giovedì 26 dicembre 2019

Classifiche,statistiche del tenore di vita e dove vivere meglio in Italia



















di Alessandro Robecchi

L’Italia reale, dunque. O almeno l’Italia reale delle classifiche. O meglio l’Italia reale delle classifiche che il Sole 24 Ore compila con certosina perizia ogni anno, e quest’anno anche. Sei maxi-indicatori, raccolta dati impressionante, che consente una divertente immersione, un carotaggio nelle sfighe (parecchie) e nelle gioie (pochine) del Paese, e che dovrebbe rispondere alla ferale domanda: alla fine, dove sarebbe meglio vivere?

A Milano, dicono.

Ora è chiaro che bisogna fare la solita premessa, sulle medie, gli indicatori, le somme e le sottrazioni, oltre al dubbio se si possa davvero fotografare una cosa personale e variabile come la “qualità della vita”. “Non mi fido molto delle statistiche, perché un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media”. Lo diceva Charles Bukowski e tenderei a dargli ragione.

E’ comunque istruttivo, quando si hanno dei numeri in mano, giocare un po’ alla ricerca di paradossi. Esempio: se davvero siete ossessionati da Giustizia & Sicurezza, come la grancassa mediatico-salviniana ci fa intendere da un paio d’anni, dovete andare a vivere a Oristano, prima in classifica per questo indicatore.

Ma poi, se i luoghi comuni sono comuni un motivo ci sarà, e quindi ecco Milano al primo posto per Affari & Lavoro, al secondo per Ricchezza & Consumi (dopo Aosta, saranno milanesi espatriati in montagna, vai a sapere), terza per Cultura & Tempo libero. Peccato certi dettagli: Milano vanta il primato nella densità dell’offerta culturale (2.059 spettacoli ogni 10 km quadrati), ma è quarantunesima per librerie (8,3 ogni 100.000 abitati), e ancora più giù per quanto riguarda le biblioteche: sessantaseiesima. Bene ma non benissimo. Prima per reddito medio complessivo per contribuente, prima per depositi bancari pro-capite, la capitale morale, faro e modello per il Paese, è prima anche per il totale dei delitti denunciati, piazzata benissimo su rapine, estorsioni e reati informatici, e insomma, dove ci sono i soldi ci sono anche quelli che li fregano, sembrerebbe una legge di natura. Risponde il sindaco Sala che è un posto dove i reati vengono denunciati, e questo spiega il dato. Vero, probabilmente. Emerge anche, però, un certo nervosismo degli abitanti, dato che ogni 100.000 milanesi ci sono più di 3.600 cause civili, e questo a parte il fatto che è piuttosto rischioso girare a piedi, in macchina o con altri mezzi (8,2 tra morti e feriti ogni 1.000 abitanti). Qualità della vita, ma attenti a attraversare.

Del resto, il primato di Milano, se ci aggiungiamo anche l’exploit della Brianza Ridens (Monza e Brianza sale al sesto posto, dal ventesimo di quattro anni fa) non è che la conferma di quel che si sapeva: il Nord nelle alte posizioni, il Centro piazzato decentemente, il Sud tramortito ai piani bassi della classifica. Nelle prime venti posizioni (con l’eccezione di Roma e Cagliari) c’è solo Nord; nelle ultime venti (con l’eccezione di Rieti e Imperia) c’è solo Sud, e la prima città meridionale in classifica è Bari, sessantasettesima.

Rimane aperto il quesito iniziale, cioè se si possa veramente disegnare una mappa della “qualità della vita”, ma è argomento troppo vasto per questa piccola rubrica. Tocca accettare la media come ulteriore beffa a chi viene per ultimo, a chi la abbassa, a chi non è primo per reddito, né per depositi bancari, oppure a chi nella tabella Affari & Lavoro non può dire quanti lavori o lavoretti deve fare per mettere insieme un reddito quasi intero. Spiacenti, la classifica ci dà la media, il famoso pollo di Trilussa, la cui funzione specifica è compattare gli estremi, il reddito medio è quello di chi ordina il sushi più il reddito di chi glielo porta in bicicletta, diviso per due. La qualità della vita, la testa nel forno, i piedi nel congelatore, appunto.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Le statistiche vanno a controllare il tenore di vita,il lavoro,i servizi,la cultura e il tempo libero,bene nulla da contestare,sono importanti segnali per chi abita ovunque,e se mi sono dimenticato altro chiedo venia.

Non ho idea se nelle statistiche hanno inserito le migliaia di giovani o meno giovani che sono espatriati per reperire opportunità lavorative,poichè si sa che nel lombardo-veneto questa emorragia è limitata,mentre in altre regioni e soprattutto nel mezzogiorno questa si rivela sostenuta.

Un altro segnale importante è la denatalità,ormai in negativo e da parecchio sulle nostre latitudini,al di là che questo trend comporterà l’insostenibilità del sistema pensionistico nei prossimi decenni,questo si che è un segnale di malessere,diffusamente non c’è occupazione che dia garanzie per mettere su famiglia,e per i pochi che intraprendano la natalità i servizi sono parecchio deficitari,dagli asili nido alle scuole materne paiono un terno al lotto nel poter iscrivere il pargolo,e poi si sa in molte realtà lavorative quando le donne vanno in maternità le difficoltà del rientro all’occupazione pare reso molto difficile,per non parlare dell’assunzione capestro se si rimane incinta,esiste anche questo aspetto nel vivere l’inizio del terzo millennio, almeno per ciò che ho potuto osservare in Italia,e non è un bel vedere.

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 15 dicembre 2019

Più querele per tutti!

















Minacciata o via pizzino, la querela va di moda, ormai si porta con tutto

di Alessandro Robecchi

Querele, avvisi di querele, promesse di querele, querele in mazzetti come gli asparagi o in bouquet come i fiori; al matrimonio c’è il lancio della querela, la damigella che la prende al volo verrà querelata entro l’anno. Oppure: vuoi salire a vedere la mia collezione di querele?

Questa faccenda delle querele mi sa che ha preso un po’ la mano a tutti quanti, tra i fatti e i misfatti che riferiva ieri questo giornale (la signora Casellati) e le recenti performance di querele incrociate (annunciate) tra il Presidente del Consiglio e Salvini, prima che scivolasse sulla Nutella. La querela va di moda e si porta con tutto. Si aggiunga l’incredibile attività annunciatoria-querelatoria di Matteo Renzi, che fa il simpatico dichiarando che darà il nome dei querelati alle aiuole del suo parchetto, e siamo dunque alla pochade surrealista. Ma sia, la querela, vera, presunta, annunciata, precompressa, spedita via media, recapitata tramite il pizzino di un’intervista compiacente, o su carta intestata di qualche avvocato, fa ancora la sua porca figura. Dà un brividino, in qualche caso intimidisce, ovvio, ci si immagina uno stuolo di avvocati che sentono l’odore del sangue, tipo film americano.

Per carità, la giustizia faccia il suo corso, ma va segnalato che nel tempo dei social e delle tifoserie politiche, questa faccenda delle querele assume una curvatura che la colloca a metà tra Ionesco e Campanile, insomma, tra l’inarrivabile assurdo e il confortante ridicolo del mondo. Non già i potenti, ma i loro eserciti social – segnatamente negli ultimi giorni, quello di fede renzista – si trasformano magicamente in esegeti del codice civile, o penale, in collegi di azzeccagarbugli che lavorano all’uncinetto articoli e commi. Oppure in zelanti delatori. Mi risponde una signora su twitter: “La segnalo a Matteo Renzi, poi vedrà lui se querelarla”. Non rendendosi conto, la signora, di portare con sé un sapore così vintage, così démodé e al tempo stesso affascinante, un retrogusto di DDR e di Stasi, incartato come una caramella in quel “La segnalo”. Meraviglia.

E del resto, va detto, i supporter somigliano sempre al supportato: avere un leader che firmò querele sul palco, con l’avvocato, circondato dal pubblico plaudente, che diffuse indirizzi mail a cui segnalare offese ai suoi danni, aiuta nell’immedesimazione. Tutto scorre e tutto è querelabile o minacciabile di querela. Fatti conclamati, opinioni, battute, calembour, una volta gettati nell’arena dei social, hanno immancabilmente come risposta l’ombra di un avvocato che viene a tirarti i piedi di notte. Pacifiche signore, professoresse, impiegati, nonni felici, fulminati sulla via di Rignano, elencano articoli di codice, sfumature tribunalizie, sofismi da leguleio. E in questa loro spirale trascinano tutto quanto: i giornalisti tutti feroci nemici del loro Golden Boy, le televisioni peggio ancora, uh! Il Fatto, figurarsi! L’Espresso, non me ne parli! Uh! Cairo, pussa via! Ah, quel Formigli! Si crea così, presso piccoli ma inferociti strati di militanti da tastiera, una sindrome da isolamento che confina con il complottismo. Tutti ce l’hanno con loro, tutti fanno gossip (la casa di Renzi) invece di fare informazione (che so, il “milione di posti di lavoro” del Jobs Act). Poi passano a rimproverarti di quello che non scrivi (e Casaleggio? E Di Maio?, eterna variante di “e allora le foibe?”), poi dicono che è colpa di quelli che hanno votato no. E infine passano a vagheggiare attorno al codice civile e penale, sognando colonne di penitenti in fila davanti alla giustizia che renderà finalmente onore al loro Capo. Come si diceva: tra Ionesco e Campanile, una vernice spessa di ridicolo che copre la tragica sostanza: militanti che diventano arditi e truppe d’assalto, la querela tra i denti e molto sprezzo del ridicolo.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

La querela politica ultimamente viene usata come avviso a non addentrarsi troppo nell’informazione, stile Casellati Presidente del Senato, tramite il suo collegio di avvocati, che fanno recapitare ai giornalisti del Fatto quotidiano raccomandate che consigliano di stare attenti a come informano,un aperitivo di querela insomma, ma se uno racconta cronaca provata, dovrebbe nascondere i fatti come il 90% dei media fanno?

In ogni caso se uno si sente offeso per un epiteto o di una fake news fa bene a querelare, ma da pochi giorni è possibile la querela boomerang, se questa viene giudicata aleatoria senza fondamento, pagherà pegno il querelante, mi pare un buon passo in avanti, ognuno dovrà prendersi le proprie responsabilità.

Per ciò che riguarda i social, a me pare incredibile che non si possano inchiodare alle proprie responsabilità chi insulta, minaccia,delira stile trattamento a Liliana Segre.

Oppure chi ricorda Nilde Jotti come una donna prosperosa, artista sotto le lenzuola,etc, etc, direi che sono raccapriccianti colpi bassi verso una defunta, che andrebbe ricordata per ben altro.

Vero giornale Libero diretto da quel buontempone di Feltri?

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 1 dicembre 2019

Salvini ovunque,state attenti ad aprire anche il frigorifero...
















La perenne campagna di Salvini, obiettivo: fidelizzare il cliente

di Alessandro Robecchi

Le probabilità che un italiano si imbatta in Matteo Salvini quando accende la tivù sono altissime, le cifre dell’Agcom parlano chiaro, a meno che non guardiate solo le lezioni di fisica alle quattro del mattino, prima o poi lo beccate. Ora che si veste come un regista della Nouvelle Vague farete un po’ fatica a riconoscerlo, ma solo per pochi secondi. Non sono un feticista delle classifiche, però, a memoria di spettatore, non ricordo una così clamorosa preminenza in tivù dell’opposizione rispetto al governo. Tra Salvini, che è un one-man-band, la sora Meloni in trance agonistica, e Silvio Buonanima che sulle reti Mediaset fa sempre il pieno a dispetto del disastro ambulante di Forza Italia, le percentuali sono schiaccianti. Di Maio e Zingaretti, che sarebbero i leader dei principali partiti di governo, risultano (mese di ottobre) presenti in tivù rispettivamente un terzo e un quinto del tempo di Salvini, ed entrambi meno di Matteo Renzi, che ha una presenza spropositata sia al suo spessore nei sondaggi, sia a ciò che ha da dire al mondo.

Questo serve anche per dire che sì, la rete, la rete, i tweet, i post, i video, i gattini, le ruspe, i cotechini, va bene, ma poi è la cara vecchia tivù che fa i grandi numeri, che ti porta a casa di un pubblico spesso anziano e poco scolarizzato, terreno arabile per la propaganda. La questione delle regole, il sogno antico del “fuori i partiti dalla Rai” sta diventando come “la pace nel mondo”, bello, sì, ma è una cosa che si dice quasi per convenzione, mica che uno ci crede davvero, dai!

Denunciata giustamente la prevalenza del Salvini in tivù, resta un quesito che riguarda tutti i leader: in tivù per dire cosa? Quella di Salvini è ormai una campagna di mantenimento, all’ufficio marketing la chiamerebbero “fidelizzazione del cliente”. Ora che ha fatto il pieno nei sondaggi, vende la versione light, non più ruspante, nel senso di ruspa, non più smutandato per “essere come noi” (Ma come noi chi? Si copra! ndr), un po’ ripulito nei toni e nelle argomentazioni. Il solito esercizio mimetico che dovrebbe esser noto ormai a chiunque abbia più di sei anni. Diverso il caso di donna Meloni, che puntando tutto sulla faccenda identitaria (siamo italiani, cristiani, biondicci, un po’ fasci, che male c’è?) basta che alzi un po’ la voce. Il suo programma in fondo è essere quello che è, non una gran fatica.

In generale, insomma, il leader in tivù sta diventando un format piuttosto prevedibile. Finiti i tempi in cui il capo compariva solo in casi clamorosi, per dichiarazioni forti, per dare la linea. Ora ognuno gioca un suo ruolo già scritto. Di Maio in perenne arrossata difesa, Zingaretti guardingo, Renzi guascone incorreggibile, più altre comparse e personaggi minori che si dividono i pochi metri di palcoscenico rimasti (e a volte sarebbe meglio di no).

E poi?

E poi non si dice niente. Le posizioni, i caratteri, le parole, gli argomenti, sono cristallizzati come le zanzare del Mesozoico imprigionate nell’ambra, tutto è generico, tutto è volatile, come se la preoccupazione di essere in tivù fosse prioritaria rispetto a cosa poi dire in tivù, cosa comunicare, quale senso dare alla propria presenza.

Anche per questo Salvini tiene fieramente la posizione: lui è l’unico strumento della sua banda, suona solo lui, per il suo fronte parla solo lui, esiste solo lui. Sia quando balbetta imbarazzato di fronte a una domanda scomoda (una rarità), sia quando fa il ganassa sovranista (cosa che volentierissimo gli si lascia fare), dà anche fisicamente l’idea dell’uomo solo al comando, il contagioso fascino del pensiero elementare, il supremo “ghe pensi mi” che ben si conosce e che ha fatto tanti danni. Non c’è solo lo strapotere di Salvini in tivù, c’è il suo modo, diciamo così sovranista, di usarla. O meglio (o peggio) di lasciargliela usare.


DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT


Eccolo qui il nuovo messia designato da TV, giornaloni, confindustria,confcommercio,etc,etc.

E chi l’avrebbe mai detto che un fine statista del genere sarebbe stato così venerato…siamo messi male vero?

Ormai è già a Palazzo Chigi, probabilmente a primavera, si perché a gennaio quei fini strateghi della piattaforma Rousseau determineranno la vittoria della Lega in Emilia Romagna, presentarsi ognuno per se frammenterà ancora di più, quindi con la dx al 51% a livello nazionale,cosi pare, potranno modificare la Costituzione e eleggere a Presidente della Repubblica uno gradito.

Riflettendoci bene, sono molti che hanno lavorato per questa situazione allucinante.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 21 novembre 2019

Cronaca dei nuovi partiti cespuglietto in Italia














Fare, fare, fare: ma cosa? Lo spettacolo d’arte varia del partitino privato

di Alessandro Robecchi

Non so se siete pronti alla Rivelazione e spero che ciò non sconvolga troppo le vostre vite, ma venerdì questo, cioè dopodomani, nasce il nuovo partito di Calenda Carlo, come il countdown sulle sue homepage fa intuire (meno tre! Meno due!, tipo razzo nordcoreano). Non ci soffermeremo sull’evento, programmi, statuto, leadership, simboli e nomi, ma sul vezzo italiano di farsi un partito quando la situazione si fa confusa (cioè sempre). Onore a Calenda che almeno ha un suo percorso politico (simile al labirinto di Shining, peraltro), ma in generale si sente un intenso profumo di proporzionale e c’è chi pensa di contare tanto contando poco, un classico dai tempi di Bettino buonanima.

Va detto che ne abbiamo visti un bel po’, passare sotto i ponti, e la questione dei nomi da dare ai partiti si fa complicata. Sembra passato un secolo, ma era solo il 2011 quando Montezemolo sventolava il suo programma per salvare l’Italia, (“il foglio del fare”, lo chiamava), annunciando sue liste alle elezioni, che poi non fece. Era una specie di liberismo operoso, un volenteroso lasciate-fare-a-chi-ha-la-Ferrari, smart, futurista, poi si aggregò al carro di Monti e se ne persero le tracce. Si chiamava Italia Futura, non risulta nemmeno una lapide da nessuna parte.

Siccome “futura” aveva portato un po’ sfiga, Corrado Passera si inventò Italia Unica, sembra un altro secolo, ma era l’altro ieri: 2015. L’ambizione era di fare “un grande partito, anzi il più grande partito italiano”. Ministro di Monti, gran capo di Banca Intesa, anche Passera aveva un sogno efficientista-liberista, anche lui parlava molto di fare, di sbloccare, di agevolare, con quel virile su-le-maniche-e-lavorare che ha reso famosi i lombardi, specie nelle barzellette. Dopo il pomposo varo, della nave si perse traccia, fino al momento del naufragio, nemmeno due anni dopo, un dignitoso autoscioglimento, erano tristi pure le tartine.

E poi, diciamolo, il partito è una specie di status symbol, un po’ sopra lo yacht di lusso, la villona col molo privato, il jet personale. Così abbiamo Flavio Briatore che si mette “al servizio degli italiani” con il suo Movimento del Fare. Tutti vogliono fare, fare, fare, ma le cose si complicano quando si cerca di spiegare che cosa cazzo fare. Se ho ben capito dalla laboriosa spiegazione del leader, si tratterebbe di mettere in rete alcuni talenti (mia supposizione: imprenditori), per fare delle cose. Un po’ vago, diciamo, a parte il sogno di Briatore più volte ripetuto: fare della Sardegna una specie di Ibiza e della Puglia un cronicario per pensionati ricchi europei (come la Florida, infatti). Trattandosi di imprenditore turistico, direi che siamo più vicini al Movimento del Fatturare.

Più preciso il disegno di Noi italiani, il movimento di Della Valle, fondato e annunciato nel 2015, poi scomparso dai radar, recentemente tornato a galla, forse causa invito televisivo. Dice il leader e fondatore Della Valle che lui la pagherebbe anche, una patrimoniale, ma poi non sa dove vanno a finire i soldi. E allora propone di pagare questa patrimoniale telefonando al sindaco e chiedendo se c’è da mettere a posto un’aiuola, o da pitturare il soffitto del Comune. Facessero così tutti gli imprenditori… Eccellente proposta politica che teorizza, in pratica, il ritorno alle Signorie, con il miliardario di zona che elargisce welfare e manutenzione. A quei tempi i signorotti gareggiavano a chi aveva la torre più alta, ora si inventano un partito, sempre, sia chiaro, improntato al buon senso e soprattutto al fare, fare, fare, qualunque cosa voglia dire. Diciamo che tra banchieri, imprenditori, grandi manager, questa faccenda di fare i salvatori della patria torna periodicamente di moda, nel nome c’è sempre Italia, o Italiani, o futuri, o unici, o a tempo perso. Insomma, suggerirei di lasciar perdere, per decenza.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Non avrei mai pensato di disquisire su Calenda talmente mi risulta poca cosa,da quel poco che ho visto qua e là tra i talk,un po’ irascibile se gli si fa delle domande o riflessioni che non gli piacciono,evidentemente si ritiene determinante nel futuro del Paese,ci crede e si metta sotto esame,staremo a vedere quale appeal avrà fra gli elettori,probabilità zero a mio giudizio.

C’è solo una possibilità per costoro,riguarda anche l’Italia che dovrebbe tornare viva…dopo le briciole date dal caimano quasi scomparso dai radar,a medio termine se si sgonfia il pesce palla lombardo,potrebbero ricevere ricadute dalla transumanza,ma si tratta di fantapolitica,se ci si brucia al primo esame,dopo rimane da fare altro nella vita,e sarà dura!

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 16 novembre 2019

Come abituare all'età della pietra gli spettatori della Tv











Pur ridicolo, il nazi è nazi: serve da controfigura e utile idiota delle destre

di Alessandro Robecchi

Giunti finalmente ai rastrellamenti di quartiere, almeno dei nomi sui citofoni per vedere chi è straniero e chi no, i nazisti dell’Illinois non sono più tanto dell’Illinois, ma qui in mezzo a noi, a dispetto della solita solfa sulle “ragazzate”, “goliardate” e altre puttanate negazioniste. La storia è nota: un consigliere comunale di Bologna, Marco Lisei, meloniano di Fratelli d’Italia, insieme a un deputato della Repubblica, Galeazzo Bignami, meloniano di Fratelli d’Italia anche lui (ma ex Forza Italia), videocamera alla mano, si sono fatti una passeggiata tra le case popolari di Bologna. Hanno così certificato che sui citofoni molti non si chiamano Rossi o Fabbri, come le nostre radici cristiane ci imporrebbero, ma nomi strambi, anche con delle h o delle k. La cosa ha molto turbato i due, che hanno preso al volo quella china dell’ottovolante che conduce alla cretineria assoluta: invasione, prima gli italiani, l’Emilia da liberare, eccetera eccetera. Non tragga in inganno il fatto che i due caratteristi, nell’irresistibile inquadratura-selfie-comizio, sembrino più Totò e Peppino in piazza del Duomo invece che due camicie brune al lavoro, è la solita questione della storia come tragedia e come farsa.

Quanto alla camicia bruna, il Bignami ce l’ha veramente, esistono foto che lo ritraggono mentre la indossa, con tanto di pugnale e fascia al braccio con la svastica, e ancora nel relax post prandiale con bandieroni della Repubblica di Salò e del partito hitleriano alle pareti. E’ roba vecchia, di quand’era capogruppo di Forza Italia in regione, e lui si difese dicendo… indovinate? Goliardia: era il suo addio al celibato (che bella festa, forse pioveva, se no andava a cercare Anna Frank sui citofoni con gli amici).

Naturalmente i due incursori hanno dovuto togliere il video dai loro social, nonostante avessero detto esplicitamente che della privacy se ne fottevano alla grande (un sincero “me ne frego”, con la retromarcia, però), ma resta l’enormità di un deputato della Repubblica che se ne va in giro a schedare i citofoni.

Piccola storia istruttiva, ma non l’unica. Il fascista tira, produce quel momentaneo, sterile accaloramento che hanno le provocazioni, oppure viene esibito come un tempo la donna barbuta o il mangiafuoco nelle fiere di paese. Paolo De Debbio, per dirne uno che fa quel giochetto lì, esibisce nel suo programma un certo Brasile, energumeno-borgataro-fascista, con duplice effetto. Il primo: minimizzare e fare del nazismo di periferia una macchietta quasi patetica, e al tempo stesso aprire, sdoganare, inserire nella normale dialettica popolar-sovranista un elemento – lo squadrista più o meno ripulito – come se fosse un interlocutore normale. Interessante il sottopancia che scorreva mentre il camerata Brasile in primo piano diceva cose come “Nella borgata mia devi fa’ quello che dico io”; una scritta illuminante, una vera dichiarazione di poetica: “L’odio della sinistra: la destra è fascista”. Un ribaltamento così sfacciato che sembra una rivendicazione, non più sdoganamento di un’ideologia coi suoi maestri e i suoi mostri, ma un fattivo, operoso fiancheggiamento, cosa che fanno ogni giorno i giornali della destra.

La sensazione, insomma, è che ai bravi “liberali” e “sovranisti” e leghisti e meloniani, tutto ‘sto fiorire di volenterosi filonazi (nei comportamenti, nei gesti, nelle parole, nelle scritte sul corpo) non dispiaccia per niente, anzi. E’ come avere delle controfigure per le scene pericolose: gli squadristi dicono cose raccapriccianti su discriminazione, odio razziale, pulizia etnica, e i potentati politici annuiscono con aria pensosa, quando non incoraggiano apertamente il testacoda ideologico (Salvini che si paragona alla signora Segre per minacce, ne è un buon esempio). Il nazi è nazi, poi è goliardo quando lo sgamano, d’accordo, ma è tanto utile, signora mia.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Lei pensa che abbiamo toccato il fondo? Ovviamente no credo,questo è il presente e l’immediato futuro che dovremo subire,e chissà quando ne usciremo,la volontà è questa essendo tramontata la sinistra,ed essendo sul viale del tramonto o perlomeno robustamente ridimensionato il movimento 5S.

Quindi ogni demenzialità,se serve,viene sdoganata abituando a una qualità dai tempi dell’uomo della pietra una buona percentuale di spettatori,penso che si vada verso un fascismo del XXI secolo e pensando a chi si è sacrificato per la democrazia,in montagna o deportato in Germania,ho idea che si stia rivoltando nella tomba.

Qui si sta andando oltre al negazionismo,che risultò ridicolo un po’ come gli odierni terrapiattisti,bensì stanno orchestrando il volto aggressivo con le soluzioni semplici e applicabili,quando mai… ma pieno di buone intenzioni verso i nativi che devono difendersi o in molti casi sfruttare,chi arriva come profugo o semplicemente per avere una opportunità di vita,e che stiano sereni,qui sulle nostre latitudini solo gli sfigati rimangono,la volontà è di recarsi altrove,dove seppure con difficoltà l’integrazione viene praticata.

E per dirle tutte,da questo Paese se ne stanno andando anche molti giovani,quelli che vorrebbero sfruttare le competenze acquisite,senza nepotismi,raccomandazioni,etc,etc.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 1 novembre 2019

Dopo il voto in Umbria il trend verdognolo non cambierà


















Altro che domenica: la sconfitta in Umbria è nata vent’anni fa

di Alessandro Robecchi

Se state nel centro di una piazza, è difficile vedere la città. Meglio su una torre molto alta. Meglio ancora in elicottero (per noi umani: Google maps). Per le elezioni in Umbria è la stessa cosa: si cercano col microscopio le crepe nelle tattiche recenti, i dettagli contingenti, mentre alzandosi un po’ sull’orizzonte si vedrebbe una storia lunga, che ha portato fin qui dove siamo finiti: leghisti e scontenti (e non vale solo per l’Umbria, anzi). Se ogni tanto si capisse (ma così, per passatempo) che la politica è soprattutto comprensione delle dinamiche sociali, delle curve che prendono le vite della gente, si spiegherebbe meglio la regione rossa, laboriosa e civilissima, che si butta nelle braccia del mangiatore di salsicce sovranista. “Dopo 50 anni!”, esultano da destra, manco avessero preso la Bastiglia.

L’aumento dell’affluenza ingrossa il vantaggio di Salvini e fa intuire che un po’ dei famosi astenuti che “bisogna riportare alla politica” ce li ha riportati lui. L’alleanza che lo contrastava era messa su in fretta e furia, il candidato un perdente perfetto (per contrastare la destra montante, un imprenditore moderatissimo, la solita solfa), senza contare i 5s in caduta libera e il governo della Regione che ne ha fatte più di Carlo in Francia, trattando (un classico) la Sanità come agenzia di collocamento per gli amici, e molti altri pasticci. Ce n’è abbastanza per disamorarsi, anche se per uno che abbia qualche anche vaga formazione “di sinistra” per votare Salvini ci vuole qualcosa di più.

E quel qualcosa di più è il cambiamento senza cambiamento. Dopo anni e anni di retorica su “gli operai non ci sono più” – brutti volgari, pussa via, noi vogliamo le startup – i metalmeccanici di Terni sono ancora lì a farsi il culo. E quando andarono a Roma a protestare (ottobre 2014, con un governo Renzi scintillante post-europee e Alfano agli interni) vennero manganellati duramente, come per dire chiaro e tondo che il modello di sviluppo era un altro. Il grande cioccolato è multinazionale, il tessuto di piccole e piccolissime aziende manifatturiere è fittissimo. La terra, l’agricoltura, quelle benedette eccellenze di olii e vini, scivola sempre più verso la Disneyland del turismo, dal mezzadro al Bed and Breakfast è un attimo.

L’imperativo categorico, a destra, a sinistra, ovunque in cielo e in terra, è sviluppo-sviluppo-sviluppo, e naturalmente questo cambia sentimenti, umori e composizioni sociali. Fino a un appiattimento di orizzonti e di desideri: è tutto un indistinto ceto medio spaventato di riscivolare indietro, scontento, incazzato, deluso.

Come si vede, a mettere insieme non gli ultimi sei mesi, ma gli ultimi dieci, vent’anni, quella cartina impressionante dell’Umbria che era tutta rossa e ora è tutta verde un po’ si spiega. Probabile che la faccenda sia ancora più strutturale (l’Emilia-Romagna sì, che sarà un test!), cioè che il sistema progressista, il modello di sviluppo delle regioni “rosse” abbia fatto quel che doveva fare, e che ora non serva più, ciao, tanti saluti. Bella e nobile, la tradizione contadina, ma il proprietario di B&B, temo, tenderà a preferire la flat tax alla pace nel mondo, e nelle città d’arte “il decoro”, nome nobile della guerra ai poveri, verrà prima di tutto il resto. C’è insomma un “egoismo di necessità”, che certo non verrà scalfito dai famosi “valori” della sinistra, che, tra l’altro, trascolorano e impallidiscono giorno dopo giorno. Troppi pochi elettori, in Umbria, per fare veramente da test, troppe variabili contingenti dettate dall’emergenza. Ma il disegno su larga scala è abbastanza preciso: molti elettori passano dalla fase “non ti voto più” alla fase “ti voto contro”. Non è nemmeno politica, certe volte, ma un umore, un’onda, un sentimento, che viene da quello che si è seminato per anni, non negli ultimi mesi.

DAL BLOG ALESSANFROROBECCHI.IT

Per ciò che riguarda l’incredibile successo verdognolo ci sono ragioni ormai consolidate, come spiega bene, il lavoro delle fabbriche scomparso e tramite le nuove realtà, sono troppo intenti a lavorare a testa bassa e per 4 soldi, considerato che le tutele ormai sono andate a farsi friggere, il jobs act del compagno Renzi ha fatto svanire l’ultima protezione.

L’immigrazione in Italia ha fatto emergere la lotta tra poveri, i pochi extracomunitari che rimangono in Italia vengono sfruttati in modo indegno, da qui il gioco al ribasso delle prestazioni che fa incazzare moltissimi,in più ci metta un po’ di insicurezza nelle città, e qui c’è chi soffia sul fuoco ad arte mediaticamente.

Ma sa quale sarà la consolazione, se così si può dire? A destra promettono qualsiasi cosa, rammenta le migliaia di rimpatri mai visti col ministro social?
Il caimano con le stronzate è durato parecchio tempo, ma aveva la macchina da guerra privata e statale a supportarlo, qui il naso lungo di Pinocchio rischia di durare assai meno.
Il trend umbro ho idea che si replicherà un po’ ovunque, magari con diverse percentuali, l’innamoramento felpato sta toccando limiti insuperabili, lasciamolo stemperare.
I giallo-rosa possono fare o meno tutti gli accordi possibili, non sposteranno un voto.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 13 settembre 2019

Dall'autogoal politico di Salvini alla sua denuncia di mancanza di democrazia













Il fascista che si appella alla democrazia fa ridere: è il ladro che chiama il 113

di Alessandro Robecchi

Spettacolari, i fascisti italiani. Nel senso che lo spettacolo è impareggiabile: salti mortali, carpiati e piroette. Testacoda e salti di corsia, capottamenti, inversioni a U e altre mirabolanti gesta, come per esempio urlare in piazza Montecitorio col braccio teso nel saluto romano, indifferentemente “Duce-Duce” e subito dopo “Elezioni!-Elezioni!”. Il fascista che si appella alla democrazia fa molto ridere, è come il rapinatore che chiama il 113.

Poi, nella bolgia della piazza boia-chi-molla è calata la notizia che a mollarli è stato Facebook, oscurando le pagine di alcuni gerarchetti di Forza Nuova e Casa Pound, e lì è scattato il pandemonio. Lo spettacolo dei fascisti che urlano “fascista” a qualcun altro è delizioso, un contrappasso esilarante, la storiella del bue che dà del cornuto all’asino, in confronto, era roba da dilettanti. Così, eccoli precipitarsi su un social network che non li ha (ancora?) oscurati, Twitter, e lì fioccano le perle, come quella di Simone Di Stefano, Obergruppenführer di Casa Pound che sostiene che Facecebook “si configura come un servizio pubblico” visto che ci sono moltissimi italiani iscritti. Un po’ come dire che siccome negli anni Sessanta tutti avevano una Fiat, allora la Fiat era di tutti. Invece no: Facebook è un’azienda privata, ha un suo regolamento, quando vi si accede si accettano le sue regole, e ogni tanto le applica pure.

Diciamolo: è un peccato.

E’ un peccato che un azienda privata faccia quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da anni, da decenni. Perché sembrerà strano, ma anche la Repubblica Italiana, come Facebook, ha le sue regole, che sono scritte nella Costituzione (XII disposizione finale: “E’ vietata la ricostituzione del partito fascista in ogni sua forma”) e in qualche legge scarsamente applicata (la legge Scelba, la legge Mancino). Insomma, duole constatare che un’azienda privata è arrivata prima dello Stato, che è stata più efficiente e meno timorosa.

Detto questo, cioè che la Repubblica Italiana doveva fare da tempo quello che la ditta di Zuckerberg ha fatto l’altro ieri, rimane sospeso nell’aria un certo sentore di corto circuito. Riassumiamo a grandi linee: i nostri nonni, dopo l’immane disastro e i milioni di morti regalatici dal puzzone mascelluto, hanno cacciato il fascismo a colpi di schioppo. Poi hanno fondato una Repubblica. Poi hanno scritto una Costituzione. Poi hanno fatto delle leggi perché i fascisti non potessero fare apologia di quel disastroso crimine. E poi però, per cacciare i fascisti dal dibattito pubblico e impedirgli la diffusione di odio etnico e razziale, è dovuto intervenire un multimiliardario americano inventore dei “like”.

Difficile non sentire la nota stonata, la campana fessa.

Infatti l’azienda, in un comunicato, ha spiegato la sua decisione appellandosi alle regole che gli utenti dovrebbero conoscere, e ha sottolineato che alla base della decisione “non ci sono motivi ideologici”. E questo è un altro peccato, è come dire che se un fascista inneggiasse alla dittatura, al boia-chi-molla, al me-ne-frego, con parole gentili andrebbe tutto bene. Invece no. Si dimostra che le regole dello Stato sono migliori e più rigide di quelle di Facebook (bene), ma che lo Stato non le applica e invece Facebook sì (male), e questo mette un po’ di tristezza. Del resto, si sa (leggere il prospetto illustrativo) che quando metti qualcosa sul più grande social network del mondo, la proprietà intellettuale di quello che pubblichi diventa sua, che siano gattini, foto di nipotini o virili appelli a otto milioni di baionette. Forse qualcuno dovrebbe spiegarlo ai nazionalisti, sovranisti, suprematisti, che i loro frementi prima-gli-italiani sono stati regalati a un algoritmo made in Usa il quale, come da regolamento, può farne ciò che vuole, anche mandarli al confino quando gli pare.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Gli girano, eccome gli girano…

Sono riusciti a far resuscitare il Pd, ed è tutta farina del proprio sacco, un po’ come avere la botte piena e la moglie ubriaca!

In un partito normale, avrebbero dovuto immediatamente chiedere le dimissioni del fenomeno che ha avuto la brillante idea di aprire una crisi di governo a ferragosto,ma si sa sono di bocca buona a dx, dopo il twittatore seriale pare che ci sia poco o nulla, a parte Zaia.

Ora staranno sull’attenti romanamente per circa tre anni, sempre che non ci sia un autogoal tra i giallorosa, chiamarli giallorossi è un iperbole fuori da ogni logica.,e per ciò che riguarda Fb meno male,fino a poco tempo fa davano più fastidio le mamme che allattavano rispetto alle mamme delle idiozie.

Calare un velo pietoso verso la repubblica che permette una tolleranza ai nostalgici di quel periodo terribile della nostra storia sarebbe il minimo, ma nel Paese che da decenni cerca il nuovo salvatore della patria, direi che il buon senso è andato a farsi friggere da tempo immemore.

Con quella virulenza e arroganza, non oso immaginare i possibili scenari tra qualche anno, meglio vivere alla giornata!

I.S.

iserentha@yahoo.it



sabato 1 giugno 2019

Elezioni europee:Ecco il neo salvatore della Patria,quando ci sarà il prossimo?











Il ceto medio non teme più l’estremismo e salta sul Carroccio salviniano

di Alessandro Robecchi

Ultim’ora: tutti i tentativi di vedere il bicchiere mezzo pieno stanno fallendo. Cioè: non è mezzo pieno o mezzo vuoto, è che qualcuno si è proprio fregato il bicchiere con tutta la bottiglia. Nonostante questo, c’è chi ci prova: Renzi esulta per Nardella a Firenze (premio di consolazione), il Pd esulta per la tenuta di qualche roccaforte, la sora Meloni mai così in alto che non ci credeva nemmeno lei, gli altri non pervenuti, col povero Silvio a tenere insieme quel che resta di passate grandezze e i 5 stelle tramortiti dalla batosta. E’ tutto, vostro onore, se si aggiunge che la sinistra a sinistra non esiste, che la signora Bonino è l’eterna promessa che non mantiene mai, e che incombe su ogni cosa un possibile (sulla carta) governo di destra-destra che verrà usato come bastone se i 5stelle non mangiano la carota. Poteva andare peggio? No.

Si conferma che il voto è mobile, un po’ ondivago, un po’ isterico e, come si dice oggi, liquido, e che solo Salvini aveva un contenitore per mettercelo, una bella tanica capiente dove piazzare tutte le scontentezze, dove sistemare tutto e il contrario di tutto, dal ceto medio spaventato, alle fasce più disagiate a cui si sono sapientemente (e con molte complicità) indicati gli ultimi come nemici. La vituperata propaganda ha vinto, insomma, e questo mette in crisi le propagande degli altri: non ne avevano una all’altezza, la retorica “popolo contro élite” non bastava più, e quella dei “competenti” peggio che andar di notte.

Ma c’è un altro attore che prende la scena delle europee salviniane, ed è il famoso ceto medio di cui un bel giorno toccherà seriamente definire i parametri. Ora che le hanno date e prese, tutti corrono a inseguirlo, blandirlo, parlargli con parole suadenti. Si allargano renzisti e calendisti, dicendo che serve un partito di centro che poi si alleerà con Pd. Una strana equazione, perché si tratterebbe di uscire dal Pd (sottraendogli voti) per creare una formazione politica che poi si alleerà col Pd. Mah. Va detto che la strategia zingarettiana dell’opossum (fingersi morti, lasciar passare la tempesta senza segnare all’avversario, ma almeno evitando gli autogol) ha garantito l’esistenza in vita, che è già qualcosa dopo i disastri renziani, ma se si vanno a vedere i voti assoluti c’è ancora un calo. Insomma, per il bicchiere mezzo pieno bisogna essere strabici forti.

Quanto a Silvio buonanima, anche lui batte sul tasto del ceto medio, e anche lui porta a casa la sua sconfittona sonante, dopo che la ricomparsa della mummia aveva fatto sperare nella soglia del dieci per cento. Altra sirena (stonata da tempo) che il ceto medio non ha ascoltato, e dunque si fa pressante la domanda: ma ‘sto famoso ceto medio, che un tempo si chiamava borghesia, dove guarda? A leggere i dati si direbbe che si sia riversato tutto su Salvini, il che pone qualche dubbio sulle analisi correnti. Si è sempre ragionato, infatti, su un ceto medio moderato, impaurito dai toni forti, dagli estremismi, voglioso di rifugiarsi in schieramenti che tranquillizzano, che sopiscono le pulsioni più agguerrite. E invece eccolo, il buono e bravo ceto medio della nazione, saltare sul carro salviniano, forse nella speranza di avere veramente una flat tax, forse incantato da quell’essere “potenza” che la propaganda ha spinto fino all’eccesso (a volte fino al ridicolo, cin tanti di santi e madonne). Ora si dice che la differenza non è solo quella. C’è il divario tra città e provincia, la frontiera delle speranze deluse, la fuga dai 5 stelle passato in pochi mesi da movimento di protesta a establishment. Tutto vero. Ma il dato rimane: anziché esserne spaventata, la piccola e media borghesia italiana si è riversata su Salvini. Non è l’estremismo a farle paura, ma di non essere rappresentata e così sceglie il vincitore, chiunque sia, persino Salvini.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Più che voto liquido a me pare gassoso, talmente risulta aleatorio, premiare con milioni di voti coloro che hanno imboscato 49 milioni di quattrini pubblici, che hanno spesso scandali locali, a me pare pazzesco.

Evidentemente basta e avanza brandire il blocco degli sbarchi degli immigrati e si incassano milionate di voti, glisso sui rimpatri promessi,non facciamo troppo le pulci al twittatore seriale… Mai pervenuto al Viminale, come anni fa al parlamento europeo.

Evviva il neo salvatore della patria, la parabola a scendere è dietro l’angolo, una questione di prossima finanziaria e di presunto rilancio dell’economia, altro che flat tax.

Che problema c’è, il popolo sovrano reperirà un altro salvatore!

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 25 maggio 2019

Cronaca pre elettorale e personale previsione











Dalla tassa sui balconi a Conte all’Inter: cosa accadrà fino a domenica

di Alessandro Robecchi

Mancano quattro giorni alle elezioni europee, che si attendono ormai con l’apprensione dello schianto del meteorite: quali forme di vita sopravviveranno?, chi si salverà?, emigrare in Nuova Zelanda potrebbe servire? Ecco la spaventosa cronaca degli ultimi giorni in esclusiva per i lettori de Il Fatto Quotidiano.

Mercoledì– Matteo Salvini si presenta in consiglio dei ministri con il decreto Sicurezza-ter che prevede il confino a Ventotene per chi racconta barzellette su Salvini, mazze chiodate in dotazione alle forze dell’ordine e il Milan in Champions League. I dubbi del Colle. I dubbi di Conte. I dubbi della governatrice dell’Umbria Catiuscia Marini, che si dimette, ma solo durante i pasti. Polemiche per il papa che agita il rosario durante l’Angelus. Il sottosegretario Giorgetti: “Basta simboli politici nella Chiesa!”. Proposta choc dell’economista (?) della Lega Borghi: usciamo dall’euro e adottiamo il dollaro canadese, ma solo il sabato e nei centri commerciali convenzionati. Cronaca: sparatoria a Napoli in un asilo nido. Umorismo: recital in piazza di Giorgia Meloni.

Giovedì– Si scaldano gli animi durante il consiglio dei ministri, dove Salvini presenta il decreto Sicurezza-quater che prevede l’arresto immediato per chi si veste da Zorro, una tassa sui balconi e il daspo per i cani di grossa taglia. Corretta la norma sulle multe per chi salva naufraghi in mare, non più 5.000 euro, ma 4.985: un cedimento alle perplessità del Quirinale, ma ancora non c’è l’accordo: i 5 stelle si battono perché si arrivi a 4.970. In un comizio a Caserta Luigi Di Maio prende le distanze da Luigi Di Maio: “Mai al governo con la Lega”, poi si chiude da solo in albergo per un chiarimento. Grosse novità nella campagna elettorale del Pd: ricompare Renzi che promette un milione di posti di lavoro, un nuovo referendum, duemila asili in duemila giorni… finché non lo chiudono nei bagni. Catiuscia Marini, governatrice dell’Umbria, si scorda di dimettersi durante il pranzo, ma vota contro il dessert. Cultura: manifestazione nazionale a Roma contro gli sceneggiatori di Games of Thrones.

Venerdì – A sorpresa, la governatrice dell’Umbria Catiuscia Marini si dimette durante la prima colazione, poi convoca una riunione e vota contro le dimissioni. Sconcerto nel Pd. In un comizio a Ravenna, Luigi di Maio attacca duramente Luigi Di Maio: “Mai al governo col Pd” e annuncia un chiarimento interno a Luigi Di Maio. Salvini al lavoro sul decreto sicurezza quinquies che prevede pene severissime (fino a tre anni di carcere) per chi entra troppo abbronzato in un porto turistico, i neonati che girano senza documenti saranno deportati in Valtellina, detrazioni fiscali per chi mette sul balcone un crocefisso alto almeno due metri. Esteri: in Alabama potranno abortire solo gli uomini. Sport: Conte all’Inter, ma il presidente del consiglio smentisce: con uno spogliatoio così litigioso, meglio il governo.

Sabato – Giornata di silenzio elettorale. Salvini presenta il decreto sicurezza sextus, che prevede pene pecuniarie per chi non vota Lega, l’arresto immediato per chi acquista formaggi francesi e l’amnistia per tutti i cittadini con il cognome che comincia per F e che abbiano fatto il sindaco di Legnano. I dubbi del Colle. Proposta-choc di Carlo Calenda: i lavoratori devolvano una giornata di stipendio alla settimana alla parte più debole della popolazione: gli imprenditori del Nord-est. In un comizio a Udine, Luigi Di Maio usa toni provocatori contro Luigi Di Maio: “Mai un governo coi 5 stelle”, poi annuncia un vertice con Luigi Di Maio. Catiuscia Marini, governatrice dell’Umbria, dimentica di dimettersi ma si ricorda di ritirare le dimissioni, sconcerto di Zingaretti. Esteri: suicidio di massa dei sovranisti austriaci, ma l’autopsia smentisce: “E’ stato lo champagne russo”.

Domenica –Si vota.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

No, no, per carità, non consigli agli italiani di emigrare in NZ, tra i tanti che ci potrebbero andare, un buon numero sarebbero mele marce che rovinerebbero quella terra quasi incontaminata.
Poiché se ci ritroviamo costantemente la politica e i politici di un certo tipo, evidentemente il bacino da cui attinge è parecchio torbido.
Da lunedì molto probabilmente prenderemo atto della deriva a dx del Paese, e il felpato avrà la conferma di avere due possibilità governative, così forse, anche i più duri di comprendonio capiranno che la libertà di espressione risulterà sempre di più problematica.

La stretta correlazione del successo destrorso è e sarà, fino a quando non si estingueranno i rottamatori già rottamati da parecchio tempo.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 13 maggio 2019

Il felpato chiama le guardie per i selfie e i vigili del fuoco contro gli striscioni











Matteo, lo sceriffo di Nottingham che chiama le guardie

di Alessandro Robecchi

Finalmente c’è della verità nel faccione finto giocoso di Salvini Matteo, capo della Lega, vicepresidente del Consiglio, ministro dell’Interno, eterno comiziante, inviatore di bacioni e ometto forte. Accade quando qualcuno gli si mette a fianco sorridente come lui, gli chiede un selfie, e poi dice qualcosa di vero. Come la ragazza di Salerno (“Non siamo più terroni di merda?”), come l’altro giovane che gli chiede conto di 49 milioni spariti, puff; come il quindicenne sardo che fece lo stesso e molti altri, comprese Gaia e Matilde, che dopo averlo lusingato (“Salvini! Un selfie!”) si baciano nell’inquadratura, con lui, il federale, che fa la faccia del tonno appena pescato. Con quella faccia è finito anche sulla Cnn, che il mondo sappia, ecco.

I reperti elettronici giunti fino a noi in forma di foto e video, sono quelli sopravvissuti a perquisizioni e identificazioni degli autori (sicuramente molti altri non hanno passato i controlli), e fa ridere sentire lo staff di Salvini gridare mentre il video sfuma: “La Digos, la Digos!”. Insomma, lo sceriffo di Nottingham che chiama le guardie, altro che “uno del popolo”, altro che “uno di noi”, siamo al gerarchetto che chiama la milizia perché l’hanno preso in giro.

Probabile che spunteranno altri video, altri selfie. Oppure che – prudenza – Salvini sarà costretto ad abbandonare la pratica di usare i cittadini come comparse plaudenti della sua narrazione tossica: dannazione, non tutti battono le mani, dannazione, non tutti lo osannano come quelli che gli fanno il baciamano (ad Afragola, con tanto di inchino in ginocchio), dannazione, il giochetto si è sporcato, forse addirittura rotto.

Siccome sta diventando prassi diffusa, mettersi accanto a Salvini e sbertucciarlo come fosse un concorrente di Ciao Darwin, tipo umano a cui in effetti somiglia, sarà interessante vedere le contromisure. La prima, come da ricchissima tradizione, è il vittimismo. Così da qualche tempo Salvini non si limita a parlare ai suoi, ma non perde occasione per attaccare i nemici. Se i “comunisti” (e i “centri sociali”) fossero numerosi come li vede Salvini, saremmo in Corea del Nord. Ma la risposta secondo cui o stai con lui o sei “comunista” (uh!) è deboluccia e zoppicante. Così mister 49 milioni batte su un tasto vecchio, posta sui social le scritte sui muri contro di lui, lamenta di ricevere pallottole e minacce (ma dove le riceve, che al Viminale non va mai?), insomma gioca il gioco vecchio del chiagni e fottidei potenti, secondo tradizione. Con una mano fa il duro, con l’altra, come si dice a Milano (lui capisce la lingua) fa il “piangina”. Ma essendo, come si conviene ai capi della truppa, sempre circondato da forza pubblica ai suoi ordini, bisogna beffarlo con l’inganno, rivoltargli contro la sua stessa comunicazione: bacioni!

Immaginiamo le riunioni dello staff. Chiamare le guardie come i vecchi re offesi dai sudditi che ridono funziona, ma non può durare. Fischiare un ministro è lecito – ancora e per fortuna – anche se le intimidazioni sono quotidiane: signore prese in malo modo e portate in questura, gente identificata con modi bruschi, persino qualcuno denunciato per avergli urlato “fascista!”. Insomma, repressione di pensiero e di parola, vietato disturbare, non più il “o con noi o contro di noi”, ma “o con noi o chiamo la Digos”, una cosa un po’ à la Ceausescu.

Piano piano, la paccottiglia propagandistica si sfalda e si mostra ridicola, fino al culmine della tradizione paracul-mediatica: la visita a Padre Pio, a cui (e te pareva!) “chiede consiglio”, e dove è andato a “pregare per Noemi”, la bambina colpita da un proiettile vagante per strada, a Napoli. Cioè la bambina che se avessimo un ministro dell’Interno invece di un piazzista porta-a-porta, comizio-a-comizio, ora sarebbe all’asilo con le sue amichette.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Può chiamare la Digos,i marines o il mossad,chi sino ad ora gli ha fatto le pernacchie selfie,ha dichiarato delle verità incontrovertibili,non può manco fargli causa,il suo passato pesa,quello in curva stadio e del suo predecessore a cui era tanto devoto,ne prenda atto.

Se poi con l’ennesimo scandalo corruzione in Lombardia incasserà ugualmente le percentuali che segnalano i sondaggi,ciò vuol dire che per l’ennesima volta in Italia,è lui l’ultimo salvatore della Patria,passerà anche questa moda,avanti un prossimo altro mediaticamente accettato…

L’ultima boutade sulla chiusura dei negozi “maria” senza Thc,che dire,i legaioli che fumano torneranno su strada a reperirla,questa ridicola strategia elettorale senza senso,è un po’ come dire che Rommel gli potrebbe fare una pippa!

Da ieri si sono aggiunti anche i vigili del fuoco contro gli striscioni non compiacenti,chissà cosa s'inventerà prima delle elezioni europee...

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 5 maggio 2019

Stupro a Viterbo dei due esponenti di CasaPound "Sono bravi ragazzi"

















“Sono bravi ragazzi”: in fondo stuprano “solo” le “nostre” donne

di Alessandro Robecchi

Già era fastidiosa un bel po’ questa faccenda delle “nostre donne” da difendere dalle violenze altrui. Mai capito cosa vuol dire quel “nostre”: libere al rogito? Immatricolate come la macchina? Poi erano venuti quei bei manifesti stile ventennio con il soldato nero che ghermisce la donna bianca e la scritta: “Difendila!”, penosa estetica modello Salò, rossi drammatici e il solito paraculismo familista: “Potrebbe essere tua madre, tua moglie, tua sorella, tua figlia”. Bene. Se non rientra nella casistica, liberi tutti, compreso il camerata Chiricozzi (per conquistare il mondo urgerebbe nome d’arte, perché in effetti sentite come suona male “Vincere, e vinceremo!”, firmato: Chiricozzi), e il suo socio in stupri Riccardo Licci, arditi di CasaPound, bella gente. Così astuti, “rapidi ed invisibili”, che si sono anche fatti il filmino della loro violenza sessuale per vantarsi con le altre camicie nere. Chissà, forse perché come diceva l’appeso buonanima “la cinematografia è l’arma del regime”.

Le cronache, come al solito, contengono le sfumature più grottesche. Per esempio il “viene da una famiglia assolutamente perbene” che non manca mai. Mah. Sarà. Ma se uno a diciannove anni ha già alle spalle un procedimento giudiziario per pestaggio, un daspo allo stadio (portava dei razzi) e ora uno stupro con videoclip annesso, qualche dubbio anche sull’ambiente familiare è lecito farselo venire. Insomma, scatta il “salutava sempre” (romanamente, si suppone) d’ordinanza, ed è pieno di gente che cade dal pero: ah sì? Quei bravi ragazzi! Aggiungiamo la scena del crimine: una sede ufficiale di CasaPound e lascio ai lettori immaginare cosa succederebbe se una donna (nostra? loro? boh) venisse stuprata nella sede di un partito.

Insomma, ce n’è abbastanza per partire dallo stupro di Viterbo e guardare finalmente con attenzione dentro quella galassia di delinquenti che è il neofascismo italiano, che va dal nostalgico dei treni in orario (altra cazzata) al “fascista del terzo millennio”, quasi sempre poco scolarizzato, ignorante come un caprone e convinto che ci vogliono le maniere forti contro i più deboli (contro i forti, come da tradizione: a pecora).

Il prode ministro dell’interno, forse reduce da un poderoso testa a testa con un cotechino o un selfie con la mitraglia, ha pensato bene di fare un tweet senza nominare né il fatto, né i colpevoli, né CasaPound, né il neofascismo, ma attivando i fumogeni per fare confusione e parlar d’altro. Così lui e Di Maio si sono messi a litigare sulla castrazione chimica, invece di pensare a ristabilire la legge presso la HitlerJugend de noantri che da anni agisce indisturbata.

Basta cercare in rete la mappa delle aggressioni fasciste, periodicamente aggiornata, che segnala centinaia e centinaia di casi di pestaggi, spedizioni punitive, botte, agguati, accoltellamenti e altri delitti. Oppure leggere le acute riflessioni di giornalisti, anche famosi, che li andavano a legittimare nelle loro sedi, partecipando a dibattiti con gente che per una sera indossava la cravatta e non il tirapugni. Oppure il delizioso reportage del Tgr Emilia-Romagna (servizio di Paolo Pini, caporedattore Antonio Farné, direttore responsabile in quota Lega Alessandro Casarin), che mostrava come buona e brava gente della nazione i fascisti accorsi a Predappio a celebrare con “onore” (ahahah!) il vigliacco che dopo aver ammazzato mezzo milione di persone scappava in Svizzera travestito da tedesco coi soldi e l’amante. O ancora lo striscione dei fascisti laziali esposto a Milano a due passi da piazzale Loreto, o ancora le millemila volte che si è minimizzato un fenomeno criminale vietato da leggi e Costituzione. Chissà, magari la retorica del “sono bravi ragazzi” si fermerà a Viterbo grazie alle gesta del camerata Chiricozzi. Sarebbe ora. E sarebbe comunque tardi.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Spero che due criminali del genere siano unici, se la mentalità fosse diffusamente questa del movimento, chiamiamolo così, che ribrezzo.
Ma le giustificazioni che ho letto qua e là sono gravissime, manco se fosse stato un richiamo ufficiale del Preside a scuola, considerate le diffuse difese a prescindere dei genitori verso i loro maleducati pargoli.

Fortunatamente i criminali si sono fottuti da soli registrando il video, la preda andava condivisa con gli amici, ora la giustizia faccia il suo corso con una decina d’anni di carcere da scontare per ognuno, le giustificazioni stanno a zero!

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 22 aprile 2019

Un futuro parlamento europeo da film horror













Prima gli italiani o prima i danesi? Ai summit si teme la rissa nei bagni

di Alessandro Robecchi

Quesito per solutori più che abili, di quelli che ci passi la notte e non ne vieni a capo, ma ti sei tanto divertito. Indichi il candidato come sarà la soave convivenza tra la formazione nazionalista dei Veri Finlandesi (prima i finlandesi) e la lega di Salvini Matteo (prima gli italiani). Cioè, per dire, al buffet che succederà? Prima i finlandesi o prima gli italiani? Già mi vedo la rissa. Aiutino: i Veri Finlandesi, l’altro giorno a Milano rappresentati dal signor Olli Kotro, sono per prendere a colpi di salmone congelato sui denti chi osi fare più deficit, mentre Matteo nostro (?) va promettendo tasse piatte, soldi di qua e di là, aiuti alle imprese, tutto in deficit. Ce n’è abbastanza per un duetto divertente, tipo Stanlio e Olli, ma a sganassoni.

I finlandesi (tutti, veri e falsi) sono più o meno cinque milioni e mezzo, i Veri Finlandesi hanno preso alle (loro) elezioni il 17 per cento, proprio come Salvini in Italia, uno che girava con le magliette “Padania is not Italy” e che quindi pensa anche lui che ci siano veri italiani e italiani falsi, e pare l’unica cosa su cui vanno d’accordo. L’idea che i Veri Finlandesi si comportino da veri signori e consentano ai Veri Italiani di spendere e spandere facendo veri debiti è piuttosto peregrina: se ognuno è rigorosamente sovranista a casa sua, i primi a stargli sui coglioni saranno i sovranisti di altri posti, che sovranino a casa loro, e giù le mani dai dané.

La grande alleanza delle destre europee, comunque, procede spedita fingendo di non vedere gli ostacoli. Uno di questi, non un dettaglio, la Russia di Putin, che piace tanto a Salvini (foto solitaria sulla piazza Rossa, ma senza cibo né fidanzata di turno) e Le Pen, ma che a svedesi, finlandesi, e polacchi sta simpatica come una vespa che ti entra nel casco mentre guidi la moto. Su una cosa sono tutti d’accordo: non vogliono gli immigrati, di nessun tipo e colore, dalla Danimarca alla Polonia, dall’Austria all’Ungheria, e ognuno di loro ha deliziosi rapporti con crani rasati e nostalgici del Reich, gente che pensa “quando c’era lui” (intendono il Führer), negazionisti dell’Olocausto, possibilisti delle dittature e ammiratori di Mussolini (che come si sa fino al ’38 “fece anche cose buone”, tipo ammazzare Matteotti e i Fratelli Rosselli, arrestare Gramsci, chiudere giornali, aprire galere, eccetera eccetera). Metteteci anche gli spagnoli di Vox, che “quando c’era lui” lo dicono del generalissimo Franco. Una bella compagnia, insomma, alla quale manca ancora il pezzo più pregiato, l’ungherese Orban, che fa “anche cose buone” a Budapest, ma si ostina a stare nel Ppe e sembra non sentire le sirene dei sovranisti che lo vorrebbero come centravanti.

A fare il leader di tutto questo sarebbe proprio il nostro Salvini (cioè: se c’è una gara di fascisti, prima l’italiano), che qualcuno vagheggia addirittura alla guida dell’Unione Europea in caso di vittoria schiacciante delle forze sovraniste. Uno che ha una visione così attenta, sicura e lungimirante, da dichiarare (29 marzo) che la Libia è un porto sicuro e poi (8 aprile) di essere molto preoccupato di quel che succede in Libia, dove di sicuro non c’è niente, nemmeno se sei libico e (peggio mi sento) nemmeno se sei l’Eni.

Tutta questa allegra compagnia minaccia di vedersi a Milano il 18 maggio (ci sarà anche madame Le Pen, si dice) per recitare il suo rosario: danesi che dicono prima i danesi, polacchi che dicono prima i polacchi, finlandesi che dicono prima i finlandesi (veri), austriaci che dicono prima gli austriaci e così via, con tonitruante chiusura del nostro mangiatore di Nutella e salsicce che intimerà: prima gli italiani. Insomma, tutti prima e gli altri dopo. Si prevede grande spiegamento di forza pubblica, forse per impedire le risse alla toilette (prima io, no, prima io, no, prima io, ma lo sa quanta birra ho bevuto?).

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Quello delle elezioni europee è un argomento che mi stimola come un beverone di camomilla, se non fosse che ci saranno nuovi politici a incassare 20mila euro cadauno al mese, magari presentandosi al parlamento raramente o discutendo di fuffa.
Dall’Europa delle banche e della finanza con la Germania e a ruota la Francia a comandare, si arriverà alla presenza di movimenti da brividi come ho letto nel suo articolo.
Tutto ciò per buona responsabilità di mancanza di politiche sociali e progressiste, al suo posto sta avendo successo l’egoismo nel spartirsi le briciole che le varie economie consentono, tutto il becero possibile è inevitabile.

Ho letto stamattina sul Fq online,degli stracci che volano tra Calenda e Bersani, vederli sarebbe stato insopportabile, il detto ce l’ho più lungo io va sempre per la maggiore da quelle parti…

Vadano avanti così!

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 6 aprile 2019

Mancano medici e paramedici negli ospedali,non è una novità















Davvero temete di essere operati da un chirurgo coetaneo delle Kessler?

di Alessandro Robecchi

Non è un paese per vecchi, e vabbé. Non è un paese per giovani, e vabbé pure questo. Per le donne lasciamo perdere, visto che se ne ammazza una ogni 72 ore. Poi si scopre che non è nemmeno un paese per medici, infermieri, barellieri, anestesisti, caposala, mancano 800 infermieri nei pronto soccorso della Campania, 500 in Puglia e via elencando. Giornali e tivù mandano i loro inviati in Molise e in Veneto, a registrare il fenomeno dei pensionati richiamati in corsia, si stabiliscono record, si festeggiano primati assoluti. Tutti ammirano il professor Giron, per esempio, che a dicembre compirà 85 anni e che fa l’anestesista a Padova: è l’età in cui ti tolgono la patente perché dubitano dei tuoi riflessi, ma possono ridarti dei pazienti da addormentare. Aspettiamo con ansia il cardiochirurgo centenario col monocolo, o l’ortopedico che vide correre Coppi e Bartali. C’è il rischio che si senta rimbombare per i corridoi il grido d’emergenza: “Salasso! Presto, portate le sanguisughe in sala due!”. Oppure lunghi interventi a cuore aperto dove si misura spesso la pressione, ma non al paziente, al dottore.

In Veneto, Friuli, Molise si richiamano in cliniche e ospedali medici pensionati, che avevano salutato colleghi e pazienti al grido garrulo di “largo ai giovani”, ma i giovani non sono arrivati, non ce ne sono abbastanza, non li prendono ai corsi di specializzazione, che non bastano, e a Medicina c’è il numero chiuso.

Vediamo il bicchiere mezzo pieno: al reparto geriatria pazienti e medici saranno coevi e potranno raccontarsi vecchi episodi della guerra e della Resistenza. Il bicchiere mezzo vuoto: ma davvero vi fareste operare da qualcuno che ha fatto il suo primo intervento quando si inventava il Moplen e ballavano le Kessler? Assicurano i governatori coinvolti (in prospettiva: quasi tutti, anche se oggi in prima linea stanno Veneto, Molise e Friuli) che si tratta di una cosa temporanea, che i pensionati richiamati saranno presto restituiti ai loro tornei di bocce, ma quanto temporanea non sa dirlo nessuno. Di (quasi) certo c’è che nei prossimi 5 anni (quattro, ormai, perché la stima è dell’anno scorso) andranno in pensione 45.000 medici, e che non tutti verranno rimpiazzati. Le borse per i corsi di medicina di base sono poco più di mille all’anno, e i conti, in deficit, sono presto fatti. E nel Servizio Sanitario Nazionale, unica vera gloria italiana ripetutamente picconata dai tagli, le cose vanno pure peggio.

Riassumendo a grandi linee questo Comma 22 tutto italiano, abbiamo un paese da cui i giovani scappano, e i loro nonni medici che tonano a lavorare perché non ci sono giovani. E’ un bel paradosso, ma spiega bene che cosa è, e anche cosa non dovrebbe essere, la politica.

Correva l’anno 1999 quando si decise che avremmo avuto troppi medici mentre il paese, sfiancato dalla scolarizzazione di massa, chiedeva a gran voce idraulici e tornitori. Il numero chiuso a Medicina (e non solo) è di quegli anni, avviato nel 1997, ordinato da una legge due anni dopo (ministro dell’Università Ortensio Zecchino, governo D’Alema), e fu anche lui figlio della narrazione dell’epoca, di previsioni sbagliate, dell’orrido ma eterno benpensantismo dei tempi: “Ecco, vogliono fare tutti i dottori!”, con quel sottotesto qualunquista (oggi si direbbe populista) che fingeva di guardare alle sorti del Paese: avremo troppi sapientoni e niente idraulici! Dove andremo a finire, signora mia! Si aggregava la grande stampa con la solita lancia della “meritocrazia”, ovvio. Meritocrazia che consiste a tutt’oggi nel decidere con un test fatto a diciott’anni se uno sarà poi un buon medico a quaranta. Chi lo faceva notare all’epoca, tirando fuori fregnacce novecentesche come il diritto allo studio, veniva sbeffeggiato e tacciato di demagogia, non si diceva ancora “gufo”, ma insomma, come se.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

La mancanza di medici e paramedici lo si deve alla dabbenaggine politica, come ha spiegato molto bene nell’articolo,e alla atavica mancanza di risorse causata da una parte dall’evasione fiscale e dall’altra dalla corruzione,non si spiegherebbe altrimenti l’incredibile maggiorazione dei costi delle forniture ospedaliere.

Andrà a finire che faremo arrivare personale medico comunitario e extracomunitario, ad esempio a Cuba esistono eccellenze a riguardo,forse a un leghista malato non gli farà schifo farsi operare da un colored,con il servizio dato dalle badanti in una certa misura già succede.

E dire che con ciò che ho versato in più di 40 anni di onorato servizio, quasi, quasi alla bisogna, incrocio le dita, dovrebbero ricevermi con i tappeti rossi…

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 25 marzo 2019

Flat Tax come un Robin Hood al contrario













Più che un esproprio proletario, un esproprio ai proletari: la flat tax

di Alessandro Robecchi

La velocità con cui è ripartito il trenino della flat-taxè direttamente proporzionale alla velocità con cui si avvicinano le elezioni europee. Dopo le felpe geolocalizzanti e le divise delle forze dell’ordine, Salvini si veste da commercialista (bacioni!) e si rivolge al corpaccione scontento del ceto medio italiano (un bel regalone, amici!).

Si tratta di un dibattito altamente teorico, come dire che faremo un cinema sulla luna, ma parlarne tiene vivo il fuoco, sposta Salvini dal tema immigrazione/sicurezza – dove ha preso tutto quello che poteva prendere – al tema silviesco per eccellenza: meno tasse per tutti, con una certa progressività all’incontrario, cioè si favoriscono i più ricchi. Così come è scritta e ipotizzata nei sogni leghisti (e scritta nel contratto di governo), diciamo la versione harddella flat tax, costerebbe più o meno 60 miliardi, il settanta per cento dei quali (più di 40) andrebbero al venti per cento più ricco della popolazione. Più che un esproprio proletario, un esproprio ai proletari.

Oltre alle questioni costituzionali, di cui, ahimè, parlano in pochi (la progressività della tassazione non sarebbe un dettaglio), ci sarebbe il caro vecchio conto della serva. Con 23 miliardi da cacciare in pochi mesi per evitare l’aumento dell’Iva, altri miliardi (parecchi) per rifinanziare quota 100 e reddito di cittadinanza, l’ipotesi che si tirino fuori altri 60 miliardi è abbastanza peregrina, è come andarsi a comprare una Porsche per festeggiare il rosso in banca.

Naturalmente già si parla di varianti, correzioni, gradualità, equilibri, ridisegni e insomma tutto il campionario delle parole vuote per dire che non sarà così: la Lega e i suoi economisti (Signore perdonami) avanzano nuove proposte. Per esempio una flat tax sotto i 50.000 euro di reddito familiare (che sarebbero più o meno l’ottanta per cento dei contribuenti) e il resto come prima, cioè come adesso. Ma è solo un giro dei tanti giri di valzer che vedremo sul tema: sventolare dei soldi prima delle elezioni (il gioco del portafoglio col filo, che ti scappa via mentre lo raccogli) è una tradizione italiana a cui non rinunceremo mai. E insomma quel che interessa a Salvini, per il momento, è tenere vivo l’argomento in modo da arrivare alle europee non solo vestito da poliziotto, ma anche da Robin Hood dei ceti medi.

Vorrei però porre da subito una questione, come a dirlo prima e mettere le mani avanti. Una domanda. Si scatenerà anche in questo caso la corsa ai furbetti come fu per il reddito di cittadinanza? Cioè: anche davanti a una riforma che premia i redditi medi ci sarà la caccia grossa al truffatore, al millantatore, a chi se ne approfitta? Eppure il motivo ci sarebbe: sapendo che con un reddito di 50.000 euro paghi il 15 per cento, chi te lo fa fare di denunciarne 51.000 e pagare il 38 per cento? A dirla veloce, un sincero e cordiale incoraggiamento a lavorare in nero, o a non dichiarare tutto, almeno quel che ti porterebbe sopra la soglia fissata per la flat tax. Sarà interessante vedere se si riproporrà la grande canea esplosa quando si parlava di dare soldi ai più poveri: il divano! I furbetti! E via strepitando. Una specie di linciaggio della parte meno protetta della popolazione accusata a gran voce di fregare soldi a tutti.

Altro effetto collaterale (ma mica tanto) con la nuova flat tax“versione popolare” ventilata dalla Lega c’è il rischio che due stipendi in casa facciano varcare alla famiglia la fatidica soglia, e quindi, per motivi fiscali, conviene se lavora solo uno, e la moglie sta a casa, lava, stira, cucina e fa i bambini. E insomma ecco là la famiglia come la vogliono la Lega, il ministro Fontana, il convegno di Verona, Pillon e il Ku Klux Klan. E questo è Salvini vestito da commercialista, perché nulla ci verrà risparmiato.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

No stia tranquillo, quella Porsche ordinata varrà fino a maggio, tempo di incassare il miglior risultato possibile, dopo passata la festa gabbato lo santo,anche perché sono decenni che si fa gabbare…

Se dovessimo andare a elezioni politiche autunnali, la dx toglierebbe l’rdc e potrebbe inserire questa flat tax, ma prima di tutto ciò arriveremo al 2020,si vedrà.

Il 15% di tassazione mi pare un po’ bassino, un Paese come il nostro tra sperperi, corruzione, macchina dello Stato da oliare, chi pagherebbe tutto ciò? Vedrei sotto i 40-50 mila euro di reddito familiare, un 25-30 % di tassazione,al di sotto ci sarebbe la paralisi.

Poi si sa, quella soglia per chi è dipendente rimarrà tale, a meno che come lei ipotizza la donna ritorni a fare la casalinga, un po’ un’utopia a mio parere, al contrario chi può evadere lo farà eccome, anche perché tra costoro non ce ne sono molti che arrivano a dichiarare certi importi, a volte sono i loro dipendenti ad essere più ricchi, più che imprenditori li chiamano benefattori… Per chi ci crede, ovviamente.

Evviva l’ultimo salvatore della Patria!

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 16 marzo 2019

L'inutile Tav e le vere opere importanti che bisognerebbe fare

















Crolla il tetto del liceo? E’ tutta colpa di chi non vuole l’Alta velocità

di Alessandro Robecchi

Come sempre accade nelle grandi battaglie, è interessante quel che succede nelle retrovie, e le retrovie del caso Tav sono le parole, il linguaggio, l’apparato narrativo del grande dibattito nazionale: farla? Non farla? Rimandare finché si sarà finalmente inventato il teletrasporto? La questione è ormai quasi secondaria rispetto all’intrecciarsi delle narrazioni efficientiste. Ringrazio Tomaso Montanari per aver coniato, su questo giornale, il termine “sipuotismo” per dire di quella corrente di pensiero che considera possibile tutto, purché frutti qualche soldo. Lui parlava di spostare un Caravaggio di qualche chilometro – cosa considerata più remunerativa che far spostare di qualche chilometro chi vuole ammirarlo -ma il concetto è applicabile un po’ a tutto, e in primis alle famigerate grandi opere.

Se si riesce a mettere da parte le scempiaggini di chi si improvvisa ingegnere in tre minuti, magari in camerino prima di entrare in un talk show, o le menzogne dure e pure (tipo far passare il tunnel geognostico per la galleria del treno, un falso abbastanza diffuso), si vedrà che c’è una speciale curvatura negli argomenti dei “sipuotisti” che potremmo sintetizzare così: moderni contro antichi, futuro contro passato, sviluppo contro arretramento. E’ una retorica abbastanza efficace, variamente coniugata a seconda dell’abilità di chi la sostiene, ma insomma, la sintesi è questa. Se non vuoi il Tav la tua visione del mondo è fatta di carretti a cavalli, scarpe di cocomero e clave per cacciare le fiere dalla grotta, mentre invece se la vuoi sei un europeo moderno che compete con il mondo. A questo punto (è una specie di regola) si tirano fuori mirabolanti cantieri cinesi dove il viadotto viene realizzato in nove minuti, o stupefacenti gesta nipponiche, tipo la strada terremotata ricostruita un’ora dopo il terremoto. Mentre qui – è il sottotesto – c’è ancora chi ferma i lavori perché è un nostalgico della peste del Seicento.

Naturalmente si tratta di uno storytelling(chiedo scusa) un po’ zoppicante, ma risponde al bisogno di dividere in due, con semplicità, una faccenda non semplice, e noi-buoni-contro -loro-cattivi funziona sempre.

Naturalmente le opere bloccate non sono solo la Tav (sono più di seicento, e per i motivi più disparati), ma poi gira e rigira, si finisce lì.

La prova che ciò che succede nelle retrovie, cioè il racconto all’opinione pubblica, è importante per i sipuotisti, ce la fornisce un’iniziativa dell’Associazione Costruttori italiani annunciata ieri dal Corriere. Distribuire al popolo (“davanti ai supermercati e alle stazioni della metropolitana”) dei nastri gialli con cui recintare, e dunque segnalare, le opere ferme, “le scuole fatiscenti, le voragini nell’asfalto delle strade cittadine”. Poi si scopre che tra le molte iniziative delle molte associazioni sipuotiste, il Tav è sempre ben presente come esempio di “paese bloccato”, mettendo nello stesso calderone il Tav e tutto il resto, sommando mele e pere.

In sostanza, dopo aver trasformato il gentile pubblico in due frange estreme – quelli che vogliono il bene e il progresso e i maledetti frenatori che non vogliono farci andare a Lione – ecco l’altro passo: identificare il blocco del Tav con il blocco dei lavori in generale. Si propone cioè un’equazione truccata: non vuoi il Tav, quindi sei per bloccare le opere, quindi non vuoi nemmeno riparare la buca sulla provinciale, o il tetto del liceo. Il giochetto è un po’ sporco, ma, come si dice, à la guerre comme à la guerre. La battaglia di chi non ci sta si giocherà anche nel saper ribaltare questa nuova narrazione: dire chiaro e tondo che si è “moderni” e non “antichi” proprio perché si preferiscono opere utili a quelle inutili, e non viceversa, e che “bloccare” non è una categoria filosofica, ma dipende dal bloccare cosa, e quando, e perché.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Stucchevole tutto sto pandemonio mediatico sul Tav, c’è un contratto nel quale era contemplata un’analisi costi-benefici questa è risultata negativa per 7-8 miliardi di euro, sul Fq di oggi c’è un articolo in prima pagina che anche a livello ambientale, tir-rotaia, il buco del cavolo risulterebbe più dannoso.
Da qualche tempo alcuni esponenti notav sono diventati pro, i due Matteo per tutti, pazienza il toscano che vale come il due di picche a briscola ormai, ma l’altro dove annusa voti si butta a capofitto.
Ce ne sarebbero di cose più importanti da fare, territorio, acqua potabile, banda larga, scuole, ricostruzione zone terremotate, e messa in sicurezza delle case nelle zone rosse italiane, etc, etc, ma il magna, magna che occuperà alcune centinaia di lavoratori si è concentrato su questa inutile opera.

In ogni caso è solo questione di tempo, alle prossime elezioni la destra tutta quanta insieme, finalmente scaverà il mitico buco, già vedo le madamine del buon salotto torinese aiutare con le pale…

I.S.

iserentha@yahoo.it