Visualizzazione post con etichetta Marco Travaglio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marco Travaglio. Mostra tutti i post

venerdì 15 dicembre 2017

Le contraddizioni e le mancate dimissioni di Maria Elena Boschi












CLICK IL FATTOQUOTIDIANO.IT MARCO TRAVAGLIO

Se fossimo in un Paese serio le dimissioni ci sarebbero state già molto tempo fa,ad esempio dopo il 4 dicembre 2016,lei e il suo amico avrebbero dovuto fare altro nella vita,al contrario questi personaggi ce li dovremo godere ancora per molto tempo,c'è chi li vota ancora,il che è tutto dire.

Per ciò che riguarda la querela al Direttore,un'altra medaglia al valore del giornalismo a schiena dritta,in un paese ad alta concentrazione di cortigianeria,merce rara la professionalità!

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 25 novembre 2017

Le dieci domande di Marco Travaglio a Eugenio Scalfari















CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO MARCO TRAVAGLIO

A seguito della dichiarazione di preferire il caimano rispetto alle cinque stelle,dal Direttore del Fatto quotidiano le dieci domande che riassumono le enormi contraddizioni del fondatore di La repubblica.

E dire che sarebbe bastato rispondere a quella domanda salvandosi in corner,ovvero che quel giorno sarebbe stato meglio recarsi al mare,se proprio gli risultano così indigeste le cinque stelle.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 4 novembre 2017

Il doppiopesismo politico e giudiziario dei giornaloni italiani by Marco Travaglio















CLICK IL FATTO QUOTIDIANO.IT MARCO TRAVAGLIO

Curiosa analisi del Direttore del Fatto Quotidiano sul doppiopesismo dei giornaloni italiani,quelli che nascondono o evidenziano secondo gli interessi editoriali,che dire siamo in un paese di "libera stampa"?

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 21 marzo 2017

Le grillarie:Solo candidati vincenti che piacciono a Beppe

















CLICK IL FATTO QUOTIDIANO MARCO TRAVAGLIO

Senza senso,non si può comandare in questo modo un movimento,in Veneto c'è il detto che "il tacon è peggio del buso",mettere fuori dal movimento dei candidati già eletti,seppur emersi in modo approssimativo e con il forte sospetto d'essere dei potenziali traditori,risulta una decisione senza capo,nè coda.

Come consiglia il direttore del FQ,meglio preparare e selezionare politici di un certo livello,le elezioni politiche ci saranno il prossimo anno,ci sono tempi risicati ma possibili,alla prossima occasione dovranno finire le scelte con i click sul Pc,ed avere degli sprovveduti alla Camera e al Senato,per quanto la destra e la sinistra del paese siano concentrati negli autogoal seriali,se ci sarà la possibilità anche remota di governare si dovrà arrivare alle politiche all'altezza della situazione,s'inventino delle procedure meno democratiche ma di sostanza.

Altrimenti ci saranno i soliti patti del nazareno da sopportare,chi vuole governare senza coalizzarsi dovrà essere molto convincente,soprattutto dimostrando competenza e democrazia.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 15 gennaio 2016

Concentrarsi su Quarto per nascondere i propri problemi

















Quarto, a che servono questi grillini

di Marco Travaglio

Nella commedia A che servono questi quattrini, Eduardo De Filippo racconta un apologo: “Una volta a un contadino cinese fuggì il cavallo. E tutti vennero a fargli le condoglianze. ‘E chi vi dice che sia una disgrazia?’, rispose il contadino. Infatti il cavallo tornò con altri sette. Tutti tornarono per congratularsi. ‘E chi vi dice che sia una fortuna?’, rispose il contadino. Infatti, cavalcando uno dei sette cavalli, il figlio cadde e si ruppe una gamba. Tutti tornarono a fare le condoglianze al contadino, che rispose: ‘E chi vi dice che sia una disgrazia?’. Infatti scoppiò la guerra e il figlio, grazie alla gamba rotta, fu riformato”. La storia pare scritta per i 5Stelle, ma anche per quei partiti che volessero eventualmente fare tesoro del “caso Quarto”.

C’era una volta un’avvocatessa, Rosa Capuozzo, che voleva cambiare le cose nella sua città, Quarto, Comune inquinatissimo alle porte di Napoli. E scelse il M5S che predicava legalità e trasparenza. Il Meet up locale la candidò, Grillo e Casaleggio le concessero il simbolo. Il capobastone Alfonso Cesarano, che faceva il bello e il cattivo tempo in città, si preoccupò e si diede da fare per sostenere il Pd, con cui si era sempre trovato bene, scartando Forza Italia ma solo perché era in crisi nera e non poteva vincere. Il Pd però presentò liste irregolari e fu escluso dalle elezioni. Mentre tutti facevano le condoglianze al boss, uno che la sapeva lunga lo consolò: “E chi ti dice che sia una disgrazia?”. Infatti il clan chiese aiuto a un ex consigliere Pd, Mario Ferro, per avvicinare un candidato M5S, Giovanni De Robbio, e cooptarlo in cambio di 900 voti. La Capuozzo stravinse il ballottaggio col 70% e De Robbio fu il consigliere più votato. Mentre il capobastone si fregava le mani, il solito bene informato lo gelò: “E chi ti dice che sia una fortuna?”. Infatti la Capuozzo cominciò a governare all’insegna della legalità. Il ras si disperò, ma il solito amico lo rincuorò: “E chi ti dice che sia una disgrazia?”. Infatti saltò fuori che la sindaca viveva nella casa del suocero con una mansarda abusiva e subito la cosa finì in un dossier distribuito a consiglieri e giornali. De Robbio la avvicinò minacciando altre rivelazioni se lei non avesse affidato un impianto sportivo e regalato nomine ai compari.
Convinto di averla in pugno, il capobastone stappò lo spumante, ma il consigliori lo ammonì: “E chi ti dice che sia una fortuna?”. Infatti la Capuozzo negò i favori richiesti, la Procura scoprì i rapporti di De Robbio (e di Ferro) con il clan e i 5Stelle lo espulsero.
Il boss prese a testate il muro, ma l’amico lo rallegrò: “E chi ti dice che sia una disgrazia?”. Infatti la sindaca commise l’errore di non denunciare il ricatto ai pm, che però lo scoprirono dalle intercettazioni. Il caso deflagrò su giornali e tv, con la grancassa del Pd cui non sembrava vero di rivendicare non la propria trasparenza (non esageriamo), ma almeno l’altrui connivenza. Infatti, dopo qualche giorno, i 5Stelle chiesero alla Capuozzo e alla sua giunta di dimettersi per rispedire Quarto alle urne. Il capobastone era al settimo cielo. Ma ecco il guastafeste: “E chi ti dice che sia una fortuna?”. Infatti la Capuozzo & C. decisero di resistere. “E chi ti dice che sia una disgrazia?”, sibilò il consigliori al boss ricaduto in depressione. Infatti, più i ribelli restano in carica, più diventa improbabile un’altra vittoria dei 5Stelle.

La storia finisce qui in attesa delle prossime puntate. Il M5S si lecca le ferite. Ha perso un punto nei sondaggi e soprattutto – come scrive compiaciuta la stampa governativa – “la verginità”. Ma chi gli dice che sia una disgrazia? Chi ha trasformato in caso nazionale questo scandaletto locale sperava di veder uscire con le ossa rotte Di Maio e Fico. I quali invece hanno dimostrato che mai avevano saputo del ricatto alla Capuozzo: non demonizzando le intercettazioni, ma chiedendo di pubblicarle tutte e giocando d’anticipo con l’esibizione degli screenshot con tutti gli scambi di messaggi con la sindaca. Tant’è che, persa la speranza di liberarsi del pericoloso rivale Di Maio, lo stesso Renzi ha dovuto chiudere il caso con la tragicomica difesa della Capuozzo. Casomai però i 5Stelle fossero tentati di festeggiare lo scampato pericolo, qualcuno dovrebbe domandargli: “E chi vi dice che sia una fortuna?”. Perché, è vero, Di Maio e Fico non sapevano nulla del ricatto, ma per troppo tempo hanno sottovalutato il caso politico che stava esplodendo a Quarto, anziché precipitarsi sul posto a informarsi e risolverlo. Ed è vero che il M5S ha confermato la sua diversità espellendo il consigliere colluso e la sindaca reticente, ma è pure vero che le espulsioni arrivano sempre tardi. Specie in zone così inquinate dalla criminalità organizzata, non solo i 5Stelle, ma tutti i partiti che davvero schifano i voti mafiosi devono studiare meccanismi più efficaci per selezionare i candidati e tener fuori non solo i collusi, ma anche gli avvicinabili e i ricattabili, con filtri molto più stretti. I meet up e il web non bastano.

Un tempo i partiti avevano strutture sul territorio capaci di sapere tutto di tutti. Oggi non più, e per giunta i 5Stelle non vogliono diventare partito. Ma possono replicare su scala regionale l’esperimento del direttorio, dando a persone fidate l’ultima parola sulle candidature: per tener d’occhio una giunta votata dal 70% in zone ad alta densità mafiosa; per respingere una brava donna che vuol fare il sindaco, ma abita in una casa con sospetti abusi edilizi; per dirimere le beghe locali che inevitabilmente sorgono quando si governa da soli contro tutto e contro tutti. Il che può essere una fortuna, ma anche una disgrazia.



Nonostante il dilettantismo nel reperire candidati e le indubbie difficoltà nel farli crescere, molto meglio tutto ciò rispetto al pantano della casta, farcita di indagati, inquisiti e condannati.e che si permettono pure di fare la morale,avendo la faccia come il posteriore meno nobile...

Insieme ai lacchè mediatici che li proteggono, nell'intreccio tra politica.potere e interessi ala poltrona anche delle redazioni.

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 20 dicembre 2015

Riflessioni sui sondaggi elettorali













Il sondaggio è mobile

di Marco Travaglio

I sondaggi valgono quel che valgono. E i primi che dovrebbero ricordarselo sono i 5Stelle, che nel maggio 2014 erano dati alla pari o addirittura in sorpasso sul Pd, poi Renzi li doppiò alle Europee 40,8 a 21. Però quei sondaggi erano viziati da un fattore imponderabile: la presa sugli italiani di un premier nuovo e tutto da scoprire e degli 80 euro in arrivo a milioni di elettori all’indomani del voto. Fu così che i sondaggisti subirono lo smacco più clamoroso della storia. La qual cosa non si ripetè alle Amministrative di primavera, dove con qualche dose di approssimazione riuscirono a cogliere il primo momento di vera difficoltà di Renzi, poi confermato dalle urne (soprattutto per la perdita secca del mondo della scuola, tradizionale bacino di voti del centrosinistra). Ora quel trend – non ancora una crisi, ma un forte appannamento – prosegue per altri fattori negativi: il flop del Jobs Act (appena 2mila posti fissi in più in un anno, al costo spropositato di 3 miliardi di incentivi alle imprese), la ridicola battaglia sui decimali del Pil (previsto dal governo a +1% e invece stagnante al +0,7) e lo scandalo delle banche. Che non è solo lo scandalo Boschi: è molto di più. Con la sua propaganda facilona, e con qualche dato timidamente incoraggiante, Renzi era riuscito a invertire l’umore dell’opinione pubblica, diffondendo la sensazione che l’economia volgesse ormai al bello stabile.

Il crac delle quattro banche, con i truffati in piazza e i conflitti d’interessi della famiglia Boschi (strettamente intrecciata con la famiglia Renzi), è una doccia gelata sui bollenti spiriti dell’ottimismo obbligatorio. Dopo anni di mantra “il sistema bancario è solido”, si scopre che la realtà è ben diversa e l’effetto domino rischia di risucchiare altri istituti di credito già pericolanti. La figuraccia epocale di Banca d’Italia e Consob, cioè degli arbitri che avrebbero dovuto vigilare e invece tenevano sostanzialmente il sacco alle banche del buco, è un altro elemento di sfiducia: dimostra che, dopo i mille “mai più” pronunciati dopo i crac Cirio e Parmalat, le scalate bancarie dei furbetti del quartierino e il caso Mps, non è cambiato nulla. Anzi proprio l’ansia di rassicurare che “il sistema è solido” a dispetto dei santi e dei conti ha indotto organi di vigilanza e governo a nascondere la polvere sotto i tappeti rinviando il redde rationem a babbo morto: ispezioni continue, rapporti durissimi sui dissesti, multe ai Cda, ma al contempo notizie omissive e persino false trasmesse ai risparmiatori perché continuassero a fidarsi, finendo cornuti e spennati.

Ora, con le nuove regole europee lasciate scadere dagli ultimi tre o quattro governi senza far nulla, non possono più essere rimborsati con denaro pubblico (cosa che invece è avvenuta nel resto d’Europa, dove i governi si sono mossi per tempo prima che calasse la mannaia del bail-in).

Tutto ciò basta e avanza a spiegare il sondaggio di Nando Pagnoncelli sul Corriere, più credibile di altri perché non cristallizza una vibrazione momentanea, ma registra una tendenza costante di tutto il 2015: la continua emorragia di consensi dal Pd e FI verso i 5Stelle e la discesa in picchiata del gradimento del governo Renzi (39%), ben al di sotto del punto più basso toccato dai suoi predecessori Monti (45) e Letta (40). Matteo, almeno per le banche, paga anche le colpe dei governi precedenti, perché i nodi vengono al pettine ora che c’è lui. Ma certo non lo aiutano le mirabolanti imprese di suo padre Tiziano con gli outlet in tandem con l’ex presidente (indagato) di Banca Etruria, né quelle di papà Boschi che mettono in serio imbarazzo la figlia e tutto il governo. Il Pd, che a febbraio era al 36,8%, ora è al 31,2, mentre i 5Stelle sono balzati dal 19,8 al 29,1. Con un distacco che s’è ridotto da 17 a 2 punti. Siccome poi la politica è sempre più personale, c’è anche una questione di facce: ora che si appannano le figure di Renzi e Boschi, simboli del Pd e del governo, alle loro spalle c’è il vuoto (basti pensare che si fanno rappresentare in tv dai Rondolino e dai Romano, noti desertificatori di ascolti e di consensi).

Il M5S invece, ora che ha il volto del direttorio a cinque e soprattutto del duo Di Maio-Di Battista, fa breccia anche tra i cittadini meno arrabbiati e più anziani, che il duo Grillo-Casaleggio non riusciva a intercettare. Dà l’impressione di avere studiato e di fare seriamente l’opposizione, distinguendo la battaglia politica che li vede saldamente contro il governo (la mozione di sfiducia anti-Boschi li ha accreditati come unici avversari di Renzi, facendo sparire dai radar il centrodestra) dalle scelte istituzionali dove gioca responsabilmente le sue partite (per esempio collaborando a eleggere i giudici della Consulta, con nomi di prim’ordine come Modugno). Se però i 5Stele pensano che i sondaggi si tradurranno automaticamente in voti, sbagliano di grosso. I sondaggisti lavorano in camera iperbarica, lontano dal clima elettorale. Quando si avvicineranno le urne, la propaganda di grandi giornali e tv (tutti schierati con i partiti tradizionali) si farà sentire; i poteri forti italiani e internazionali che non tollerano outsider al governo si scateneranno contro di loro. E contro quella marea montante il blog non basterà. Specie se il M5S presterà il fianco alle critiche, almeno a quelle fondate: cioè se non avrà riempito i vuoti del programma (tipo in politica estera, sempre più decisiva) e deciso un chiaro sistema di selezione della classe dirigente (la richiesta di trasparenza sulle liste, come a Bologna, non si liquida con le espulsioni). Peggio un sondaggio oggi che una gallina domani.



Ottimo il lapsus "5 stele" in effetti hanno loro in mano il proprio destino,se non ce la faranno alle prossime elezioni politiche con tutto gli inguardabili e le inconsistenze a destra e a manca,quando mai ce la faranno.

Però tocca evidenziare un problema oggettivo,ovvero come si possa votare pd o forza italia con la marmaglia che hanno nelle rispettive liste,e con le promesse mirabolanti del toscano che risultano perlopiù dei continui incubi,tralasciando i soliti noti con qualche aggiunta che vedono Salvini come il neo profeta italiota,che brividi di terrore,ovviamente.

I:S:

iserentha@yahoo.it

sabato 12 dicembre 2015

La madonnina aretina va dal vespino nazionale

















Il Vespino dei Boskerville

di Marco Travaglio

“Maria Elena Boschi assomiglia sempre di più alle nobildonne rinascimentali che lasciano beni e affetti perché rapite da una vocazione religiosa. Una Santa Teresa d’Avila che, scolpita dal Bernini per Santa Maria della Vittoria a Roma, acquista sensualità nel momento in cui la trafigge la freccia dell’estasi divina”. Quando lesse su Panorama questo scampolo di prosa sobria e asciutta, e soprattutto notò in calce la firma di Bruno Vespa, Maria Elena Boschi – sempre sia lodata – andò su tutte le furie. E, allergica com’è a qualsivoglia piaggeria, decise di fargliela pagare. Infatti l’altroieri è andata a presentargli il suo libro Donne d’Italia, di cui ha apprezzato soprattutto il sottotitolo “Storia del potere femminile da Cleopatra a Maria Elena Boschi”, pur domandandosi cosa diavolo c’entri Cleopatra che non era neppure italiana, né tantomeno alla sua altezza. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta, e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. La messa cantata – riferisce l’Huffington Post – s’è svolta nella location ideale per la rediviva Santa Teresa d’Avila in Santa Maria della Vittoria: il convento di Santa Chiara in Roma.

Lì, in un’aura soprannaturale (c’era pure Santa Astrosamantha), quel diavolo di San Bruno l’ha subito fustigata con una domanda trabocchetto delle sue: “Lei cresce in una famiglia molto cattolica, ha fatto la chierichetta, inusuale per una donna, poi la Madonna nel Presepe”. Lei, levitando, ha annuito pudìca con le guance avvampate da un accenno di rossore tipico delle donne angelicate: “Già, ricordo che mio nonno non era d’accordo. I chierichetti erano maschietti, io però…”. In prima fila Augusta Iannini in Vespa e il suo capo Garante della Privacy Antonello Soro, trafitti per contagio dell’estasi divina, hanno sorvolato sulla grave violazione della privacy. Ch’ogne lingua devien, tremando, muta e li occhi no l’ardiscon di guardare. Sempre più perfido, il Santo Vespone ha domandato alla Vergine Maria Elena se non si senta per caso un po’ a disagio per la presenza del santo padre Pier Luigi al vertice della Banca Etruria spolpata, bollita, commissariata e poi salvata dal governo di cui lei fa parte con due decreti in un anno. E lei, circonfusa di un olezzo di rose e gigli: “Politicamente no, perché il governo non fa favoritismi. Personalmente sento del disagio verso di lui e la mia famiglia. Mio padre è una persona perbene. Se è finito nelle cronache, è perché è mio padre e mi spiace”. Ci scusi, Santo Padre, se abbiamo osato scrivere certe cose.

Tipo che nel Cda di Etruria dal 2011, fu promosso vicepresidente nel maggio 2013, guardacaso tre mesi dopo che sua figlia divenne ministra, invertendo l’ordine dei fattori del familismo all’italiana: dai figli di papà al papà di figlia. E ci perdoni se azzardiamo ad accennare che due ispezioni di Bankitalia nell’istituto cattomassonico aretino, nel 2012 e nel 2013, portarono a una maxi-multa per 18 tra sindaci e amministratori che l’avevano trasformato nella Banca del Buco. E tra questi Pier Luigi Boschi, multato per 144 mila euro a causa delle sue “violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza”. Il settore crediti era curato da Emanuele Boschi, figlio di Pier Luigi e fratello di Maria Elena, giovin etrusco un po’ sbadato: non s’era accorto dei fidi spericolati che si autoassegnavano fior di amministratori. Ragion per cui le Procure di Arezzo e Firenze indagano per false comunicazioni sociali a danno dei soci o dei creditori, ostacolo alla vigilanza e falso in prospetto.

Ma al Beato Bruno, come a tutti i giornali, basta e avanza l’esauriente spiegazione della Venerabile Ministra: si parla del padre solo perché lei è la figlia. Sarebbe indelicato insistere con altre domande. Meglio cambiare argomento: “Lei è la donna ministro che ha avuto più responsabilità. È vero che studia la mattina presto?”. E lei, ritrosetta, arricciando il nasino: “Certo, non si smette mai di imparare. Mi è servito molto l’insegnamento di un mio professore al liceo. Quando gli dicevo ‘non me la sento, non sono in grado’, lui mi diceva ‘non esistono cose impossibili, basta studiare’”. Ma ecco ancora implacabile il pungiglione di Vespa: “È vero che lei è un po’ secchiona?”. Ahiahi bricconcello. Lei, lungi dall’accusare il colpo, rilancia: “No, perché le secchione sono antipatiche”. Tiè. Lui non demorde e tenta il ko: “Lei è una secchiona che faceva copiare i compiti?”. L’Immacolata impercettibilmente vacilla, ma resta in piedi nella sua teca dorata, riassestandosi l’aureola sul capino: “È diseducativo se rispondo”. Prima che ascenda al cielo in direzione Leopolda, ad assistere San Matteo in quello che Repubblica definisce “il fact checking renziano… la verifica delle promesse fatte nel 2014” (a cura dello stesso che le ha fatte: come uno studente che si corregge le versioni da solo e si dà i voti in pagella), c’è ancora tempo per I fioretti di Santa Maria Elena: “Esco di meno rispetto a prima, ma ne vale la pena, è una grande responsabilità governare il Paese”, “Mi piacerebbe un figlio”, “Non sono dura, sono determinata”, “L’alba più bella della mia vita è stata quella sull’aereo dal Congo quando andammo a prendere i bambini”. Mostrasi sì piacente a chi la mira che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender no la può chi no la prova; e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: sospira.

Ps. La regina Cleopatra ha subito sporto querela contro Bruno Vespa per l’incauto e diffamatorio accostamento.



L'escalation della madonnina aretina può far comprendere quanto una qualsiasi persona mediamente istruita,possa affermarsi fino a questi livelli se si è sponsorizzati dai media e da certi poteri.

Ed è un po' la storia di questo paese a qualsiasi livello,se poi vengono a galla incompetenze e palesi incapacità,è l'intero paese a rimetterci sia nel pubblico che nel privato,purtroppo essendo questo il sistema che va per la maggiore,non c'è da stupirsi se le estreme difficoltà sono anch'esse sistematiche.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 30 novembre 2015

Nessuna pietà per i ladri nelle case e sui ladri fiscali-corruzione non si muove foglia














Spariamo agli evasori

di Marco Travaglio

Il partito dei “garantisti”,che per chi non lo sapesse è Forza Italia, candida a Milano Francesco Sicignano,il pensionato di Vaprio d’Adda
che il 19 ottobre ha freddato con un colpo di pistola al cuore un ladruncolo albanese entrato in casa sua per rubare e, siccome la vittima era assolutamente disarmata (a parte due calzini usati come guanti e una torcia elettrica),è indagato per omicidio volontario. La sua versione
dei fatti – avrebbe sparato al ladro nel buio della sua cucina senza l’intenzione di ammazzarlo,poi quello sarebbe fuggito dalla finestra calandosi dalla grondaia, mentre il padrone di casa esplodeva altri due colpi in aria – è contraddetta dall’indagini:il proiettile è stato esploso dall’alto verso il basso, in cucina non ci sono tracce di sangue,in aria non si trovano ed è improbabile che un uomo colpito
al cuore possa scavalcare una finestra e calarsi da una grondaia.Insomma, il sospetto è che l’uomo abbia sparato al ladruncolo mentre fuggiva, all’esterno della casa: più che un eccesso di legittima difesa,un’esecuzione.Ma non è questo il punto: la dinamica dei fatti la accerterà il
processo. Il punto è che i “garantisti” forzisti, dopo aver difeso per vent’anni tutte le peggiori canaglie in guanti gialli e colletto bianco, hanno definitivamente gettato la maschera e ora inneggiano ai giustizieri della notte,specie se han fatto secco un immigrato, per recuperare
voti e non regalarli ai “giustizialisti” della Lega.Prendiamo dunque sul serio la loro svolta pistolera e facciamo finta che come dicono sia giusto e doveroso “sparare ai ladri” perché la proprietà privata è sacra quanto la vita.Un concetto di legalità un po’ più spinto di quello delle tirannidi islamiche che confondono la sharia col codice penale e,a chi ruba,si limitano a tagliare le mani.Purtroppo Silvio B., leader della neonata Forza Pistola,è stato processato fra l’altro per una megafrode fiscale di 360 milioni di dollari,in gran parte caduta in prescrizione grazie a leggi fatte da lui medesimo,e condannato a 4 anni “solo”per i 7,2 milioni di euro superstiti.Conoscete qualcuno che, in tutta la sua carriera criminale,riesca a rubare alla collettività 360 milioni di dollari a colpi di rapine,scippi e furti in appartamento? Improbabile.Se si può sparare a un ladruncolo e farla franca, anzi venire premiati con un posto di consigliere comunale,a maggior ragione chi spara a uno che froda cioè ruba infinitamente di più dovrebbe non solo farla franca,ma diventare come minimo presidente del Consiglio,o della Camera,o del Senato,o della Repubblica.Calcolando poi che l’evasione fiscale e la corruzione sfilano ogni anno 240 miliardi (180+60) dalle tasche dei contribuenti onesti,e che i contribuenti onesti sono circa 30 milioni (gli altri 10 evadono),il conto è presto fatto: corrotti,evasori e frodatori rubano a ciascun onesto una media di 8 mila euro l’anno.Se dunque sparare a un ladruncolo per salvare le poche centinaia di euro che abbiamo in tasca o in casa è legittima difesa,a maggior ragione lo è sparare a tutti gli evasori e i frodatori che incontriamo per tutelare i nostri 8 mila euro annui. Quindi Silvio B. e i suoi colleghi stiano in campana:stiamo arrivando.

Uno dei maître à penser del garantismo all’italiana,Angelo Panebianco,ha scoperto sul Corriere della Sera il vero “anello debole”che tarpa le ali alla lotta al terrorismo in Italia:i magistrati troppo “timidi”.Infatti due giudici hanno scarcerato per timidezza 7 presunti jihadisti (su 17) arrestati dalle forze dell’ordine a Merano e 4 a Bologna.Erano molto meno timidi negli anni 70 e 80 contro il terrorismo politico, ma solo perché all’epoca la magistratura era “al guinzaglio dei partiti” e “riconosceva il primato della politica”,mentre oggi purtroppo non più.Adesso, sventuratamente,“si considera al servizio della Costituzione” (roba da matti, eh?). Ora “il governo può benissimo varare misure dure contro il terrorismo,ma se poi certi magistrati non le approvano possono vanificarne il lavoro”.Raramente si erano lette tante scempiaggini in un solo articolo (persino in uno di Panebianco,che è tutto dire),ma le stesse cose le scrivono Il Foglio e gli house organ del “garantismo” di Forza Pistola.Siamo lieti di informarli che non solo il governo non ha varato “misure dure contro il terrorismo” (al netto dei geniali annunci di Renzi, tipo “taggare i terroristi” e “intercettare le playstation”),ma ne ha appena varata una più blanda.È la legge Orlando n. 47 del 16 aprile 2015 che,tre mesi dopo la strage di Charlie Hebdo,ha ristretto la custodia cautelare in carcere,applicabile solo come extrema ratio se il pericolo di fuga o di reiterazione del reato è non soltanto “concreto”,ma anche “attuale”,a prescindere dalla gravità del reato contestato.È grazie a questa legge che i jihadisti arrestati sono già fuori:erano certamente propagandisti e forse reclutatori della guerra santa, ma il materiale sequestrato era vecchio di anni e non costituiva più un pericolo “attuale”.Con la legge precedente sarebbero rimasti dentro,con la nuova son usciti.Naturalmente la nuova non è stata fatta per salvare i terroristi,ma i politici e i colletti bianchi.Purtroppo però,direbbe Panebianco, c’è la Costituzione.E la legge è uguale per tutti.Anziché prendersela con i giudici che applicano le leggi,questi giuristi per caso e garantisti della mutua dovrebbero prendersela con i politici che le approvano per salvare i loro compari.Poi,se resta tempo,potrebbero cercare le parole per spiegare a uno straniero perché mai dovrebbe rispettare le leggi in un paese dove i primi a violarle sono quelli che le fanno.



Da quando c'è odore di pistole fumanti,prima contro gli zingari,e sia ben chiaro quelli stanno sulle palle a tutti,e dopo contro i criminali che oltre rubare nelle case,picchiano,stuprano e ammazzano,almeno alcuni di loro,mi chiedo questa doppia velocità sulla legalità perlomeno teorica,ovvero super veloce per i reati dei delinquenti di strada,quelli sporchi,brutti e cattivi per intenderci,e da bradipo o da mummia per certi versi,su chi ruba alla collettività ma con i colletti bianchi e guanti gialli come scrive Travaglio,il tutto pare davvero surreale e grottesco se non fosse che gli stessi attori,chi più,chi meno della politica e del circo mediatico paiono scontati da sempre sulle loro strategie,ovvero proteggere i potenti tramite leggi ad hoc,le quali poi si riflettono nel proteggere anche i delinquenti di strada,e successivamente svolgere opportunistiche campagne mediatiche,finalizzate a scopi  elettorali nel denunciare la mancanza di legalità.

Ma ciò che più si rivela mortificante è che una buona parte del popolo non più sovrano,abbocca in modo seriale a tutto ciò.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 25 novembre 2015

L'armata brancaleone contro il califfato











Il Califfo se la ride

di Marco Travaglio

Dicono che c’è una formidabile coalizione anti-Isis. Ma un caccia della Russia,che ne fa parte,viola lo spazio aereo della Turchia,che ne fa parte, la quale a sua volta lo abbatte, costringendo i due piloti ad atterrare in territorio siriano dove pare vengono uccisi dalle milizie anti-Assad, sostenute a parole dall’Occidente ma bombardate en passant dalla Russia.Che annuncia vendetta contro la Turchia.Mirabile prova di compattezza della coalizione anti-Isis.Il Califfo,intanto,se la ride.

Dicono che la guerra all’Isis si vince bombardando lo Stato islamico dall’alto, ma i bombardamenti dall’alto gettano altra benzina sulla rabbia delle popolazioni facendo soprattutto vittime civili,come quello americano a Kunduz in Afghanistan,che ha centrato in pieno un ospedale di Medici senza frontiere,assassinando almeno 20 fra pazienti e personale medico.Il Califfo,intanto,se la ride.

Dicono che l’Isis si finanzia vendendo petrolio al mercato nero (anche alla Siria di Assad,che dicono essere un alleato irrinunciabile della coalizione contro l’Isis),ma mai che un caccia della coalizione anti-Isis bombardi un pozzo petrolifero dell’Isis, nemmeno per sbaglio.Il Califfo,intanto,se la ride.

Dicono che l’Arabia Saudita è impegnatissima con la coalizione a combattere l’Isis, ma l’Arabia Saudita finanzia da sempre il jihadismo figlio della teologia wahabita nata in Arabia Saudita e finora ha decapitato più persone di quante ne abbia decollate l’Isis, e come questa perseguita sciiti e atei,oltre a distruggere siti archeologici di grande valore culturale e religioso vicino a Mecca e Medina,e a bombardare da 7 mesi lo Yemen con le armi gentilmente fornite dall’Occidente.Il Califfo,intanto,se la ride.

Dicono che aveva ragione Oriana Fallaci e che chi dissentiva da lei le deve le scuse postume,ma la Fallaci dopo l’11 settembre suggerì all’Occidente di fare esattamente ciò che ha fatto: invadere l’Afghanistan e l’Iraq, col risultato che fino al 2001 i morti per terrorismo nel mondo erano ogni anno meno di 3 mila e nel 2014 erano triplicati a 32 mila, dieci volte i caduti nelle Torri gemelle (senza contare le decine di migliaia di vittime della guerra civile siriana,fonte Gti: Global terrorism. Pochi comprendono che il jihadismo vuole eliminare la zona grigia, quella della stragrande maggioranza moderata o agnostica degli islamici,con una chiamata alle armi “o con noi o con l’Occidente”.Il Califfo,intanto,se la ride.

Dicono che è una guerra di religione perché l’Islam radicale ha dichiarato guerra alle religioni non islamiche d’Occidente, dunque tutti i musulmani devono prendere le distanze dall’Isis,anzi dal terrorismo,anzi dal radicalismo, anzi possibilmente dall’Islam per dimostrarsi veramente “moderati”.Ma il maggiore Stato islamico,l’Indonesia (200 mila musulmani) è del tutto estraneo al conflitto. La guerra riguarda solo l’Islam arabo (320 milioni di islamici su un miliardo e mezzo),e soprattutto vede schierata una parte di islamici arabi (jihadisti sunniti) contro tutti gli altri (sciiti, yazidi, sunniti non jihadisti ecc). Infatti le vittime del terrorismo islamista sono quasi tutte di religione islamica (24.517 su 32 mila) e gli attentati colpiscono prevalentemente paesi a maggioranza musulmana. Nel solo 2014 sono morte ammazzate 9929 persone in Iraq, 7512 in Nigeria, 4505 in Afghanistan, 1760 in Pakistan,1698 in Siria, 654 nello Yemen,429 in Libia. I paesi occidentali (Europa e America del Nord) sono buoni ultimi con il 2,6% delle vittime. Nel 2015 i morti islamici per mano dei terroristi islamisti sono 23 mila,contro i 148 europei (Parigi, Copenaghen e di nuovo Parigi),i 224 russi (sull’aereo in volo sul Sinai) e i 59 trucidati in Tunisia fra il museo del Bardo e la spiaggia di Sousse.Pochi capiscono che il terrorismo jihadista da al Qaeda all’Isis usa il pretesto della religione per perseguire strategie e obiettivi politici.Il Califfo,intanto,se la ride.

Dicono che le stragi di Parigi sono il punto di non ritorno,ma a Parigi sono morte molte meno persone che nel mercato di Beirut o sull’aereo russo nel Sinai,due attentati che non hanno destato la stessa reazione in Occidente.Delle vittime di Parigi conosciamo tutto,volti,storie,parenti,funerali,mentre delle
44 vittime di Beirut anche dì bambini,studentesse,padri di famiglia non sappiamo nulla:eppure sono morte ammazzate solo il giorno prima di quelle di Parigi,uccise da kamikaze armati nello stesso identico modo di quelli di Parigi.Nulla sappiamo neppure dei sette Hazara sciiti decapitati dall’Isis il 30 settembre scorso in Afghanistan,compresa una bambina di 9 anni.Né dei 145 fra studenti e bambini trucidati a Peshawar,in Pakistan,nel dicembre scorso.Ci sono dunque morti di serie A (i “nostri”) e di serie B (i “loro ”),e molti islamici nelle nostre periferie-ghetto penseranno che i valori della civiltà occidentale non valgono per tutti,e i foreign fighters che corrono ad arruolarsi nell’Isis aumenteranno.Il Califfo,intanto,se la ride.

Dicono che l’Occidente è compattamente schierato contro l’Isis, ma pochissimi paesi occidentali accolgono i profughi siriani che fuggono dalle mattanze ell’Isis, accomunati a noi dallo stesso nemico. Anzi,i politici e i commentatori di destra che paiono i più intransigenti contro l’Isis lo sono poi altrettanto contro i profughi che fuggono dall’Isis: li accusano di nascondere o di appoggiare terroristi,o di non dissociarsi da essi,creando un cortocircuito che regala altri adepti e simpatizzanti all’Isis.Il Califfo,intanto,se la ride.



Avevo previsto tempi parecchio lunghi nel reperire un ritorno alla pace e alla tranquillità nella nostra culla occidentale,e devo prendere atto quotidianamente che i tempi si stanno allungando ancora di più,questa è una crisi che ci tocca in prima persona,ed è iniziata da circa 25 anni,tutte le destabilizzazioni in Medio oriente che si sono succedute hanno compromesso per un tempo indefinito le intere certezze dello scorso secolo,almeno ad iniziare dalla fine della seconda guerra mondiale.

Un groviglio talmente ingarbugliato che ci costringe ad azioni militari,poichè starsene con le mani in mano non è possibile,almeno per chi si è reso conto di cosa sia l'Isis in questi mesi,non ci saranno cortei di pace o mediazioni politiche a trovare una soluzione,ma il vero problema è che più si faranno guerre e più ne saremo invischiati e senza soluzioni.Tant'è che dopo Parigi e gli allarmi in Belgio la gente si è rintanata in casa il più possibile,e il trend dovrebbe rimanere simile per molto tempo.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 29 ottobre 2015

La corsa nazional popolare a Valentino Rossi











MotoGp e vittimismo complottista: Vale tutto

di Marco Travaglio

In gita premio in Perù, Matteo Renzi è stato a lungo incerto se telefonare a Rossella Orlandi, scriteriatamente scaricata dal suo sottosegretario Zanetti, oppure a Orfini e Marino, per mettere fine alla pochade che sta coprendo di ridicolo il Pd, Roma e l’Italia. Alla fine ha chiamato Valentino Rossi, portando il fondamentale contributo del governo al grande piagnisteo nazionale sul complotto planetario ai suoi danni. Quel che è accaduto domenica nel penultimo Gran premio di Sepang in Malesia l’han visto e rivisto tutti: con Pedrosa e Lorenzo in fuga, Rossi è impegnato in una serie di sorpassi e controsorpassi con Marquez, finché al settimo giro rallenta all’improvviso e cambia traiettoria all’uscita di una curva, allargandosi in cerca del contatto col rivale spagnolo. Questi lo sfiora e lui lo allontana col piede o con la gamba facendogli perdere l’equilibrio. Nella peggiore delle ipotesi è una scorrettezza gratuita, nella migliore un fallo di reazione. I direttori di gara sanzionano Valentino con tre punti in meno sul patentino e con l’obbligo di partire ultimo nel decisivo Gp di Valencia, dove lo sfidante Lorenzo – anche lui spagnolo, indietro di 7 punti – ha molte possibilità di recuperare e scavalcarlo in vetta alla classifica. Sanzione piuttosto blanda rispetto al massimo della pena previsto in questi casi (tipo la squalifica al Gp successivo: lo spiega Scanzi su il Fatto Quotidiano di oggi). Senza entrare nella diatriba calcio sì-calcio no, la direzione motiva la sanzione con la “guida irresponsabile di Rossi che ha deliberatamente provocato il contatto”.

Apriti cielo. Anziché accettare il verdetto, atteso e dovuto, l’Italia che conta si scatena nell’unico vero sport nazionale: il vittimismo complottista. Come ai tempi di Calciopoli con ampio stuolo di prefiche piangenti per la povera Juve, il povero Milan, la povera Lazio e la povera Fiorentina. Marquez è cattivo perché si ostinava a superare il nostro campione, anziché fermarsi sul ciglio della pista e lasciarlo passare. Sarà certamente d’accordo con Lorenzo, pure lui spagnolo, per sabotare l’italiano. Ingrato che non è altro: dopo aver beneficiato dell’amicizia di Valentino, l’ha tradito nel momento del bisogno. Gli stessi che strillavano per la testata del feroce Zidane al mite Materazzi nella finale di Germania 2006, ignorando che il francese aveva perso il controllo reagendo alle provocazioni del nostro difensore, oggi puntano il dito sulle provocazioni di Marquez (reo di mettercela tutta per arrivare davanti a Valentino), mentre la reazione di Rossi non conta.

C’è chi mette in burletta il verdetto: non per dire che andava punito anche Marquez (il che non sposterebbe di un millimetro le sorti del Mondiale), ma che non andava punito Rossi. Il quale è innocente perché – tenetevi forte – non è la sua gamba a scalciare Marquez, ma la testa dell’astuto spagnolo a colpire la sua gamba. Una barzelletta che ricorda Servi della gleba di Elio e le Storie tese: “Non sono stato molto bene. Mi han detto che c’ho il gomito che fa contatto col ginocchio”.

Non sappiamo a quale scuola di pensiero s’iscriva Renzi che, con tutti i casini che ha, perde tempo prezioso a impicciarsi di gare sportive che non lo riguardano. Sappiamo invece da un apposito tweet che, per il senatore renziano Andrea Marcucci, “i campionati vanno decisi in pista, non con decisioni arbitrarie a tavolino”: se ne deduce che un corridore è autorizzato a scendere in pista armato di kalashnikov senza che nessuno si permetta di sindacare con decisioni arbitrarie a tavolino. Il presidente del Coni Giovanni Malagò osserva: “Valentino ha riconosciuto di essere cascato nella provocazione” (e con ciò?), “c’è una responsabilità da parte sua, però io voglio assolutamente difenderlo e non per un fatto istituzionale”, bensì per “la poca sportività dimostrata da Marquez” (quando? come? perché?), insomma “si è falsato il Mondiale e questo non lo trovo giusto”. Quindi aboliamo la giustizia sportiva e d’ora in poi vale tutto? Mirabile lezione di sportività dalla massima autorità sportiva. Il Foglio, noto per aver beatificato tutti i vip violatori di leggi dalla preistoria a oggi, arricchisce la collezione: “Non si chiama ‘calcio’, quello di Vale Rossi, si chiama solo legittima difesa”, scrive Claudio Cerasa, convinto che Lorenzo fosse armato. Poteva mancare l’illuminato parere di Jovanotti? Non poteva. Eccolo, sempre molto lucido: “È abbastanza chiaro quello che è successo”. Mica tanto: “I primi giri mostravano una situazione insostenibile e nel momento in cui Vale ha allargato la curva per rallentare l’attività e l’incursione legittima dell’avversario, ma forse un po’ al limite, era naturale che succedesse quello che è lì da vedere”. Cosa? “È un atteggiamento comune negli esseri umani attaccare per poi fare la vittima”. Ecco: Marquez fa la vittima perché cade, mentre Rossi è la vittima perché resta in piedi e viene proditoriamente colpito da “penalizzazione eccessiva, anzi ingiusta”. Perché lui “è bravissimo, un grandissimo sportivo, leale e giustamente vuole vincere”, mentre Marquez non ne ha il diritto. Tiè. Stringente anche la logica di Arrigo Sacchi: “In Marquez si percepivano odio ed astio”: Rossi invece è del partito dell’amore.

Nello sport ridotto a succursale della politica, nessuno deve permettersi di ricordare che le regole valgono per tutti, anche per chi è simpaticissimo come Valentino. È l’Italia di Cetto La Qualunque: “Figlio mio, quante volte ti ho detto di non mettere mai il casco: potrebbero pensare che sei timido! Si comincia dando la precedenza a un incrocio e finisce che ti prendono per ricchione”.



Le difese di parte nazional popolari sono penose,pure quelle spagnole,la brutta figura l'hanno fatta entrambi in Malesia,mettere sul bilancino chi più,chi meno non me ne frega niente.

Al di là del toscano che prende al volo l'occasione buona per attirare simpatie,c'è da chiedersi se le due yamaha ufficiali sono identiche,o se la differenza nelle seconda parte della stagione la stanno facendo i piloti,essendo l'italiano ormai attempato per le competizioni,poichè sono due mesi che il pesarese mangia polvere sia in prova,che in gara.

A Valencia solo se si ubriaca Lorenzo non vincerà il mondiale,bene che vada Rossi arriverà al max tra il quinto e il decimo posto,e allo spagnolo basterà arrivare a podio.

Bye,bye,sogni di gloria,ne ha avuta già tanta!

Avesse pagato tutti i tributi almeno,invece che prendere al balzo il condono per pagare un decimo del dovuto.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 17 ottobre 2015

La lettera immaginaria di Renzi al caro Silvio












Renzi, la lettera (immaginaria) a B.: ‘Scusami Silvio, tutto è perdonato’

di Marco Travaglio

Ecco la lettera che Matteo Renzi non ha (ancora) inviato a Silvio B.

“Caro Silvio, è un po’ che non ci vediamo, ma i molti amici che abbiamo in comune mi assicurano che godi di ottima salute, anche se rosichi perché ti sto rubando il mestiere di leader di Forza Italia. Proprio per questo ti scrivo: per scusarmi con te della concorrenza sleale. Ricordi quando mi proponesti di passare dalla tua parte come tuo delfino? Rifiutai – ora te lo posso dire – perché avevo un’idea migliore: fare le stesse cose che facevi tu, o che volevi fare tu, o che avevi fatto tu e ti avevano cancellato i successori e la Consulta, ma da leader del Pd, visto che il mio partito – non per merito mio – è arrivato primo alle ultime elezioni, mentre il tuo solo terzo.

Quando la Bce, nell’agosto 2011, ti mandò la famosa lettera con le leggi di austerità da approvare, tu dicesti più o meno che l’Europa doveva farsi i cazzi suoi, mentre io dichiarai al Sole 24 Ore (26.10.2011): “Mi ritrovo nella lettera della Bce. E non condivido l’atteggiamento prevalente del Pd che invoca l’Europa quando conviene e ne prende le distanze se propone riforme scomode. Dobbiamo essere coerenti: sulle pensioni è stato un errore del governo Prodi abolire lo scalone-Maroni. Ora ci ritroviamo al punto di partenza. Sono per estendere a tutti il contributivo: non è pensabile che a fronte di un allungamento dell’aspettativa di vita non si faccia nulla. Chiedere a un lavoratore di lavorare un anno o due di più per avere un asilo nido in più, credo sia equo”. Ora tuono un giorno sì e l’altro pure contro l’austerità e dico all’Europa, che pretende addirittura il rispetto degli impegni sul deficit, di farsi i cazzi suoi. Avevi ragione tu, scusami.

Pubblicità
Quando il governo Letta, di cui eri alleato indispensabile, obbedì al tuo diktat di cancellare l’Imu sulla prima casa per il 2013, mi scatenai (20.5): “È una cambiale pagata a Berlusconi. Io avrei agito sull’Irpef. L’Imu è il meccanismo che Berlusconi ha avuto per rientrare sulla scena politica, complice un centrosinistra che ha dormito”. Infatti diedi tempo a Letta di rimettere l’Imu con un altro nome (Tasi), poi lo feci fuori per abolirla io, come avevi già fatto tu prima che Monti la ripristinasse. Ora te lo posso dire: avevi ragione tu, scusami.

Ai tempi di Letta, dopo la sentenza della Consulta sul Porcellum che delegittimava le Camere uscite dalle urne nel 2013, tu dicevi che il governo di larghe intese doveva durare l’intera legislatura.

Io invece affermavo (20.5. 2013) che, “fatte la legge elettorale, alcune cose semplici e urgenti per l’economia, bisogna andare a votare al più presto, anche per farla finita col centrodestra e il centrosinistra che fingono di fare a botte come nel wrestling, e poi fanno le cose insieme”. Ma era solo per logorare Letta e prenderne il posto: infatti ora dico anch’io che la legislatura deve arrivare alla scadenza naturale, e chissenefrega della Consulta e del Parlamento delegittimato (anche perché con l’Italicum abbiamo resuscitato tutto il peggio del Porcellum). Avevi ragione tu, scusami.

Quando tu governavi, noi del Pd ti accusavamo di favorire l’evasione fiscale e votammo con entusiasmo la legge di Monti che riduceva a mille euro il tetto per i pagamenti cash. Ora l’ho riportato a 3 mila euro, come ai bei tempi tuoi. Se l’avessi fatto tu, ti avremmo lapidato in piazza. Avevi ragione tu, scusami.

Quando, nel 2001, mandasti l’esercito a bombardare l’Afghanistan, ti accusammo di essere un guerrafondaio agli ordini di Bush. Ora Obama mi ha ordinato di restare a Kabul e io gli ho subito obbedito. Avevi ragione tu, scusami.

Quando il tuo governo pagava i riscatti ai terroristi per far liberare gli ostaggi italiani in Iraq e Afghanistan, noi ti accusavamo di incoerenza. Ora abbiamo pagato 11 milioni ai terroristi per liberare due cooperanti rapite in Siria. Avevi ragione tu, scusami.

Quando, nel novembre 2013, criticavi la legge Severino che imponeva la tua decadenza da senatore dopo la tua condanna definitiva, andai a Porta a Porta e dissi che bisognava rispettarla e che per te era game over. Ora ce ne infischiamo della legge Severino che impone la sospensione degli amministratori locali condannati in primo grado, infatti abbiamo fatto eleggere il condannato e sospeso Vincenzo De Luca a governatore della Campania e per giunta chiediamo le dimissioni della giunta lombarda anche se il presidente Maroni e il vicepresidente Mantovani non sono stati condannati. Avevi ragione tu, scusami.

Nel 2006, quando tu scassasti la seconda parte della Costituzione a colpi di maggioranza per dare più poteri al premier a scapito del Parlamento, io firmai l’appello degli amministratori toscani per il Comitato del No, che poi vinse il referendum confermativo e cancellò la tua riforma. “Dieci sono le ragioni per votare NO”, scrivevamo nel documento: “Un NO a una riforma che stravolge la nostra Costituzione riscrivendo ben 53 articoli… un NO per fermare il progetto che conferisce al premier poteri che nessuno Stato democratico prevede e lo rende sostanzialmente inamovibile…”. Ora ho appena scassato la Costituzione a colpi di minoranza riscrivendone ben 45 articoli e, complice l’Italicum, ho conferito al premier poteri che nessuno Stato democratico prevede e lo rendono sostanzialmente inamovibile. Ovviamente stavolta guiderò i comitati del Sì al referendum. Avevi ragione tu, scusami”.



Vabbè,non sarà diventato il delfino successore,ma in ogni caso gli interessi dell'ex elettorato del caimano è garantito,infatti c'è parecchia transumanza tra i due partiti,ormai cloni.

A parte il brunetta che continua a scalciare,s'era montato la testa lui,a proposito di successione...

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 11 ottobre 2015

Non dire a Marino ciò che è Renzi















Renzi, il Reticente del Consiglio

di Marco Travaglio

Ahiahiahi, signor Renzi, lei mi cade sulle cene! L’altro giorno, quando il premier & C. hanno preteso le dimissioni del sindaco Marino per aver mentito su qualche cena da poche centinaia di euro ciascuna, avevamo come il sospetto che la scelta di alzare improvvisamente l’asticella dell’etica pubblica si sarebbe rivelata un boomerang, o almeno un pericoloso precedente per molti. Infatti. Il nostro Davide Vecchi è andato a controllare quanto spendeva Renzi in cene “di rappresentanza” da presidente della Provincia e poi da sindaco di Firenze. E ha scoperto che, al confronto, Marino è un dilettante col braccino corto. Matteo il Magnifico faceva le cose in grande. Nel quinquennio alla Provincia (2004-2009), spese con la Visa dell’ente pubblico, cioè a carico dei contribuenti, la bellezza di 1 milione di euro, di cui 70 mila in tre anni per trasferte negli Stati Uniti (anche lui) e 600 mila in ristoranti, anche a botte di mille-duemila euro, per pranzi e cene giustificati (si fa per dire) con ricevute molto generiche e anche comiche: la scritta “pasto unico” sotto conti da 1.855, 1.300 e 1.050 euro è roba da Pantagruel. Comunque la Provincia sborsava senza discutere: il capogabinetto addetto alla firma, Giovanni Palumbo, seguì Renzi al Comune e a Palazzo Chigi: meglio non lasciarlo mai solo. E il procuratore di Firenze che archiviò varie denunce, dopo che il ministero dell’Economia aveva evidenziato “gravi anomalie” nelle spese della gestione renziana, andò in pensione e fu subito ripescato come consulente del sindaco renziano Nardella.


I dati sulle spese di Renzi sindaco (2009-2013) sono invece un mistero, almeno per i dettagli: la Corte dei conti li sta esaminando da un anno e mezzo. Ma oggi pubblichiamo (a pag. 5) un’intervista al proprietario del ristorante fiorentino “Da Lino”, che ricorda le cene e le feste di Renzi con moglie, parenti e amici al seguito, e soprattutto le modalità di pagamento: l’allegra comitiva se ne andava senza passare per la cassa perché l’ordine era di inviare la fattura al Comune, che poi saldava tutto. Tutta attività “istituzionale”, ci mancherebbe.

Ora, può essere che l’oste ricordi male. Ma lo stesso si può dire degli osti che sbugiardano Marino sulle sue cene, peraltro costate ai contribuenti romani molto meno di quelle di Renzi ai fiorentini. Che farà il capo del governo? Sarà ingenuo come Marino e indicherà uno per uno i commensali tra ambasciatori, manager, dirigenti di onlus e preti per rivestire di “rappresentanza” le gaie tavolate?

Oppure farà come sempre, cioè non dirà nulla, rimettendosi alle sentenze definitive dei giudici penali e contabili (campa cavallo)? Se sappiamo che Marino ha mentito, infatti, è perché ha avuto la malaugurata idea di rispondere, e per iscritto, a chi contestava le sue spese. Se avesse fatto come Renzi e le altre reincarnazioni del Marchese del Grillo, nessuno gli rinfaccerebbe le bugie. Ma al massimo i silenzi. Che, nel suo caso di brutto anatroccolo, farebbero comunque notizia. Le non-risposte di Renzi invece non le ha mai denunciate nessuno, anche perché avrebbero dovuto farlo gli stessi cortigiani che non gli hanno mai posto una domanda.

In un caso il premier ha risposto: quando Marco Lillo lo interpellò sul trucchetto dell’assunzione nell’azienda paterna per gonfiarsi lo stipendio pubblico e i contributi pensionistici, ai quali poi rinunciò. Quando invece gli domandammo delle intercettazioni con il generale della Gdf Michele Adinolfi, il Reticente del Consiglio si cucì la bocca. E quando i 5Stelle presentarono un’interrogazione alla Camera, mandò la solita Boschi a raccontare frottole. Quattro.

1) “Nelle conversazioni non è neppure citata l’ipotesi di avvicendamento dell’allora premier” Enrico Letta. Falso: Renzi ventilava con l’amico ufficiale l’ipotesi di “buttare all’aria tutto”, cioè di rovesciare il governo Letta, il che “sarebbe meglio per il Paese perché lui è proprio incapace”.

2) “Quel che è grave è che intercettazioni prive di rilevanza penale anziché essere stralciate siano finite a un giornale e siano state pubblicate. Su questo sono in atto delle verifiche per accertare eventuali responsabilità”. Falso: le intercettazioni non sono “finite a un giornale”: le hanno depositate i pm agli avvocati dell’inchiesta Cpl Concordia. E, dopo il deposito, hanno perso il carattere di segretezza, dunque il Fatto le ha legittimamente e doverosamente riferite, senza commettere alcunché di “grave”.

3) “Nulla da riferire ha il governo, perché non sono coinvolti esponenti del governo”. Falso: dalle intercettazioni emergono le pressioni di Renzi e del sottosegretario Lotti per far promuovere l’amico Adinolfi a comandante generale della Gdf al posto del gen. Capolupo.

4) “Non si fa riferimento mai a possibili sostituzioni o promozioni nella Guardia di Finanza né tantomeno a possibili ricatti nei confronti dell’allora presidente Napolitano”. Falso: Adinolfi e Nardella, durante una cena romana, attribuivano la conferma di Capolupo al presunto strapotere del figlio di Napolitano, Giulio, e ai conseguenti pretesi ricatti sul capo dello Stato (“ce l’hanno per le palle Gianni De Gennaro e Letta, pur sapendo qualcosa di Giulio”, diceva Adinolfi).

Ora, per carità, nessuno pretende le dimissioni della Boschi per aver mentito al Parlamento e di Renzi per avere speso molto più di Marino in cene molto poco istituzionali. In cambio però Renzi e i suoi cari potrebbero smetterla di fingere scandalo per le cene e le bugie di Marino. Se ne inventino un’altra.



Che brutto leggere di un giornalista fuori dal coro mediatico imperante.....

Adesso lo statista dovrà querelarti,tutte quei soldi per le cene a carico dei contribuenti di Firenze,se le è inventate Travaglio....

Non c'è nulla da fare,se sei unto dai vari potentati in Italia sei apposto fino a quando ti scaricano,nel frattempo puoi combinarne di tutti i colori.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 3 ottobre 2015

Libero e le intercettazioni da pubblicare a corrente alternata












Provaci ancora,Chatouche

di Marco Travaglio

Filippo Chatouche è sfortunato.Ieri, su Libero che caritatevolmente lo ospita,ha scritto l’ennesimo pezzo pro legge bavaglio e contro chi la contrasta (il sottoscritto e l’avvocato Caterina Malavenda) e pubblica intercettazioni penalmente irrilevanti (tipo De Girolamo, Maroni e altri, come sta facendo il Fatto a puntate). Titolo: “Travaglio vuole libertà di sputtanare e pubblica intercettazioni irrilevanti”.Sono dieci anni che ci prova. Chiedeva di essere imbavagliato già nel 2006, ai tempi del bavaglio Mastella: non passò. Ci riprovò due o tre anni dopo col bavaglio Alfano,quando tornò al governo l’amato Silvio,che l’ha in carico da vent’anni dopo la dipartita degli adorati Craxi e Pillitteri: invano.Oggi che con Renzi & Orlando pare la volta buona, è tutto eccitato: finalmente i politici vieteranno ai giornalisti di pubblicare intercettazioni di personaggi non indagati e su vicende penalmente irrilevanti. Ora,a parte il fatto che un giornalista gongolante perché gli mettono la museruola è come un fornaio che invoca l’abolizione del pane,almeno si capisce quale mestiere non esercita Chatouche (e resta da comprendere quale eserciti). Ma la sua posizione è bizzarra sotto altri profili.1) Se un giornalista non vuole pubblicare notizie penalmente irrilevanti,può benissimo non farlo già oggi,senz’attendere che il governo glielo proibisca:il fatto che sia (ancora per poco) consentito, non significa che sia obbligatorio.Ma Facci non si accontenta di fuggirle e scansarle come la peste bubbonica: vorrebbe che gli altri che, facendo i giornalisti,le pubblicano,venissero sanzionati con pene esemplari,affinché non lo facciano più evitando così di creare una spiacevole distinzione tra giornalisti che danno le notizie e giornalisti (si fa per dire) che non le danno.2) Chatouche sostiene che già oggi è proibito pubblicare intercettazioni non penalmente rilevanti e cita un articolo del
Codice di procedura penale a lui particolarmente caro: il 114,che vieta “la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto”fino al processo e consente soltanto “la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto”.Cioè: si può riassumere il “contenuto” di atti depositati, ma non si può riportarli testualmente.
È una norma ambigua e assurda, che nasce dall’antico principio per cui il giudice, prima di decidere nel contraddittorio delle parti, non deve conoscere gli atti nel dettaglio, ma solo in sintesi.
Roba che poteva avere senso nel mondo arcaico, non nel villaggio globale dell’informazione immediata e totale. Del resto, è interesse dei cittadini conoscere le parole esatte di atti e intercettazioni, senza che intervenga il giornalista a riassumerle secondo la sua soggettività.In ogni caso, l’art. 114 è sostanzialmente inapplicato perché è punito con una piccola multa. Ma soprattutto perché la giurisprudenza della Corte di Strasburgo ha stabilito infinite volte che l’interesse pubblico,specie quando ci sono di mezzo personaggi pubblici, è prevalente su tutto: e l’unico criterio a cui deve attenersi il giornalista è la verità dei fatti. Dunque lo Stato che condanni un giornalista per aver pubblicato un atto autentico e interessante viene a sua volta condannato a risarcirlo. Chatouche però cita l’art. 114 senza conoscerlo: infatti lo tira in ballo a proposito delle intercettazioni penalmente irrilevanti, mentre il divieto di pubblicazione testuale le riguarda tutte: penalmente rilevanti e irrilevanti. E allora:se è già vietato pubblicarle integralmente tutte, che bisogno c’è di vietare quelle irrilevanti? Il problema è la sanzione, che oggi è irrisoria (una multa di 200 euro o giù di lì), e domani potrebbe essere ben più severa e dissuasiva. Sarebbe incompatibile con la giurisprudenza europea,ma lasciamo andare,perché c’è un altro punto che fa cascare l’asino.3)Da che pulpito Chatouche ci insegna che il bavaglio è cosa buona e giusta e chi si oppone è un “pas sacarte” che vuole “sputtanare la gente tanto per sputtanarla”? Il pulpito è quello di uno che da 24 anni, da quando Di Pietro osò toccargli il suo Bettino e il suo Pillitteri,raccoglie dossier e scrive sempre lo stesso libro e lo stesso articolo contro Di Pietro, accusandolo di fatti penalmente irrilevanti (case, Mercedes, prestiti),dai quali infatti è stato sempre archiviato o prosciolto o assolto. E pubblica intercettazioni penalmente irrilevanti,come quelle del 1995 fra l’ex pm e De Benedetti, Passera,Tremaglia e Veltri. Ed è il pulpito di Libero diretto da quel Belpietro che nel 2006, quando guidava il Giornale, pubblicò la famosa telefonata tra Fassino e Consorte sul caso Unipol,rubata da un dirigente della ditta privata che l’aveva registrata per conto della Procura di Milano e portata in dono a Paolo e Silvio B. Fu quest’ultimo – la Cassazione l’ha definitivamente accertato proprio l’altroieri –a dare l’ok alla pubblicazione sul suo Giornale alla vigilia della campagna elettorale,per “sputtanare” – direbbe Chatouche –il leader avversario.La telefonata rubata non era neppure stata trascritta né depositata perché penalmente irrilevante, dunque segreta.Belpietro fece benissimo a pubblicarla, perché era politicamente e moralmente rilevantissima,visto che dimostrava il pieno coinvolgimento del segretario Ds nella scalata Unipol-Bnl. Ma sarebbe interessante conoscere la sua posizione,magari in un articolo su Libero con sei anni di ritardo dal titolo “Belpietro vuole libertà di sputtanare e pubblica intercettazioni irrilevanti”:mica vorrà far arrestare il suo direttore? La solidarietà è una bella cosa. Accogliere in casa propria – e con gioia – persone a cui (letteralmente
o metaforicamente) sta bruciando la casa è un dovere morale. La politica è tutto quel che accade prima e dopo: che un governo, ad esempio, si giochi il suo adeguarsi a una necessità per rilanciare la sua immagine è quasi ovvio. Parliamo della Germania, dove Angela Merkel ha accettato l’inevitabile afflusso di profughi mediorientali –zona,peraltro, non solo incasinata di suo, ma anche dai giochetti geopolitici Usa, Ue, Russia ora i partiti “populisti” crescono nei sondaggi e la Cdu-Csu si mette l’aureola.L’accoglienza, l’integrazione,per carità. Poi capita che la Frankfurter Allgemeine Zeitungdi a conto di un documento sull’emergenza profughi stilato dal Consiglio economico del partito della Merkel: “Per evitare aumenti della disoccupazione, accanto a una vasta offerta di corsi di lingua e formazione, bisognerebbe abbassare il livello dei salari iniziali: è necessaria l’introduzione di una deroga al salario minimo e, all’interno del contratto collettivo, le parti sociali dovranno accordare un più basso stipendio d’ingresso ai profughi”.
In un paese basato sulla deflazione salariale, pure le case che bruciano in Siria o Libia diventano un’opportunità. Un tedesco con la barba parlava di “esercito industriale di riserva”: quello buono per tagliare gli stipendi pure alla prima linea. È “l’effetto farfalla”:un bombardamento di Sarkozy a Tripoli può causare un terremoto in una busta paga dall’altra parte del mare.



Dalle parti del Giornale e di Libero sono ancora alle prese con le ruggini legate al caimano,dove negli anni passati ne abbiamo sentite di tutti i colori,un problema da mettere apposto definitivamente lavorando sull'avvenire,al contrario tutto ciò che serviva sul metodo Boffo o sul trans con Marrazzo era più che corretto da quelle parti,per arrivare alla citata "abbiamo una banca" fassiniana.

Ma non fateglielo sapere a Chatouche,uno tra i migliori soldatini agli ordini.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 4 settembre 2015

L'emigrazione epocale,il 2 per mille dei misteri e le pubblicazioni delle intercettazioni

















Le notizie e i bavagli: compiti per l’autunno

di Marco Travaglio

Le buone notizie, secondo i vecchi canoni del giornalismo, non sono notizie: la notizia è se un tizio cade dal balcone; se invece non cade e resta sul balcone nessuno ne scrive, altrimenti manca lo spazio per raccontare tutti quelli che nel mondo si affacciano al balcone senza precipitare di sotto. Però, con l’aria che tira, le vecchie regole non valgono più. C’è voluta la foto di Aylan, il bambino siriano di tre anni annegato mentre, con altri profughi, cercava di raggiungere dalla costa turca di Bodrum le coste dell’isola greca di Kos, per togliere normalità alla conta quotidiana delle centinaia di migranti che affogano durante le traversate.

Senza il cadaverino di Aylan, quei numeri resterebbero tali e farebbero notizia solo sopra il migliaio (per ora: poi sopra la decina di migliaia e così via, in una cinica escalation dell’assuefazione). Perciò quasi tutti i quotidiani e i siti del mondo hanno violato un’altra regola aurea del giornalismo: non si pubblicano foto di bambini morti. Questa volta è diverso, non c’è nulla di morboso nel mostrarli: c’è semmai il tentativo di reagire alla mitridatizzazione dell’orrore, alla routinizzazione della morte, e anche di dare un volto e un nome a quella massa indistinta di cadaveri senza identità che ogni giorno s’inabissano sui fondali del Mare Nostrum e della nostra memoria. La buona notizia è che, dopo quella foto, chi dice “invasione” come se parlasse di cavallette o zanzare o topi, forse si vergognerà almeno un po’.

Voltando totalmente pagina, c’è qualche buona notizia anche nella nostra politicuzza domestica. Il Pd annuncia di avere raccolto 5 milioni di euro da oltre 500 mila contribuenti che hanno deciso di finanziare il proprio partito con il 2 per mille sulla dichiarazione dei redditi del 2015. Anche Sel esulta, avendo raccolto 900 mila euro (degli altri partiti si sa ancora poco, e dei 5Stelle che preferiscono le donazioni private, dirette e volontarie). È un buon segno, rispetto al primo anno di sperimentazione della legge Letta, il 2014, quando tutti i partiti insieme avevano raggranellato la miseria di 325 mila euro. Il Fatto, pur giudicandola un progresso rispetto al finanziamento pubblico diretto a pioggia (2 miliardi e mezzo sgraffignati dai partiti ai cittadini in vent’anni in barba al referendum del 1993), aveva criticato la legge Letta quando fu varata due anni fa, perché sostituiva al finanziamento pubblico diretto quello indiretto.

Noi preferiamo che i contributi siano liberi e spontanei, non detratti dalle tasse, cioè senza oneri per lo Stato: l’attuale sistema invece continua a sottrarre risorse all’erario. Però riconosciamo che non è un segnale da poco il fatto che mezzo milione di cittadini devolvano in media 10 euro per sostenere il primo partito italiano. E il merito è senz’altro di Matteo Renzi, che ha saputo motivare una parte consistente della sua base. Ha perso molti iscritti e una dozzina di punti nei sondaggi rispetto alle Europee del maggio 2014, segno che non tutti gli elettori condividono la sua politica. Ma quello zoccolo duro di sostenitori è un segno di vitalità e partecipazione che non va trascurato nemmeno da chi, come noi, è critico con molte delle sue “riforme”. E nemmeno da Renzi, che dovrebbe leggervi una nuova voglia della gente di partecipare e contare nella politica, difficilmente compatibile con la sua concezione verticale della democrazia: cioè con l’Italicum dei capilista nominati, il Senato dei non eletti, la scuola dei superpresidi e dei prof esodati, la Rai dell’uomo solo al comando, i sogni (anzi, incubi) del sindacato unico e del partito della nazione. L’altra buona notizia è che i partiti, visto che il 2 per mille mantiene solo una minima parte delle loro strutture elefantiache, dovranno per forza dimagrire. Oppure vendersi l’immenso patrimonio immobiliare che posseggono tramite fondazioni ben poco trasparenti.

Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo qualche buona notizia da dare in casa nostra. La riforma grafica e la campagna di rilancio del Fatto ci ha portato alcune migliaia di nuovi lettori e abbonati: persone partecipi, che vogliono rendere sempre migliore il proprio giornale. Lo testimonia l’alluvione di email e di lettere che ci piove ogni giorno addosso e a cui cerchiamo sempre di rispondere. E lo conferma la bella partecipazione alla nostra festa romana di Castel Sant’Angelo, specie dopo la maldestra censura sulle intercettazioni di Mafia Capitale. Ora confidiamo nel bis alla tre giorni della Versiliana, da stasera a domenica.

A chi ci chiede “che possiamo fare per cambiare le cose?”, rispondiamo che siamo soltanto un giornale. Ma possiamo fare moltissimo. Se, come temiamo, passerà la controriforma costituzionale, ci sarà presto da organizzare i comitati per il No al referendum: e, mentre tv e grandi giornali spargeranno anestetico, occorrerà un surplus di informazione. Idem per l’imminente sentenza della Consulta sulla legge Severino, che lorsignori vorrebbero cancellare proprio nella sua parte migliore: quella che sospende gli amministratori locali arrestati o condannati in primo grado e manda a casa gli amministratori locali e i parlamentari pregiudicati. Se poi il governo perpetrerà l’ultima porcata, cioè il bavaglio sulle intercettazioni penalmente ma non moralmente irrilevanti, l’esperimento di Castel Sant’Angelo diventerà un format virale: faremo obiezione di coscienza, pubblicando sul Fatto tutte le conversazioni proibite e leggendole in ogni piazza d’Italia. E vedremo chi ce lo impedirà.



L'Europa delle banche si è intenerita per un'immagine,meglio tardi che mai,anche perché il trend continuerà per decenni,al contrario sono anni che il Mediterraneo inghiotte africani e hanno nascosto la testa come gli struzzi.

10 eurini per il rignanese che ne sta combinando più di Bertoldo in Francia sono un segnale grottesco,l'elenco delle nefandezze lo ha fatto lei in modo dettagliato,che nocciolo duro di affezionati da mille e una notte esiste in Italia,ma del resto non avremmo avuto per vent'anni un caimano se non fosse un paese incomprensibile.

L'ultima riflessione sulla pubblicazione delle intercettazioni che mi trova assolutamente d'accordo,ma attenzione "voglio vedere chi ce lo impedisce" come afferma lei è rischioso,se la "deliziosa legge" sempre dell'enfant prodige legato a filo diretto con i vari potentati della penisola sforna un'altra legge vergogna,chi la trasgredisce rischierà perlomeno multe salate o di peggio,sarà meglio pensarci più volte.

per eventuali notifiche - iserentha@yahoo.it

venerdì 21 agosto 2015

L'ultima censura alle intercettazioni su mafia capitale organizzata dal Fatto quotidiano








Festa del Fatto Quotidiano, l’isola della Censura

di Marco Travaglio

Se non vi basta Mafia Capitale, e nemmeno i solenni funerali del boss Casamonica con beatificazione incorporata, sentite quest’altra. Anche quest’anno abbiamo in programma per l’ultimo weekend di agosto la festa del Fatto all’Isola Tiberina di Roma, che d’estate diventa “Isola del Cinema” con un bel cartellone di film e dibattiti. Ma da ieri la nostra festa è ad alto rischio per un caso che non sappiamo come altrimenti definire se non “censura”: quel mostriciattolo che, per Laurie Halse Anderson, “è il figlio della paura e la madre dell’ignoranza” e, per Eugene O’Neill, “è l’ultima risorsa dello stupido e del bigotto”.

In vista del maxi-processo a Mafia Capitale, che inizierà in tribunale il 5 novembre, abbiamo pensato di riepilogare i passi salienti del più grave scandalo romano degli ultimi anni con la pubblica lettura delle principali intercettazioni dell’inchiesta: quelle che hanno indotto i magistrati (non solo i pm, ma anche i giudici di Riesame e Cassazione) a ipotizzare un’associazione mafiosa di stampo romano, capeggiata da Massimo Carminati & Salvatore Buzzi, col contorno di politici, funzionari, faccendieri, imprenditori, picciotti e picchiatori. Lettura affidata ad alcuni attori che hanno interpretato il film e la serie Romanzo Criminale. Un’idea che unisce l’impegno civile del miglior cinema italiano con quello del giornalismo investigativo, senza peraltro rivelare nulla che non sia già noto alle cronache giudiziarie degli ultimi 8 mesi.

Forse siamo troppo ingenui; forse abbiamo sottovalutato la potenza intimidatoria di una gang che credevamo ormai neutralizzata dal suo ingresso in blocco nelle patrie galere; o forse, più semplicemente, non abbiamo sospettato abbastanza di una classe politica che tutti dipingono debole e subalterna, invece è incapace di tutto fuorché di silenziare e minacciare. Lasciamo perdere gli esercizi di dietrologia che pure sorgono spontanei, dinanzi a un veto così ottuso (come lo è sempre ogni censura), sui mandanti veri o presunti. Sta di fatto che il direttore dell’Isola del Cinema Giorgio Ginori, con cui abbiamo siglato un regolare contratto di concessione degli spazi per il 29-30 agosto e a cui abbiamo versato l’affitto, ci ha ufficialmente intimato di rinunciare alle intercettazioni per sostituirle con un innocuo dibattito che gentilmente lui stesso si è preso la briga di organizzare al posto nostro, contattando altri ospiti a nostra insaputa per sondarne la disponibilità.

I motivi, anzi i pretesti accampati per giustificare il veto sono altamente comici (come lo è ogni censura) e rientrano a pieno titolo nella tradizione della supercazzola: meriterebbero anch’essi una pubblica lettura affidata ai protagonisti di Amici miei sotto la regia di Mario Monicelli, purtroppo impossibile perché sono tutti morti. Ma, per dire, nelle email di Ginori si legge che “l’elemento del programma proposto dal Fatto Quotidiano (la lettura e la ‘spettacolarizzazione’ con attori delle intercettazioni telefoniche di ‘Mafia Capitale’) non può essere assolutamente condiviso, per motivazioni legate alla delicatezza dell’argomento sia dal punto di vista del concetto di ‘privacy’ che dal punto di vista legale… Noi riteniamo questa insistenza a leggere e ‘spettacolarizzare’ a tutti costi le intercettazioni di Mafia Capitale un rischio che nessuno può obbligare ‘L’Isola del Cinema’ ad affrontare dal punto di vista legale e del concetto di ‘privacy’”. Ragion per cui siamo avvertiti: o rinunciamo alle intercettazioni, oppure sabato 29 verremo bloccati con tutti i nostri lettori al check point dell’isola dove, al posto della nostra festa, verrà trasmesso un film a pagamento.

Ora, noi non abbiamo alcuna intenzione di “spettacolarizzare” alcunché: solo di leggere conversazioni intercettate così come uscite dalla bocca dei protagonisti. E il “concetto di privacy” non c’entra nulla, altrimenti l’occhiutissimo Garante sarebbe intervenuto a bloccare tutti i giornali, i tg e i talk show d’Italia e del mondo, che invece negli ultimi otto mesi han potuto liberamente pubblicare, leggere, declamare, sceneggiare, addirittura trasmettere nell’audio originale le intercettazioni di Mafia Capitale. Che, com’è noto, sono state depositate agli atti del pubblico dibattimento che inizierà fra due mesi, dunque non presentano alcun problema di segretezza o riservatezza, non investendo la vita privata di nessuno, ma – purtroppo – la malavita pubblica di troppi. Il che elimina qualunque “rischio dal punto di vista legale” che peraltro – come abbiamo scritto e ripetuto al signor Ginori, anche col nostro ufficio legale – ricadrebbe sul Fatto e non su chi ci ospita. Dire che la direzione è responsabile di tutto ciò che accade negli spazi da essa gestiti non ha alcun senso: altrimenti, se un killer ammazza qualcuno per strada, ne dovrebbe rispondere il sindaco.

Motivi di astio contro il Fatto non ce ne risultano: l’anno scorso la nostra festa all’Isola con Proietti, Verdone, Bray, Montanari, Carlassare e i nostri giornalisti e collaboratori per parlare di beni/mali culturali, di riforme/schiforme e della nostra petizione contro la “Democrazia autoritaria”, davanti a migliaia di persone, filò liscia in un clima di reciproca collaborazione e soddisfazione. Obiezioni sulla qualità e il pluralismo dei dibattiti, men che meno: il 29 e 30 saranno con noi gli attori Sabrina Ferilli, Monica Guerritore ed Elio Germano, il regista Ivano de Matteo, Stefano Rodotà e politici di ogni orientamento (Giachetti ed Esposito del Pd, la Lombardi e Di Maio di M5S, Civati e l’indipendente di centrodestra Marchini), anche per dibattere dei risvolti politici dello scandalo romano.

Dunque dev’essere accaduto qualcosa che ci sfugge, e probabilmente sfugge anche alla direzione. Chissà chi l’ha terrorizzata al punto di indurla a una mossa così avventata che, essa sì, la espone non al rischio, ma alla certezza di un’azione legale (la nostra, per il danno che subiamo dalla revoca dello spazio a una settimana dall’evento e dalla necessità di trovarne un altro su due piedi). Resta la tristezza per una democrazia che, anche al tramonto del berlusconismo, sembra non riuscire a fare a meno della censura. E proprio in un luogo consacrato al cinema, che della censura dovrebbe essere l’antidoto e il nemico pubblico numero uno (a proposito: al posto della festa del Fatto, se davvero sabato verrà negato l’ingresso a noi e ai nostri lettori, suggeriamo di trasmettere Il moralista di Giorgio Bianchi, con Alberto Sordi nei panni del censore spiritato della pubblica moralità cinematografica). E per giunta in una città che quasi 40 anni fa, nel 1977, inventò col sindaco Argan e l’assessore Nicolini l’Estate Romana all’insegna della più sfrenata libertà di espressione.

Conoscendolo, escludiamo che il sindaco Ignazio Marino abbia qualcosa a che fare con questa censura (l’avevamo invitato al dibattito su Roma, ma sarà all’estero), mentre non giureremmo sull’estraneità di tutte le correnti e i caperonzoli del partito che lo sostiene (si fa per dire).

Noi comunque non ci fermiamo. I nostri lettori stiano certi che la festa del Fatto si terrà, all’Isola Tiberina o a bordo di un barcone sul Tevere o altrove, e si aprirà come da programma: con la lettura delle intercettazioni di Mafia Capitale che, ora più che mai, diventano un punto d’onore.

Attendiamo notizie e pareri dai vertici della città, sempreché non vogliano far rivoltare nella tomba gli Argan e i Nicolini, trasformando Roma nella capitale della censura e dell’omertà, dove si tace sulla mafia e si portano in trionfo i boss. E sfidiamo chi ha commissionato il ridicolo veto a uscire allo scoperto e a rispondere a una domanda semplice semplice: ma di che cosa avete paura?



Si sono dati da fare ed ecco materializzato all'ultimo momento il blocco della kermesse per l'informazione,fate bene a fargli querela qualora permarrà il veto,dopo legale contratto dovrà tossirne di quattrini il Ginori.

Non ho dubbi che creerete delle alternative seppur all'ultimo momento,per chi non potrà presenziare aspettiamo sul Fq online e quotidiano tutte le verità intercettate che tanto danno fastidio.

per eventuali notifiche - iserentha@yahoo.it

venerdì 14 agosto 2015

Marco Pannella e le "pannellate" ormai intollerabili,ma già da tempo













Casa Pannella

di Marco Travaglio

Giacinto Pannella detto Marco,teramano,85anni,è“radicale,socialista,liberale,federalista europeo,anticlericale, antiproibizionista, antimilitarista,non violento e gandhiano.Pannella deputato dal 1976 al ‘92, eurodeputato dal ‘79 al 2009, presidente della XIII circoscrizione del Comune di Roma (Ostia), consigliere comunale a Trieste,Catania,Napoli,Teramo,Roma e L’Aquila,consigliere regionale di Lazio e Abruzzo, collezionista di digiuni e referendum su tutto fino allo sfinimento di tutti.Pannella simbolo dei diritti civili,dall’aborto al divorzio alla lotta alla fame nel mondo.Pannella Pli,Pri,Pr,filo-Pcie anti-Pci,filo-Craxi e anti-Craxi,pacifista ma favorevole alle guerre in Kosovo e Afgha-nistan.Pannella che s’è battuto per Enzo Tortora,ma ci ha pure regalato Cicciolina,Toni Negri e quel che è peggio Daniele Capezzone,Marco Taradashed,Eugenia Roccella.Pannella nemico della partitocrazia-spartitocrazia,del regime,dei ladri di democrazia e di legalità,dello sfascio del fascio, ma strenuo difensore del Parlamento degli inquisiti nel 1992-‘93.Pannella che vince il referendum per abolire i finanziamenti pubblici ai partiti,ma non quelli a Radio Radicale.Pannella,alleato di Berlusconi nel ‘94 e poi trombato, che chiede al Cavaliere di fare il suo ministro degli Esteri (invano) e strappa un posto di commissario europeo per Emma Bonino.Pannella che nel 1996 si allea di nuovo con B. in tandem con Sgarbi e viene di nuovo trombato.Pannella che nel ‘96, al settimanale congresso radicale transnazionale,rivela: “L’accordo siglato fra me e Berlusconi prevedeva un impegno del Polo a garantire a Radio Radicale il mantenimento dei requisiti previsti dalla legge del ‘90 per le emittenti radiofoniche che risultino organo di partito.In mancanza recita l’accordo verrà corrisposto dal Polo a Radio radicale un contributo sostitutivo pari a quello che le spetterebbe nell’eventualità che la Lista Pannella-Sgarbi non consegua alcun eletto”. Più un rimborso delle spese elettorali pari a lire 1,2 miliardi, metà delle quali da anticipare prima della data dello svolgimento delle elezioni, nonché annualmente la somma di 1,8 miliardi”. Naturalmente B. non paga e Pannella lo trascina in tribunale,che gli dà ragione. B. però continua a non scucire, allora Pannella si presenta a Palazzo Grazioli con l’ufficiale giudiziario per il pignoramento.
E non se ne va finché gli amministratori di Forza Italia non gli firmano un assegno da 1 miliardo e 196 milioni, pagandogli poi regolarmente le altre rate.Pannella che nel 2001 corre da solo e non se lo fila nessuno.Pannella che nel 2005 annuncia: “Se questo centrosinistra di Prodi andasse al potere,ora o fra un anno, io me ne andrei dal nostro Paese.Faccio come chi lasciò l’Italia prima del fascismo”. E un anno dopo si presenta con la Rosa nel Pugno alleata del centrosinistra di Prodi e non viene eletto.Pannella che marcia con Napolitano per l’amnistia e l’indulto, ottenendo quest’ultimo che salva Previti, B. e tanti altri dal carcere, ma sputtana subito l’Unione e il governo Prodi.Pannella che nel 2007 si candida a segretario del Pd e viene respinto,poi offre un’alleanza a Grillo (l’ultimo che gli mancava per completare l’album), poi nel 2008 si riallea col Pd.Pannella che nel 2013 corre da solo con la Lista “Amnistia giustizia e libertà” e, al solito,non lo segue nessuno.Pannella che è sempre in pericolo di vita per gli scioperi della fame e della sete (anzi,“Satyagraha” che fa più figo), e una volta nel 2002 ha pure bevuto la sua urina in diretta tv per “altre 24 ore di vita”, poi fortunatamente durate molto di più.Pannella che, a Radio Radi-cale, un giorno litiga con Massimo Bordin e l’indomani fa la pace con Massimo Bordin, tipo Raimondo Vianello e Sandra Mondaini.Pannella che nel 2013 lanciala solita raffica di 12 referen-dum sulla giustizia, cioè controi giudici, con la firma di B. e, perfortuna, poche altre.Pannella che nel 2015 vede “Berlusconi perseguitato dai giudici come Enzo Tortora”.Pannella che il 28 luglio espelle via radio la Bonino dal Partito radicale per assenteismo e,a chi fa notare che Emma è malata, risponde: “Io ho due tumori, lei uno”, quindi il suo non vale.Pannella che il 12 agosto implora via radio la Bonino di rientrare nel Partito radicale da cui lui l’ha cacciata ma se l’è scordato.Pannella che inizia lo sciopero della fame e della sete, ma non sa bene perché (“per il rispetto e il diritto della legalità,per la giustizia, i processi e i problemi legati al mondo carcerario, per aiutare le difficili funzioni dei massimi organi istituzionali”, a vostra scelta).Poi lo chiama Mattarella per dirgli che l’“apprezza” molto e “si preoccupa” tanto, allora lui beve acqua in diretta Sky, ma non mangia ancora e neppure di questo sa bene il perché però sa che “bevo adesso per poter non bere nei prossimi giorni” e “brindo a Sergio per costruire insieme uno Stato di diritti e legalità,superare lo Stato di guano che ha ereditato e continuare a lottare con non violenza sulla linea dello splendido messaggio inviato da Giorgio Napolitano”. Fate un po’voi.Pannella, è stato tutto molto bello e anche divertente. Ora però anche basta,faccia la cortesia,su,lo sa anche lei (e se non lo sa s’informi) che,come dire,ecco: ha proprio fracassato gli zebedei.



Dal pannolone dell'Honduras pubblicato ieri al Pannella di oggi,nessuna attinenza ma a volte il caso risulta bizzarro,che dire della precisa disamina del Direttore,non avevo in memoria tutti questi dati ma la saturazione mista a nausea del personaggio esisteva personalmente da decenni,e che sia stato una bandierina dalla fine degli anni 80 sino ad ora,sono tutto sommato cavoli suoi e di chi al max gli ha dato le poche preferenze che ha incassato dai seggi,certamente tutti quei soldi pubblici elargiti dalla sua radio fanno discretamente incazzare.

Ma il particolare che mi ha sempre infastidito maggiormente sono gli scioperi della fame e della sete seriali,rammentando che in Irlanda del Nord,l'allora Ulster,chi si è immolato per la causa patriottica ci ha lasciato la vita.

Gli zebedei frantumati citati dal giornalista sono un eufemismo,almeno così la penso personalmente.

per eventuali notifiche - iserentha@yahoo.it