mercoledì 3 ottobre 2018

La rigidità del reddito di cittadinanza ormai al via











Soldi per non fare niente: così ci portiamo avanti col lavoro

di Alessandro Robecchi

Pare dunque accertato che il famoso reddito di cittadinanza stia diventando un sudoku piuttosto difficile da risolvere, con parecchi difetti. Per esempio andrà solo agli italiani e a chi abita qui da dieci anni, che è come dire che chi vive qui, poniamo, da cinque o otto anni, manda i figli a scuola, paga le tasse (se non l’irpef, perché è sotto le soglie, tutte le altre) ed è in difficoltà, cazzi suoi. Poi c’è l’altra regola: ai poveri non si danno in mano contanti, come si fece invece per i ceti medi degli ottanta euro renziani. Meglio di no, quelli sono poveri, non sono abituati, poi chissà che ci fanno, coi soldi. E se scialano? Poi diventa centrale il funzionamento dei centri per l’impiego, quelle strutture che forniscono lavoratori precari al mercato e che traballano perché hanno troppo precari al loro interno (comma 22). Segue complicata struttura di pagamenti elettronici (si scivola verso la social card di Tremonti). E segue ancora, esilarante, la proposta dei sedicenti economisti della Lega per cui lo Stato dovrebbe in qualche modo tracciare le spese degli italiani che ricevono il sussidio: se comprano prodotti italiani in negozi italiani bene (alalà!), se comprano la stufetta coreana su Amazon no (questa è di Claudio Borghi, uno forte nel cabaret, finito, invece che a Zelig, alla Commissione Bilancio).

Insomma, come tradizione riformista nazionale ci siamo in pieno: una macchina senza ruote che si dovrà spingere in qualche modo. Si dirà che la preoccupazione maggiore è quella – sacrosanta – di ridurre al minimo abusi e furbetti, giusto. E del resto sul funzionamento della macchina che gestirà e distribuirà qualche soldo a chi finora è stato tenuto fuori da qualsiasi anche minima redistribuzione, i Cinque stelle si giocano gran parte della loro scommessa e l’osso del collo.

Dunque è comprensibile che qualche obiezione al sistema, sia più che sensata, ma purtroppo non è questo il tipo di opposizione prevalente. “Farlo è giusto e bisogna farlo bene” è un po’ diverso da dire “farlo è sbagliato”. Eppure la critica al reddito di cittadinanza (10 miliardi, quello che costarono gli ottanta euro, meno di quello che si spese per salvare le banche, meno di quello che ci costa disinnescare la mina Iva ogni anno) vola verso altri lidi. Ancora una volta prevale un’impostazione classista che unisce pensatori di estrazione culturale omogenea (per dire: Matteo Renzi e Flavio Briatore), secondo cui il reddito di cittadinanza paga la gente per stare sul divano invece di sbattersi, lavorare, darsi da fare, industriarsi. C’è, dietro questa impostazione teorica, il vecchio vizio borghese di considerare i poveri unici responsabili della loro povertà, e (di conseguenza) la povertà una colpa, vecchio ritornello adattato ai tempi, ma ennesima versione dell’antico e italianissimo “i meridionali (e i poveri) non hanno voglia di lavorare”.

Cosa sorprendente, molti di quelli che avanzano questo nuovo antichissimo refrain sono gli stessi che riflettono (?) sulla veloce automazione del lavoro, sulle frontiere della robotica. Sanno benissimo, insomma, che tra dieci o vent’anni, metà dei posti di lavoro non ci saranno più, e che i lavoratori sostituiti dalle macchine dovranno comunque mangiare qualcosa, si spera tre volte al giorno. Un qualche reddito-chiamatelo-come-voleteche sostituisca il reddito da lavoro, insomma, sarà inevitabile e sarà la scommessa dei prossimi decenni. Cavarsela con “Uh, li paghiamo per stare sul divano” non è solo banale e rivelatore del nulla teorico che ci circonda, ma anche miope nei confronti del futuro: presto stare sul divano senza lavoro sarà una situazione assai diffusa per moltissimi, respinti nella povertà dal famoso “mercato” per la cui gloria – maledetti – i poveri non si sbattono abbastanza. Loro e il loro divano.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT



Non sono documentato,ma questo reddito o sussidio che sia viene elargito in altri Paesi,si prenda spunto dalle loro esperienze.
Non ho idea su come si possa indirizzarlo senza che vada a finire nelle slot o bingo,ci provino,distinguere gli acquisti nostrani da quelli esteri è impossibile.

Da quel che ho letto e sentito sarà un sistema molto rigido,obbligo di corsi e lavori comunali,chi non si schioda dal divano,bye bye eurini…

Infine,dare un limite di qualche anno a chi è un neo cittadino italiano per riceverlo non mi pare un’aberrazione,e se si è Sinti o Rom,partecipino ai corsi e ai lavori e non c’è problema.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 2 ottobre 2018

Riflessioni sulla manovra economica dell'attuale governo

















Non è poi così difficile

di Alessandro Robecchi

Non essendo l'economia una scienza esatta, nessuno può dire con certezza quali saranno gli effetti reali della manovra, ammesso che il documento appena presentato poi diventi davvero legge finanziaria, e che passi senza stravolgimenti attraverso il Quirinale e l'Europa.

Voglio dire: considero con eguale stima - non necessariamente altissima, ma eguale - gli economisti che in questi giorni hanno previsto cataclismi con annessa miseria, carestia e sterilità; e quelli che invece hanno elogiato il documento per le possibili conseguenze in termini di ripresa dei consumi e di coesione sociale.

Certo è che una manovra così attenta ai ceti più bassi non si vedeva da decenni, forse da mai; il che qualche dubbio a sinistra dovrebbe porlo. Altrettanto certo è che non è una manovra redistributiva perché non redistribuisce un bel niente, non attacca i grandi patrimoni né le rendite finanziarie né le spese militari né semplicemente i redditi più alti, limitandosi a cercare di reintegrare un po' dei "penultimi" facendo più debito.

E sia chiaro, fare debito non è un tabù (a parte che per Monti e i vessilliferi dell'austerità) ma (se non accompagnato da altre misure distributive) non è neppure una scelta per l'uno o l'altro blocco sociale. Si cerca di non scontentare nessuno, rinviando il problema ai posteri pur di non colpire nessuno, di tenersi buoni tutti. E non è un caso che, alla fine, Confindustria abbia festeggiato lo scampato pericolo, ringraziando la Lega.

Se promettete di non fraintendere, aggiungo che è una manovra che richiama alla mente molti pezzi dell'ideologia economica del fascismo, quello che riteneva superato lo scontro di classe in nome dell'unione produttiva e nazionale delle classi già contrapposte. Il fascismo che portò all'Inail e all'Inps, per capirci e per dirla a sommi capi. E anche allora la sinistra storica accoglieva con imbarazzo o difficoltà di lettura delle riforme sociali. Queste riforme sociali peraltro andarono sempre più diluendosi negli anni in una sostanziale perpetuazione o accentuazione dei privilegi delle classi dominanti.

Altrettanto complessa - se ci mettiamo fuori dalle tifoserie partitiche - è la lettura di questa politica economica, di questo cocktail emerso dal connubio di un partito che nasce a difesa dei giovani, dei precari e dei dimenticati con un altro partito che invece rappresenta limpidamente il laissez-faire dei detentori di capitali e gli interessi antisociali dei forti. Tendenza che in assenza di vere scelte probabilmente nel tempo prevarrà - come impostazione economica - proprio come avvenuto nel Ventennio.

È una lettura complessa ma non così complessa da non poter essere compresa, metabolizzata e spiegata.

Non così complessa da dover ridurre la sinistra alla difesa incondizionata dei dogmi a cui nei decenni si è piegata. E che una sinistra seria proporrebbe di superare più sistematicamente - altro che trincea accanto ai teoreti dell'austerità - e con una chiara visione degli obiettivi sociali complessivi, visione che dal connubio politico di cui sopra viene accuratamente evitata.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Reddito di cittadinanza e l'apertura dei nuovi centri di impiego,vedremo quanti riusciranno a reperire lavoro,a me pare una decisione positiva,sempre che non diventi un esborso cronico,do fiducia.

Età pensionabile per i 62enni con 38 anni di contributi,anche qui mi pare positivo,se si è in produzione dopo i 60 anni è dura passare la giornata col rischio di dover arrivare a 67 anni,non tutti hanno poltrona e scrivania incorporata,l'unico particolare che intravedo come una distorsione,è cosa diciamo a chi ha iniziato a lavorare in età precoce,a 62 anni costoro avranno dai 43-45 anni di contributi versati,a me non pare corretto.

Vedremo l'abbassamento delle tasse,se ci saranno per tutti o solo per i ricchi,come hanno dichiarato d'ora in poi ci saranno le manette per chi evade le tasse,fosse così chi l'avrebbe mai detto,nel Paese dove rubare alla collettività viene visto come un vanto.

Portare allo sforamento del 2.4 del Pil sarà positivo solo se si creerà economia,e qui che si giocherà il futuro di questo Esecutivo,i conti si faranno tra un anno o due al max.

L'ultima analisi sulla deriva fascista con le similitudini riportate da lei al tempo del ventennio,a me non pare che ci siano,anche se non sono così un fine conoscitore della storia,vedrò di stare attento ai segnali che ci saranno strada facendo.
Discorso a parte su migranti economici e profughi,penso che la condanna a questo Esecutivo sia assolutamente lecita,nello stesso tempo però condanniamo l'intera Unione Europea,che si sta dimostrando assolutamente fascistoide su questo tema.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 26 settembre 2018

Le continue bastonate sulla pelle dei lavoratori italiani












Flexsecurity, il solito giochetto a due fasi sulla pelle dei lavoratori

di Alessandro Robecchi

Con tutta la bella retorica sull’uscita dalla crisi, e la ripresina – dopo dieci anni di implacabile tosatura dei redditi dei ceti medio bassi – ecco che abbiamo un problemino. Muore, infatti, gran parte della cassa integrazione per le aziende in crisi o in cessazione di attività. Il che significa avere davanti la prospettiva di 140.000 (centoquarantamila!) lavoratori senza reddito, solo tra i metalmeccanici, cui si aggiungono altre categorie, tavoli, trattative, crisi, emergenze per un totale che nessuno sa calcolare ma che dovrebbe, alla fine dell’anno e nei primi mesi del 2019, sfiorare quota 200.000 (duecentomila!). Sono famiglie che rischiano di restare senza reddito, quindi di più o meno mezzo milione di persone che sentono la terra che cede, il pavimento che diventa fangoso, e avvertono spaventate uno scivolamento verso la povertà.

La questione è già stata approfondita dai leader politici, cioè approfondita come sanno fare loro, in scambi di contumelie di 280 caratteri, virgole e spazi compresi. Di Maio ha dato a Renzi dell’”assassino politico” per il Jobs act, Renzi ha risposto per le rime, eccetera eccetera. La solita seconda media con ragazzi difficili, che – immagino, ma sono quasi sicuro – produrrà in quelle 200.000 famiglie sull’orlo della povertà una notevole irritazione (eufemismo: saranno incazzati come cobra).

Al di là del disastro, che ora bisognerà evitare in qualche modo, va fatta una riflessione seria sulla sbobba che in questi anni ci hanno fatto mangiare, a pranzo e a cena, benedetta e santificata in una parolina inglese (e te pareva, la lingua di Shakespeare sembra la vaselina migliore quando si parla di lavoro in Italia): flexsecurity.

Per anni, più o meno dal 2009, quella della flexsecurityè stata la teoria liberista del lavoro, mutuata da suggestioni danesi (Pil una volta e mezzo il nostro, abitanti meno di un decimo), spinta dai pensatori liberal-liberisti, tradotta assai maldestramente in legge dal jobs act. Consiste, più o meno, nell’aumentare sia la flessibilità del lavoro (flex), sia la sicurezza sociale (security), con il geniale progetto, una specie di speranza con tanto di ceri alla Madonna, che la prima riesca più o meno a finanziare la seconda. Cosa che non è avvenuta.

Su colpe, responsabilità, omissioni, pezze da mettere al buco si vedrà, ma preme qui affrontare un aspetto della questione un po’ più teorico e (mi scuso) filosofico. Perché entra qui in gioco una grande tradizione italiana, che potremmo chiamare il trucchetto delle due fasi. Prima fase: si chiedono sacrifici e rinunce, limature e taglio di diritti, stringere i denti, tirare la cinghia. Ma tranquilli, è solo la prima fase, poi verrà la seconda fase e vedrete che figata.

Ecco, la seconda fase non arriva mai.

Qualcosa si inceppa. O si sono sbagliati i calcoli. O cade un governo. O cambia la situazione internazionale. O il mercato non capisce. O l’Europa s’incazza. Insomma interviene sempre qualche fattore per cui la fase uno si fa eccome, soprattutto nella parte dei diritti tagliati e del tirare la cinghia, e la fase due… ops, mi spiace, non si può fare, non ci sono i soldi, che disdetta.

Sono anni e anni che questo giochetto delle due fasi viene implacabilmente attuato sulla pelle dei lavoratori italiani, anni in cui gli si chiede di partecipare in quanto cittadini al salvataggio della baracca, rinunciando a qualcosa come garanzie o potere d’acquisto in cambio di un futuro in cui i diritti ce li avranno tutti – un po’ meno, ma tutti – e aumenterà il benessere collettivo. Mai successo. Ma mai.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Tipo le grasse buonuscite dei dirigenti,quelli che guadagnano ognuno come migliaia di semplici lavoratori,sarà mica questo il riequilibrio sociale agognato,che però rimarrà utopia?

Avanti su,se uno è stato un compagno criminale,mettiamoci una pezza e allunghino il periodo di disoccupazione alle solite cifre da sopravvivenza.

Altrimenti cambia il criminale ma il delitto rimane seriale.

E c’è ancora chi difende i mocciosi,quelli ancora tronfi,nonostante le batoste elettorali…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 19 settembre 2018

Il governo giallo-blu sempre più bluastro











Che fare? la domanda con l’eco intorno (nel deserto politico)

di Alessandro Robecchi

Forse non è corretto valutare la politica italiana come un semplice meccanismo di domanda e offerta, ed è sempre irritante considerare quel confuso miscuglio tra ideali e pratiche, strategie e tattiche, desideri e possibilità che è la passione politica come se fosse un titolo in Borsa, che sale, scende, si stabilizza, si impenna o crolla. Insomma, la cosa è più complicata, ma se per un attimo fingiamo che sia così – domanda e offerta – ne esce un quadro non proprio confortante.

Prendi per esempio un elettore dei Cinquestelle, uno di quei dodici milioni – magari non militante, magari non ortodosso, magari uno di quei tantissimi che hanno messo lì il loro voto per cambiare qualcosa, vedere l’effetto che fa, punire la miserrima arroganza di quelli di prima – che si metta a cercare altre strade. Bene. Non c’è dubbio che lo vedremmo un po’ spaesato. L’effetto è quello di uno che si mette un proprio per non lavorare più sotto padrone e si ritrova un socio ingombrante, che fa tutto lui, che si intesta quote della società. Per quanto vaghe siano le aspirazioni e per quanto fumoso sia il grande disegno pentastellato, ritrovarsi con la possibilità di comprarsi un kalashnikov senza troppe scartoffie non faceva parte di quei sogni. Nemmeno ballarecheek to cheekcon un alleato che garantisce Silvio sui suoi sempiterni interessi, ovvio. E nemmeno passeggiare a braccetto con uno che spinge un condono epocale, una cosetta che era partita da quattro multe e arriva a perdonare grossi evasori (fino a un milione di euro, si dice). Supponiamo poi che questo elettore venisse dalla sponda democratica, intesa come tendenza anti-establishment ma anche antifascista. Si suppone che si troverà un po’ a disagio con l’amico dell’amico Orban, e chissà, magari, se l’elettore è una donna, guarderà con qualche fremito a quel Ddl Pillon oggi tanto sventolato da un legista che parlava di “stregoneria nelle scuole”, che dichiara la superiorità del “matrimonio indissolubile”, o dice “glielo impediremo” alle donne che vogliono abortire.

Insomma, pur capendo il gusto dell’imprevisto, qui gli imprevisti diventano un po’ troppi, allearsi così strettamente con Salvini è come comprarsi un doberman e scoprire che le chiavi di casa e il guinzaglio li tiene lui: il rischio è di finire a mangiare nella ciotola mentre il cane sta sul divano a guardare la tivù.

Ma, tornando al famoso discorso della politica come domanda e offerta, supponiamo che questo ipotetico elettore Cinquestelle – anche uno solo sui dodici milioni, ma credo più d’uno – cominci a guardarsi in giro per vedere se nel listino esista un’offerta migliore. Qui cominciano i guai veri: dove potrebbe andare? Sperimentata l’alleanza con la punta di diamante della destra, la tentazione sarebbe quella di guardare dall’altra parte, ma per trovare cosa? Un pasticcio di personalismi, ego in libertà, inviti per cene a quattro tra leader bolliti, poi rinviati e ritirati, per sopraggiunta overdose di ridicolo. Minacce da fumetto (“Non vi libererete tanto facilmente di me”, cfr. Renzi), mezze figure che reggono la coda a questo o quel capetto, grotteschi balletti sulla data del congresso, tweet che irridono l’avversario, pretese di competenza smentite dai fatti e dalla storia recente, e potrei andare avanti ore. Non ci vuol molto a capire che il nostro ipotetico elettore Cinquestelle un po’ deluso dall’alleanza con lo sceriffo chiacchiere-e-distintivo Salvini si trovi a disagio, con la prospettiva (il def, il reddito di cittadinanza divenuto bonsai, Silvio che rientra dalla finestra, propaganda sui poveracci…) che il disagio aumenti. Presto si troverà davanti alla solita domanda che spunta sempre: “Che fare?”, e ci troveremo intorno altre anime morte in cerca dell’unica cosa che oggi la politica non offre: fare politica.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Assolutamente vero che piano,piano l’aspetto bluastro governativo stia prevalendo,anche senza il piano,piano,quel contratto stipulato pare un po’ una bidonata strada facendo,così come i sondaggi che vedono ben al di sopra del 30% il felpato,aveva il 17% mi pare.

Tra condoni ai soliti noti,tra spalmatura dei 49 milioni in novant’anni,non perderanno un voto i leghisti,quell’elettorato dopo il caimano è ciò che vuole.

Tanto vale far crollare tutto e lasciarli governare per molti anni con la dx unità,aspettando,chissà quando sarà possibile,accordi tra i fivestars e ciò che rimarrà della sx,sperando che la medesima finisca di scimmiottare la dx.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 12 settembre 2018

Salvini il prezzemolo mediatico,quanto durerà?









Bolla Salvini, il punto non è se scoppierà, ma è capire quando

di Alessandro Robecchi

Ahi, Sudamerica, Sudamerica… Ci vorrebbe un Gabriel Garcia Màrquez in piena forma per raccontare del burbero ministro della Polizia e della Sicurezza che fa pubbliche dichiarazioni in sostegno della fidanzata e dei suoi cuochi in tivù, che trepida in camerino con la di lei mamma. C’è del ridicolo, sì, ma anche del tragico. E’ trasformismo da social: ve lo aspettate severissimo a sorvegliare i confini, ed eccolo tenero fidanzatino di Peynet. Ve lo aspettate paterno e rassicurante a pranzo, natura morta con mozzarella, ed eccolo ducesco e imperativo che apre le buste della Procura.

Quindi aggiungiamo alle grandi domande del presente anche questa, forse minore e laterale: quanto manca allo scoppio della bolla Salvini?

Inutile elencare i precedenti, che sono noti a tutti e mediamente tragicomici. Sono passati solo sette anni da quando sembrava che indossare il loden verde e prendere un treno fosse una specie di Risorgimento contro l’impero del grottesco e del cochon: Monti veniva dopo Berlusconi e sembrava la discesa dell’angelo moralizzatore. Due anni dopo nessuno poteva più vederlo nemmeno pitturato. Renzi, anche lui beneficiario di una bolla di consenso, ci affogò dentro facendo l’errore classico: credere alla propria propaganda. Stessa velocità supersonica, ciò che sembrava modernissimo e sorprendente aveva già rotto le palle due anni dopo, ci sono canzonette estive che durano di più.

E ora Salvini. Il cambio di stile nell’agiografia e nella comunicazione del capo è evidente: oggi abbiamo grigliate a torso nudo dove ieri avevamo elegantissime fotine seppiate del Giovane Statista, è una questione di target.

La bolla Salvini deve vedersela anche con un altro problema, che potrebbe accelerarne la fine: il fastidioso e perenne rumore di fondo che i media producono. La “questione Matera” ne è un buon esempio: Di Maio chiede a Emiliano qualcosa su Matera, subito gira la favola che non sa dov’è Matera. Poi si chiarisce tutto (Matera gravita sull’aeroporto di Bari, sarà capitale della cultura, anche la Puglia ci punta molto, eccetera), ma intanto la cosa gira. Esponenti dell’opposizione fanno battute, rilanciano una notizia falsa quando già si sa che è falsa, notizia falsa e notizia vera si intrecciano, tutto si mischia. Vero? Farlocco? Solo rumore.

Un caso al giorno, anche due, così, ogni giorno, un’ondata di surreale dietro l’altra, da ogni direzione e verso ogni bersaglio, poi la piccola risacca dei puntini sulle i, poi un’altra onda, e si ricomincia. La goccia che scava la pietra, e la pietra finisce che prima o poi si rompe i coglioni.

Tutto diventa rumore di fondo, e la bolla di Salvini finisce lì dentro. Sarà vero? Sarà falso? Che ha fatto oggi? Proclami razziali? Baci e abbracci? Rastrellamenti di migranti? Auguri alla ragazza? Minacce alla magistratura? Pollo arrosto? Salvini è orizzontale e riempie tutte le pieghe dell’esistenza, dal pubblico all’intimo, il crinale è molto stretto, il rischio di cadere nella caricatura di se stesso è inevitabile. “Salvini fa il bucato” e “Salvini riceve Orban”, diventano la stessa cosa, è un entertainer che per esistere deve stare perennemente in onda, questo sostiene i sondaggi nell’immediato, ma alla lunga logora.yahoo.it

I fatti saranno più testardi, la flat tax non ci sarà (per fortuna), la benzina la paghiamo più di prima, i migranti si rivelano ogni giorno di più un’arma di distrazione, gli alleati (alla buon’ora!) si mostrano infastiditi, “Io sono eletto, i giudici no” contiene dosi massicce di Berlusconi. Quando prevarrà la sensazione di un Salvini “chiacchiere e distintivo” la bolla scoppierà, ciò che all’inizio il grande pubblico guardava con simpatia canaglia comincerà a guardare con sospetto, e poi con stizza: ancora queste cose? Ancora ‘ste cazzate? La domanda non è se succederà, ma quando.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Siamo un Paese così,almeno diffusamente che insegue le bolle,dal nefasto ventennio del primo novecento,ad arrivare alla lunga bolla democristiana con il quasi highlander Andreotti,quelle più brevi di Craxi e Renzi,anche se quest’ultimo non molla.
Quella caimana che è durata moltissimo,ma qui c’è una pesante ragione televisiva e inciuciona sempre con il partito solito noto.

Ora c’è quella felpata e a torso nudo estiva,dove qualsiasi tweet e stupidaggine assortita viene amplificata dai media,durerà se ci saranno successi palpabili,cioè se l’economia e l’occupazione miglioreranno sensibilmente,altrimenti prepariamoci a qualche altro messia mediatico da amplificare ad hoc.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 22 agosto 2018

Dalla privatizzazione alla nazionalizzazione,forti dubbi che sarà la panacea che curerà tutti i mali


















Il treno delle polemiche sulle privatizzazioni è in ritardo (ovviamente)

di Alessandro Robecchi

La macchina del tempo esiste, è qui, funziona a meraviglia, la stessa meraviglia con cui si può leggere oggi un dibattito che andava fatto trent’anni fa, quello sulle privatizzazioni, sul meno-Stato-più-mercato, quello sui carrozzoni pubblici che, sostituiti dall’illuminata gestione dei privati, avrebbero dovuto diventare luccicanti carrozze di prima classe. Si potrebbe dire, pasolinianamente, “Io so”, ma non c’è bisogno di arrivare a tanto: basta un più modesto “io ricordo”. Ricordo molto bene (ahimé facevo già questo mestiere) le accuse a chi si opponeva alle privatizzazioni di tutto e di tutti. Le accuse di comunismo, di statalismo, di arretratezza e miopia riservate a chi si opponeva alle svendite di patrimoni pubblici e alle concessioni donate in allegria. Di contro, ricordo le odi al mercato che tutto sistema e tutto regola come per magia. C’è stato un periodo, nella nostra storia recente, in cui se solo ti azzardavi a dire che lo Stato doveva fare lo Stato e gestire i suoi beni (possibilmente con correttezza, senza assumere per forza i cugini dei cognati), venivi trattato come un VoPos della Germania dell’est posto a difesa del muro, un pericoloso comunista pronto a entrare nel Palazzo d’Inverno sfasciando i preziosi lampadari e sporcando i tappeti. Fu in quegli anni che si diffuse come l’epidemia di Spagnola l’uso indiscriminato della parola “liberale”. Tutto diventava liberale, così come tutto doveva diventare privato, e se qualcuno si metteva un po’ di traverso niente sconti: l’accusa terribile era quella di essere contro la modernità, reato gravissimo. “Statalista” suonava come “pedofilo”, come “brigatista”: pubblico ludibrio e risate di scherno. Non se ne fa qui una questione di schieramenti: destra e sinistra unite nella lotta, chi più chi meno, chi a suo modo, chi tentando di umanizzarlo e chi spingendolo al massimo dei giri, chi dicendo che andava regolato almeno un poco, chi diceva che era meglio lasciarlo libero e bello. Ma il pensiero unico di cui tanto si parla cominciò lì: il mercato non era una cosa discutibile, prendere o lasciare. Cadevano muri e ideologie, e ne rimaneva in piedi una soltanto: il mercato.

Ora che anche fior di liberali ammettono che “alcune privatizzazioni” sono state fatte male, in fretta, con l’ansia di far cassa e senza alcuna strategia o prospettiva storica, con pochi controlli, con un orribile consociativismo tra chi concedeva e chi prendeva le concessioni, non c’è da provare nessuna soddisfazione: i buoi sono scappati, la stalla è stata spalancata per trent’anni, chiudere le porte ora sarà probabilmente una pezza piccola su un buco enorme. E anche questa concessione all’evidenza rischia di sembrare furbetta e funzionale: si ammette che qualcosa è andato storto per affermare, in sostanza, che il disegno è giusto ma c’è stata qualche sbavatura.

Intanto il famoso mercato lo abbiamo visto in azione: in trent’anni ci ha regalato un paio di crisi durate dieci anni ognuna, un restringimento dei diritti (non ultimo quello di passare un ponte senza pregare tutti i santi), una precarizzazione di massa, la proletarizzazione dei ceti medi e tutto il resto che sappiamo. Il tutto accompagnato – in Italia – dalla vulgata (oggi si direbbe “narrazione”) che il pubblico era antico e il privato moderno. Poi, oggi, si trasecola apprendendo dagli schemini dei giornali che in Germania le autostrade sono pubbliche e gratuite, per dirne una, e nessuno si sogna, lassù, di pensare ai Land tedeschi come a repubbliche staliniste pronte a fucilare i dissidenti o a mandarli in Siberia. Oggi pare che si possa ricominciare a parlarne, ma il timore è che lo si faccia solo perché bisogna rimettere a posto i guasti dei famosi privati. Insomma, privato quando c’è da incassare e pubblico quando c’è da rimettere insieme i cocci.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Prendere atto della mostruosità delle privatizzazioni italiche è come sfondare una porta aperta,anche se non ci fosse stata l’ultima tragedia criminale a Genova,inciuci nauseabondi a iniziare dalla prima Repubblica,da Prodi e compagnia bella caimana,possono testimoniare di un Paese allo sbando.
I paragoni con la Germania non reggono,lì chi non paga le tasse viene considerato un delinquente,qui ci si vanta e viene visto diffusamente con ammirazione e nel caso venga pizzicato a rubare alla collettività,paga la decima parte del dovuto se gli va male.

Non sappiamo gestire le privatizzazioni,ma non sappiamo manco far funzionare la macchina statale,vedasi Pompei,e l’immensa cultura storica legata all’arte lasciata andare in malora o gestita in modo lassista,se le autostrade diventassero statali chissà se diventerebbero magicamente efficienti,sa com’è l’assumificio dell’amico tramite dirigenti o politici compiacenti è una consuetudine da queste parti.

Ovunque si cerchi di trovare una quadra ci sono solo grandi casini,e non si dica che è colpa della politica,siamo un popolo diffusamente scaltro che cerca di fottere il prossimo,la politica è e sarà la pessima punta di diamante di tutto ciò.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 8 agosto 2018

Verso una umanità sempre più disperata e facilmente sfruttabile

















La libertà è un diritto sociale

di Alessandro Gilioli

La vicenda di Palermo - la truffa alle assicurazioni con danni fisici reali provocati su vittime consenzienti - è agghiacciante non solo per la crudele brutalità della banda, ma soprattutto per quella parola: consenzienti.

Perché questo è: persone che accettavano di procurarsi fratture in tutto il corpo per poche centinaia di euro. Il grosso del risarcimento truffato andava alla banda.

Dice la polizia che le vittime venivano reclutate «in luoghi frequentati da soggetti ai margini della società, tra cui tossicodipendenti, persone con deficit mentali o affetti da dipendenza da alcol, e con grandi difficoltà economiche».

Contro le vittime venivano scagliati dall'alto dischi in ghisa da 25 chili. C'era anche un tariffario delle fratture: 400 euro per una gamba, 300 per un braccio.

«La squadra mobile ha ricostruito episodi raccapriccianti», ha detto in conferenza stampa Il questore di Palermo, Renato Cortese.

A me, inevitabilmente, la vicenda ha riportato alla mente quando una decina di anni fa mi occupai per lavoro di traffico di reni in India. Anche lì le persone erano (quasi sempre) consenzienti: ragazzi di villaggio poverissimi, spesso con debiti ereditati da padri morti per alcolismo o malattie. Il trafficante non faceva fatica a convincerli. By the way, io me ne sono occupato dieci anni fa ma il fenomeno nel frattempo si è solo allargato.

Qualcosa di simile accade anche in molti altri commerci, però.

Sono consenzienti i lavoratori nepalesi che si fanno deportare in Qatar a costruire gli stadi dei mondiali, consegnando i loro passaporti alle agenzie interinali quindi se stessi alla schiavitù per un certo numero di anni. Sono consenzienti gli eritrei che salgono sui pick-up delle bande libiche che li tortureranno per tutto il viaggio nel deserto. Sono consenzienti i raccoglitori di pomodori che ogni mattina vanno incontro ai loro caporali. Sono consenzienti le prostitute straniere o italiane in mano a una tratta, o semplicemente costrette a subire rapporti sessuali per dar da mangiare a se stesse o ai figli.

Il caso di Palermo - come quello di chi si vende un rene - è solo più visibile, più terribile. La questione resta la stessa anche dove è in apparenza meno palese. Il concetto di consenziente, in condizioni di povertà e di ricatti, viene strattonato fino al suo opposto, anche se tecnicamente rimane tale. La libertà umana in questi casi resta quindi solo formale, astratta, teorica. La carne del reale dice l'opposto. Non c'è libertà vera se non sei in condizioni di permettertela.

Del resto "se non ti piace, prendi le tue cose e vai", viene detto in ogni condizione di sfruttamento, in ogni condizione in cui si è sottopagati, costretti a turni massacranti, indotti a fare straordinari anche quando si vorrebbe tornare a casa. "Nessuno ti costringe", ti dicono, mentre a costringerti è la realtà.

La libertà non è un diritto civile.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Come sono distanti gli anni 70 e in parte gli 80,dove c'era lavoro,il sindacato con le lotte dei lavoratori iniziate sulla fine degli anni 60,permisero una enorme acquisizione per i diritti dei lavoratori,una realtà irripetibile e inimmaginabile nel 2018,e da molti anni peraltro.

Il lavoro,i diritti e i sindacati ormai sono evaporati come se fossero una soluzione alcolica,per quanto correttamente la politica cercherà di frenare con le leggi,i controlli,etc,etc,le azioni criminali sulla povera gente,non ci sarà mai una legge che potrà frenare la corsa verso lo sfruttamento dei disperati.

I casi allucinanti delle ossa rotte emersi da poche ore,dei reni donati per pochi soldi in modo assolutamente illegale,o chissà del ritorno alla compra-vendita dei bambini,è inevitabile che si moltiplicheranno,questa è l'umanità,definiamola così degli anni che verranno.

P.s.

Un esempio di dove vanno i guadagni su una bottiglia di pomodoro che compriamo un po' tutti sugli scaffali del supermercato,più del 50% va alla distribuzione commerciale,un'altra consistente al trasporto delle merci,il 10% al costo del vetro e solo l'8% a chi produce e raccoglie,e ci si domanda come si possa coltivare e raccogliere i prodotti ortofrutticoli in modo legale?

I.S.

mercoledì 1 agosto 2018

Come trovare l'antidoto al salvinismo e al razzismo che ne consegue











Salvini è un sintomo, chiediamoci qual è la malattia

di Alessandro Robecchi

Il ministro del disonore Matteo Salvini, quello che cita Mussolini, nega l’escalation razzista nel paese, teorizza l’autodifesa a colpi di pistola, comunica come un troll provocatore, leone da tastiera di rara ignoranza ma con in mano il ministero della sicurezza, copre il paese di vergogna in tutto il mondo e ci deve quarantanove milioni di euro rubati dai soci suoi predecessori, è un sintomo grave della febbre italiana. Attenzione, non la causa della malattia, un sintomo. Ciò non significa sminuirne la portata: anche un feroce mal di testa è un sintomo, e infatti lo si combatte, ma un bravo medico non si limiterà a farvi passare il mal di testa con qualche aspirina, ne cercherà la causa in modo che il mal di testa non vi venga più.

Salvini è il prodotto, confezionato con fiocchetti e bandierine tricolori (quella con cui il suo ex capo si puliva il culo), di tutti i cucchiaini di merda ingurgitati in anni e anni di storia italiana, di tattiche cretine, di strategie miopi e fascistogene che premiavano ricchi, benestanti e classi dirigenti a discapito di poveri, proletari e piccola borghesia. Il classismo implacabile e accuratamente innaffiato in decine di anni (e Berlusconi, e Monti, e Renzi… molte chiacchiere e molti distinguo, ma la curva delle diseguaglianze è rimasta perfettamente costante), ha acceso piccoli fuochi, e ora arriva Salvini a soffiarci sopra per mera convenienza politica e cinismo. Le classi dirigenti che ci hanno ammorbato per decenni con le loro parole d’ordine campate per aria, meritocrazia, competizione, mercato, liberismo, o negando qualunque dignità al conflitto di classe, o introducendo la favoletta bella che “siamo tutti sulla stessa barca”, industriali e lavoratori, start-up miliardarie e precari, finte cooperative e schiavi, hanno indebolito l’organismo, e ora che arriva il virus e non trova anticorpi, fingono preoccupazione.

Capisco che tirare in ballo la cultura, la letteratura, il grande cinema, al cospetto di coloro che ritengono gli intellettuali un ingombro fastidioso e privilegiato sia tempo perso. Ma va ricordato lo stesso che i migranti economici di Steinbeck che andavano dall’Oklahoma alla California venivano bastonati da sfigati poveracci come loro; e quando, in Mississippi Burning, l’agente federale Gene Hackman andava a fare il culo ai razzisti che linciavano i neri, non trovava agrari e latifondisti, ma povericristi spiantati e ignoranti come la merda. Sono proprio le basi, porca miseria: se hai vissuto nel continente del nazifascismo dovresti sapere già dalle elementari che il trucco per tener buoni i penultimi è renderli furiosi con gli ultimi e aizzarglieli contro. Questo è quello che sta facendo il ministro del disonore Salvini: portare taniche di benzina verso l’incendio, che arde già da un bel po’.

Ora, è vero, bisogna eliminare il sintomo. Lo si fa applicando coi fatti quello che per anni si è detto a parole, cioè contrastando la barbarie strada per strada, autobus per autobus, fila alla posta per fila alla posta. Zittendo quelli che credono di sollevarsi dalla loro condizione prendendosela con chi sta peggio di loro, invece di rivendicare reddito e diritti da chi sta meglio. Significa parteggiare in modo militante per chi cerca dignità, e non essere indifferenti o distratti quando qualcuno gliela vuole togliere. Intanto – non invece, intanto – bisogna ricostruire dalle basi. Che significa costruire davvero, non rimettere in piedi con il nastro adesivo strutture già crollate. Se Salvini e i suoi arditi sono un problema – lo sono – è perché le élite di questo paese hanno miseramente fallito, lavorando unicamente per la salvaguardia di se stesse e non per tutti quanti. Combattere loro e combattere Salvini è la stessa battaglia. Che sia lunga e difficile non è un buon motivo per non farla.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Il senso della realtà dell’elite del Paese è stata ipocrita e falsa,e per elite intendo chi non si è messo di traverso a politiche berlusconiane,diventate successivamente montiane,per arrivare alle ultime di stampo pidino,le quali hanno costruito un esercito di poveri pur lavorando per i più fortunati,in aggiunta alla migrazione africana,innescando una guerra tra poveri quasi irreversibile.

Mi inserisco anch’io tra coloro che condannano e continueranno a condannare il fascismo e il razzismo,se ci si avvia come Paese in un orribile tunnel del genere,i fenomeni di puro razzismo di cui stiamo leggendo quotidianamente,diventeranno sempre di più frequenti e criminali.ma sarà dura contrastarli se non ci sarà una ripresa economica-occupazionale,e la intendo di una certa dignità,proprio per disinnescare la guerra tra poveri in atto.

Con le zucche vuote non si può ragionare,in qualsiasi periodo fanno solo danni,e ce ne sono parecchie che fanno pure i giornalisti da tempo immemore,toccherà lavorare affinché non ci siano coloro che li ammirano e li giustificano,impresa difficilissima ma assolutamente necessaria.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 30 luglio 2018

L'unico argine possibile alla voglia di destra in Italia e in Europa

















Le due destre che diventano una

di Alessandro Gilioli

Il nuovo leader del Partito popolare spagnolo, Pablo Casado, ha debuttato sulla scena internazionale con una dichiarazione sui migranti in pieno stile Salvini, forse pure peggio. Casado ha vinto la battaglia per la successione a Rajoy profilandosi molto a destra, pur essendo a capo di un partito teoricamente in linea con i popolari europei, insomma la Merkel, per capirci.

Suggerirei, se posso, di non sottovalutare il segnale. In Austria la destra popolare e "moderata" - del tutto "establishment" da decenni - è già al governo con quella estrema, nazionalista e antiestablishment. Negli Stati Uniti Trump mescola bene gli interessi dell'una e dell'altra, insomma destra economica liberista e destra nazionalista radicale.

A Bruxelles di questa ipotesi si parla da tempo: una saldatura di fatto, a livello internazionale, tra la "vecchia" e la "nuova" destra, quella moderata e quella neofascista.

La prima è responsabile (insieme al centrosinistra che la emulava, s'intende) della catastrofe del sistema di cui era architrave e contro il quale sono appunto nati i partiti cosiddetti antiestablishment. La seconda da questo fallimento (e dalla rabbia conseguente) ha tratto la sua linfa e la sua popolarità.

Ora causa ed effetto della crisi si avvicinano alle nozze.

Non è, del resto, una grandissima novità: in Italia il Listone dei fascisti insieme ai liberali è roba di oltre 90 anni fa. Insomma non è inedito che - quando si trova in crisi - la destra economica liberale trovi rifugio sotto l'ombrello di quella più estrema, nazionalista e xenofoba.

In Italia, si sa, la situazione è per ora differente e la destra estrema si è alleata con quello strano oggetto che è il M5S.

C'è chi di fronte a questa alleanza mangia i popcorn serenamente, credendo di poter rovesciare le sorti della poltica a proprio favore aspettandone il cadavere.

Io sono tra quelli più propensi a credere che l'alleanza in corso a Roma sia cosa tanto brutta quanto non eterna, anzi; che la ricomposizione dei campi dopo la crisi porterà piuttosto a uno scenario come quello di cui sopra, con le destre moderate e quelle estreme insieme; e che a questo scenario dovrebbe pensare e prepararsi chi a quella alleanza di destre intende opporsi.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE


Speriamo che qualcosa appaia a livello progressista,direi che non tocca più parlare di sx,alcuni esponenti proprio della sx che parevano una luce si sono spenti e non si sa che fine abbiano fatto.

Toccherà fare delle scelte nette,l'ideologia rigida e pura ormai si è capito che porta a prefissi telefonici,altrimenti chi potrà simpatizzare se si avrà come d'abitudine discorsi fumosi che portano a vicoli ciechi,ben vengano politiche sociali a patto che siano accompagnate a severità sui vari problemi,tolleranza zero verso chi delinque,che siano reati comuni e quelli dei colletti bianchi,la possibilità di ospitare profughi se ci sono opportunità di inserimento e di un breve periodo di accoglienza all'altezza della situazione,continuando nella opera di aperture europee per far si di non rimanere soli con questo dramma umanitario,garanzie per il lavoro fottendosene delle chiusure di confindustria,facendo pagare fino all'ultimo centesimo chi ha avuto delle agevolazioni contrastando così le delocalizzazioni,direi che esistono praterie per far tornare un po' di fiducia a chi ha scimmiottato la dx sino ad ora.

In questo momento a grandi linee abbiamo un testa a testa Lega e 5S al 30% per ognuno delle scelte elettorali,il pd al 18% e il caimano che si sta azzerando,indi per cui lascino all'interno del pd ingurgitare pop corn chi sappiamo e chi ci gira intorno,e inizino a pensare ad avere un rapporto con i 5s,quel contratto fatto col felpato a maggio è frutto di un compromesso in cui gli equilibri paiono molto fragili,essendo due forze politiche antitetiche per diversi motivi,e si vada in modo più naturale verso accordi futuri tra le due forze che si sono odiate fino a ieri,ma che dovranno tentare di arginare la svolta destrorsa molto pericolosa.

Alternative nel breve-medio termine non ce ne sono,altrimenti si farà la fine di quel marito che tradito dalla moglie si tagliò gli zebedei,i problemi ovviamente se così fosse diventeranno sempre più drammatici.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 25 luglio 2018

L'inaccettabile ingiustizia sociale del neo capitalismo


















Agiografia o insulti: il vero dibattito resta quello sul capitalismo

di Alessandro Robecchi

Se si scava con pazienza, con tenacia, se si spostano come piccoli massi che ostruiscono lo scavo le cretinate feroci dei troll della rete, se si solleva con un paranco la massa inerte dell’agiografia obbligatoria; insomma se si va al nocciolo della faccenda, molto sotto la superficie del chiacchiericcio social o a mezzo stampa, si vedrà che le diverse valutazioni su Sergio Marchionne contengono un dibattito tutt’altro che banale. Il dibattito sul capitalismo – italiano e non – che si vorrebbe far passare per una querelle datata e novecentesca e che invece sta lì, a bruciare sotto la cenere fredda.

Sono cose complicate e antiche, per esempio il conflitto tra capitale e lavoro, una cosuccia che non si è risolta negli ultimi duecento anni, da Karl Marx in poi, e che non si risolverà certo ora a colpi di tweet. Le fazioni, però, sono ben delineate: chi ringrazia Marchionne per aver applicato certi standard del capitalismo moderno – molta finanza, molte delocalizzazioni, molto globalismo, compreso portare la sede legale qui, la sede fiscale là, ma mai più in Italia. E chi, dall’altra parte, vede l’ammazzasette delle relazioni sindacali, i licenziamenti e lo sfoltimento della forza lavoro, la riduzione delle pause alla catena di montaggio per la mensa o per pisciare, la pretesa di fare un sindacato giallo e tagliare fuori dagli accordi chi combatte sul serio.

Per qualche anno, la questione è passata come un conflitto tra “moderno” e “antico”. Stupidaggini, perché il problema è ancora quello di capire se questa “modernità” ci piace e ci conviene o se piace e conviene a pochissimi. Per dire, nella gestione Marchionne oltre ventimila posti di lavoro in Fca sono evaporati: ventimila famiglie lasciate senza un reddito a fronte di una famiglia che ha salvato la baracca (gli Agnelli e successive modificazioni) e di alcune che hanno moltiplicato risparmi e investimenti (gli azionisti). Insomma, la vecchia, cara lotta di classe, che oppone chi ha molto e chi ha poco.

Al centro di questo dibattito di lungo respiro c’è un’emergenza costante e visibile a tutti, che è l’aumento delle diseguaglianze. Per dirne una e giocare con il paradosso, si ricorda che Valletta, storico amministratore delegato Fiat, negli anni Cinquanta, guadagnava come quaranta operai e Marchionne invece come più di duemila (vale anche per calciatori, divi di vario genere, eccetera eccetera). Cioè la forbice tra rendita e lavoro, tra profitti e salari si è allargata in modo indecente e inaccettabile, eppure accettata di buon grado anche a sinistra. Caliamo un velo pietoso sulle scempiaggini renziane a proposito di Marchionne e del marchionnismo, ma è certo che una corrente filosofica filopadronale è egemone da anni. L’idea un po’ balzana è che aiutando i ricchi (sgravi, favori, decontribuzioni, forse addirittura flat tax…) si aiutino, diciamo così, a cascata, anche i poveri. Che se la tavola dei ricchi è ben imbandita, qualche briciola cadrà sotto il tavolo, una manna per chi non ha niente, o poco.

Quando si fa notare che questo paradosso non ha funzionato, che i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri (vedere l’indice Gini sulla diversità, siamo in testa alle classifiche, per una volta), la risposta è standard: si allargano le braccia e si dice “è il mercato che governa il mondo”, intendendo una forza potente, libera e incontrollabile che decide le cose (è il terremoto, è lo tsunami, cosa vuoi farci) e che non può essere regolata. Ecco. Il nucleo, sotto la tempesta di reazioni alla fine dell’era Marchionne, è questo: il mercato è immutabile e incontrollabile come conviene a pochi, oppure si può governarlo come converrebbe a molti? Bella domanda, alla faccia della solita solfa sulla morte delle ideologie. Il resto – dalle agiografie agli insulti – è rumore di fondo.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Inaccettabile la profonda differenza tra un Valletta che fu e ciò che percepisce un amministratore di questo secolo,e se una forza di pseudo sx va a tarallucci e vino con un trend del genere,parlare di maionese impazzita diventa un eufemismo.

Ed è per questo motivo che va visto con occhio benevolo,chiunque nel presente e nel futuro,possa rimettere in ordine un minimo di giustizia sociale.

Molto interessante l’articolo sul Fq di ieri sui numeri produttivi dell’era Marchionne,ovvero che il gruppo in 14 anni produce lo stesso numero di auto,a fronte del raddoppio di produzione di un conosciutissimo produttore tedesco,cioè di fatto ha salvato la famosa famiglia e gli azionisti,certamente men che mai il lavoro e i lavoratori.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 19 luglio 2018

Racconto dettagliato della migrazione dall'Africa


















A casa loro, a casa nostra e per strada

di Alessandro Gilioli

Per diversi motivi, vorrei evitare di confutare qui le puttanate sull'immigrazione più clamorose, quelle propalate in cattiva fede o per semplice idiozia/razzismo: i "negri invasori", il "piano di sostituzione etnica di Soros", "le foto dei naufragi sono costruite e finte" - e altre cose così, che solo a discutere le si legittima. Del resto a nessuno verrebbe in mente di perdere tempo a contestare le teorie dei terrapiattisti o dei raeliani.

C'è invece una recente argomentazione salviniana sui migranti che ha una sua apparente e insidiosa logica; è stata ripetuta da Conte nell'intervista pubblicata oggi sul Fatto, e l'ho risentita anche a Radio 24 questa mattina, propugnata dal collega Stefano Feltri.

L'argomentazione è questa: «Meno navi dalla Libia partono, meno migranti muoiono».

Intendiamoci, nel caso di Salvini è solo una frase di copertura, un abito buono per nascondere con una pittata di responsabilità quello che ha sempre scritto e detto in questi anni: parole di odio e disprezzo verso gli africani, che non devono stare nello stesso tram coi bianchi, emigrare per loro è una pacchia, sulle navi stanno in crociera, e "sei un grande" al ragazzino che dice "mi stan sulle palle i migranti". Insomma Salvini lo conosciamo.

Ma al netto di Salvini l'argomentazione di cui sopra ha, appunto, una sua apparente logica: se i barconi non partono, nessuno affoga.

Il bug di questo pensiero, tuttavia, sta nella frase che è sfuggita oggi proprio a Stefano Feltri, alla radio: «Perché sappiamo tutti che i migranti partono dalla Libia».

E no, non è così.

Non partono affatto dalla Libia, anzi una volta su un molo della Libia la parte più lunga e atroce del viaggio - quella nel deserto, di schiavitù torture e stupri - è già alle spalle.

Partono dal Niger, dalla Nigeria, dal Gambia, dalla Repubblicana Centroafricana, dall'Eritrea, dalla Somalia, dal Sudan, dall'Etiopia, dal Sud Sudan, insomma partono da tutta l'Africa subsahariana dove (vuoi per guerre vuoi per fame vuoi per carestie e siccità, è assolutamente lo stesso) altrimenti muoiono - o molto rischiano di morire.

Quindi, ipotizziamo pure che nessuna nave parta più.

A questo punto le persone a rischio di morte nella loro terra (vuoi per fame vuoi per carestie e siccità, è assolutamente lo stesso) potrebbero comunque decidere di provare a partire verso il nord Africa sperando di arrivare in qualche modo in Europa, quindi andando a rischiare la vita nel deserto e sottoponendosi comunque a quanto sopra (schiavitù, torture e stupri, infine probabile decesso o vita in catene perché non riescono più né a partire né a tornare).

Oppure potrebbero lasciar perdere - sapendo che è diventato molto più difficile attraversare il Mediterraneo - e quindi morire o rischiare di morire nella guerra o siccità/carestia (è assolutamente lo stesso) in cui si trovano.

In sintesi: non morirebbe meno gente. Anzi probabilmente ne morirebbe di più. Però lo farebbe più lontano dai nostri occhi, dalle nostre telecamere, dai nostri titoli di tg.

Questo ci tranquillizzerebbe probabilmente la coscienza. A tutti eh, non solo ai razzisti (quelli che ne sono muniti, intendo). Non li vedremmo, i morti: non farebbero notizia, non sarebbero più un problema nostro (ammesso che ora qualcuno lo senta come tale).

Salvini e altri andrebbero perfino in tivù a sbandierare che il loro muro sul Mediterraneo ha salvato vite umane (!). Nessuno li smentirebbe perché a nessuno verrebbe in mente di conteggiare chi è morto nel posto da cui non è potuto partire, o lungo la strada.

Alla fine, quindi, è solo questione di intenderci.

Se ce ne fottiamo della morte per povertà o per guerra di centinaia di migliaia di persone (perché tanto sono cose che avvengono più lontano da noi, rispetto al Canale di Sicilia) va benissimo l'argomentazione Salvini-Conte: meno navi partono, meno persone muoiono; che bisognerebbe solo integrare con una postilla: meno navi partono, meno persone muoiono qui vicino, anche se ne muoiono altrettante o di più nei luoghi da cui volevano partire.

Se invece crediamo che salvare o non salvare una vita non sia una questione chilometrica, e che il mondo sia un piccolo angolo in cui abitiamo tutti insieme, è evidente che la frase di cui sopra è una solenne cazzata; e che la parte di umanità più ricca - se ha una coscienza - può utilmente ed egualmente provare a salvare le vite di altri esseri umani: a casa loro, a casa nostra e in mezzo alla strada.

DALL'ESPRESSO BLOG PIOVONO RANE

Non fanno una piega le sue considerazioni,la realtà di cosa sta avvenendo in quel continente è raccontata molto bene.
Direi che a questo punto tocca trovare delle soluzioni,penso che sia positivo l'inizio del cambiamento europeo in atto,ovvero quello di non lasciare sola l'italia.
Creare dei campi gestiti dall'Onu e dai paesi europei,nei quali le condizioni umane siano vivibili,filtrando l'emergenza e portando i profughi senza barconi nei Paesi dove è possibile l'integrazione,e che non siano cpt stile Buzzi e Carminati s'intende,o nei campi di raccolta ortofrutticoli dove sfruttare come animali queste persone.
L'altra colossale organizzazione,ci vorranno decenni,è di aiutare i popoli africani allo sviluppo nei propri Paesi e nel caso di guerre di sforzarsi a diplomazie possibili.

Poiché per quanto uno si sforzi nell'essere umanitario,ci sono miliardi di abitanti in estrema povertà su questo pianeta,pensare a uno spostamento integrale per risolvere questo immane dramma non ha senso.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 18 luglio 2018

La rincorsa al possesso delle armi è un'idiozia pazzesca














Sparare alle mogli: con la riforma di Salvini sarà legittima difesa

di Alessandro Robecchi

C’è grande attesa nel Paese per l’avviarsi (questa settimana) dell’iter della riforma della legittima difesa, e come su tutto quanto (immigrazione, giardinaggio, economia, lavori all’uncinetto, scienza aerospaziale, cucina vegana, creme solari, prodotti dop, miele biologico), la linea la detta il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sono i vantaggi di chi non lavora mai: può avere molti hobby. E’ noto il pensiero di Salvini: troppe rogne, processi, spese per avvocati, per chi ammazza a fucilate qualcuno che gli sta rubando un soprammobile in salotto. La lobby dei produttori e venditori di armi è naturalmente favorevole: un milione e 398.920 licenze per porto d’armi sembrano poche per un paese di sessanta milioni di abitanti, e l’Italia resta in posizione di inferiorità rispetto al Texas, dove sono armati anche gli embrioni, o luoghi pacifici come la Libia. Ecco alcune norme di buon senso che la riforma dovrebbe recepire.

Sparare ai ladri in casa. Naturalmente si potrà sparare ai ladri in casa. Una norma un po’ ambigua perché non si capisce a casa di chi. “Ma a casa dei ladri!”, chiarisce subito Salvini. In pratica, il bravo cittadino italiano con un vicino rumeno, o straniero in generale, potrà bussare, aspettare che qualcuno apra e poi freddarlo sul ballatoio. Si tratta di un criterio allargato di legittima difesa, interpretato in chiave meno restrittiva. Se poi risulterà che il morto non era un ladro ma un’onestissima persona, l’imputato non avrà diritto al rimborso del proiettile, che dovrà pagare coi suoi soldi. “Norma troppo punitiva – dice Salvini – la cambieremo”.

Bonus pistole.Sull’esempio del bonus cultura, verranno consegnati ai giovani, al compimento del diciottesimo anno, dei soldi per acquistare armi da fuoco. C’è chi è scettico, perché non è facile mettere in campo controlli e verifiche. “E se poi scopriamo che con quei soldi si comprano un libro? – dice Savini – Norma da rivedere”.

Poligono diffuso.L’aumento del possesso di armi da parte di onesti cittadini che vogliono difendersi dalla criminalità sparando ai bambini che recuperano il pallone finito in cortile necessita un minimo di preparazione balistica. Ma istituire poligoni di quartiere (o di caseggiato, per le zone più popolose) potrebbe essere costoso. La riforma pensata da Salvini vorrebbe ribaltare il concetto e combattere la burocrazia. Basta iscrizioni, domande in carta da bollo, verifica dei documenti. Per allenare la mira, basterà aggirarsi nei dintorni di un campo rom, o di qualche centro per stranieri richiedenti asilo.

Ripresa economica. I benefici di una riforma che liberalizzi l’uso delle armi, come piacerebbe a Salvini e a quelli che le fabbricano, sono anche economici. A parte l’impennata di interventi nella sanità privata (si calcola che il numero di quelli che si sparano in un piede pulendo la Colt aumenteranno del 334 per cento), si prevedono ottime performance per il settore pompe funebri, fioristi, necrologi. La riforma avrà poi un effetto volano: sapendo che lo aspettano armato, anche il ladro di polli comprerà un’arma, innestando un circolo virtuoso per cui tra dieci anni uno dovrà andare in giro con portafoglio, telefono, chiavi della macchina, chiavi di casa, e Glock calibro nove. Torna il borsello.

Prima la famiglia. E’ nota la passione di Salvini per i valori famigliari, infatti ha avuto due o tre famiglie, piazzando sempre mogli e compagne in buoni posti di lavoro grazie alla politica. La riforma tanto caldeggiata guarda dunque alla famiglia con un occhio di riguardo: ammazzare la moglie, la fidanzata, la ragazza che vuole lasciarti, sarà più agevole e non si dovrà più ricorrere a mezzi primitivi come lo strangolamento. “L’ho ammazzata perché non voleva che mi sputtanassi tutto lo stipendio con poker e scommesse”, dopotutto, è legittima difesa.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

La rincorsa alla diffusione delle armi è un’idiozia sesquipedale,non trarre esperienza da ciò che succede quotidianamente negli States,equivale a possedere un’accortezza da cervello di un mollusco,chiusa la parentesi.

Ma se non si mette in carcere chi delinque in questo modo,sappiamo per esperienza che qualora le forze dell’ordine arrestano qualche ladro sprovveduto o particolarmente sfortunato,dopo pochi giorni,magari dopo qualche ora è già a piede libero.

La soluzione più ragionevole è questa,per chi obietta che le carceri sono già piene,è sufficiente costruirne altre,magari non lasciandole all’abbandono come è già successo.

La ciliegina sulla torta,sulle nuove carceri ovviamente,è di organizzarle con il lavoro artigianale,oltre non pesare alla collettività vendendo i prodotti, si creano i presupposti di imparare un mestiere.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 11 luglio 2018

Problema dei migranti:Andando oltre le categorie e le magliette rosse


























Buonista, rossobruno o sovranista: manuale dell’insulto prêt-à-porter

di Alessandro Robecchi

Urge manuale di conversazione aggiornato per l’estate in società, un manualetto agile, di poche pagine, con gli insulti più à la pagee le loro nuove declinazioni. Un bugiardino che sia possibile sfogliare all’impiedi, persino con le mani bagnate, magari mentre si partecipa al linciaggio di un venditore ambulante sulla spiaggia perché “ci ruba il lavoro” (notoriamente, vendiamo tutti asciugamani e collanine). Ne proponiamo un piccolo sunto, segnalando che i lemmi e le espressioni idiomatiche che si usano a vanvera, a vanverissima e spesso addirittura a cazzo, sono numerose.

Radical-chic.Termine nobile su cui aleggia una certa confusione data dai tempi. Vi risparmio l’etimologia e l’origine, Tom Wolfe e tutto il resto, veniamo agli usi quotidiani. Radical-chic è oggi, di norma, riferibile a chi non calzi ciabatte di cocomero e si vesta di domopak rubato al supermercato. Il dibattito è se debba prevalere la parte radical o la parte chic. Per essere radical, oggi, basta non amare Salvini o pensare che non si può lasciar morire la gente in mare, e tutto il resto è relativo, anche se siete radical come Don Sturzo. Quanto alla parte chic, si suppone dipenda dal reddito, e/o dagli orologi indossati, e/o dal cachemire d’inverno. E’ possibile dunque lanciare l’insulto praticamente a chiunque mangi due volte al giorno. In sostanza radical è chiunque abbia posizioni appena appena a sinistra del Ku Klux Klan e chic chiunque abbia una situazione economica privata che non lo spinge, per necessità, a scippare una vecchietta.

Sovranista. Insulto uguale e contrario, con una sostanziale differenza: che cosa vuol dire sovranista non lo sa nessuno. Teoricamente sarebbe una variante di “nazionalista”, o un abbellimento gentile del sempre attuale “porco fascista”. Ma sovranista fa in qualche modo intuire che uno si intenda di questioni internazionali, trattati, rapporti di forza, geopolitica avanzata. Poi, siccome spiegare tutte queste cose a un sovranista è difficile (di norma siamo ancora a ma-ti-ta, letto faticosamente tenendo il segno con il dito indice), si risolve con i simboli. E via bandierine accanto all’account: un disastro. Chi mette quella dell’Ungheria, chi quella dell’Irlanda. Ogni tanto si sobbalza esclamando: “Ah, perbacco, ecco un sovranista del Messico!”, invece è solo un pirla che ha sbagliato bandiera. I sovranisti di sinistra si distinguono perché accanto alla bandiera del Messico (o dell’Ungheria, o dell’Irlanda, o persino italiana, quando ci azzeccano) mettono la bandierina blu dell’Europa.

Buonista. Parola talmente inflazionata e lisa che non darebbe conto parlarne. In breve, serve a identificare chiunque abbia una posizione non goebbelsiana nei confronti del mondo. Se non vuoi che il ladro di polli sia impiccato sei buonista. Allo stesso modo se vuoi tirare un salvagente a uno che sta affogando. Ci limiteremo a dire che l’abuso di questo insulto è dettato dall’incattivimento collettivo e dal nervosismo indotto dall’insicurezza sociale, per cui il buonista sembra un nemico degli usi e costumi correnti. L’espressione “buonista” è ormai in fase discendente e si usa spesso a sproposito (tipo “Mussolini fino al ’38 è stato anche buonista”)

Rossobruno. Insulto di recente conio e faticoso adattamento alla situazione italiana. Dovrebbe indicare, teoricamente, uno che è di sinistra (rosso), ma anche un po’ fascio (bruno). Ammesso che esista qualcosa di simile in natura, il termine si è presto snaturato e viene usato dagli ultras di Renzi per indicare chiunque non abbia resistito all’avvento del fascismo nell’unico modo concesso dal loro pensiero binario: votando per Renzi. In generale chi usa l’insulto “rossobruno” si sente forbito, informato e colto – la cosa ammicca a riferimenti storici – il che, ricordiamo a tutti, non vuol dire intelligente.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Lasciamo scegliere le categorie a chi ha voglia di sceglierle,sicuramente ne sorgeranno altre.

Mettiamo sul tavolo tutto ciò che riesco a mettere.

L’accordo di Dublino in cui tutta l’Europa continua a ribadire sono cazzi vostri,l’avete pure firmato,va assolutamente ridiscusso.

La realtà dei Cpt nella quale i migranti vivono diffusamente d’inferno,e dove stile Buzzi e Carminati chi li gestisce fa affari d’oro dando merda da mangiare e intascandosi il 70-80% ogni migrante.

Andando a vedere come da decenni i migranti vengono sfruttati e lasciati vivere in modo criminale nelle pianure a raccogliere frutta e verdura.

In Libia e zone limitrofe hanno calcolato,fonti di una certa sicurezza,che ci sono dai 700mila al milione di persone che vorrebbero venire in Italia-Europa,possiamo accogliergli tutti noi?
Con un trend che aumenterà sicuramente nei prossimi anni.

No,mi spiace,non basta indossare semplicemente una maglietta rossa,e chi s’è visto,s’è visto.

Se questo problema di enormi proporzioni non sarà gestito dall’intera Unione europea,ospitando il possibile in ogni Stato e aiutando il più possibile in Africa,ho idea che In tempi medio-brevi diventerà una guerra,e sarà troppo tardi

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 20 giugno 2018

C'è sempre un ladro più bravo degli altri













Le polpette di Salvini per i cani di Pavlov. Tanto i padroni fanno festa

di Alessandro Robecchi

Storiella vecchia ma sempre valida: sul tavolo ci sono dieci panini, il padrone se ne mangia nove, e poi ammonisce i lavoratori: attenti, che il rom vi frega il panino! E’ un giochetto vecchio come il mondo che paga sempre e porta le classi subalterne a vedere il pericolo sotto di loro e non sopra. Eppure non ci vuole un esperto di flussi di consenso per scoprire il gioco di Salvini: una sparata feroce e estremista, alti lai e lamentazioni di chi gli si oppone, una minima correzione di rotta per dire: lo avevate già fatto voi. Cos’ho detto di male?

Con una fava, due piccioni: si sposta l’asse del dibattito verso destra (perché non prendersela coi rom? Siamo rom, noi? No, e allora che cazzo ce ne frega?…) e al tempo stesso si fa passare chi si oppone per il vecchio un po’ bolso cane di Pavlov. Il cane di Pavlov, come al solito, ci casca con tutte le scarpe: quando leggi che quelli del Pd si vantano che loro sì avevano fermato i flussi migratori (stoppandoli in confortevoli lager libici), capisci che da lì non si esce, perché si pone un’infamia contro un’infamia e alla fine un popolo spaventato, impoverito, insicuro sul suo futuro, sceglie l’infamia peggiore perché gli sembra quella più tranchant e secca: via le Ong, schediamo i rom, i neri pussa via. La domanda da farsi è: chi riuscirà a fermare questa deriva? Chi si è inventato il daspo per i barboni (decreto Minniti, brutta fotocopia del decreto Maroni del 2008, quello delle “ordinanze creative” che dimostrò come anche i sindaci possono essere parecchio scemi)? Oppure chi oppose al grottesco “aiutiamoli a casa loro” delle destre una ridicola variante: “aiutiamoli davveroa casa loro” (cfr, Matteo Renzi).

Insomma, sia messo a verbale che è assai difficile opporsi al salvinismo, malattia analfabeta del fascismo, se sei mesi fa si dicevano – con altri toni e vestiti meglio – più o meno le stesse cose.

E questo riguarda chi sta in basso, cioè, i capri espiatori, variabili e numerosi, da additare al proprio pubblico plaudente: sei pagato tre euro l’ora, licenziabile a piacere, demansionabile, sfruttabile fino all’osso, ricattabile, umiliabile, ma lasci che qualcuno indirizzi la tua rabbia verso chi sta peggio e non verso chi sta meglio e ti sta derubando. Ti incazzi con un poveraccio che ruba un po’ di rame e ti dimentichi di quello che si è messo in tasca 600.000 euro in una notte grazie a una dritta di Renzi sulle banche popolari. Un classico

Grazie alle sue armi di distrazione di massa, e al cane di Pavlov che ci casca con tutta la ciotola di crocchini, di Matteo Salvini si finisce a guardare soltanto la vena nazional-manganellista, decisamente schifosa, ma che è solo una delle due fasi. L’altra fase, mentre si picchiano gli ultimi, è lisciare il pelo ai penultimi. L’ovazione ricevuta da Confcommercio, per esempio, chiosava un discorso di Salvini articolato come un semplice sillogismo. Uno: niente limite ai contanti. Due: via l’Imu per i negozi sfitti. Risultato dell’equazione: si affitteranno negozi in nero (contanti); negozi che ufficialmente risulteranno sfitti (quindi esentasse): questo sì che è un regalone, mica due detrazioni piazzate qui e là. E ancora una volta il piccolo Scelba lumbard potrà dire: cos’ho detto di male? Il tetto ai contanti non lo avevate alzato anche voi? Scacco matto.

Finché si starà a questo gioco, Salvini avrà davanti un’autostrada (senza autovelox) e chi non è d’accordo verrà ridicolizzato (compresi quelli che già si sono molto ridicolizzati da soli, travestendo da “gauchiste” politiche da destra liberale) oppure mangiato lentamente (una forza con 32 per cento che si fa comandare a bacchetta da uno col 17). Il cane di Pavlov abbaia, gli altri tutti contenti: il rom non gli ruberà più l’unico panino gentilmente lasciato sul tavolo dal padrone, contento come un agrario nel ’22.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Siamo sempre lì,fino a quando non si materializzerà una forza politica che non prenderà per i fondelli gli ultimi e i penultimi,i primi potranno sguazzare come meglio credono.

Oltre cercare di razionalizzare i Rom,senza parlare di ruspe e di schedature,essendo i campi dove “vivono” qualcosa di incompatibile con la società d’oggi,e di far partecipare l’intera comunità europea sugli sbarchi dei migranti,tramite quote per ognuno dei Paesi,sempre che ci siano le possibilità d’integrazione,essendoci poco lavoro non si può ospitare all’infinito a meno che non siano profughi.

Sulla flat tax ho già scritto,la teoria che i grandi guadagni risparmiando sulle tasse faranno muovere l’economia è una stronzata,idem nell’evitare il tetto per i contanti,al massimo incentiverà oltre il nero i capitali sporchi senza alcun problema di tracciabilità, la tassazione questa al contrario dev’essere organizzata in proporzione al reddito,bassa pressione fiscale per chi guadagna poco e più alta per i ricchi,senza arrivare a percentuali impossibili,altrimenti l’evasione è garantita,e per chi evade dopo la riduzione nessuna pietà ovviamente,ma chi lo farà,il felpato?Ovviamente no.

Aspetteremo che arrivi finalmente il Robin Hood che faccia il vero lavoro del romanzo,e chissà quanta acqua sotto i ponti dovrà passare,i sondaggi stanno facendo diventare sempre più tronfio colui che spara pistolettate quotidianamente.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 15 giugno 2018

Globalizzazione e povertà,ormai una realtà incontrovertibile





















Bozza di parole per dirlo

di Alessandro Gilioli

Capire quello che è successo e sta succedendo in Italia è complesso ma non è complicato. Intendo dire: la situazione in cui ci troviamo è frutto di molte concause, ma non è poi difficile provare a vedere quali sono e come si sono intrecciate. Tra l'altro alcune di esse sono comuni ad altri Paesi dell'Occidente.

Proviamo quindi a dipanare la matassa attraverso alcune parole (sì, lo so che ne mancano molte altre: questa è solo una bozza, un'ossatura assai parziale a cui aggiungere se volete le vostre, di parole) .

Paura.
La prima parola è questa e mi scuso della scarsa originalità. I mutamenti veloci degli ultimi anni - tecnologici e quindi economici, strutturali e quindi sociali - hanno generato paura. Paura per il proprio presente e per il proprio futuro. Paura di perdere quel relativo benessere, quella relativa sicurezza e quel relativo welfare che avevano costituito le fondamenta del nostro vivere insieme per più di mezzo secolo. Paura che da un po' le cose stiano andando sempre verso il peggio e ancora peggio andranno. Paura di perdere quello che si era conquistato, spesso con fatica. Paura per la propria vecchiaia e per i propri figli. Paura per l'incertezza, cioè il sentirsi dispersi e abbandonati in mezzo alle onde, alle correnti che arrivano da chissà dove e che non si riescono più a governare. Non sapere nemmeno più chi si è, trascinati qua e là da questi marosi. Quindi perdita di identità e disperato tentativo di ritrovarla da qualche parte. Infine, la sensazione altrettanto paurosa che non ci sia più un rapporto tra il proprio impegno (i propri sforzi, i propri studi, il proprio lavoro) e gli effetti, i risultati per noi. La paura crea rabbia reciproca e un gigantesco "si salvi chi può": tra individui, tra categorie, tra Stati. E in condizione di paura, il penultimo attacca l'ultimo, sempre.

Cecità.
Cioè la cecità di chi, in politica, questo processo non lo ha visto, nonostante non mancassero le menti lucide che li mettessero in guardia, da Bauman giù giù fino ai Social forum d'inizio millennio. Invece no: i decisori politici, in Europa come negli Stati Uniti, hanno continuato a pensare alla globalizzazione come a un processo a somma positiva più o meno per tutti, anche sul breve: i lavori perduti sarebbero stati sostituti rapidamente da quelli nuovi (più divertenti e creativi, magari anche in grado di produrre più fatturati e quindi meglio pagati), il modello fisso del '900 - "blue collar " o "white collar" - avrebbe lasciato spazio a una cangiante e vivace società dell'accesso e della felice trasmigrazione da un impiego all'altro. Mai errore fu più grossolano: i grandi cambiamenti sono per antonomasia crisi e le crisi fanno le loro vittime. Se queste diventano troppe, crolla tutto.

Potere.
Tra gli effetti collaterali della globalizzazione c'è stata anche la separazione tra democrazia e potere. Siamo stati convinti per tutto il '900 che le democrazie esercitassero il potere. A un certo punto non ha più funzionato così, o ha funzionato così sempre meno. Ogni democrazia ha iniziato a dipendere sempre di più da motori esterni: i mercati, i creditori, gli speculatori, le fonti energetiche, le materie prime, le cessioni di sovranità "dal più piccolo al più grande", inevitabili in un mondo fattosi quartiere. Quando si vede che le democrazie sono troppo deboli per contrastare queste forze, viene automatica la tentazione di affidarsi a un leader muscolare, a un capo carismatico: si pensa che questo avrà la voce abbastanza grossa per riuscire laddove la democrazia non riesce più, cioè a proteggere i miei interessi dai flutti e dai marosi.

Ricchi.
C'è una fetta minoritaria di persone, in Occidente, che da tutto quanto sopra non ha avuto svantaggi ma cospicui vantaggi. Sono quelli che erano già nel 2-3 per cento di popolazione più ricca ma anche quelli che, provenienti dal ceto medio, non sono stati ingoiati verso il basso come la gran parte dei loro pari ma sono invece entrati a far parte dei "new luckies". Spesso con ottimi rapporti (anche lobbistici) con le sedi del potere economico e politico, questi signori non hanno mosso un dito per governare diversamente i processi di cui sopra, anzi. Quindi hanno contribuito, come complici, all'esplosione in corso. Loro, come i loro referenti politici.

Semplificazione.
Quanto più la realtà diventa complessa, quanto maggiore è la pulsione verso la semplificazione. Questa è una reazione normale. "Non stiamo lì a fare tanti discorsi", "la verità e che..." e così via. La semplificazione trova il suo scivolo naturale nei media vecchi e nuovi: i talk show (dove lo slogan secco ridicolizza il ragionamento) e nei social network, specie Twitter che sembra inventato apposta per banalizzare. La semplificazione estrema mortifica ulteriormente la democrazia, riducendo gli elettori a tifosi in curva, i quali proprio come allo stadio rifiutano il ragionamento, per affidamento fideistico.

Identità
Oltre che con l'affidamento settario, si cerca di recuperare l'identità perduta in tempo di naufragio anche in altri modi. La Lega, in Italia, fu la prima a farlo: quando si inventò l'identità padana. Oggi quella costruzione farlocca è stata abbandonata a favore di un'altra che invece almeno ha il merito di esistere, più o meno, cioè l'identità nazionale e nazionalista. In realtà l'Italia è un paese di unificazione politica e linguistica recente quindi di identità fragile. Gli storici insegnano che più l'identità è fragile, più questa diventa livorosa se non aggressiva: e non a caso il fascismo e il nazismo sono nati nei due Stati d'Europa che si erano unificati più tardi. In più l'Italia è paese di campanili, di rivalità territoriali, di grandi forbici economiche tra nord e sud, insomma la nostra identità è piena di cerotti. Più sono i cerotti, più si cerca di sopperire a queste fragilità urlando il proprio nazionalismo (e passando rapidamente dall'automortficazione all'autoesaltazione e viceversa). Poi, qui da noi c'è un combinato disposto tra questa questione e quella del punto 1, cioè i mutamenti globali recenti: sicché non è un caso che ad avere successo, in Italia, siano stati i due capi nazionalisti emersi dopo la prima globalizzazione (1840-Prima Guerra mondiale) e ora, durante la Seconda. Sto parlando, ovviamente, di Mussolini e Salvini.

Partiti.
In tutto questo, poi, c'è la "politique politicienne", quella dei partiti. E anche qui ci sono eventi mondiali che si mescolano a particolarità tutte italiane. Ad esempio: abbiamo avuto il più grande partito comunista d'occidente - che al tempo fagocitava ogni altra sinistra o quasi - il quale dopo la Caduta del Muro non ha più trovato una sua ragion d'essere se non nella emulazione appena più smussata del suo avversario storico, la destra economica. In assenza di un progetto sociale, ha perso l'anima e il senso, la ragione d'essere. (Non con Renzi dunque, ma già prima. Renzi ha portato a compimento il suicidio -rimandato di due decenni solo grazie al compattamento contro Berlusconi - promettendo un futuro radioso proprio dentro quei cardini ideologici di "globalizzazione-competizione-lavoro liquido" che stavano per essere travolti. In più, Renzi ha creato enormi aspettative, incarnate nel 40 per cento di quattro anni fa, e nulla come le aspettative deluse provocano una reazione di rigetto). Comunque: mentre la sinistra storica andava suicidandosi perdendo la sua ragion d'essere, è nata una forza di protesta e di rifiuto, liquida e postideologica (il M5s) rivelatasi tanto capace di incamerare il disagio sociale quanto poi incapace di incardinarlo in un sistema di pensiero, in una visione di società. E qui si spiega facilmente il suo essere ingoiato ogni giorno di più da un partito e da un leader che invece sono fortemente ideologici e strutturati, che hanno una precisa (per quanto personalmente io la trovi vomitevole) visione di Paese, che ha radici solidissime. E quando un partito solido incontra un partito il gassoso, il partito gassoso è già morto.

Tutto ciò porta al fascismo?

Mah.

Credo che stiamo usando questa parola per somiglianza, per approssimazione, per la naturale tendenza a ricorrere a vocaboli già noti quando arriva qualcosa che ancora non sappiamo definire bene.

Certo è però che c'è qualcosa in comune fra Trump, Erdogan, Putin, Salvini, Orbán (ma ci metterei anche l'indiano Modi). Qualcosa in cui si mescolano nazionalismo, autoritarismo, muscolarità, sprezzo verso le deboli istituzioni della democrazia, settarismo, manicheismo, identitarismo come corazza e semplificazionismo come valore (quindi anti intellettualismo).

Auguri a chiunque, in tutto questo, continua comunque a provare a pensare.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Non sono leghista e non sarò mai di quella "parrocchia",devo dare atto di un particolare fondamentale emerso in questa settimana,ovvero che il disinteresse europeo verso gli sbarchi degli immigrati in Italia si è interrotto,bene o male anche per chi considera un attentato all'umanità la ong dirottata a Valencia,finalmente tutta questa storia fa parlare di quote e di hotspot in Libia da parte dell'Europa che conta.

Si,poichè per chi non ha problemi a voler ospitare milioni tra profughi e moltissimi migranti economici,non ha idea di come si rivelerebbe drammatica questa situazione gestita da un solo Paese,non si può ospitare all'infinito e se non si ha una linea dura a proposito non ci sarebbe stato alcun cambiamento,dando atto che sono ben conscio dei lager esistenti in Libia e che certamente si moltiplicheranno,ma attenzione di questo passo i quasi lager italiani,gestiti molto meglio,diventerebbero molto simili.

Sulla deriva a destra del Paese,le ragioni ovviamente non sono solo legate agli sbarchi,bensì all'impoverimento di una buona parte delle persone,è evidente che le reazioni possono essere sbagliate,cioè di passare dalla padella alla brace,ma davanti a promesse,parole,storytelling di ultima generazione,corruzione,mafie e cronica evasione fiscale,ci si attacca all'ultimo treno possibile,anche quello che potrebbe portare a schiantarsi contro un muro,ma non essendocene altri c'è chi lo prende e chi rimane a piedi,magari lavandosene la mani,continuando a criticare e non avendo una speranza concreta e possibile,ed è durissimo prendere atto che pur voltandosi per costoro non ci sia nulla da decenni,e dire che basterebbe solo darne atto anzichè attaccarsi ai vetri.

I.S.

iserentha@yahoo.it