio il contrario. Cioè la disgregazione egoistica. Il tutti contro tutti. Gli odiatori di ogni categoria diversa dalla propria, giovani contro vecchi, precari contro operai, indigeni contro immigrati e così via all'infinito.

Non sono affatto sicuro che Loach abbia ragione, ad esempio, quando vedo i disumanizzati di Goro, i seguaci incazzati di Trump, i livorosi lettori di Libero. Ma non perché questi sono "di destra": semplicemente, perché non vedono l'uscita dalla propria disperazione nella solidarietà mutualistica con altre disperazioni, bensì nel ridurre l'altro in una condizione di disperazione peggiore della propria.

L'opposto dei personaggi di Loach, insomma.

Ecco perché non sono affatto sicuro che abbia ragione, l'ottimista Loach.

Non lo sono, ma lo spero tantissimo - e non smetterò di sperarlo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Sono dell'idea che la visione di Loach nel film sia difficile da vedere nella società d'oggi,perché l'impoverimento è una realtà ancora troppo recente,siamo ancora chi più,chi meno in un limbo dove il benessere è ancora uno status in cui ci si illude di poterlo raggiungere,con una netta frattura tra chi è nato negli anni 50-70 e chi è nato tra la fine del secolo e quello nuovo,la differenza pare quasi abissale come tenore di vita nel passato,nel presente e soprattutto in futuro.

Qualche decennio e la socialità muterà profondamente,un po' come nel dopoguerra,quando quasi tutti avevano le pezze al culo,e la solidarietà,l'umiltà furono qualità molto presenti.

Le profonde differenze saranno le aspettative,nel tempo che fu s'intravedeva la speranza di benessere,quelle che vivranno le nuove generazioni sarà la solidarietà della sopravvivenza.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 25 ottobre 2016

Una Paola Taverna non fa primavera













CLICK NEWS LA STAMPA MASSIMO GRAMELLINI

Sull'inadeguatezza di una buona percentuale di neo "cittadini" in parlamento,lei sfonda una porta aperta,non ho suggerimenti da rivolgere a Grillo & company,però sicuramente in futuro ci vorrà una scrematura di candidati più selettiva,con l'innalzamento culturale degli ultimi decenni,sarà abbastanza facile reperire personaggi seri e competenti.

Del resto chi abbiamo dall'altra parte? Solo personaggi che stanno facendo scappare dalla politica milioni di persone,la classe politica tra le più pagate al mondo di pari passo con l'inaccettabile inefficienza che li contraddistingue,voltare pagina è necessario.

Le rivolgo un consiglio spassionato,polemizzi senza pietà sulla sprovvedutezza grillina,ma dia altrettanto spazio a chi ci ha rovinato da decenni.

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 23 ottobre 2016

Legge sul taglio degli stipendi dei politici,ma quando mai?















Chi di pop corn ferisce

di Alessandro Gilioli

Da qualche settimana, lo si è accennato, Matteo Renzi sta cercando di distaccare la sua immagine da quella dell'establishment, perché ha capito che questa identificazione rischia di travolgerlo il 4 dicembre.

In Italia, per svariate ragioni, l'establishment è stato spesso identificato con i politici. Con la "casta", per usare il termine coniato dal libro di Stella e Rizzo e poi entrato nel lessico giornalistico-politico.

È un'identificazione un po' sfocata, a mio avviso: la vera casta - le élite, l'establishment - è la rete di strette relazioni e di corrispondenza di interessi tra una (robusta) parte del ceto politico e i poteri economici che stanno da pupari nella sala di comando.

Ma tant'è: in Italia più che altrove, la classe politica è identificata tout court con il privilegio, con il potere, con le decisioni che hanno impoverito il ceto medio.

Per distaccarsi dall'identificazione con questo odiato target - o meglio, per farsi identificare il più possibile come opposto a esso - Renzi ha portato tra le armi del Sì al referendum il taglio dei costi della politica. Anzi, ancor più direttamente: il taglio dei politici, come da manifesto qui sopra e come da tanta parte della propaganda per il sì, compreso il mitico spot in cui la nonna-cittadina si accomoda sulla poltrona lasciata libera da un politico.

Ma il diavolo, come noto, si scorda dei coperchi.

E così domani e martedì alla Camera arriverà la cosiddetta legge Lombardi, dal nome della deputata grillina che ne è prima firmataria.

Questa proposta implicherebbe risparmi sui "costi della politica" molto (ma molto) più significativi di quelli che arriverebbero dalla revisione del Senato. Li porterebbe attraverso la riduzione dell’indennità parlamentare a 5.000 euro lordi al mese (rispetto all'attuale lordo di 10.435 euro) e con il tetto di 3.500 euro per la diaria, che oggi è di circa il doppio.

Ora, quello che succederà tra lunedì pomeriggio e martedì sarà uno spettacolo.

Perché i deputati del Pd non possono votare contro una proposta di legge che va esattamente nella direzione con cui il Pd ha impostato la campagna per il Sì: ridurre i costi della politica. La figura di palta sarebbe totale e svuoterebbe il Sì di uno dei suoi maggiori cavalli di battaglia propagandistici.

Però non possono nemmeno votare a favore, perché se lo facessero si troverebbero non solo a farsi dettare la linea dal M5S, ma soprattutto a perdere metà del loro stipendio, subito, in questa legislatura, senza nemmeno più la possibilità di fare cassa adesso in previsione della riduzione complessiva di parlamentari remunerati che ci sarà dal 2018 se dovesse vincere il Sì.

Uno psicodramma totale. Un po' buffo, per noi che stiamo qui sotto a vederlo, ma totale.

Figlio di una dicotomia: il Pd che per vincere il referendum promette tagli ai costi della politica, ma che poi va in affanno di fronte a una proposta che implica più cospicui tagli ai costi della politica.

È il grande equivoco del Pd renziano, che viene a galla.

Il Pd renziano che dal 2013 si presenta come nuovo, rottamatore, vicino alla "gente" (e che con questo claim ha vinto le elezioni del 2014); e che tuttavia è anche (o soprattutto) establishment, classe politica, casta.

L'esplosione di questa contraddizione tra narrazione e realtà è quello che andrà in onda da lunedì.

Quando il Pd cercherà in ogni modo di ottenere un rinvio della discussione sulla legge Lombardi, per evitare che la contraddizione esploda prima del 4/12.

Se qui si fosse cognitivamente renziani, si direbbe che è il momento di prepararsi i pop corn.

Non lo si è, sicché ci si limita a suggerire di osservare con cura.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Figuriamoci se l'attuale maggioranza vota a favore di un tale taglio di stipendio,in primis poichè non si tagliano gli zebedei da soli,e che so scemi...Continueremo ad avere una delle classi politiche più pagate al mondo,inversamente proporzionale alla loro "deficienza",it's wonderful!

E in seconda battuta,come ha spiegato bene lei, perchè strategicamente svuoterebbe di buon grado il taglio dei parlamentari della riforma costituzionale,meglio credere agli asini che volano,piuttosto di credere che la legge Lombardi diventi effettiva a breve.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 20 ottobre 2016

I Masai kenyoti sponsorizzano il si costituzionale,siamo arrivati alla creatività demenziale











È Carnevale fino al 4 dicembre

di Alessandro Gilioli

A tre giorni dall'annuncio, ormai è acclarato: non esiste alcun testo di decreto o di legge su quello che succederà alle nostre cartelle Equitalia. Nada.

Nulla è arrivato agli uffici di Equitalia, ai suoi dirigenti. Nulla è arrivato ai parlamentari. Figuriamoci ai cittadini contribuenti.

I quali però una cosa l'hanno annusata, dall'annuncio: per un periodo (non si sa quale) nelle cartelle Equitalia (non si sa quali, se tutte o con dei parametri) ci sarà un taglio robusto a quanto fino a oggi dovuto. Un taglio degli interessi, delle sanzioni, dell'aggio.

Un condono, insomma.

Non lo dico io, ma lo dice la senatrice Pd Maria Cecilia Guerra, membro della Commissione Finenze e Tesoro, sottosegretario nel Governo Monti, docente di Scienza delle Finanze al Dipartimento di Economia dell’Università di Modena. «È a tutti gli effetti un condono, un favore a chi non ha pagato. Nell'attesa di procedure certe, il cittadino difficilmente continuerà a pagare, preferirà aspettare per capire che tipo di benefici potrà avere. Chi invece ha già rateizzato e sta versando il dovuto passa per meno furbo».

Il condono è una prassi tutt'altro che nuova, nella storia italiana, s'intende. Il primo che io ricordi lo fecero Craxi e Nicolazzi, nel 1985, ed era edilizio. Di quelli fiscali erano invece maestri Berlusconi e Tremonti.

Adesso però abbiamo fatto un passo oltre.

Abbiamo il primo condono annunciato ma di cui non c'è il testo e di cui non ci sarà alcun testo fino al referendum.

In questo modo ciascun contribuente in debito con Equitalia, fino al 4 dicembre - in attesa del testo - spera e non paga.

Un mese e mezzo di bonanza. In cui gli stessi impiegati di Equitalia, invitano le persone a non versare un euro in attesa della legge. Poi vedremo.

Finito il Carnevale, come ovvio, la riscossione riprenderà come prima. Perché nessuno Stato può permettersi di non riscuotere. Quale che sia la società incaricata della riscossione.

Però intanto c'è stato il Carnevale, la fuoriuscita provvisoria dalle regole. Alla Quaresima, ci penseremo poi.

Il Carnevale dura fino al 4 dicembre.

Ah, ho una paio di vecchie multe anch'io, in sospeso. Spero molto che me le dimezzino, durante il Carnevale.

Se non è voto di scambio questo, ditemi voi qual è.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Non si preoccupi oggi siamo al 20 di ottobre,ne vedremo ancora delle belle,la posta in palio è enorme,chi ha messo lì il toscano lo appoggia con tutti i mezzi,e a dicembre ci sarà la verifica,se riuscirà a portare a casa ciò che a confindustria piace e chi è potente in generale,ovvero l'uomo forte compiacente che potrà governare per molti anni,bene,altrimenti penseranno a qualcun'altro.

A proposito di carnevale,oggi abbiamo potuto verificare che i Masai del Kenya,assolutamente in costume tradizionale,sponsorizzano il Si nel referendum costituzionale,più che creatività a parer mio la demenza pare non abbia limiti da quelle parti.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 19 ottobre 2016

No,we can not,dear Obama














Casa Bianca, missione compiuta: Obama dice sì (Renzi chiedeva il sale)

di Alessandro Robecchi

Alla fine c’è riuscito. Matteo Renzi, a tarda sera, provato dalla giornata ma indomito e sovreccitato per tutta la cena è riuscito a far dire sì a Obama. A tradimento, fingendosi sovrappensiero gli ha chiesto, “Scusa Barack, mi passi il sale?”. E quello: “Sì”. Missione compiuta.

Lo sbarco a Washington della pattuglia italiana – meno numerosa di quella dei nostri soldati in Lettonia, o in Libia, o di quelli che combattono a Mosul – è stato assai seguito e celebrato. Una specie di apoteosi, con Matteo che sostiene Hillary, Barack che sostiene Matteo, e Matteo che sostiene Benigni, appesantito dal piatto di lenticchie. Le eccellenze italiane sono state esibite, due registi premi Oscar, il grande stilista e la giovane campionessa disabile, la scienziata, la sindaca eroe (non è un modo di dire) di Lampedusa, la direttrice del dipartimento del design (vanto italiano ma museo americano, il Moma, roba buonissima), più il capo dell’anticorruzione Cantone. Insomma una specie di Bignami dell’Italia come la vede Matteo: fantasiosa e divertente, ma anche con capacità scientifiche, tenace e fresca come la giovane schermitrice Bebe Vio, ma anche manageriale e colta, creativa e, ovvio, elegante. Insomma, l’orgoglio. Ma anche il grande problema geopolitico delle migrazioni umane (Giusi Nicolini e la sua frontiera di mare) e sì, sì, va bene, lo sappiamo che c’è un po’ di corruzione, ma ci stiamo lavorando (ed ecco Cantone, oplà! Magari è uscito dalla torta).

Il manuale Cencelli delle eccellenze serve essenzialmente ad accreditarsi come buon alleato e, qui da noi, a mostrarci il magico mondo dell’Italia che dice Sì, un Mulino Bianco delle farine migliori, un po’ di retorica del Belpaese, il “ce la faremo” e tutta la prosopopea del nuovo contro il vecchio, del futuro contro il passato, del veloce contro il lento, del bonus contro i diritti. Tutto lustro, pulito e levigato come in un’inquadratura di Sorrentino.

Naturalmente non si pretende che un Presidente del Consiglio in visita ufficiale faccia della sociologia e si porti appresso una reale rappresentanza del suo paese. Pensa che imbarazzo le presentazioni con Michelle: “Questo è Fabrizio Corona, italian bad boy, occhio all’argenteria, eh!”. Oppure: “Questo è il fratello del ministro dell’Interno… tranquilla, non chiederà dov’è il bagno, si porta il suo”. O ancora: “E questo è il bambino più fortunato del mondo: ha schivato il controsoffitto della scuola per ben tre volte!”. E non staremo qui a dire delle altre rappresentazioni dell’Italia reale, magari pescando dalle cifre della Caritas diffuse proprio mentre l’Air Matteo One prendeva il volo: i poveri triplicati in sette anni (ora sono 4,6 milioni), o il fatto che moltissimi siano giovani. O ancora che si impennano voucher e neo-finte partite Iva.

Insomma, va bene l’orgoglio e va bene pure la propaganda. Lo spot americano avrà forse i suoi effetti, Renzi andrà a parlare di soldi in Europa con ancora calda la pacca sulla spalla di Obama, e tutti i media italiani faranno oh! di ammirazione. Il paese reale si ostinerà a restare reale, e anzi, trovandosi in gran parte a fare i conti del pranzo con la cena, guarderà al galà americano come a una cosa assai distante, una fiction a sorpresa, che può virare verso Hollywood come verso la commedia, una recita quasi ostile nella sua siderale lontananza. A raccogliere onori esibire la sua idea di Italia – una specie di Fantabosco delle eccellenze – lo stesso premier che qualche giorno prima, alla Camera (a Roma, non a Washington) difendeva i bassi salari italiani come elemento di competitività, come attrattiva per capitali esteri: venite qui che costiamo poco. Insomma, scintillante Italia là, alla casa Bianca; Italia in saldo per chi cerca mano d’opera a basso costo qui. Il sogno e la realtà.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Con l’ultimo consiglio del Nobel della pace di alcuni anni fa,ora ho le idee più chiare,stavo vacillando con il si alla riforma della costituzione più bella del mondo,almeno quella che raccontava alcuni anni fa,poi che dire di quel fuggente si del pibe de oro.

Davvero non se ne può più di fare i bastian contrari,metterò nel ripostiglio anche la sovranità dell’Italia,quella anche i lapponi non gliene può fregare di meno,e con le renne al seguito consigliano la meravigliosa riforma di Boschi&Verdini.

Aspetto con trepidazione anche gli endorsement di Vanna Marchi e Fabrizio Corona,e mi recherò alle urne il 4 dicembre per votare No.

Ho capito tutto vero?

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 16 ottobre 2016

Simpatie e antipatie,tutte verso il No del 4 dicembre









CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO ANTONIO PADELLARO

Inizio con l'esser d'accordo con lei sull'insopportabilità dei renziani,da sempre e soprattutto con le loro tesi sulla riforma costituzionale.

E veniamo sul disaccordo,punto primo,Brunetta è per le ragioni del no,ma a me risulta antipatico e inguardabile da sempre,e se qualcuno lo prende in giro per le sue dimensioni sorrido,vale solo per lui naturalmente.

Punto secondo,D'Alema,non sarà lo schierarsi col no a farmelo diventare simpatico,se questo paese ha le pezze sul posteriore,possiamo ringraziare anche lui con "l'opposizione" che ha fatto al caimano.

Punto terzo,chiunque sia per il no al referendum,è legittimato ad esserlo,essendo una votazione referendaria non mi imbarazza di votare come a dx,ho mille diversità da costoro,e non sarà una convergenza a mettermi in difficoltà,dopo il 4 dicembre ognuno per la sua strada.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 12 ottobre 2016

Ora Renzi disperatamente cita anche i suoi figli












Pure i figli fan bene alla causa

di Alessandro Robecchi

“Per i miei figli, per i nostri figli, non ci fermeremo”. Così Matteo Renzi ha chiuso la direzione Pd, al netto del mascellone volitivo e degli occhi penetranti, ma insomma, il tono era quello. Ed eccone un altro che tira fuori i figli, un classicone, come quegli standard dello swing che ti bastano due note per riconoscerli. I figli! Quell’altro, il poro Silvio, giurava spesso sulla testa dei figli, e non essendo uno di indole sincerissima tutti ci preoccupavamo molto.

Ma comunque: i figli. Argomento di natura emotiva (so’ piezz’e core) ed evocazione del tempo a venire, insomma, il futuro, le nostre scelte che riguardano loro, perché a loro consegneremo… (eccetera eccetera, aggiunere a piacere). A pensarci, questo essere strenuamente dalla parte dei figli è un leit-motiv del primo renzismo. Qualche Leopolda fa, il finanziere Serra tuonò contro le generazioni precedenti (intendeva i pensionati) che “rubano il futuro” ai figli. In soldoni: siccome prendi la pensione, aumenti il debito pubblico che pagherà tuo figlio. Seguì il plauso dei figli leopoldi, roba da tragedia greca, alti lai contro il papà pensionato che ruba il futuro al figlio precario (magari dopo avergli pagato gli studi, ovvio). Siccome i figli erano (e sono) abbastanza sfigati, alle prese con un mondo del lavoro polverizzato che li paga in voucher, si tentò di affascinarli con la carta della modernità. E allora si presero allegramente per il culo i padri, scemi, che mettono il gettone nell’iPhone e vanno in giro col mangianastri. Padri consumati e pure privilegiati: urgeva abolire l’articolo 18 per ristabilire un po’ di parità nella sfiga (senza pensare che l’articolo 18 di papà poteva servire da mini-garanzia anche ai figli, mah). Sempre in nome dei figli, si disse che autorizzando a licenziare liberamente si sarebbe aumentata l’occupazione. Bella pensata. Per poi scoprire che il jobs act assume soprattutto over cinquanta (così le garanzie crescenti non crescono troppo), e i figli vanno avanti a voucher, stage, contrattini, buoni pasto, pacche sulle spalle e le faremo sapere.

Naturalmente di questa retorica sui figli, le nuove generazioni, la caricatura di modernità, fa parte il mito renzista della dinamicità. Uff, due camere, che seccatura. Uff, discutere, che perdita di tempo, su, su, usiamo la app, facciamo in fretta. E così si alimentano miti modernissimi, la startup creata in cantina, dove il ragazzino può passare da studente a imprenditore in un nanosecondo. E giù hurrà per questi giovani dinamici, anche se poi scopri (a Torino e Milano in questi giorni) che senza altri giovani che pedalano per due euro a consegna tutto sto dinamismo non starebbe in piedi. Ecco, tra padri e figli e chi li usa strumentalmente si crea questo cortocircuito: da una parte si disegnano scenari futuribili di ripresa economica creativa e moderna, dall’altra siamo al neorealismo di Ladri di biciclette, stipendi da fame, cottimo, e la bicicletta propria come mezzo di produzione. Solo che nel film (De Sica, 1948) lo sfigato era il padre, con grande tristezza del bambino, mentre qui a pedalare per due euro a consegna (Poletti, 2016) sono i figli. Ecco fatto.

Ora arriverà il regalo di 500 euro per i figli (quelli grandi, che compiono diciott’anni), e aspettiamo il battimani d’ordinanza. Naturalmente, accecati dalla manciata di euro, pochi noteranno che dare la stessa cifra al figlio del notaio e a quello del bracciante produce una di quelle cose che ai nostri figli vorremmo evitare: l’aumento delle diseguaglianza. E invece. Insomma, quel che fanno Renzi, il renzismo, e la renzità per i figli – “Per i miei figli, per i nostri figli, non ci fermeremo” – è l’esatto contrario di quel che bisognerebbe fare per i figli, se si augura loro un futuro

DA ALESSNDROROBECCHI.IT

Per arrivare ai figli “le disperato” il rignanese, quando arrivo a casa ho il timore di trovare dentro il frigo il suo faccione,talmente sta imperversando in ogni luogo.

All’inizio del cammino da premier ha potuto incantare molti,velocità,promesse,e chi più ne ha,più ne metta,se avesse lavorato così bene,a prescindere dalla schiforma,vincerebbe a mani basse il 4 dicembre,al contrario si deve sbattere come un travet qualsiasi per avere qualche speranza.

Ma oggi è solo il 12 ottobre,ne sentiremo e ne leggeremo ancora delle belle.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 11 ottobre 2016

Torino si ribella a Foodora











La falsa coscienza del "lavoretto"

di Alessandro Gilioli

«L’occupazione per Foodora deve essere considerata un secondo-terzo lavoro. Non un primo. Per chi vuole guadagnare un piccolo stipendio e ha la passione per andare in bicicletta. Non è un lavoro per sbarcare il lunario».

Così gli amministratori italiani dell'azienda tedesca hanno giustificato il loro rapporto con i "collaboratori", come li chiamano loro: lavoratori che prima prendevano 5 euro all'ora e che adesso vengono spostati al cottimo, 2,70 euro a consegna. Ovviamente senza alcun diritto (malattia, ferie, gravidanza etc) ma con molti doveri (efficenza, rapidità, obbedienza, divisa, oltre che sottoporsi a rapporti gerarchici, alle valutazioni dei capi alle loro decisioni sui turni).

Anche i voucher (peraltro più ricchi della paga di Foodora: la corsa verso il basso non ha mai fine) sono stati definiti per legge «lavoro occasionale di tipo accessorio».

In altre parole, nel liberalizzare i voucher così come nel cottimizzare le prestazioni nella gig economy si ricorre allo stesso ipocrita e bugiardo barbatrucco: non è un lavoro, per carità, è solo una integrazione accessoria.

Ma accessoria di che?

Pensate che se i lavoratori a voucher o i rider di Fedoora avessero un lavoro vero verrebbero a fare gli schiavi per voi?

È ovvio che non è così: infatti di accessorio non hanno nulla, questi lavori molecolari, polverizzati, sottopagati e privati di ogni diritto. Sono la principale e spesso l'unica fonte di reddito per chi li svolge. Sono quindi quelli con cui, per usare le parole degli amministratori di Fedora, si "sbarca il lunario".

Allora, come prima cosa, bisogna spazzare via questa ipocrisia: anche se secondo chi ne trae profitti "deve essere considerato un secondo o terzo lavoro", il lavoro parcellizzato e sottopagato non è quasi mai tale, per la semplice ragione che manca il primo.

E, tra l'altro, manca anche perché l'erba cattiva - cioè il dumping salariale che avviene con l'alibi di costituire solo "lavoro accessorio" - ha in realtà cacciato quella buona, cioè il lavoro munito di contratto, diritto di malattia, con un reddito che consente di vivere con dignità - e magari perfino di entrare in una banca a chiedere il mutuo per la casa, wow.

Una volta sgombrato il campo da questa ipocrisia - e soltanto se se si sgombra il campo da questa ipocrisia - si può pensare come è meglio affrontare il fenomeno del lavoro molecolare.

Cioè se attraverso una regolazione contrattuale un po' meno liquida o se attraverso un reddito minimo di base che consentirebbe di rendere questi lavori davvero accessori, davvero un "plus" rispetto a un salario mensile che perviene in altro modo.

O magari con un mix delle due cose: sia alcuni diritti di base sia un reddito di base. Laddove il secondo sarebbe anche concausa dei primi, perché se hai un reddito di base accetti meno facilmente condizioni di schiavismo per "sbarcare il lunario":

Oppure facciamo finta di niente e continuiamo così, con la falsa coscienza del "lavoretto". Però poi non stupiamoci se la società si disgrega, se la rabbia monta, se ci si attacca al primo leader muscolare e ormonale purché faccia a pezzi lo status quo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

No,non può funzionare questo sistema,quando finirà un certo welfare familiare,tempo qualche decennio come ha scritto il giornalista,salterà tutto per aria e la pace sociale sarà un ricordo.

La ricchezza concentrata in poche mani e una pletora di miserabili non regge,ma con tutta probabilità si arriverà allo scontro sociale,si sa,se non si lotta,il passato insegna,costoro non regalano nulla.

I.S.

iserentha@yahoo.it