giovedì 23 marzo 2017

Sicurezza in Italia? L'arte di nascondere la polvere sotto il tappeto













Sicurezza, dal decreto Maroni a quello Minniti: l’arte della fotocopia

di Alessandro Robecchi

Ce l’avete la macchina del tempo? Ma sì, quel marchingegno che vi fa andare su e giù sulla scala degli anni per vedere se si stava meglio prima, o meglio ora, per controllare cos’è cambiato, per osservare, fatti alla mano, come il lungo viaggio della fu sinistra italiana verso destra sia ormai completo e conclamato. Non ce l’avete? Peccato, dovrete accontentarvi della memoria e dei vecchi giornali. Per esempio quelli della torrida estate 2008, nove anni fa, quando le cronache riferivano ossessivamente degli esilaranti successi del decreto Maroni in materia di sicurezza urbana, decoro, poteri ai sindaci eccetera eccetera. Roberto Maroni era allora ministro dell’Interno e esortava i sindaci italiani ad esprimersi con “ordinanze creative”, insomma di inventarsi qualcosa per mettere ordine nelle loro città. La Grande Crisi non c’era ancora, ma la povertà, a saperla vedere, ci circondava già. La ricetta, perfettamente di destra, era dunque: nasconderla.

Per mesi fu un florilegio di notizie e notiziette che andavano dal vulnus costituzionale al colore locale. A Sanremo fu vietato di chiedere l’elemosina “stando seduti”, a Voghera si proibì di accomodarsi sulle panchine pubbliche oltre le ore 23 a più di tre persone (adunanza sediziosa? Sesso di gruppo? Boh…). Ad Alassio, Venezia, Pisa si vietava di passeggiare con borsoni “presumibilmente carichi di merci”. Ad Assisi si vietò l’accattonaggio, con buona pace di San Francesco, a Vicenza si vietò di sedersi sulle panchine “in modo scomposto”. Potrei continuare per pagine e pagine. L’estate del 2008 fu la festa della “tolleranza zero” contro i poveracci. La famosa e democratica città di Firenze (sindaco Leonardo Domenici) ingaggiò una inesausta lotta contro i lavavetri ai semafori che occupò le prime pagine dei giornali come se fosse la terza guerra mondiale, come se venti sfigati con una spazzola in mano turbassero l’Occidente (non c’era ancora l’Isis, c’erano i lavavetri). Nacque in quell’epoca la moda delle “panchine anti-bivacco” (con braccioli in ghisa a dividerne la seduta) per cui molti comuni dei nord spesero fior di soldi, investiti perché nessuno potesse sdraiarsi e magari (orrore!) dormire al freddo per qualche ora.

Gran parte di quella paccottiglia securitaria fu fatta a pezzi dalla Corte Costituzionale, le notizie sulle assurdità delle ordinanze creative rallentarono e poi sparirono del tutto. Tre furono i pilastri teorici di quella stagione densa di imbecillità: l’affermazione che la sicurezza non è “né di destra né di sinistra”, il vecchio trucco della percezione (non importa se siamo più o meno sicuri secondo le statistiche sui crimini, conta “l’insicurezza percepita”) e l’attentato al “decoro”.

Che sono, oggi, con minime varianti, i tre pilastri del decreto Minniti sulla sicurezza, quello che dà enormi poteri discrezionali ai sindaci, che permette il “daspo urbano”, che risolve il problema del disagio, dell’emarginazione e della povertà con la ricetta più semplice: nasconderli alla vista. Perfettamente di destra, si diceva. Ecco.

Piccole varianti. Una pratica e una teorica. Quella pratica: i sindaci potranno “allontanare” (Daspo) chi turba il decoro. Particolarmente difesi saranno le stazioni e i luoghi di interesse turistico, per cui si presume che gli “allontanati” andranno a turbare il decoro altrove, nei quartieri più poveri e nelle periferie, ad esempio. Quella teorica è stata invece presentata con toni mascelluti dal ministro in persona: “La sicurezza è di sinistra”. Un bel salto da quel “Non è né di destra né di sinistra” di nove anni fa. Ecco compiuto il cammino, ecco la sinistra finalmente, conclamatamente e con tanto di rivendicazione, arrivata alla chiusura del cerchio. Il decreto Maroni, il decreto Minniti, l’arte della fotocopia. Nove anni, una lunga marcia. Indecorosa.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Ma certo,sono soluzioni quelle alla Maroni e alla Minniti a costo quasi zero,un po’ come mettere la polvere sotto al tappeto,far brillare il centro della sala e aver il resto della casa in condizioni penose.

Con la diffusione della povertà si è assottigliato il gettito all’erario,permanendo i soliti atavici problemi del paese,corruzione e evasione fiscale si mangiano buona parte delle risorse.

Rimangono solo le sciocchezze creative che ha citato,con queste ho idea che dovremo conviverci costantemente,le alternative politiche credibili,ando stanno?

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 21 marzo 2017

Le grillarie:Solo candidati vincenti che piacciono a Beppe

















CLICK IL FATTO QUOTIDIANO MARCO TRAVAGLIO

Senza senso,non si può comandare in questo modo un movimento,in Veneto c'è il detto che "il tacon è peggio del buso",mettere fuori dal movimento dei candidati già eletti,seppur emersi in modo approssimativo e con il forte sospetto d'essere dei potenziali traditori,risulta una decisione senza capo,nè coda.

Come consiglia il direttore del FQ,meglio preparare e selezionare politici di un certo livello,le elezioni politiche ci saranno il prossimo anno,ci sono tempi risicati ma possibili,alla prossima occasione dovranno finire le scelte con i click sul Pc,ed avere degli sprovveduti alla Camera e al Senato,per quanto la destra e la sinistra del paese siano concentrati negli autogoal seriali,se ci sarà la possibilità anche remota di governare si dovrà arrivare alle politiche all'altezza della situazione,s'inventino delle procedure meno democratiche ma di sostanza.

Altrimenti ci saranno i soliti patti del nazareno da sopportare,chi vuole governare senza coalizzarsi dovrà essere molto convincente,soprattutto dimostrando competenza e democrazia.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 18 marzo 2017

Continua il Pd-DC 2.0


















CLICK IL FATTO QUOTIDIANO VERONICA GENTILI

Chi si è disamorato del pd già da tempo,prima ancora o nel mentre la discesa in campo di Renzi,non cambierà idea con il trio lescano che si presenterà alle primarie.

Vorrei sottolineare il più che negativo bilancio dei 1000 giorni governativi del toscano,un governo che si è dimostrato di dx,nel quale manco il caimano avrebbe potuto fare di meglio.

Gli straccetti rosa pallido che lei adombra,personalmente è un film che ho già visto con il baffettino,tramite gli inciuci seriali con l'ex cavaliere,il trend non poteva che essere assolutamente deteriore,l'epoca nazarena si è consolidata proprio in questa settimana.

Per chi il pd gli risulta un ricordo,fresco o datato che sia,continuerà ad esserlo.

I.S.

iserentha@yahoo.it


giovedì 16 marzo 2017

Il referendum contro i voucher e Renzi di sinistra,ma mi faccia il piacere....














Sparite voi e i vostri lavoretti

di Alessandro Gilioli

Le cronache della politica raccontano oggi della determinazione assoluta con cui il governo e la sua maggioranza stanno lavorando per impedire il referendum sui voucher, che in teoria si dovrebbe svolgere il 28 maggio.

Non è difficile vedere le ragioni di questa corsa per impedirci di votare.

Una è quasi ovvia: c'è il rischio che anche questo referendum, così come quello sulla Riforma Boschi, si trasformi in un giudizio sul Pd. E su Renzi, che nel Jobs Act ha alzato del 40 per cento il tetto dei voucher, aumentandone la diffusione. Un bis del 4 dicembre non sarebbe esattamente utile a confermare la narrazione del "ricominciamo", "ci rialziamo", "ora rimontiamo come il Barcellona" che l'ex premier e i suoi hanno inaugurato al Lingotto.

Ma ce ne sono altre due, di ragioni per cui vogliono evitare il referendum, anche se meno visibili.

La prima è che la sinistra di questo Paese - allo stato dispersa e derisa - potrebbe giovarsi molto di una campagna elettorale su un tema concreto come il sottolavoro mal salariato. In altri termini, rischierebbe di crearsi a sinistra di Renzi qualcosa di meno raccogliticcio dell'attuale galassia di partitini e sigle. In ogni caso, una fetta di elettori troverebbe una sua casa in questa battaglia. Con l'aggravante che, se vincessero i Sì, questa casa troverebbe le sue fondamenta proprio in quel grande corpo intermedio - la Cgil - che i tre anni renziani hanno tentato di polverizzare.

Sicché il referendum sui voucher sarebbe un'ufficializzazione - ma anche una rappresentazione evidente - del fatto che in Italia esistono ormai due aree diverse (se non contrapposte) con radici nella sinistra: una liberal-liberista, competitivista, vincista, che propone le stesse ricette di Marchionne e Briatore; l'altra socialista e welfarista, che antepone i diritti alla competizione e che guarda più a Sanders o a Podemos che non a Hillary Clinton o a Macron.

Questo scenario è esattamente il contrario di quello che vuole il Pd renziano, il quale ancora rivendica di occupare il campo della sinistra in Italia e che punta alla dispersione di tutto ciò che sta al di fuori.

Ma c'è anche un'ultima ragione per cui il referendum sui voucher fa tanta paura, molto oltre i suoi specifici contenuti tecnici.

Ed è il fatto che un'agenda mediatica incentrata per un mese o due sui voucher farebbe emergere il significato politico forte del voto: cioè il parere degli italiani sull'economia dei lavoretti, quella che gli anglosassoni chiamano gig economy. Quindi non solo sui voucher, ma su tutte le forme di lavoro senza continuità, senza diritto alla malattia o alle ferie e con salari che gridano vendetta a Dio: dai fattorini di Fodoora alla logistica di Zalando e simili.

Si sa che su queste modalità di impiego "snack" si è fondata tutta l'ideologia economica che ha conquistato l'egemonia culturale negli ultimi decenni: se n'è teorizzata non solo l'ineluttabilità, ma anche i grandi vantaggi che avrebbe portato al Pil e al benessere collettivo e perfino la maggiore libertà e varietà che questi orari iper flessibili avrebbero consentito (cfr Mario Monti, "il posto fisso è noioso").

Tuttavia, siccome puoi ingannare tutti per un po' di tempo ma non per sempre, negli ultimi anni questo modello di società ha, diciamo, subito un certo calo di consenso popolare, specialmente nelle generazioni più giovani, che maggiormente lo subiscono. L'ipotesi che questo modello venga sonoramente bocciato alle urne - sparite voi e i vostri lavoretti - non sarebbe molto gradita a chi ne è stato in questi anni teorico, legislatore o semplice beneficiario.

Di qui tutta questa paura per il voto del 28 maggio. E di qui la decisione con cui Renzi sta cercando di evitarlo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

nizio dalla massima stronzata che ha riportato su questo post,non sua ovviamente,cioè che il pd di Renzi rivendichi di essere una forza di sx,ormai non ci crede manco più chi frigge le salamelle al noto festival.

Eppure sto referendum gli è piovuto sul groppone,niente male dopo essersi resuscitato al Lingotto,ora vogliono evitarlo o chissà quale storytelling riusciranno a creare nel testo del medesimo,mannaggia il diavolo fa le pentole e non gli riescono i coperchi.

Se non fosse tragico sarebbe da considerare una comica,ma si va,definiamola una tragicomica

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 15 marzo 2017

Reato di tortura in Italia,ma quando mai!


















Tortura, ce lo chiede l’Europa ma questa volta non vale

di Alessandro Robecchi

“Ce lo chiede l’Europa” è stato per anni una specie di ritornello da canzonetta pop, un mantra buono per giustificare ogni cosa, un acceleratore di particelle, leggi, leggine, regolamenti, commi, riforme. Come in quegli stati americani dove la gente mette sul paraurti l’adesivo con scritto “Ha detto Gesù che devi tenere la distanza di sicurezza”, così in Italia la decalcomania “Ce lo chiede l’Europa” è stata appiccicata ovunque, da ogni governo. A volte anche allargando le braccia, facendo la faccia contrita, dicendo tra le righe: “Che volete, io non lo farei, ma ce lo chiede l’Europa…”. Anche la famosa riforma delle unioni civili, sbandierata dal renzismo come una specie di rivoluzione civile (in ritardo di anni, come se avessimo scoperto nel 2016 che la terra è rotonda o che il vapore può muovere le macchine) è arrivata da lì: la famosa Europa, dopo anni di sollecitazioni e bacchettate e strilli e urli, cominciava a incazzarsi davvero.

Ora – la notizia è dell’altro ieri – succede che per l’ennesima volta l’Europa ci chiede, anzi, ci sollecita vivamente, siamo all’anticamera dello schiaffone, di fare una legge. Questa volta non c’entrano soldi, spread, pensioni, bilanci: quel che si chiede, banalmente, a cinquecento anni da Torquemada e a settanta da via Tasso (e a sedici da Bolzaneto), è di fare una legge sulla tortura. Matteo Renzi l’aveva pure detto con il ditino alzato in uno dei suoi tweet ieratico-programmatici: “Quello che dovremo dire lo diremo in Parlamento con il reato di tortura. Questa è la risposta di chi rappresenta un paese!” (8 aprile 2015). Urca che paura. Intanto nessuna legge sulla tortura è arrivata in Parlamento. Chiacchiere e distintivo.

Soprattutto distintivo, viene da dire, perché a fermare un Ddl sulla tortura (una cosetta che ci metterebbe in regola con l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani) è sostanzialmente una scuola di pensiero di grandi pensatori (tra gli altri, Giovanardi, Gasparri, Salvini), cui si aggiunse a un certo punto l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano: “Evitiamo messaggi fuorvianti nei confronti delle forze dell’ordine”. Insomma: c’è il terrorismo, non è il caso di turbare gli animi delle forze dell’ordine. Come dire che se arresti un serial killer che fa il postino getti nello sconcerto tutti i postelegrafonici.

Non è ovviamente la prima volta che l’Europa ci sollecita. Il G8 di Genova si porta appresso decine di processi e ricorsi alle corti europee ed ogni volta che si accertano i fatti parte lo schiaffone per chiederci di fare una legge sulla tortura. Un famoso Ddl gira da anni tra commissioni e tavoli dei vari leader, compare e scompare, va e viene, poi sparisce di nuovo appena si parla di calendarizzarlo in Parlamento. Il dinamico tipino che doveva fare una riforma al mese, poi tre in un anno, poi due in due anni, poi i cento giorni, ah, no, i mille che è più comodo, ecco, quella riforma lì non l’ha saputa o voluta fare. Intanto abbiamo visto le piaghe più evidenti di un dolore di altri, i Cucchi, gli Uva, gli Aldrovandi, facendole un po’ nostre, partecipando di una sacrosanta richiesta civile: non si picchia la gente, tantomeno i prigionieri, e non li si ammazza di botte. Un principio etico basilare. Niente. Per una volta, anche se ce lo chiede l’Europa, tutti fermi. Quelli che ogni giorno ci mettono in guardia dal disamore per la politica, dal disincanto colpevole, dal babau del “se no vince il populismo”, dovrebbero un po’ riflettere su questo fatterello: noi, #Italiariparte, #Italiacolsegnopiù, #ItaliaGrandePotenzaCulturale, non abbiamo una legge che impedisca e punisca “la tortura, e i maltrattamenti inumani e degradanti”, eppure casi di tortura e maltrattamenti inumani e degradanti – nelle cronache – ne abbiamo un bel po’, il campionario allargato, la collezione completa.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Sono velocissimi a legiferare dove fa comodo,ad esempio la previdenza portata in linea con il resto del continente,dove invece esistono tabù di natura religiosa o post fascista,fanno orecchie da mercante.

Più che uno strano paese,siamo costantemente accartocciati alle personalissime volontà dei vari potentati sparsi qua e là.

Sul neo resuscitato del Lingotto,che dire,fino a quando avrà consenso ce lo dobbiamo “succhiare”tutti quanti,volenti o nolenti,in senso figurato s’intende ci mancherebbe.

Pensavate voi che dopo il 4 dicembre,lui e la madonnina facessero altro nella vita,marameo!

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 14 marzo 2017

Più severità e certezza della pena,altrimenti finirà come nel far west













Quale sicurezza è di sinistra

di Alessandro Gilioli

Esiste ormai una letteratura scientifica ampia, approfondita e fondata che riguarda la stretta correlazione tra tasso di criminalità da un lato e disuguaglianze-scarsa coesione sociale dall'altro.

Non voglio annoiare i presenti di citazioni, ma chi ne ha voglia può leggersi in merito, ad esempio, questa ricerca dell'università di Chicago del 2002 (in particolare su rapine e omicidi), questa di Morgan Kelly di due anni prima, questa sul rapporto tra disoccupazione-bassi salari e reati, questa sugli effetti criminogeni delle crisi finanziarie, fino al celebre, monumentale e "obbligatorio" libro di Wilkinson e Pickett, "La misura dell'anima".

Detta in soldoni: ferme restando tante altre concause, ci sono pochi dubbi sul fatto che rapine, omicidi e scippi crescano in misura direttamente proporzionale all'allargamento della forbice sociale, all'abisso crescente tra base e vertice della piramide, alla progressiva atomizzazione e individualizzazione della società, cioè alla distruzione delle reti sociali (pensate che perfino l'aumento del traffico automobilistico in una strada urbana, rarefacendo la socialità di quartiere, ha un effetto di incremento del crimine).

Tutto ciò ha molto a che fare con le campagne securitarie della destra italiana (quella che va a festeggiare uno scontro a fuoco in cui una persona è morta) ma anche con l'ultima crociata culturale e legislativa del nostro nuovo ministro degli Interni, Marco Minnitti, secondo il quale «la sicurezza è di sinistra».

Perché forse bisogna intendersi prima sulla parola "sicurezza".

La sicurezza è sicuramente "di sinistra" se è prima di tutto - almeno un po' - sicurezza sociale.

Se le persone hanno un minimo di possibilità di costruirsi una vita decente. Se hanno la fondata percezione di non essere abbandonate, perché c'è un welfare che protegge tutti. E se c'è un ceto medio talmente ampio e robusto da lasciare sopra e sotto di sé niente o quasi.

Se invece la cifra della politica e dell'economia è quella dell'arrangiatevi, del ciascuno per sé, dell'individualismo, del si salvi chi può, del tutti-contro-tutti, della competizione sfrenata, dello sfarinamento verso il basso del ceto medio, beh: allora diventa tutto più difficile.

Tranne spararsi addosso, naturalmente.

La sicurezza è "di sinistra", certo. O meglio, la sicurezza è un fondamentale valore per tutti. Ma se è sicurezza sociale. Sicurezza di una rete attorno a sé, sicurezza di un lavoro o di un reddito, sicurezza di una casa e di un quartiere, sicurezza di scuola e sanità pubblica, sicurezza di pensioni decenti quando si sarà vecchi.

Se si continua da andare nella direzione opposta rispetto a questi obiettivi, ci si allontana sempre di più anche dall'altra sicurezza, l'unica che intendono Minnitti e Salvini, inseguendosi in demagogia bugiarda per acchiappare un po' di consensi di pancia.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Più la forbice sociale si allargherà e più ci sarà delinquenza,su questo non ci piove,l'arrangiatevi pare ormai l'unica cosa comprensibile che tra le righe comunica la politica.

E poi c'è anche l'aspetto che i ladri,quei pochi che arrestano,dopo alcuni giorni sono a piede libero,mi raccomando non inasprite le pene e non costruite carceri in cui la detenzione viene supportata da lavori per mantenersi.

La corsa ad armarsi e sparare a tutto ciò che si.muove nella propria abitazione,non avrà limiti.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 11 marzo 2017

Clochard bruciato a Palermo:Nessuna pietà per la belva assassina




Spero che la telecamera possa individuare il mostro,l'ergastolo mi pare una pena idonea,anche se il carcere a vita non è possibile in Italia,una belva del genere meriterebbe ben altro.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 9 marzo 2017

Tempi moderni:Antonio Farchione,come essere licenziati dopo un trapianto di fegato









CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO

Signori,questo è il jobs act e con l'aggiunta del licenziamento senza giusta causa voluto da un governo di sx alla renzi.

Godiamocelo,tenendo presente che al tempo ho scioperato contro e sono andato in piazza,ma eravamo in pochini insieme alla Fiom.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 8 marzo 2017

Ma quale lavoro di cittadinanza,solo specchietti per allodole









Non è una spilla, non è un vestito

di Alessandro Gilioli

Avvicinandosi le elezioni - e forse ormai consapevoli dei danni fatti in tutti questi anni - centrosinistra e centrodestra hanno scoperto che esiste in Italia una questione sociale (ohibò) e che è questa (doppio ohibò) il primo booster di ogni "sentimento antisistema", di ogni espressione di rabbia nelle urne.

Di qui una corsa a inventarsi misure d'emergenza, più o meno decenti ma che per ora somigliano molto alla "social card" di berlusconiana memoria. E si affastellano comunque una sopra l'altra, perché ognuna è un annuncio, un titolo di giornale, insomma potenziale consenso.

Di misure sociali si parlerà pure al Lingotto, pare, perché c'è in ballo la proposta di "lavoro di cittadinanza" che Renzi ha deciso di contrapporre alle proposte di reddito minimo e/o universale verso cui ha mostrato sempre avversione. E a leggere il Giornale, perfino Berlusconi sta studiando una serie di misure sociali che dovrebbero costituire l'ossatura programmatica del pistone di destra, quello che dovrebbe riportare a casa anche Salvini e Meloni.

Benissimo, naturalmente. In termini di dibattito e di egemonia culturale, negli ultimi trent'anni il sociale era scomparso. Anzi, sembrava quasi una bestemmia, una roba da nostalgici del muro di Berlino, di Castro e Pol Pot.

Puttanate, naturalmente, ma così è stato per tre decenni.

Nei quali le issue politiche principali erano state solo due: "taglio delle tasse e libertà d'impresa", nella narrazione di Berlusconi; "competizione, meritocrazia e liberazione dei talenti" in quella renziana. E la redistribuzione si era limitata nel primo caso alla pura charity (ma intanto venivano tagliate le imposte di successione per i milionari) e nel secondo agli 80 euro (ma intanto venivano devastati i diritti dei lavoratori e si diffondeva all'infinito il precariato fatto di voucher e gig economy).

Adesso si corre ai ripari, sembra. O almeno si fa credere di farlo.

Benissimo, ripeto. Ma la questione sociale non è un vestito, che ci si mette o si toglie a seconda della bisogna. Non è un adesivo o una spilletta da appuntarsi sulla giacca.

La questione sociale è strutturale e immanente. E la questione sociale è conflitto.

Conflitto tra interessi diversi, tra ceti e classi diverse.

Ed è la linea che attraversa questo conflitto a definire sinistra e destra, molto oltre le etichette che si danno i partiti. È il punto in cui si fissa l'asticella, in cui si decide l'equilibrio tra interessi, ceti, classi. Oggi sbilanciato tutto da una parte, quello dei few rich.

Benissimo dunque, che finalmente si interessino del sociale dopo essersi interessati così a lungo di tutt'altro. Ma che stiano molto attenti, perché se poi si scopre che è un altro bluff, non basteranno gli appelli alla ragione per ricondurre al confronto civile la democrazia a cui tutti teniamo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Mi permetta,ma lei con questo post dimostra di vivere nel magico mondo di Alessandro,siamo nel 2017 e ancora da credito a questi mercanti del consenso?

Ma questi stanno ventilando un lavoro di cittadinanza per attirare qualche allocco che crede ancora negli specchietti,ma figuriamoci,come chiuderanno i seggi tutti i nodi verranno al pettine,regaleranno un surrogato a cui potrà accedere l'1% degli sfigati che non hanno e non avranno mai futuro.

Giriamo pagina,io non so cosa faranno,o cosa riusciranno a fare quelli che sponsorizzano il reddito di cittadinanza,certamente quelle campane di cui ho accennato prima,non le sento più,le escludo automaticamente.

Mi raccomando,raddrizzi le orecchie anche lei!

I.S.

iserentha@yahoo.it

La dignità:Questo concetto sconosciuto per i salta-scendi dal carro del potere












“Ti lascio perché ti amo troppo” e altri pretesti per saltare giù dal carro

di Alessandro Robecchi

La questione, più che politica, si fa psichiatrica e dunque è bene avvicinarsi guardinghi, usando le dovute cautele. Si parla qui dell’antica questione di come scendere dal carro del vincitore, se sia meglio farlo sgomitando, oppure se sia preferibile darsi alla fuga senza clamori, con modi liftati, ostentando la pacata ragionevolezza dei delusi. La faccenda è complicata dal fatto che il vincitore alla guida del suddetto carro non è vincitore per niente e, a parte una tornata elettorale pagata in contanti, ha perso sempre, e quasi ovunque. Ma insomma, le hostess che indicano nervosamente le uscite di sicurezza per chi vuole abbandonare il renzismo si sbracciano da tempo, basti ricordare i candidati sindaci Pd che pregavano Renzi di non andare a fare campagna elettorale per loro (Fassino a Torino), o che proclamavano gonfiando il petto “non sono renziano” (Sala a Milano).

Va bene, la faccenda del potente che perde aderenza e slitta di brutto quando non è più tanto potente è vecchia di secoli e millenni. Allo stesso tempo, è dovuta qualche prudenza. E se poi l’ex presunto vincitore perdente dovesse rivincere? Staccarsi dalla truppa senza farsi notare non basta, bisogna uscire dai ranghi pronti a ritornarci come se niente fosse se mai dovesse passare la tempesta e questo un po’ ridicolo tramonto renzista dovesse trasformarsi in una nuova alba radiosa. Sognare non costa niente.

Anche qui, diverse scuole di pensiero. La prima è giocare la carta del complottone, che è sempre buona e può attecchire presso le anime semplici. In questo caso la storiella è: ecco, Matteo voleva scardinare i vecchi poteri incrostati e ne ha pagato il fio, schiacciato dalla resistenza del vecchio (che sarebbe per esempio la Costituzione) contro il nuovo (che sarebbe nel caso una Boschi, non ridete). E’ una tesi suggestiva, che rispolvera nuove parole nella prosa social dei troll irriducibili: parole come “restaurazione”, “tornare indietro”, “vince la conservazione”. Cioè – traduco in italiano – era arrivato il rivoluzionario con il suo direttorio made in Tuscany, ma poi ecco Bersani e i poteri forti che fanno il Congresso di Vienna e ripristinano l’ancien régime dei baffi di D’Alema. Una tesi che fa acqua da tutte le parti e infatti viene spesso messa lì nelle discussioni come senza parere, in inciso, tra parentesi, appoggiata con nonchalance. E’ una modalità di discesa dal carro che somiglia al vecchio “ti lascio perché ti amo troppo” a cui è vietato credere, almeno dopo la quinta elementare.

Ancor più divertente l’altra teoria, quella della separazione per motivi caratteriali. Tutto era bene, tutto era bello, ma lui, il blogger di Rignano, è stato arrogante, antipatico, un po’ supponente. Insomma se ne parla come di quei grandissimi calciatori un po’ matti e accecati dall’ego che mandano affanculo il mister, litigano coi compagni di squadra e finiscono in panchina. E’ una tesi molto comoda, che permette di non dissociarsi politicamente, ma di dare tutta la colpa al cattivo carattere, e lascia intendere la pronta disponibilità a risalire sul carro, se soltanto il ragazzo si darà una regolata.

Terza scuola di pensiero, quella del renzismo critico, cioè dei passeggeri del carro che dicono di non essere mai stati del tutto d’accordo. Il vecchio caro “io l’avevo detto” pronunciato da chi non aveva detto proprio niente è sempre disarmante, lascia senza parole. Per cui si consiglia, a questi ultimi che scendono dal carro fingendosi passeggeri casuali, di munirsi di pezze d’appoggio. Un tweet del 2014, un post del 2015, una dichiarazione critica di quando il re sedeva a Versailles osannato, temuto e riverito sarebbe utile. Insomma, chi dice “io l’avevo detto” esibisca qualche prova che l’aveva detto davvero, per un minimo sindacale di decenza.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Al di là delle vicende Consip,babbo renzi,Lotti e compagnia bella,chi è abituato a saltare o scendere sul carro del potere,sgomitando o in modo soft,non ha problemi.
Chi da sempre detiene il potere sa benissimo che i cortigiani sono temporizzati,ma seppur detestabili sono necessari,e quelli dichiarano il tutto e il suo contrario fino a quando avranno interessi.

Inutile pensare alla dignità,quella semmai l'hanno avuta nell'infanzia,è diventato un concetto sconosciuto.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 3 marzo 2017

Il lavoro di cittadinanza visto da Tommaso Nannicini

















Un altro pezzo di Jobs Act

di Alessandro Gilioli

Oggi sul Foglio Tommaso Nannicini - il docente della Bocconi che è anche l'economista più influente del renzismo - spiega in che cosa consiste il "lavoro di cittadinanza" proposto dall'ex premier:

«Non un piano di lavori socialmente utili di massa ma una sfida culturale. (...) Non è lo Stato chioccia che trova lavoro a tutti, ma una visione per tenere insieme crescita e inclusione sociale continuando sul percorso tracciato dal Jobs Act, attraverso un menù di policy diverse che favoriscano l'attivazione e mettano al centro il capitale umano. (...) Ad esempio, servizi di riattivazione sociale con offerte formative che trovino sbocchi lavorativi, una dote messa dallo Stato che si spende per un processo formativo in un circuito di soggetti (...), un esonero contributivo individuale che il giovane si porta dietro in qualunque azienda. È il pezzo mancante del Jobs Act».

Nannicini ha ragione: così, è un altro pezzo di Jobs Act.

Perché è ispirato alla stessa cultura, alla stessa ideologia.

Secondo questa proposta, infatti, la società, attraverso le sue istituzioni e la sua fiscalità, non deve intervenire a ridistribuire i capitali accentrati a causa del mix recente di mutamenti tecnologici e scelte economiche; né ritiene che vi sia un problema di rarefazione del lavoro, determinato dalla robotizzazione e degli algoritmi, che rende indispensabile (per il mantenimento stesso della stabilità sociale ed economica) un meccanismo diverso da quello classico (salario in cambio di manodopera) per consentire a tutti un'esistenza dignitosa e una partecipazione alla dinamica di produzione e consumo.

La società, attraverso le sue istituzioni, così si limita invece ad agevolare i tuoi skill, le tue chance di essere utile al mercato del lavoro. Nella piena fiducia che, se tu ti aggiorni, sarai assorbito da detto mercato.

C'è appunto un'ideologia, alla base della convinzione che un intervento di questo tipo sia risolutiva e rappresenti un'alternativa al reddito minimo: l'affidamento mani e piedi al mercato. La convinzione che questo possa risolvere da solo, una volta oliati i suoi meccanismi, i disastri da esso stesso creati: disoccupazione, precarizzazione, diminuzione e discontinuità di reddito, emarginazione ed esclusione sociale.

Il Jobs Act, nella sua impostazione, andava nella stessa direzione: era cioè basato sul teorema che se lo Stato offriva al mercato del lavoro il diritto di demansionare, telecontrollare e licenziare a piacere, il mercato del lavoro sarebbe rifiorito. Abbiamo visto com'è andata.

Ha ragione Nannicini, questo è un altro pezzo di Jobs Act. Lo è non tanto in sé (agevolare i know how va sempre bene, ci mancherebbe) ma come presunta ricetta (alternativa al reddito minimo e al welfare reale) per combattere il crac sociale che si è verificato negli ultimi dieci anni.

Ed è un pezzo di Jobs Act perché nell'affidare tutto al mercato contiene il rifiuto di un intervento che bypassi il mercato stesso e ne sia indipendente.

Con tutto il rispetto: l'agevolazione degli skill funziona davvero (ha cioè un'incidenza reale) quando un'economia cambia crescendo, quando l'ascensore sociale si muove, quando le dinamiche nazionali e internazionali sono positive; nella disastrata situazione attuale, accanto al problema di creare competenze c'è il problemuccio che il mercato assorbe sempre meno competenze, quali che siano. Quindi siamo lontanissimi da un intervento realisticamente d'impatto. Siamo di fronte a cosmesi, nel migliore dei casi; nel peggiore, a un imbroglio.

Non so, con precisione, che cosa ci sia dietro il rifiuto ideologico dei renziani verso il reddito minimo (condizionato o universale che sia). Ed è curioso che, nel suo viaggio alla Silicon Valley, Renzi non abbia maturato un po' di interesse verso il dibattito e gli esperimenti in merito che avvengono proprio da quelle parti.

Nannicini, di scuola bocconiana, forse ha una reale fiducia nella famosa "mano invisibile".

O forse anche lui crede, come dicono diversi della sua parte, che «un reddito non basta, è il lavoro a dare dignità alla persona». Il che ha un suo fondamento - la questione è lunga - ma curiosamente proviene dalla stessa area politico-culturale che (anche prima di Renzi, s'intende) in nome dell'affidamento al mercato ha svuotato il lavoro proprio della sua dignità. E lo ha fatto avvicinandolo ogni giorno di più alla schiavitù: riducendolo a chiamata, all'ora, a voucher, senza diritto alla malattia o alle ferie, telecontrollabile, demansionabile, ricattabile, sottopagabile, a cottimo - e licenziabile a uzzolo.

Prima hanno svuotato il lavoro della dignità. Ora ci spiegano che il reddito minimo non si può fare perché è il lavoro a dare dignità.

Difficile capirli, onestamente.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Lei si domanda cosa c'è dietro la negazione del reddito di cittadinanza dei pidini,sono convinto come ho già scritto,che questi prendono ordini da chi detiene effettivamente il potere,inutile fare l'elenco.

Guardi,per come siamo messi,l'unica salvezza per la stragrande maggioranza delle nuove generazioni,è di provare a prendere la cittadinanza cinese o indiana,lavorare 12-15 ore al giorno per un pezzo di pane e di morire precocemente di fatica,così non ci saranno problemi legati alla previdenza.

LA RISPOSTA DI STEFANO

Stefano 1 marzo 2017 alle 15:20

"Ivo Serentha 1 marzo 2017 alle 13:34
Lei si domanda cosa c'è dietro la negazione del reddito di cittadinanza dei pidini,sono convinto come ho già scritto,che questi prendono ordini da chi detiene effettivamente il potere,inutile fare l'elenco."

Ci possono essere delle cause un attimino più complesse, che magari al momento le sfuggono. Perchè sa, il reddito di cittadinanza per ora è un esperimento di duemila persone in Finlandia, mamma mia questi piddini al servizio dei poteri forti, delle banche e della kkasta, sono ovunque anche nei governi stranieri.

LA PERSONALE CONTRO RISPOSTA

@ Stefano 1 marzo 2017 alle 15:20

Guardi che Finlandia o meno,al reddito di cittadinanza,senza approfittarne,chi rifiuta un posto di lavoro dignitoso perde l'assistenza,altrimenti anche i poteri che tirano i fili di questa Europa malandata,raccoglieranno solo macerie,e chi più,chi meno ne sarà coinvolto.

Le cause che adombra lei,un attimo più complesse,l'attimino pare davvero uno scempio linguisitico,per ciò che riguarda questo paese,sono semplicissime,da due anni e mezzo senza che nessuno lo scegliesse da una cabina elettorale,almeno nel prendersi i voti ed essere nominato dal parlamento e dal capo dello Stato,ha concluso nulla,ha indebitato di più,le tasse sono rimaste tali,la disoccupazione fa spavento,gli 80 euro in tanti lo devono ridare,la crescita,il famoso Pil è tra i più scadenti della Ue.

Ed è pure falso,dal 4 dicembre dovrebbe fare altro nella vita insieme alla sua amica di Arezzo,invece ce lo abbiamo nuovamente tra gli zebedei,se lo rivoti così completa l'opera insieme al caimano.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 1 marzo 2017

Starbucks:Tu vuo’ fa’ l’americano ma sei nato in Italy














Tu vuo’ fa’ l’americano: è solo Starbucks, sembra un nuovo Rinascimento

di Alessandro Robecchi

Ma sì, ma sì. Anch’io ho camminato per qualche città americana con un bicchierone di caffè in mano, mi piace, non nutro alcuna preclusione né ideologica né culturale nei confronti dell’ingurgitare caffeina a litri con il naso all’insù verso la cima dell’Empire State Building. E però confesso di provare un certo fastidio nella prosopopea e nella retorica rinascimental-aziendale che accompagna in questi giorni l’apertura (prossima) di Starbucks a Milano. Un grande bar, alla fine, cantato e celebrato (ieri due pagine sui principali quotidiani nazionali) con toni di strabiliato trionfo, come un tempo si salutava la costruzione delle cattedrali gotiche, come si festeggiasse, che so, il ritorno della Gioconda o l’annessione di Istria e Dalmazia. Non ne faremo una colpa al signor Howard Shultz, l’intervistatissimo capo di quasi 25.000 bar nel mondo (utile netto 2,8 miliardi di dollari): lui fa il suo mestiere ed è persino commovente quando dice cose come “siamo innamorati della vostra cultura” e “abbiamo una grande affinità”. Tutto bello, anche se suona un po’ come il calciatore che bacia la maglia dopo averne baciate altre cinque o sei, vai a sapere, magari ‘sta faccenda delle grandi affinità l’ha detta anche nelle Filippine, in Bolivia o a Hong Kong.

Ma insomma, pare che le aziende abbiano anche loro bisogno di storytelling, e fino a ieri non era andata benissimo: il primo segno di Starbucks a Milano (in veste di sponsor) era stato quel giardinetto di palme e banani diventato famoso per le scemenze razziste di Salvini e per qualche cretino che aveva bruciato una pianta. Ora si passa invece all’offensiva emozional-economica: i posti di lavoro (350, mica apre la General Motors, eh!), i piani futuri, l’obiettivo, si legge, di 200-300 punti vendita in 4-5 anni. Tutto bene, elegante, ben raccontato e denso di omaggi alla nostra cultura (uh, il caffè e l’italiano! E sapessi il mandolino!), di genuflessioni allo “stile Milano”, eccetera, eccetera. Di fatto: lo sbarco di un grande gruppo in un settore dove ancora è stradominante la piccola proprietà, niente che non si sia già visto con la grande distribuzione, l’autogrill diffuso, la catena gloabal.

Ma poi la retorica aziendale, che è già fastidiosa di suo, diventa insopportabile quando si sposa con altre retoriche. Quella della città modello per il paese perché ha fatto l’Expo (ahahah), per dirne una; oppure quella del paese che riparte (perché apre un bar). A leggere le celebrazioni stampate ieri si direbbe che Starbucks venga qui a fare beneficienza, curare i lebbrosi e riportare il sole. Una narrazione che si conosce bene, del resto: l’istituzione di qualche corso Apple a Napoli (borse di studio pagate quasi tutte dalla Regione) venne salutata come se Cupertino si fosse trasferita qui. Oppure si parlò di Foodora – quella dei fattorini a cottimo modernamente chiamati riders – come di “un’agile, coraggiosa e giovane start-up”, salvo poi scoprire che è una multinazionale tedesca con filiali ovunque.

Nulla è quello che sembra: tutto è inondato dalla narrazione, meglio se diventa favola, meglio ancora se sfocia in leggenda. Il provincialismo italiano aiuta: si pensa che bere un caffè alla moda di New York o Boston sia a una specie di promozione culturale di massa, o forse le grandi conquiste sociali ancora alla portata sono quelle lì: urca, guarda come siamo internazionali, che goduria, quanto zucchero? Sarà un bel bar, alla fine, ma perché diavolo me lo si vuole vendere come una specie di Rinascimento in bicchiere di carta, un’epifania della cultura di cui finora ero inspiegabilmente orbato? La narrazione del “niente sarà più come prima” – anche perché inflazionata e resa ridicola dal suo recente abuso renzista – fa sempre più ridere. E se ridi, finisce che ti va di traverso il caffè.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Sono dell’idea che consciamente o meno,l’azienda del caffè a stelle e strisce con quelle palme e i banani si sia fatta una enorme pubblicità,con tutte le derive razzistiche dei soliti noti,che contribuiranno anch’essi alla vendita di quei beveroni di caffè a 4 euro con cartone incorporato,e che alcuni abituati all’espresso dicono che sia scadente.

Prendo la parte positiva,ci saranno dei ragazzi occupati in quella realtà,lasciando perdere tutte le stronzate mediatiche che ha messo molto bene in evidenza.

Nessuna sorpresa sotto questo cielo,siamo abituati al gigantismo delle stupidaggini e nel mettere sotto il tappeto cose parecchio importanti.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 23 febbraio 2017

Reddito minimo e redistribuzione della ricchezza o sarà il caos

















Renzi, la Silicon Valley e il reddito minimo

di Alessandro Gilioli

È curioso che, appena arrivato in California, Renzi abbia contrapposto il modello della Silicon Valley a quello del reddito minimo.

È curioso perché molti degli studi, delle ricerche e degli esperimenti sul "basic income" vengono, negli ultimi anni, proprio da lì. Tra i più famosi, quello in corso da un anno, a cura di YCombinator, a Oakland.

La cultura di fondo della Silicon Valley, come si sa, è nata da «un misto di neo-liberalismo di destra, contro-cultura radicale e determinismo tecnologico» (Cameron-Barbrook 1995) sicché ha al suo interno tante cose diverse, dalle utopie di Kevin Kelly (secondo il quale la Silicon Valley è il laboratorio di un "nuovo socialismo”) alle distopie denunciate da Morozov.

Oggi in California la questione del reddito minimo legata alla robotizzazione (quindi alla rarefazione del lavoro, all'esaurimento del lavoro come strumento per ridistribuire una parte dei profitti) è una delle issue più discusse. «More and more Silicon Valley types have embraced the idea», ha scritto nel dicembre scorso Justin Fox su Bloomberg. E sempre dalla Silicon Valley Martin Ford ha scritto, in “Rise of The Robots", che «la soluzione più efficace è qualche forma di garanzia di reddito minimo».

Il contrario di quello che ha detto Renzi appena sbarcato.

Ho fiducia che durante il suo viaggio, e dopo gli incontri che farà, Renzi possa tornare in Italia avendo cambiato idea sul reddito minimo.


DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Il reddito minimo e la redistribuzione della ricchezza sono le vie per non portare al caos l'umanità,almeno quella post industriale.

Non vedo che economia ci potrà essere se miliardi di persone,tutte insieme,andranno verso l'economia rurale,forse non sarà manco possibile.

Pensare che chi dovrebbe fare altro nella vita dal 4 dicembre,possa comprendere un passaggio così fondamentale della società è quasi impossibile,essendo legato a lobbie varie e dovendo chiedere prima il permesso ad esse.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 21 febbraio 2017

Dai Taxisti e tutte le professioni che non esistono più,o che sono a rischio














I taxisti, la scissione, il reale

di Alessandro Gilioli

La categoria dei taxisti sta notoriamente sulle scatole a tutti - a Roma poi non parliamone, qui abbiamo l'obbligo a bordo di ascoltare assurde radio tifose, percorsi che si allungano verso l'infinito se il tuo accento non è locale, proclami politici che vanno da "quando c'era lui" a "io i negri li rimanderei tutti a casa". E se vedi alcuni dei loro leader, ti viene da scappare per la tua sicurezza personale.

Eppure con un po' di lucidità e lungimiranza oggi potremmo mettere da parte l'antipatia per capire come la campana ora suona per loro ma domani o dopo suonerà per tutti noi - anzi per molti ha già suonato.

Intendo dire: i conducenti di auto bianche sono obsoleti, è evidente. Oggi c'è Uber, c'è Enjoy, c'è Car2go, ci sono pure ZigZag e Scooterino, e tutte o quasi funzionano meglio, a minor prezzo. Tra un po' ci sarà pure l'auto che si guida da sola e buonanotte, il taxista finirà come il casellante, il linotipista, lo spazzacamini. Finito, over, altro che bloccare le piazze.

E noi festeggeremo, perché come consumatori-utenti saremo meglio serviti.

Poi però accadrà che altre tecnologie - altre app, altri sensori, altri robot, altri outsourcing, altre intelligenze artificiali - renderanno altrettanto obsoleto quello che facciamo noi, cioè il nostro modo per portare a casa un reddito. Ci saranno soluzioni più soddisfacenti per i consumatori di quanto siamo noi, a un costo minore. Nessuno, fuori, ci rimpiangerà.

Ecco: allora, a quel punto: ci sarà qualcuno che ci accompagnerà nel mondo nuovo?

Ci sarà una politica che non potendo né volendo proteggerci come categoria (giustamente, siamo obsoleti) ci proteggerà come persone?

Ci sarà un modo per garantire un minimo di continuità di reddito in questo passaggio strutturale (ed epocale) verso il mondo in cui il lavoro umano sarà rarefatto?

Ci sarà qualcuno che si occuperà di redistribuire alle persone rese obsolete dalla tecnologia i profitti miliardari dei proprietari delle app, dei robot, delle piattaforme e del resto?

A me la questione dei tassisti - dei "detestabili" tassisti - oggi fa venire in mente questo, soprattutto.

E il resto, che ne consegue, cioè appunto la politica.

* * *

L'altro giorno il mio amico Fabio Chiusi si chiedeva su Facebook se qualcuno avesse capito su quali idee si stesse rompendo il Partito democratico: «Io non ne vedo nessuna», aggiungeva.

Anch'io, da tossico attaccato allo streaming per tutta la domenica o quasi, avevo notato quanto poco al Grand Hotel Parco dei Principi si fosse parlato di politica: di cose da fare o da non fare in Italia e in Europa.

La narrazione mediatica, però, dava genericamente per scontato che ci fosse in quel partito una "sinistra" contrapposta a Renzi e ai suoi.

Pur rischiando di guastare la festa a tanti che oggi per avversione a Renzi provano simpatia verso i fuoriuscenti, fatico a ricordare o a individuare negli esponenti di questa minoranza (che del Pd è stata in passato maggioranza) idee e prassi politiche così diverse da quelle implementate da Matteo Renzi. Il Pacchetto Treu era la mamma del Jobs Act, per esempio. La Bicamerale era la nonna del Patto del Nazareno. Il vecchio Pd inseguiva Casini e Monti, quello attuale governa con Alfano e Lorenzin. Il vecchio Pd riformava la Costituzione con il pareggio di bilancio, quello attuale ci ha provato con la riforma Boschi.

E adesso?

Lo vedremo, dalle cose vere.

* * *

Sono partito dai tassisti, ma quasi come metafora. Perché, per quanto ci possano stare sulle scatole, oggi sono tra quelli più vicini al Grande Nulla che si sta divorando tutto. Sono cioè una categoria obsoleta. E siamo tutti in coda, dietro di loro, in attesa del nostro turno.

Occuparsi di politica oggi è pensare a come proteggere le persone che sono già state divorate, quelle che sono in procinto di esserlo, quelle che lo saranno domani o dopo. Occuparsi di politica è accompagnare le persone nel passaggio strutturale ed epocale che stiamo vivendo. Tutte.

Se non si saprà proteggerle - garantendone gli strumenti per un'esistenza decente e dignitosa dalla culla alla tomba, proprio come nelle vecchie socialdemocrazie scandinave - queste persone cercheranno inevitabilmente altro. Come un capo autoritario, ad esempio. Come la guerra agli altri popoli. Come la guerra interna a ogni popolo.

È paradossale, ma forse anche un po' criminale, che mentre dalla società si alza questo urlo di solitudine e disperazione - se volete, pure di follia, ma di causata follia - tutta la politica o quasi parli di se stessa e si occupi di se stessa: gruppi, cordate, correnti, voltafaccia, ambizioni, personalismi, litigi, ammiccamenti, posizionamenti e così via all'infinito. E non solo attorno al Pd, s'intende: dappertutto o quasi. Con poche, pochissime eccezioni.

Questa sì è una vera, drammatica scissione: quella tra il dibattito politicienne e l'urgenza di protezione delle persone sballottate dal reale, dai suoi mutamenti strutturali, dalla sua forza veloce e bulimica che non guarda in faccia a nessuno.

E allora forse questo è quello che ciascuno di noi dovrebbe chiedere al politico e al partito a cui si sente oggi più vicino: basta occuparvi di voi, occupatevi di noi. Senza alcun "populismo", senza alcun qualunquismo: ma occupatevi del reale, per favore, delle cose vere. E fatelo prima che sia tardi.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Sul Pd non ho nulla da scrivere,mi stavano sugli zebedei al tempo di D'Alema,Veltroni,e mi sa di poco pure Bersani,mi ha sempre dato l'idea di eterno indeciso,anche se riconosco in lui una certa genuinità.

Sui taxisti che dire,al di là delle sfumature antipatiche che ha inserito,questi sono incazzati neri,poiché chi più,chi meno ha sborsato non poco per la licenza,il mondo che cambia irreversibilmente li fa reagire in questo modo.

Ha voglia nel fare l'elenco delle professioni sparite e che spariranno,mi auguro che nasceranno altre possibilità di occupazione,altrimenti rimarrà il ritorno alla coltivazione e all'allevamento,solo per sopravvivere naturalmente.

Aggiungo sul tema dei taxisti,Uber,etc,etc.

Perlomeno Uber e chi fa servizi di trasporto persone,oltre pagare le tasse,dev'essere necessariamente obbligato per chi guida e porta persone a destinazione,di prendere una patente appropriata,poiché un conto è il trasporto privato,un altro è quello collettivo,discorso a parte va per i blablacar,li si decide di condividere organizzandosi con un certo tempo.

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 19 febbraio 2017

Pd:Finalmente i separati in casa si dividono,o così pare!

















Ladri di politica

di Alessandro Gilioli

Non so se è solo mio o di pochi - o invece è diffuso - il senso di attonito straniamento rispetto allo spettacolo offerto in quest'ultima settimana da quelle parti politiche che erano nate (o almeno dicevano di essere nate) per rappresentare, in Italia, la parte più bassa e numerosa della piramide sociale: i ceti poveri, quelli impoveriti, quelli fragili, quelli sommersi dalla velocità e dalla voracità del capitalismo più recente.

Attonito straniamento non solo rispetto al Pd - e alle sue improbabili, impresentabili, inguardabili cordate di potere - ma più in generale rispetto a tutto o quasi il teatrino che ci sta attorno, comprese le sinistre più o meno "radicali" che si accoltellano intorno alla questione se si può essere più o meno alleati di un altro partito in cui nel frattempo ci si accoltella attorno ad antiche oligarchie spodestate e a ex spodestatori già rampanti ma precocemente invecchiati nel somigliare alle stesse oligarchie che avevano spodestato.

E in tutto questo, niente di reale: niente che somigli a questioni vere, alla società fatta a coriandoli, al 'tutti contro tutti' diventato cifra del nostro vivere quotidiano, alle persone che a milioni hanno perso identità e prospettive, ideali e tranquillità. Che hanno perso allo stesso tempo l'oggi, il domani e il dopodomani.

E sono rimaste sole.

Sono rimaste sole perché c'è un dentro - i partiti, le loro surreali lotte intestine, i loro esponenti che si insultano sui media - e c'è un fuori, dove si parla d'altro e si teme altro, e si guarda a quei partiti come se fossero tutti alieni, pazzi, o tutt'al più appunto teatranti, intrattenitori. Che litigando ci fanno distrarre dalla nostra vita vera, dai nostri problemi veri, dal nulla in cui siamo stati cacciati.

Dentro, ci sono i pochi tifosi di questo o di quello: con la giugulare gonfia e l'insulto rapido, con le proprie ragioni di setta e i propri amori tribali, con il proprio capo di riferimento che rappresenta da solo il bene e il giusto.

Fuori, ci sono tutti gli altri: spaesati, stanchi, disillusi, distaccati, indifferenti, malfidenti, distratti. Alcuni - pochi - incazzati, come me: e timorosi che appena l'orchestrina finisce il concerto, lì sul Titanic, ci sarà da ammazzarsi per salire sulle scialuppe.

Ma molti di più sono semplicemente i lontani, i lontanissimi da chi è rimasto dentro a parlarsi addosso.

Poi finirà, in qualche modo.

E "passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore".

Resta ancora da capire, però, cosa resterà dopo.

Se le macerie renderanno fertile il terreno o se al contrario nulla vi crescerà più per anni.

Se avrà di nuovo senso la politica come strumento per immettere buone cause nel reale e provare a creare valore nel mondo o se al contrario la politica ci sarà stata derubata irreversibilmente.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Sulle riflessioni che ha fatto dei mariuoli della poitica va tutto bene,ma sono anni che in quella congrega sono dei separati in casa,che cosa ci stiano a fare tutti insieme,pare surreale.

Cosa riusciranno a organizzare Emiliano,Pisapia,Rossi e compagnia bella non.ne ho idea,ci vorrebbero dei giovani nel portare un po' d'entusiasmo,ma quelli ormai si rivolgono a Salvini e ai 5s.

Prevedo.tempi lunghi per un reset socialdemocratico,e dire che ce ne sarebbe bisogno subito con il disastro economico-sociale che stiamo vivendo,nel frattempo banche e imprenditori si fregano le mani.

Chi rimarrà con Renzi e soci,rimanga pure con la nuova democrazia cristiana 2.0,se qualcuno non se n'è ancora accorto si svegli dal torpore.

I.S.

iserentha@yahoo.it