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mercoledì 23 gennaio 2019
Oibò,i ricchi sempre più ricchi,i poveri sempre più poveri,anche numericamente
Pochi ricchi, tanti poveri! Strano… ogni anno torna la stessa classifica
di Alessandro Robecchi
Ed ecco che anche quest’anno, puntuali come le cambiali, arrivano le classifiche dei ricconi del mondo, le statistiche sulle diseguaglianze che aumentano (rapporto Oxfam), e il teatrino per miliardari di Davos. Tutto insieme, così, per gradire, scandalizzarsi un po’, dedicarci una quota del proprio fondo-indignazione, e poi passare ad altro. In attesa di un nuovo anno, quando avremo la nuova classifica dei ricconi del mondo, il rosario delle diseguaglianze che aumentano, e il privé svizzero dei potentissimi. Altro giro, altra corsa.
Questo accade da anni, da molti anni, ed è diventato ormai un esercizio di stile mettere in fila le cifre più strabilianti: i 26 ricchi che hanno in mano la stessa ricchezza dei quattro miliardi di persone più povere, oppure il 5 per cento di italiani con patrimonio pari a quello del 90 per cento dei meno abbienti, eccetera, e potremmo continuare.
In effetti, il rosario è impressionante, se il libero mercato è “libera volpe in libero pollaio”, qui nel mercato liberissimo le volpi sono diventate onnivore e grasse da far schifo, mentre intere moltitudini di terrestri sono condannate a morte o a stenti quotidiani, mentre il lavoro viene sempre più precarizzato e svilito, mentre nei paesi ricchi avere un’occupazione non è più nemmeno una garanzia di non essere poveri.
Insomma, a farla breve, ogni anno si lancia l’allarme e ogni anno le cose sembrano peggiorare, ci si scandalizza ma non si attacca la rendita, che fa somigliare il mondo a una specie di paesino medievale con quattro signorotti padroni di tutto che fanno a chi ha il cazzo più lungo, e la plebe che sopravvive a stento. Molta plebe, tra l’altro, imbesuita e accecata dal terrore di scivolare ancora più in basso, difende i signorotti e li ammira, in una specie di masochismo di massa.
Ora il problema è semplice e non riguarda “le politiche” degli anni passati, ma la sola univoca e praticamente unanime politica che si è portata avanti in trent’anni, ovunque nel mondo, dalla cosiddetta destra e dalla cosiddetta sinistra: quella di non disturbare, e anzi agevolare, l’accumulazione vergognosa di fortune immense. A destra lo fanno per ideologia: da Trump che aiuta i grandi patrimoni perché fa parte del club, ai vagheggiatori nostrani di flat tax. A sinistra, almeno dal signor Blair in poi, ha prevalso l’idea furbetta che aiutando i ricchi, quelli ci avrebbero pensato loro a redistribuire, sotto forma di sviluppo e lavoro. Il vecchio concetto un po’ scemo che se il principe ha quindici polli sulla tavola imbandita forse finirà per lanciare una coscia ai quelli che non mangiano da due giorni. Scemenza grossa, come si vede dai numeri che smentiscono ogni anno questa risibile teoria social-paracula. Si aggiunga come aggravante la sudditanza psicologica e culturale di questa sinistra moderna ed ex-rampante per le figurine dei padroni del mondo, con cui ama flirtare, posare in foto e disquisire di sviluppo e progresso, che è un po’ come andare a pranzo con lo zar nel 1916, e lodare gli antipasti.
Controcanto un po’ grottesco: sulle politiche sociali si recita continuamente il mantra del non-ci-sono-i-soldi, proprio mentre si nota – classifiche e indignazione alla mano – che i soldi ci sono, invece, e pure tanti, e ce li hanno quasi tutti quei 26 tizi lì, quelli dell’album delle figurine dei padroni del mondo (più qualche migliaio di loro amici). I quali possono permettersi tali e tante pressioni sulle politiche fiscali da aumentare ogni anno il loro bottino, ed è chiaro come il sole che finché non si va a toccare lì, quell’accumulazione, quell’esagerazione, ogni bel discorso su popolo ed élite somiglia a un altro teatrino, in attesa di altre classifiche, di altra sincera indignazione, ah, che diseguaglianze, signora mia!, ma passiamo ad altro, ci ripenseremo tra un anno.
DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT
Ci ripenseremo fino a quando la pace sociale rimarrà tale,sa com’è a furia di tirare la corda,prima o poi…
Simbolo di ciò che ha descritto sono quei poveri tapini con scatola a zaino sulla schiena,pedalando portano le cosce di pollo a ricchi e meno ricchi,i quali vedrebbero di cattivo gusto se quella commissione venisse pagata in modo meno vergognoso,insieme a chi li gestisce ovviamente.
Se non ci saranno politiche di redistribuzione della ricchezza,ormai diventata sopravvivenza pur lavorando,tenendo ferma la meritocrazia sia ben chiaro,ma senza distorsioni criminali a parer mio,ovvero che un manager per quanto bravo non può guadagnare come migliaia di lavoratori,quella famosa pace sociale sarà sempre più a rischio.
Meditate politici,meditate,e vale per chiunque!
I:S.
iserentha@yahoo.it
martedì 11 dicembre 2018
Il capitalismo è fallito? No,si è solo spostato
Almeno sono chiare sia la tesi sia l'antitesi
di Alessandro Gilioli
«Il capitalismo ha fallito perché doveva alzare il livello di vita della gente, invece non l'ha fatto. È dal fallimento del sistema economico iniziato tutto. Se le aspettative di vita della gente non fossero calate di anno in anno, non ci sarebbero rivolte in Francia, non ci sarebbe questo caos in Inghilterra, non ci sarebbe il rischio fascista in Italia».
Le parole semplici dello scrittore Hanif Kureishi - intervistato oggi sulla Stampa - mostrano benissimo il filo rosso che lega i vari casini in corso in Europa.
A volte ci dimentichiamo perché nel 1989 il capitalismo ha stravinto sull'altro blocco: non perché era più bello, più buono, più etico, più amabile. Ma solo perché si era dimostrato più utile, cioè funzionava meglio.
Dall'altra parte l'economia pianificata e l'assenza di concorrenza avevano distribuito solo povertà. Da questa parte l'economia di mercato - con tutte le sue iniquità e suoi sfruttamenti - aveva invece creato più ricchezza, un ceto medio, talove perfino un'aristocrazia operaia. Per quanto ingiustamente distribuita, la maggior ricchezza e la maggior speranza di benessere per i propri figli aveva coinvolto la maggior parte delle persone. Di qui la vittoria dell'Occidente sul socialismo reale.
Se però il capitalismo non crea più ricchezza, non la ridistribuisce almeno un po' e non regala a ogni generazione la speranza di stare un po' meglio di quella precedente, tutto il sistema crolla. Il capitalismo non ce lo siamo tenuti finora perché era bello o buono, ripeto, ma solo perché era utile, prosaicamente e pragmaticamente utile. Se non è più utile, viene inevitabilmente rigettato.
Ora, si sa che il capitalismo ne ha viste altre, di gravi crisi, e ha saputo finora aggiustarsi dopo ciascuna di esse; e si sa che i capitalismi sono stati e sono di molti tipi diversi, molto diversi, nella geografia e nella storia.
Quello che tuttavia mi pare certo è che questo capitalismo qui - quello che ha iniziato a rombare negli anni Ottanta con Reagan e Thatcher, che ha conquistato l'Est Europa alla fine di quel decennio, che ha portato sulle sue sponde i partiti socialisti e socialdemocratici europei, che si è infine divorato il pianeta con la globalizzazione - beh, questo capitalismo qui adesso ha le gambe d'argilla.
La reazione provvisoria - si sa - è quella del nazionalismo, dei muri, dei dazi, del tutti contro tutti e soprattutto tutti contro i diversi.
Una reazione inevitabile e quasi pavloviana: se il malfunzionamento è o sembra causato dalla globalizzazione, si pensa di ritornare a prima della globalizzazione così tutto si rimetterà magicamente a posto. Ovviamente è una cretinata di breve durata, perché nel frattempo è cambiata la struttura - quella tecnologica di fondo, quella che determina tutto o quasi - sicché alzare i muri ha le stesse chance di successo che avevano i poveri operai inglesi quando 200 anni fa andavano a distruggere i telai meccanici.
Però per adesso ce la becchiamo così, la retrotopia di cui parlava l'ultimo Bauman, l'utopia di un passato che non tornerà manco con Trump e Salvini, no, manco con Farage e Orbán, manco sfarinando l'Europa o imponendo alle città i nomi della tradizione religiosa, come succede in questi giorni in India.
Più avanti - passati i funerali politici dei vari Macron e Renzi, e di tutti quelli che non hanno ancora capito che è finito il trentennio iniziato negli anni Ottanta - ci sarebbe da pensare a cosa viene invece dopo, dopo l'attuale sbornia di nostalgia nazional-sovranista.
Tesi: il cosiddetto neoliberismo, insomma il trentennio alle nostre spalle. Antitesi: i gilet gialli francesi, i gialloverdi italiani, i brexiters oltre Manica, Trump oltre Oceano, più vari altri mostri e mostriciattoli in Europa e altrove. E fin qui è tutto chiaro. È la sintesi quella che è ancora ignota e su cui ci giochiamo le chance dei prossimi cinque o sei decenni.
DALL'ESPRESSO BLOG . PIOVONO RANE
Il capitalismo da circa un ventennio si è spostato a est,extra continente s'intende,il fiato corto iniziano ad averlo nell'est europeo,su certe latitudini resisterà per alcuni decenni,tra India e Cina sono circa due miliardi e mezzo,l'arricchimento e lo sfruttamento dalla povertà durerà parecchio,un po' come il gatto con il topolino.
E chissà se ritornerà nuovamente in Europa,quando i poveri diventeranno la stragrande maggioranza,sopravvive,sopravvive,pur non avendo altri pianeti da sfruttare,il gioco di società avrà successo.
L'unico interrogativo che comprenderà ricchi e poveri del pianeta,saranno gli sconvolgimenti climatici,su questo piano rischiamo tutti quanti la sopravvivenza,a medio-lungo termine ovviamente.
I.S.
iserentha@yahoo.itto
martedì 2 ottobre 2018
Riflessioni sulla manovra economica dell'attuale governo
Non è poi così difficile
di Alessandro Robecchi
Non essendo l'economia una scienza esatta, nessuno può dire con certezza quali saranno gli effetti reali della manovra, ammesso che il documento appena presentato poi diventi davvero legge finanziaria, e che passi senza stravolgimenti attraverso il Quirinale e l'Europa.
Voglio dire: considero con eguale stima - non necessariamente altissima, ma eguale - gli economisti che in questi giorni hanno previsto cataclismi con annessa miseria, carestia e sterilità; e quelli che invece hanno elogiato il documento per le possibili conseguenze in termini di ripresa dei consumi e di coesione sociale.
Certo è che una manovra così attenta ai ceti più bassi non si vedeva da decenni, forse da mai; il che qualche dubbio a sinistra dovrebbe porlo. Altrettanto certo è che non è una manovra redistributiva perché non redistribuisce un bel niente, non attacca i grandi patrimoni né le rendite finanziarie né le spese militari né semplicemente i redditi più alti, limitandosi a cercare di reintegrare un po' dei "penultimi" facendo più debito.
E sia chiaro, fare debito non è un tabù (a parte che per Monti e i vessilliferi dell'austerità) ma (se non accompagnato da altre misure distributive) non è neppure una scelta per l'uno o l'altro blocco sociale. Si cerca di non scontentare nessuno, rinviando il problema ai posteri pur di non colpire nessuno, di tenersi buoni tutti. E non è un caso che, alla fine, Confindustria abbia festeggiato lo scampato pericolo, ringraziando la Lega.
Se promettete di non fraintendere, aggiungo che è una manovra che richiama alla mente molti pezzi dell'ideologia economica del fascismo, quello che riteneva superato lo scontro di classe in nome dell'unione produttiva e nazionale delle classi già contrapposte. Il fascismo che portò all'Inail e all'Inps, per capirci e per dirla a sommi capi. E anche allora la sinistra storica accoglieva con imbarazzo o difficoltà di lettura delle riforme sociali. Queste riforme sociali peraltro andarono sempre più diluendosi negli anni in una sostanziale perpetuazione o accentuazione dei privilegi delle classi dominanti.
Altrettanto complessa - se ci mettiamo fuori dalle tifoserie partitiche - è la lettura di questa politica economica, di questo cocktail emerso dal connubio di un partito che nasce a difesa dei giovani, dei precari e dei dimenticati con un altro partito che invece rappresenta limpidamente il laissez-faire dei detentori di capitali e gli interessi antisociali dei forti. Tendenza che in assenza di vere scelte probabilmente nel tempo prevarrà - come impostazione economica - proprio come avvenuto nel Ventennio.
È una lettura complessa ma non così complessa da non poter essere compresa, metabolizzata e spiegata.
Non così complessa da dover ridurre la sinistra alla difesa incondizionata dei dogmi a cui nei decenni si è piegata. E che una sinistra seria proporrebbe di superare più sistematicamente - altro che trincea accanto ai teoreti dell'austerità - e con una chiara visione degli obiettivi sociali complessivi, visione che dal connubio politico di cui sopra viene accuratamente evitata.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Reddito di cittadinanza e l'apertura dei nuovi centri di impiego,vedremo quanti riusciranno a reperire lavoro,a me pare una decisione positiva,sempre che non diventi un esborso cronico,do fiducia.
Età pensionabile per i 62enni con 38 anni di contributi,anche qui mi pare positivo,se si è in produzione dopo i 60 anni è dura passare la giornata col rischio di dover arrivare a 67 anni,non tutti hanno poltrona e scrivania incorporata,l'unico particolare che intravedo come una distorsione,è cosa diciamo a chi ha iniziato a lavorare in età precoce,a 62 anni costoro avranno dai 43-45 anni di contributi versati,a me non pare corretto.
Vedremo l'abbassamento delle tasse,se ci saranno per tutti o solo per i ricchi,come hanno dichiarato d'ora in poi ci saranno le manette per chi evade le tasse,fosse così chi l'avrebbe mai detto,nel Paese dove rubare alla collettività viene visto come un vanto.
Portare allo sforamento del 2.4 del Pil sarà positivo solo se si creerà economia,e qui che si giocherà il futuro di questo Esecutivo,i conti si faranno tra un anno o due al max.
L'ultima analisi sulla deriva fascista con le similitudini riportate da lei al tempo del ventennio,a me non pare che ci siano,anche se non sono così un fine conoscitore della storia,vedrò di stare attento ai segnali che ci saranno strada facendo.
Discorso a parte su migranti economici e profughi,penso che la condanna a questo Esecutivo sia assolutamente lecita,nello stesso tempo però condanniamo l'intera Unione Europea,che si sta dimostrando assolutamente fascistoide su questo tema.
I.S.
iserentha@yahoo.it
mercoledì 8 agosto 2018
Verso una umanità sempre più disperata e facilmente sfruttabile
La libertà è un diritto sociale
di Alessandro Gilioli
La vicenda di Palermo - la truffa alle assicurazioni con danni fisici reali provocati su vittime consenzienti - è agghiacciante non solo per la crudele brutalità della banda, ma soprattutto per quella parola: consenzienti.
Perché questo è: persone che accettavano di procurarsi fratture in tutto il corpo per poche centinaia di euro. Il grosso del risarcimento truffato andava alla banda.
Dice la polizia che le vittime venivano reclutate «in luoghi frequentati da soggetti ai margini della società, tra cui tossicodipendenti, persone con deficit mentali o affetti da dipendenza da alcol, e con grandi difficoltà economiche».
Contro le vittime venivano scagliati dall'alto dischi in ghisa da 25 chili. C'era anche un tariffario delle fratture: 400 euro per una gamba, 300 per un braccio.
«La squadra mobile ha ricostruito episodi raccapriccianti», ha detto in conferenza stampa Il questore di Palermo, Renato Cortese.
A me, inevitabilmente, la vicenda ha riportato alla mente quando una decina di anni fa mi occupai per lavoro di traffico di reni in India. Anche lì le persone erano (quasi sempre) consenzienti: ragazzi di villaggio poverissimi, spesso con debiti ereditati da padri morti per alcolismo o malattie. Il trafficante non faceva fatica a convincerli. By the way, io me ne sono occupato dieci anni fa ma il fenomeno nel frattempo si è solo allargato.
Qualcosa di simile accade anche in molti altri commerci, però.
Sono consenzienti i lavoratori nepalesi che si fanno deportare in Qatar a costruire gli stadi dei mondiali, consegnando i loro passaporti alle agenzie interinali quindi se stessi alla schiavitù per un certo numero di anni. Sono consenzienti gli eritrei che salgono sui pick-up delle bande libiche che li tortureranno per tutto il viaggio nel deserto. Sono consenzienti i raccoglitori di pomodori che ogni mattina vanno incontro ai loro caporali. Sono consenzienti le prostitute straniere o italiane in mano a una tratta, o semplicemente costrette a subire rapporti sessuali per dar da mangiare a se stesse o ai figli.
Il caso di Palermo - come quello di chi si vende un rene - è solo più visibile, più terribile. La questione resta la stessa anche dove è in apparenza meno palese. Il concetto di consenziente, in condizioni di povertà e di ricatti, viene strattonato fino al suo opposto, anche se tecnicamente rimane tale. La libertà umana in questi casi resta quindi solo formale, astratta, teorica. La carne del reale dice l'opposto. Non c'è libertà vera se non sei in condizioni di permettertela.
Del resto "se non ti piace, prendi le tue cose e vai", viene detto in ogni condizione di sfruttamento, in ogni condizione in cui si è sottopagati, costretti a turni massacranti, indotti a fare straordinari anche quando si vorrebbe tornare a casa. "Nessuno ti costringe", ti dicono, mentre a costringerti è la realtà.
La libertà non è un diritto civile.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Come sono distanti gli anni 70 e in parte gli 80,dove c'era lavoro,il sindacato con le lotte dei lavoratori iniziate sulla fine degli anni 60,permisero una enorme acquisizione per i diritti dei lavoratori,una realtà irripetibile e inimmaginabile nel 2018,e da molti anni peraltro.
Il lavoro,i diritti e i sindacati ormai sono evaporati come se fossero una soluzione alcolica,per quanto correttamente la politica cercherà di frenare con le leggi,i controlli,etc,etc,le azioni criminali sulla povera gente,non ci sarà mai una legge che potrà frenare la corsa verso lo sfruttamento dei disperati.
I casi allucinanti delle ossa rotte emersi da poche ore,dei reni donati per pochi soldi in modo assolutamente illegale,o chissà del ritorno alla compra-vendita dei bambini,è inevitabile che si moltiplicheranno,questa è l'umanità,definiamola così degli anni che verranno.
P.s.
Un esempio di dove vanno i guadagni su una bottiglia di pomodoro che compriamo un po' tutti sugli scaffali del supermercato,più del 50% va alla distribuzione commerciale,un'altra consistente al trasporto delle merci,il 10% al costo del vetro e solo l'8% a chi produce e raccoglie,e ci si domanda come si possa coltivare e raccogliere i prodotti ortofrutticoli in modo legale?
I.S.
lunedì 30 luglio 2018
L'unico argine possibile alla voglia di destra in Italia e in Europa
Le due destre che diventano una
di Alessandro Gilioli
Il nuovo leader del Partito popolare spagnolo, Pablo Casado, ha debuttato sulla scena internazionale con una dichiarazione sui migranti in pieno stile Salvini, forse pure peggio. Casado ha vinto la battaglia per la successione a Rajoy profilandosi molto a destra, pur essendo a capo di un partito teoricamente in linea con i popolari europei, insomma la Merkel, per capirci.
Suggerirei, se posso, di non sottovalutare il segnale. In Austria la destra popolare e "moderata" - del tutto "establishment" da decenni - è già al governo con quella estrema, nazionalista e antiestablishment. Negli Stati Uniti Trump mescola bene gli interessi dell'una e dell'altra, insomma destra economica liberista e destra nazionalista radicale.
A Bruxelles di questa ipotesi si parla da tempo: una saldatura di fatto, a livello internazionale, tra la "vecchia" e la "nuova" destra, quella moderata e quella neofascista.
La prima è responsabile (insieme al centrosinistra che la emulava, s'intende) della catastrofe del sistema di cui era architrave e contro il quale sono appunto nati i partiti cosiddetti antiestablishment. La seconda da questo fallimento (e dalla rabbia conseguente) ha tratto la sua linfa e la sua popolarità.
Ora causa ed effetto della crisi si avvicinano alle nozze.
Non è, del resto, una grandissima novità: in Italia il Listone dei fascisti insieme ai liberali è roba di oltre 90 anni fa. Insomma non è inedito che - quando si trova in crisi - la destra economica liberale trovi rifugio sotto l'ombrello di quella più estrema, nazionalista e xenofoba.
In Italia, si sa, la situazione è per ora differente e la destra estrema si è alleata con quello strano oggetto che è il M5S.
C'è chi di fronte a questa alleanza mangia i popcorn serenamente, credendo di poter rovesciare le sorti della poltica a proprio favore aspettandone il cadavere.
Io sono tra quelli più propensi a credere che l'alleanza in corso a Roma sia cosa tanto brutta quanto non eterna, anzi; che la ricomposizione dei campi dopo la crisi porterà piuttosto a uno scenario come quello di cui sopra, con le destre moderate e quelle estreme insieme; e che a questo scenario dovrebbe pensare e prepararsi chi a quella alleanza di destre intende opporsi.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Speriamo che qualcosa appaia a livello progressista,direi che non tocca più parlare di sx,alcuni esponenti proprio della sx che parevano una luce si sono spenti e non si sa che fine abbiano fatto.
Toccherà fare delle scelte nette,l'ideologia rigida e pura ormai si è capito che porta a prefissi telefonici,altrimenti chi potrà simpatizzare se si avrà come d'abitudine discorsi fumosi che portano a vicoli ciechi,ben vengano politiche sociali a patto che siano accompagnate a severità sui vari problemi,tolleranza zero verso chi delinque,che siano reati comuni e quelli dei colletti bianchi,la possibilità di ospitare profughi se ci sono opportunità di inserimento e di un breve periodo di accoglienza all'altezza della situazione,continuando nella opera di aperture europee per far si di non rimanere soli con questo dramma umanitario,garanzie per il lavoro fottendosene delle chiusure di confindustria,facendo pagare fino all'ultimo centesimo chi ha avuto delle agevolazioni contrastando così le delocalizzazioni,direi che esistono praterie per far tornare un po' di fiducia a chi ha scimmiottato la dx sino ad ora.
In questo momento a grandi linee abbiamo un testa a testa Lega e 5S al 30% per ognuno delle scelte elettorali,il pd al 18% e il caimano che si sta azzerando,indi per cui lascino all'interno del pd ingurgitare pop corn chi sappiamo e chi ci gira intorno,e inizino a pensare ad avere un rapporto con i 5s,quel contratto fatto col felpato a maggio è frutto di un compromesso in cui gli equilibri paiono molto fragili,essendo due forze politiche antitetiche per diversi motivi,e si vada in modo più naturale verso accordi futuri tra le due forze che si sono odiate fino a ieri,ma che dovranno tentare di arginare la svolta destrorsa molto pericolosa.
Alternative nel breve-medio termine non ce ne sono,altrimenti si farà la fine di quel marito che tradito dalla moglie si tagliò gli zebedei,i problemi ovviamente se così fosse diventeranno sempre più drammatici.
I.S.
iserentha@yahoo.it
giovedì 19 luglio 2018
Racconto dettagliato della migrazione dall'Africa
A casa loro, a casa nostra e per strada
di Alessandro Gilioli
Per diversi motivi, vorrei evitare di confutare qui le puttanate sull'immigrazione più clamorose, quelle propalate in cattiva fede o per semplice idiozia/razzismo: i "negri invasori", il "piano di sostituzione etnica di Soros", "le foto dei naufragi sono costruite e finte" - e altre cose così, che solo a discutere le si legittima. Del resto a nessuno verrebbe in mente di perdere tempo a contestare le teorie dei terrapiattisti o dei raeliani.
C'è invece una recente argomentazione salviniana sui migranti che ha una sua apparente e insidiosa logica; è stata ripetuta da Conte nell'intervista pubblicata oggi sul Fatto, e l'ho risentita anche a Radio 24 questa mattina, propugnata dal collega Stefano Feltri.
L'argomentazione è questa: «Meno navi dalla Libia partono, meno migranti muoiono».
Intendiamoci, nel caso di Salvini è solo una frase di copertura, un abito buono per nascondere con una pittata di responsabilità quello che ha sempre scritto e detto in questi anni: parole di odio e disprezzo verso gli africani, che non devono stare nello stesso tram coi bianchi, emigrare per loro è una pacchia, sulle navi stanno in crociera, e "sei un grande" al ragazzino che dice "mi stan sulle palle i migranti". Insomma Salvini lo conosciamo.
Ma al netto di Salvini l'argomentazione di cui sopra ha, appunto, una sua apparente logica: se i barconi non partono, nessuno affoga.
Il bug di questo pensiero, tuttavia, sta nella frase che è sfuggita oggi proprio a Stefano Feltri, alla radio: «Perché sappiamo tutti che i migranti partono dalla Libia».
E no, non è così.
Non partono affatto dalla Libia, anzi una volta su un molo della Libia la parte più lunga e atroce del viaggio - quella nel deserto, di schiavitù torture e stupri - è già alle spalle.
Partono dal Niger, dalla Nigeria, dal Gambia, dalla Repubblicana Centroafricana, dall'Eritrea, dalla Somalia, dal Sudan, dall'Etiopia, dal Sud Sudan, insomma partono da tutta l'Africa subsahariana dove (vuoi per guerre vuoi per fame vuoi per carestie e siccità, è assolutamente lo stesso) altrimenti muoiono - o molto rischiano di morire.
Quindi, ipotizziamo pure che nessuna nave parta più.
A questo punto le persone a rischio di morte nella loro terra (vuoi per fame vuoi per carestie e siccità, è assolutamente lo stesso) potrebbero comunque decidere di provare a partire verso il nord Africa sperando di arrivare in qualche modo in Europa, quindi andando a rischiare la vita nel deserto e sottoponendosi comunque a quanto sopra (schiavitù, torture e stupri, infine probabile decesso o vita in catene perché non riescono più né a partire né a tornare).
Oppure potrebbero lasciar perdere - sapendo che è diventato molto più difficile attraversare il Mediterraneo - e quindi morire o rischiare di morire nella guerra o siccità/carestia (è assolutamente lo stesso) in cui si trovano.
In sintesi: non morirebbe meno gente. Anzi probabilmente ne morirebbe di più. Però lo farebbe più lontano dai nostri occhi, dalle nostre telecamere, dai nostri titoli di tg.
Questo ci tranquillizzerebbe probabilmente la coscienza. A tutti eh, non solo ai razzisti (quelli che ne sono muniti, intendo). Non li vedremmo, i morti: non farebbero notizia, non sarebbero più un problema nostro (ammesso che ora qualcuno lo senta come tale).
Salvini e altri andrebbero perfino in tivù a sbandierare che il loro muro sul Mediterraneo ha salvato vite umane (!). Nessuno li smentirebbe perché a nessuno verrebbe in mente di conteggiare chi è morto nel posto da cui non è potuto partire, o lungo la strada.
Alla fine, quindi, è solo questione di intenderci.
Se ce ne fottiamo della morte per povertà o per guerra di centinaia di migliaia di persone (perché tanto sono cose che avvengono più lontano da noi, rispetto al Canale di Sicilia) va benissimo l'argomentazione Salvini-Conte: meno navi partono, meno persone muoiono; che bisognerebbe solo integrare con una postilla: meno navi partono, meno persone muoiono qui vicino, anche se ne muoiono altrettante o di più nei luoghi da cui volevano partire.
Se invece crediamo che salvare o non salvare una vita non sia una questione chilometrica, e che il mondo sia un piccolo angolo in cui abitiamo tutti insieme, è evidente che la frase di cui sopra è una solenne cazzata; e che la parte di umanità più ricca - se ha una coscienza - può utilmente ed egualmente provare a salvare le vite di altri esseri umani: a casa loro, a casa nostra e in mezzo alla strada.
DALL'ESPRESSO BLOG PIOVONO RANE
Non fanno una piega le sue considerazioni,la realtà di cosa sta avvenendo in quel continente è raccontata molto bene.
Direi che a questo punto tocca trovare delle soluzioni,penso che sia positivo l'inizio del cambiamento europeo in atto,ovvero quello di non lasciare sola l'italia.
Creare dei campi gestiti dall'Onu e dai paesi europei,nei quali le condizioni umane siano vivibili,filtrando l'emergenza e portando i profughi senza barconi nei Paesi dove è possibile l'integrazione,e che non siano cpt stile Buzzi e Carminati s'intende,o nei campi di raccolta ortofrutticoli dove sfruttare come animali queste persone.
L'altra colossale organizzazione,ci vorranno decenni,è di aiutare i popoli africani allo sviluppo nei propri Paesi e nel caso di guerre di sforzarsi a diplomazie possibili.
Poiché per quanto uno si sforzi nell'essere umanitario,ci sono miliardi di abitanti in estrema povertà su questo pianeta,pensare a uno spostamento integrale per risolvere questo immane dramma non ha senso.
I.S.
iserentha@yahoo.it
venerdì 15 giugno 2018
Globalizzazione e povertà,ormai una realtà incontrovertibile
Bozza di parole per dirlo
di Alessandro Gilioli
Capire quello che è successo e sta succedendo in Italia è complesso ma non è complicato. Intendo dire: la situazione in cui ci troviamo è frutto di molte concause, ma non è poi difficile provare a vedere quali sono e come si sono intrecciate. Tra l'altro alcune di esse sono comuni ad altri Paesi dell'Occidente.
Proviamo quindi a dipanare la matassa attraverso alcune parole (sì, lo so che ne mancano molte altre: questa è solo una bozza, un'ossatura assai parziale a cui aggiungere se volete le vostre, di parole) .
Paura.
La prima parola è questa e mi scuso della scarsa originalità. I mutamenti veloci degli ultimi anni - tecnologici e quindi economici, strutturali e quindi sociali - hanno generato paura. Paura per il proprio presente e per il proprio futuro. Paura di perdere quel relativo benessere, quella relativa sicurezza e quel relativo welfare che avevano costituito le fondamenta del nostro vivere insieme per più di mezzo secolo. Paura che da un po' le cose stiano andando sempre verso il peggio e ancora peggio andranno. Paura di perdere quello che si era conquistato, spesso con fatica. Paura per la propria vecchiaia e per i propri figli. Paura per l'incertezza, cioè il sentirsi dispersi e abbandonati in mezzo alle onde, alle correnti che arrivano da chissà dove e che non si riescono più a governare. Non sapere nemmeno più chi si è, trascinati qua e là da questi marosi. Quindi perdita di identità e disperato tentativo di ritrovarla da qualche parte. Infine, la sensazione altrettanto paurosa che non ci sia più un rapporto tra il proprio impegno (i propri sforzi, i propri studi, il proprio lavoro) e gli effetti, i risultati per noi. La paura crea rabbia reciproca e un gigantesco "si salvi chi può": tra individui, tra categorie, tra Stati. E in condizione di paura, il penultimo attacca l'ultimo, sempre.
Cecità.
Cioè la cecità di chi, in politica, questo processo non lo ha visto, nonostante non mancassero le menti lucide che li mettessero in guardia, da Bauman giù giù fino ai Social forum d'inizio millennio. Invece no: i decisori politici, in Europa come negli Stati Uniti, hanno continuato a pensare alla globalizzazione come a un processo a somma positiva più o meno per tutti, anche sul breve: i lavori perduti sarebbero stati sostituti rapidamente da quelli nuovi (più divertenti e creativi, magari anche in grado di produrre più fatturati e quindi meglio pagati), il modello fisso del '900 - "blue collar " o "white collar" - avrebbe lasciato spazio a una cangiante e vivace società dell'accesso e della felice trasmigrazione da un impiego all'altro. Mai errore fu più grossolano: i grandi cambiamenti sono per antonomasia crisi e le crisi fanno le loro vittime. Se queste diventano troppe, crolla tutto.
Potere.
Tra gli effetti collaterali della globalizzazione c'è stata anche la separazione tra democrazia e potere. Siamo stati convinti per tutto il '900 che le democrazie esercitassero il potere. A un certo punto non ha più funzionato così, o ha funzionato così sempre meno. Ogni democrazia ha iniziato a dipendere sempre di più da motori esterni: i mercati, i creditori, gli speculatori, le fonti energetiche, le materie prime, le cessioni di sovranità "dal più piccolo al più grande", inevitabili in un mondo fattosi quartiere. Quando si vede che le democrazie sono troppo deboli per contrastare queste forze, viene automatica la tentazione di affidarsi a un leader muscolare, a un capo carismatico: si pensa che questo avrà la voce abbastanza grossa per riuscire laddove la democrazia non riesce più, cioè a proteggere i miei interessi dai flutti e dai marosi.
Ricchi.
C'è una fetta minoritaria di persone, in Occidente, che da tutto quanto sopra non ha avuto svantaggi ma cospicui vantaggi. Sono quelli che erano già nel 2-3 per cento di popolazione più ricca ma anche quelli che, provenienti dal ceto medio, non sono stati ingoiati verso il basso come la gran parte dei loro pari ma sono invece entrati a far parte dei "new luckies". Spesso con ottimi rapporti (anche lobbistici) con le sedi del potere economico e politico, questi signori non hanno mosso un dito per governare diversamente i processi di cui sopra, anzi. Quindi hanno contribuito, come complici, all'esplosione in corso. Loro, come i loro referenti politici.
Semplificazione.
Quanto più la realtà diventa complessa, quanto maggiore è la pulsione verso la semplificazione. Questa è una reazione normale. "Non stiamo lì a fare tanti discorsi", "la verità e che..." e così via. La semplificazione trova il suo scivolo naturale nei media vecchi e nuovi: i talk show (dove lo slogan secco ridicolizza il ragionamento) e nei social network, specie Twitter che sembra inventato apposta per banalizzare. La semplificazione estrema mortifica ulteriormente la democrazia, riducendo gli elettori a tifosi in curva, i quali proprio come allo stadio rifiutano il ragionamento, per affidamento fideistico.
Identità
Oltre che con l'affidamento settario, si cerca di recuperare l'identità perduta in tempo di naufragio anche in altri modi. La Lega, in Italia, fu la prima a farlo: quando si inventò l'identità padana. Oggi quella costruzione farlocca è stata abbandonata a favore di un'altra che invece almeno ha il merito di esistere, più o meno, cioè l'identità nazionale e nazionalista. In realtà l'Italia è un paese di unificazione politica e linguistica recente quindi di identità fragile. Gli storici insegnano che più l'identità è fragile, più questa diventa livorosa se non aggressiva: e non a caso il fascismo e il nazismo sono nati nei due Stati d'Europa che si erano unificati più tardi. In più l'Italia è paese di campanili, di rivalità territoriali, di grandi forbici economiche tra nord e sud, insomma la nostra identità è piena di cerotti. Più sono i cerotti, più si cerca di sopperire a queste fragilità urlando il proprio nazionalismo (e passando rapidamente dall'automortficazione all'autoesaltazione e viceversa). Poi, qui da noi c'è un combinato disposto tra questa questione e quella del punto 1, cioè i mutamenti globali recenti: sicché non è un caso che ad avere successo, in Italia, siano stati i due capi nazionalisti emersi dopo la prima globalizzazione (1840-Prima Guerra mondiale) e ora, durante la Seconda. Sto parlando, ovviamente, di Mussolini e Salvini.
Partiti.
In tutto questo, poi, c'è la "politique politicienne", quella dei partiti. E anche qui ci sono eventi mondiali che si mescolano a particolarità tutte italiane. Ad esempio: abbiamo avuto il più grande partito comunista d'occidente - che al tempo fagocitava ogni altra sinistra o quasi - il quale dopo la Caduta del Muro non ha più trovato una sua ragion d'essere se non nella emulazione appena più smussata del suo avversario storico, la destra economica. In assenza di un progetto sociale, ha perso l'anima e il senso, la ragione d'essere. (Non con Renzi dunque, ma già prima. Renzi ha portato a compimento il suicidio -rimandato di due decenni solo grazie al compattamento contro Berlusconi - promettendo un futuro radioso proprio dentro quei cardini ideologici di "globalizzazione-competizione-lavoro liquido" che stavano per essere travolti. In più, Renzi ha creato enormi aspettative, incarnate nel 40 per cento di quattro anni fa, e nulla come le aspettative deluse provocano una reazione di rigetto). Comunque: mentre la sinistra storica andava suicidandosi perdendo la sua ragion d'essere, è nata una forza di protesta e di rifiuto, liquida e postideologica (il M5s) rivelatasi tanto capace di incamerare il disagio sociale quanto poi incapace di incardinarlo in un sistema di pensiero, in una visione di società. E qui si spiega facilmente il suo essere ingoiato ogni giorno di più da un partito e da un leader che invece sono fortemente ideologici e strutturati, che hanno una precisa (per quanto personalmente io la trovi vomitevole) visione di Paese, che ha radici solidissime. E quando un partito solido incontra un partito il gassoso, il partito gassoso è già morto.
Tutto ciò porta al fascismo?
Mah.
Credo che stiamo usando questa parola per somiglianza, per approssimazione, per la naturale tendenza a ricorrere a vocaboli già noti quando arriva qualcosa che ancora non sappiamo definire bene.
Certo è però che c'è qualcosa in comune fra Trump, Erdogan, Putin, Salvini, Orbán (ma ci metterei anche l'indiano Modi). Qualcosa in cui si mescolano nazionalismo, autoritarismo, muscolarità, sprezzo verso le deboli istituzioni della democrazia, settarismo, manicheismo, identitarismo come corazza e semplificazionismo come valore (quindi anti intellettualismo).
Auguri a chiunque, in tutto questo, continua comunque a provare a pensare.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Non sono leghista e non sarò mai di quella "parrocchia",devo dare atto di un particolare fondamentale emerso in questa settimana,ovvero che il disinteresse europeo verso gli sbarchi degli immigrati in Italia si è interrotto,bene o male anche per chi considera un attentato all'umanità la ong dirottata a Valencia,finalmente tutta questa storia fa parlare di quote e di hotspot in Libia da parte dell'Europa che conta.
Si,poichè per chi non ha problemi a voler ospitare milioni tra profughi e moltissimi migranti economici,non ha idea di come si rivelerebbe drammatica questa situazione gestita da un solo Paese,non si può ospitare all'infinito e se non si ha una linea dura a proposito non ci sarebbe stato alcun cambiamento,dando atto che sono ben conscio dei lager esistenti in Libia e che certamente si moltiplicheranno,ma attenzione di questo passo i quasi lager italiani,gestiti molto meglio,diventerebbero molto simili.
Sulla deriva a destra del Paese,le ragioni ovviamente non sono solo legate agli sbarchi,bensì all'impoverimento di una buona parte delle persone,è evidente che le reazioni possono essere sbagliate,cioè di passare dalla padella alla brace,ma davanti a promesse,parole,storytelling di ultima generazione,corruzione,mafie e cronica evasione fiscale,ci si attacca all'ultimo treno possibile,anche quello che potrebbe portare a schiantarsi contro un muro,ma non essendocene altri c'è chi lo prende e chi rimane a piedi,magari lavandosene la mani,continuando a criticare e non avendo una speranza concreta e possibile,ed è durissimo prendere atto che pur voltandosi per costoro non ci sia nulla da decenni,e dire che basterebbe solo darne atto anzichè attaccarsi ai vetri.
I.S.
iserentha@yahoo.it
sabato 12 maggio 2018
Pop corn e conflitto d'interessi,ecco servito l'ipotetico disastro Italia
I pop corn, l'anatema e la cecità permanente
di Alessandro Gilioli
Temo che di fronte allo scenario politico che si sta delineando le due reazioni piu diffuse - quella del pop corn e quella dell'anatema - siano ugualmente idiote.
La prima è anche infame: se si pensa che quello in costruzione sia il peggior governo possibile e che porterà il Paese allo sfascio, sedersi in poltrona a godersi lo spettacolo (come se la posta in gioco non fossimo tutti noi!) è semplicemente da delinquenti.
Anche l'anatema, in sé, non porta lontano.
Sia chiaro: la critica politica dei nuovi potenti è e sarà indispensabile (senza critica non c'è democrazia) e non c'è bisogno di aspettare il giuramento per aspettarsi poco di buono - ad esempio - da un eventuale Salvini al Viminale: altro che numero identificativo dei poliziotti sulla divisa, altro che garanzie umanitarie e legali per i richiedenti asilo, e così via.
Ma, detto questo, non è certo con l'anatema che si smuove l'egemonia culturale, che si modificano i consensi, e tanto meno così si delinea uno scenario migliore.
Anzi, l'anatema ha spesso l'effetto opposto, specie se a lanciarlo sono quelli che avendo comandato il vapore fino a ieri sono i principali responsabili del suo naufragio sugli scogli.
Ad esempio, questa mattina leggevo sul Foglio un editoriale che ha dell'incredibile - e sia detto senza alcun attacco personale al suo autore.
Incredibile perché mi sembra la sintesi perfetta del non averci capito un cazzo.
Lo linko per intero, in modo che ciascuno possa giudicare la correttezza della mia sintesi: se siamo qui, dice il Foglio, è colpa di chi in questi anni ha sottolineato le crescenti disuguaglianze sociali, ha criticato aspramente gli effetti delle politiche di austerity imposte a livello Ue, ha accusato la riforma Fornero e il Jobs Act di disgregare la coesione sociale, si è allarmato per il dilagare del precariato sottopagato, ha chiesto che i politici venissero giudicati secondo la legge come tutti gli altri cittadini, ha protestato per un lungo eccesso di privilegi del ceto politico rispetto al resto della società.
Chiaro no? Secondo il Foglio la responsabilità della situazione di oggi non è di chi ha commesso quelle ingiustizie e quegli errori, ma di chi metteva in guardia dai possibili effetti di quelle ingiustizie e di quegli errori.
I quali errori, invece, sono stati perpetuati, teorizzati, branditi e ripetuti con cieca continuità fino al 4 marzo scorso. E ancora sono un tabù - Renzi pone come condizione di qualsiasi confronto l'orgogliosa difesa dell'operato del suo governo.
Questa confusione tra le cause e chi criticava quella cause è, ripeto, la sintesi perfetta del non averci capito nulla. Di non aver visto nulla di quello che stava succedendo. E di non averci posto riparo, nonostante le voci critiche (bollate anzi come quelle di gufi e rosiconi, inadatti al Nuovo).
Del resto l'autore del pezzo - nulla di personale, ripeto - cinque anni fa ha scritto un libro per spiegarci che la sinistra per vincere doveva diventare esattamente quella che poi con Renzi è diventata, con gli esiti che oggi sono sotto i nostri occhi.
Autoassolversi dai propri errori e cercare i colpevoli tra quanti mettevano in guardia da quegli errori: ecco, questa è la reazione oggi di chi si è visto travolgere da M5S e Lega. Anche oltre gli angusti confini del Foglio, temo. Senza nessun coraggio autocritico nei confronti degli errori commessi e delle scelte fatte, con ancor meno coraggio di fronte all'urgenza di mettere rapidamente alla porta quelli che li hanno commessi. E sì, sto parlando del Pd, adesso. Ma anche di quel magma diffuso che è e rimane la sinistra - nelle associazioni, nei sindacati e tra gli elettori, compresi quei 5 o 6 milioni di elettori di sinistra che all'ultimo giro hanno votato M5S.
Se così fosse, se questa fosse la spiegazione dell'accaduto, prepariamoci a un governo Lega M5S per il prossimo trentennio.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Io sono tra coloro che ha votato i fivestars essendo la sx ormai finita e liquefatta,non mi sarei aspettato questo possibile accordo con il felpato,ho sperato fino all'ultimo che i cosiddetti rottamatori potessero rinsavirsi e provare un accordo con grillo & company,non è andata così.
Non ne ho idea se e quando,o meglio se ci sarà e quando terminerà questo accordo tra i due vincitori delle elezioni,o come scrive lei siamo all'alba a degli esecutivi che si ripeteranno nel tempo con questi autori,chissà se ci saranno positività o si andrà verso il disastro del Paese,penso che chi li ha preceduti in un modo o nell'altro sono stati i primi interpreti di una conseguenza del genere.
Parlare di popcorn da parte del fallito,e dei soliti conflitti d'interesse dell'altro artefice del disastro Italia,fra l'altro l'averlo nuovamente reso candidabile,dopo tutto ciò che ha combinato e ha ancora altri processi,fotografa molto bene la situazione che stiamo vivendo,se sprofonderemo le origini sono ben chiare.
In primis sia detto chiaro,coloro che certi personaggi politici li hanno votati da decenni e per l'altro caso da alcuni anni,compreso le primarie,si prendano tutte le responsabilità del caso,anche se prendo atto che anzichè cospargersi il capo di cenere stanno rilanciando come se avessero la coscienza pulita...
Se ci sarà il fallimento Italia sarà tutta farina del proprio sacco.
I.S.
iserentha@yahoo.it
lunedì 9 aprile 2018
Reddito di base o di cittadinanza? O la redistribuzione della ricchezza?
Reddito di base: la parola a Guy Standing
di Alessandro Gilioli
«L’Italia è un paese che ha il sole per 9 mesi l’anno. Con un reddito base la gente si adagerebbe e mangerebbe pasta al pomodoro».
(Elsa Fornero)
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Fino a qualche anno fa l'idea di un reddito di base universale era confinata nel pianeta delle utopie: e chi lo proponeva era considerato poco più di un ingenuo mai uscito dall'adolescenza.
Da qualche mese invece la questione - a livello mondiale, non solo italiano - viene autorevolmente sollevata con la forza pragmatica dei numeri, dei suoi effetti concreti – e anche della sua sostenibilità per i bilanci degli Stati, a confronto con il costo reale della sua non realizzazione.
Stiamo parlando - attenzione - non del “reddito minimo” nelle sue varie versioni condizionate (ad esempio, l'attuale proposta del M5S, che si rivolge solo ai disoccupati e viene meno se si rifiutano tre proposte di lavoro). Stiamo parlando proprio dell'ipotesi di riconoscere una certa somma di denaro a ogni persona residente in un Paese, ricca o povera che sia, che lavori o meno. Una somma che quindi va ad aggiungersi ad altre entrate, se la persona ha un lavoro; o al contrario costituisce uno strumento di sopravvivenza e di potenziale reingresso sociale, se non ce l'ha.
CLICK NEWS L'ESPRESSO GUY STANDING
Un'idea interessante,potrebbe essere organizzata a livello sperimentale per qualche tempo,analizzando i benefici e se emergessero delle negatività.
A me basterebbe che ci fosse una giustizia sociale,nella quale non ci siano enormi disparità tra manager e semplici lavoratori,una società non può permettere cifre da nababbo per alcuni e stipendi da fame per altri,in questo modo penso che quel reddito adombrato si ridurrebbe notevolmente.
Si è passati dalla generazione mille euro di una quindicina d'anni fa a quella delle poche centinaia,pur lavorando e sbattendosi notevolmente per buona parte della giornata.
Quanto può durare un andazzo del genere,prima che ci siano delle drammatiche ripercussioni?
I.S.
iserentha@yahoo.it
sabato 3 febbraio 2018
Emma Bonino? No grazie
Bonino, refugium peccatorum
di Alessandro Gilioli
In questo periodo si porta molto la Bonino.
Nel senso che leggo sui giornali diverse dichiarazioni di voto per lei e il suo partito, specialmente da parte di giornalisti e intellettuali di sinistra.
Frequentando per lavoro e per amicizie in prevalenza lo stesso giro, ho di persona e sui social lo stesso segnale: amici e colleghi di sinistra che votano Bonino o pensano di farlo.
Nel paese reale - cioè fuori dal giro di cui sopra - non sembra che ci sia altrettanto entusiasmo: secondo l'ultimo Euromedia i Radicali italiani sono all'1,5 per cento, per Emg all'1,6, Demopolis li include semplicemente in "altri partiti sotto il 3 per cento".
Niente di strano: è la consueta forbice tra giornalisti-intellettuali-scrittori-professionistidelprimomunicipio da una parte, e il resto del mondo dall'altra. Questione di complessità notevole che non affronto qui.
Quello che mi interessa è il meccanismo per cui questi amici o colleghi o altro scelgono Bonino, o ne sono tentati. La dinamica psicologica, che mi permetto di ipotizzare. Senza altre basi che le chiacchierate con loro e la lettura delle loro argomentazioni.
E a mio avviso la questione parte, banalmente, dal Pd.
Il Pd era - nelle intenzioni - il grande contenitore del centrosinistra e della sinistra nel quale potevano coabitare anime diverse, dai lib-lab ai postmarxisti, dai cattolici dossettiani ai laicisti materialisti, passando per i socialdemocratici, gli ambientalisti, il sindacato - e altro ancora.
Questo nelle intenzioni: un grande ombrello, se volete, o comunque una comunità plurale che trovava la sua identità nell'avversione a un nemico comune (il berlusconismo) e in fase costruens nella governance sociale e redistributiva dell'economia di mercato (sempre nelle intenzioni).
Sia quel che sia, tutto questo oggi non c'è più: il Pd è un partito singolare (nel senso di contrario a plurale), autocratico e uniformato. Non è una sintesi di spinte diverse. La linea politica è solo quella del leader, che abbiamo visto implementarsi nei suoi tre anni di governo, con le sue riforme realizzate (tipo Jobs Act) o schiantatesi (Boschi sulla Costituzione). Anche lo stile è solo quello del leader: iperdinamico, vincista, energico, sfrontato, bullo, narcisistico, cannibale.
Oggi nel Pd o mangi quella minestra o salti da quella finestra.
Diversi hanno scelto la finestra, mentre quelli rimasti hanno decisamente mangiato la minestra. Tra questi ultimi, in Parlamento, quelli ricandidati: una falange compatta, con schieramento a testuggine come nell'antica Roma. Fuori dal Parlamento, i fan acritici, gli entusiasti a prescindere, gli adepti da setta. In ogni caso, tutti intellettualmente irregimentati da un capo.
Un capo di cui tuttavia i miei amici, colleghi e conoscenti di sinistra un po' si vergognano. Perché non se la sentono di far parte di una falange a testuggine. Perché magari amano la laicità di pensiero la pluralità di spinte politiche. O perché non gli va di farsi uniformare in una fazione personale. O, infine, perché non si riconoscono del tutto nelle scelte politiche e nello stile del suddetto capo.
Ecco che allora, di fronte all'incubo di dover scegliere 4 marzo, trovano la scappatoia, lo stratagemma. Il rifugio. Nella Bonino: persona di ottima reputazione per le sue battaglie civili, oltre che per la sua caparbia e onestà intellettuale.
Parlare male della Bonino è difficile, insomma. È quasi lesa maestà.
Quindi dire "voto Bonino" è assai più figo (o semplicemente più accettabile socialmente) che dire "voto Renzi". Nessuno degli astanti ti si incazza, né ti prende in giro. Si acquisisce un'aura di assai maggiore rispettabilità. Sui social, si scansano flame furibondi. Se poi sei giornalista o scrittore, eviti di perdere la maggior parte del tuo pubblico.
Ma, sia chiaro, la conversione pro Bonino non è solo questione di convenienza: non sto dubitando dell'onestà intellettuale di chi a sinistra si è boninizzato. È anche o soprattutto questione di vergogna (per la falange) e di disperazione (in vista del 4 marzo). Votare Bonino è visto un po' come un votare il centrosinistra senza però entrare nella setta.
Detto tutto questo, seppur immerso anch'io nella disperazione in vista del voto, vorrei dire che il 4 marzo non voterò Bonino - pur avendo scelto qualche volta anch'io i radicali in passato, nel mio estremo poligamismo elettorale, specie in qualche elezione locale.
Non voterò Bonino e aggiungo che invito seriamente i miei amici, conoscenti e colleghi a rifletterci un po', su questo rifugio, su questa scappatoia, il 4 marzo.
Intanto, se questi miei amici sono d'indole pragmatica, per l'esito effettivo della loro scelta: i voti dati alle liste tra l'1 e il 3 per cento non eleggono candidati di quelle liste, ma vanno solo a ingrossare i partiti della stessa coalizione che superano il 3. È uno dei tanti barbatrucchi del Rosatellum, che consentirà al Pd di avere un gruppo parlamentare molto più ampio dei suoi consensi. Secondo i sondaggi attuali, attorno al 27 per cento pur prendendo il 23. Comunque, chi crede di votare i Radicali in realtà, con questa legge, vota il Pd: la falange a testuggine.
Ai miei amici e colleghi di sinistra di carattere meno pragmatico e più idealista (quelli che votano ciò che li rappresenta, indipendentemente dall'esito determinato dal Rosatellum) consiglio invece di studiare un po' le posizioni di Bonino in materia economica.
Perché - stupenda vessillifera dei diritti civili - Bonino ha idee molto diverse in termini di diritti sociali, di economia. Tema sul quale Bonino è molto vicina a Monti, a Schäuble, alla famosa Troika. Insomma a quell'ideologia economica che in Italia è stata chiamata, appunto, "montismo". E questo forse non è irrilevante, nel 2018, andando a scegliere il nostro futuro in un contesto in cui il "montismo" (ben oltre Monti, s'intende) ha fatto danni così profondi. E ha provocato reazioni così irrazionali. Del resto, lo dice lo statuto stesso dei Radicali Italiani, che si autodefinisce "movimento liberista" nel suo primo articolo fondativo.
Questo è il "rifugio Bonino", amici di sinistra. Un voto di fatto - per i suoi effetti pratici - a Renzi; e idealmente, in materia economico-sociale, al liberismo e al "montismo", se ci ricordiamo cos'era: quella cosa che imponeva il fiscal compact e il pareggio bilancio in Costituzione, il falso mito della flessibilità che nasconde la tragica realtà del precariato eterno, l'età pensionistica tra le più alte d'Europa. E nel tempo libero accusava i giovani disoccupati di essere choosy e sfigati.
L'importante è saperlo, o ricordarselo, poi ovviamente ognuno faccia le scelte che crede.
Buon week-end.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Per carità,già con Pannella erano dei banderuoli di prima categoria,un po' con Prodi,un po' col caimano,ora come ha spiegato bene lei,"serviranno" solo per aumentare i voti a Renzi,e ci mancherebbe altro che colui che ho sempre contestato,di rimessa avesse il mio voto.
Che poi equivarrà alla conosciuta minestra delle larghe intese col vegliardo,e mi chiedo? Pazienza i rottamatori con cui c'è ancora qualcuno di coccio che li sostiene,ma dopo 24 anni e dopo averne combinate di tutti i colori,fatto gli affaracci suoi,per giunta pregiudicato,col fidato Dell'Utri condannato per reati davvero infamanti,ci sia ancora il caimano in gioco,a me pare più che altro un Paese senza speranza.
Si sono messi d'impegno anche in Europa a dipingere il vegliardo come barriera antipopulista rilanciandolo,dopo averne scritto e detto che peggio non si poteva,che dire,non ci poteva essere una verifica migliore d'essere nelle mani di farabutti.
I.S.
iserentha@yahoo.it
giovedì 11 gennaio 2018
Il confine tra molestia e corteggiamento,ma Catherine Deneuve ha torto
Ti va un gelato da Fassi?
di Alessandro Gilioli
L'estate scorsa uno dei miei figli, raggiunta l'adolescenza, mi chiedeva qualche consiglio su come "provarci" con una ragazza. Cosa dirle, come fare capire il suo interessamento senza risultare sgradevole.
Banalmente, gli ho consigliato di iniziare dicendole: «Ti va dopo scuola di prendere un gelato con me da Fassi?», che è un po' il loro locale di riferimento in zona. «E se lei dice che non può?», mi ha fatto il ragazzo. «Tu proponiglielo un'altra volta, magari dopo una settimana. Poi basta». «Basta in che senso?», ha chiesto lui. «Basta nel senso che due inviti sono sufficienti. Se lei al secondo invito dice di no e non contropropone un'altra data, vuol dire che non è interessata. E tu non la inviti più. Semmai sarà lei, se cambiasse idea, a proportelo, E se non lo fa, è chiusa. Ok?».
Non so se sono sono stato troppo severo, troppo inibitorio. Ma a me non sembra affatto che la "zona grigia" di cui si parla molto in questi giorni - cioè la presunta area "incerta" tra corteggiamento e molestia - sia poi così grigia, così incerta.
Almeno, non lo era quando ero più giovane io, quando piaceva una ragazza a me. Mi sembravano molto chiare le modalità di emissione e di risposta dei "messaggi indiretti". Della progressività graduale tra un invito a un caffè e uno a pranzo, fino a quello per un cinema o una cena. Non mi era difficile capire il grado di disponibilità o interesse della persona che mi piaceva. E mi sembrava semplice anche l'evoluzione (reciproca) di questo ipotetico interesse: cioè il conoscersi un po' di più - oltre l'eventuale attrazione fisica - che avveniva appunto al caffè, al pranzo, alla passeggiata insieme per strada o al parco. Non mi era difficile interpretare (in un senso o nell'altro) le parole, il body language, il linguaggio in chiaro ma anche quello non verbale della persona che mi piaceva. E mi comportavo di conseguenza.
Non avendo più da tempo il problema o l'opportunità del corteggiamento, non so - onestamente - se oggi è ancora così. Cioè se i ragazzi e gli uomini in genere hanno gli strumenti psicologici ed emotivi per capire subito (o quasi subito) i feed back.
In merito ho però letto di recente molte analisi sulla "fragilità" e sulla "insicurezza" del maschio contemporaneo, sulla sua difficoltà ad accettare un'evoluzione del mondo (e soprattutto dell'altra metà del cielo) che avrebbe messo in crisi certezze predatorie ataviche e istintuali. E ho poi notato che queste certezze vengono riesumate e rivendicate da non pochi come giuste o quanto meno naturali e quindi inevitabili, facenti parte dell'identità maschile e pertanto non reprimibili - e maledetto sia il "politicamente corretto".
Ho visto perfino scrivere - da ottime persone - che «cercare di farsela dare è biologia maschile. E punto». Come se gli esseri umani fossero soltanto tronco encefalico - cioè istinto - e non avessimo faticosamente elaborato nei millenni un'altra parte della zucca in cui abbiamo a poco a poco inserito il ragionamento, l'etica, l'empatia, le relazioni sociali, quindi anche le inibizioni laddove queste servono a rispettare l'altro, a vivere in società civile anziché nella giungla dove vince il più forte. Certo che "farsela dare" è un istinto: ma sappiamo (spero) regolarlo con quello che ci dice la parte forse un po' più evoluta del nostro cervello. Quella in cui abitano appunto l'etica, il rispetto, l'empatia.
Ma il problema più grosso forse è che questa rivendicazione diffusa dell'istinto - e quindi dell'estensione dell'io, indifferente all'altro - è uno dei tratti caratterizzanti di questi anni e non riguarda solo il rapporto tra i generi. Ha ad esempio un emblema gigantesco e vivente in politica, con Donald Trump: io sono più forte, quindi posso inquinare il mondo perché mi fa comodo, esattamente come posso mettere le mani addosso a una donna perché mi va così. In Italia, è la stessa matrice vomitevole di molta stampa di destra, quella che ha in odio il "politicamente corretto" perché mette dei limiti di comportamento, di relazione, di rispetto. Perché è un freno all'estensione istintuale dell'io, una regolamentazione alla legge del più forte.
Insomma, oggi c'è una questione che parte dal confronto di genere ma che la trascende e tracima nella società nel suo complesso. E la questione riguarda il modo in cui ciascuno di noi si rapporta all'altro da sé. Se facendo prevalere Il tronco o la corteccia, l'istinto o l'etica, l'estensione dell'io o la coscienza dell'interconnessione tra tutte le persone e le cose, che implica la limitazione dell'io istintuale.
C'è una linea, una cesura tra queste due scelte. Sono contrapposte tra loro. Dal punto di vista del comportamento, dell'etica e della politica. E valgono nei rapporti tra generi esattamente come in ogni altra occasione in cui ci rapportiamo con l'altro da noi.
Cioè sempre, se non siamo eremiti.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Al contrario di ciò che afferma la Denueve il corteggiamento è lecito,ci mancherebbe,ma senza esagerare stile polipo sfiancante, se poi si aggiunge anche un certo potere sulla "preda",direi che andiamo ben oltre al naturale approccio.
Da che mondo e mondo,si può intuire dal primi momenti di conoscenza o in tempi più maturi,un certo feeling che si instaura,ma quando non ce n'è e s'insiste é automatico definirla molestia.
L'attrice francese per quanto franca e sincera,mi è apparsa un po' sportiva diciamo così,poiché si arriva abbastanza in fretta alla forzatura,come si é letto di qualche troglodita, "tanto andrà a finire che gli piace".
I.S.
iserentha@yahoo.it
venerdì 29 dicembre 2017
E' iniziato "il mercato delle vacche" elettorale
2018, si porta molto il pacatismo
di Alessandro Gilioli
A leggere l'intervista che Berlusconi ha dato al Corriere di oggi, sembra di avere davanti un autorevole e moderato statista di centrodestra: di Gentiloni dice che è stato «insufficiente» ma ne elogia «la cortesia», su Grasso si limita all'aggettivo «inelegante», poi cita John Kennedy, ipotizza uno Ius soli seppur più temperato di quello appena cestinato e infine invita «al buonsenso». Pacatissimo, insomma. E nulla a che vedere con il Cavaliere caimano, spaventoso e a tratti sedizioso che è stato per anni, dal '94 al predellino e oltre.
Non molto dissimili erano i toni dell'intervista che Luigi Di Maio ha dato ieri al Fatto: «Voglio dare stabilità al Paese», «confido che il referendum sull'euro non si debba fare perché l’Europa è molto cambiata e per l’Italia ci sono maggiori spazi per farsi sentire», «creeremo una Banca pubblica per gli investimenti sul modello francese». Approccio istituzionale, nessun aggettivo fuori posto, moderazione verbale e programmatica. E nulla a che vedere con anni e anni di blog e comizi di Grillo, non privi di insulti sprezzanti.
Di Gentiloni - "l'impopulista", non c'è neppure bisogno che vi dica: la sua conferenza di fine anno è stata una dose di benzodiazepina, tutta tesa a rassicurare, acquietare, confortare, rasserenare. E nulla a che vedere con la baldanza nuovista e un po' isterica del suo predecessore, schiantatosi un anno fa come un motociclista cocainato sulla tangenziale.
È curioso come questo Paese sia passato in pochissimo tempo da un estremo al suo opposto. Solo ieri la politica italiana era fatta di tweet deflagranti, accuse violente, promesse di rovesciamenti mirabolanti, il tutto trasmesso con toni urlati, eccitati, demagogici, elettrizzati, talvolta ribellistici se non eversivi, comunque indirizzati alla pancia, finalizzati a provocare sdegno o creare chimere di cambiamenti rivoluzionari. Con tutti e tre i maggiori leader - Berlusconi, Grillo e Renzi - impegnati in questa assordante gara.
Adesso siamo alla democristianizzazione comportamentale multipartisan, con il Di Maio statista, il Gentiloni camomilla e la versione mansueta di Berlusconi. E pure quella che un tempo si chiamava "sinistra radicale" si è scelta un leader che non viene dalla piazza, ma dagli stucchi dorati e silenti di Palazzo Madama.
Insomma, sembra che la politica non voglia più eccitare, ma sedare. Con poche eccezioni, come Salvini (che però da mesi perde consensi nei sondaggi) e qualche ultrà renziano che non ha ancora capito che è cambiato il vento. Che nove italiani su dieci non si divertono più davanti a pollai urlanti dei talk show, ma cambiano canale appena le voci accalorate si accavallano. Perfino sui social sembra che ci sia meno gente che si accanisce nei flame, avendone ormai constatato l'inutilità totale dello scambio di insulti.
È il pacatismo, chissà se una svolta o solo una fase di down dopo la sovreccitazione trasversale recente.
Intendiamoci: questa mutazione è avvenuta, con ogni probabilità, più per stanchezza che per saggezza, più per distacco che per maturazione, più per disinteresse che per educazione. Ma intanto è avvenuta.
Con tutti suoi lati positivi - evidenti - ma anche quelli negativi, cioè i rovesci della medaglia, essendo un altro estremo opposto: ad esempio il rischio che il confronto perda passione, che la moderazione si tramuti in pigra difesa del presente. Che anche nelle cose da fare - e da cambiare - tutte le vacche diventino nere.
E neppure questo farebbe bene, in un Paese sempre più declinante e diseguale, che bisogno tanto di educata razionalità quanto di trasformazioni sociali radicali.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Ma che passione ci dovrebbe essere? Gli appassionati chi dovrebbero essere? Il ceto medio ormai inesistente? I lavoratori con degli stipendi da fame e precarizzati,che l'autonomia e men che mai una famiglia non se la potranno mai permettere? O magari i lavoratori che vedono come un'oasi nel deserto,che pare un miraggio,l'allungamento della vita lavorativa,le famose aspettative di vita,maddechè?
E dulcis in fundo,prendere atto che dei politici,la quasi totalità di una scarsezza infinita,prendono vitalizi e pensioni impressionanti per un qualsiasi comune mortale...
Ah già,quasi,quasi,dimenticavo questa Europa delle banche e della finanza,che sa mettere solo barriere sul fenomeno degli immigrati e dei rifugiati vari,e che fa capire in modo vigliacco e ipocrita,di arrangiarsi,perlopiù all'Italia e alla Grecia.
C'è da appassionarsi vero? Ovunque ti giri davvero un "wonderful world",fino al 4 marzo ne sentiremo,leggeremo e vedremo delle belle,poi la solita routine vomitevole.
I.S.
iserentha@yahoo.it
martedì 14 novembre 2017
Tutti i punti per rivoluzionare finalmente l'Italia
Anche con Feudalesimo e Libertà
di Alessandro Gilioli
Sarà che sono stato fuori dal dibattito per una settimana ma io ancora non ho capito - dal punto di vista proprio semantico - cosa c'è dentro l'invocata "unità" politica della sinistra di cui sento oggi tanto parlare.
È unità per dare ferie malattie e maternità a chi lavora nella Gig economy e dintorni?
È unità per fare i raggi X una a una alle "cooperative" (dalla sanità alla pulizia) che fanno centinaia di milioni e sottopagano i dipendenti?
È unità per alzare le imposte di successione dei milionari, che in Itaia sono tra le più basse del mondo?
È unità per avvicinarsi - almeno avvicinarsi, dico - al principio di Olivetti secondo cui "nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minimo"?
È unità contro la legge sulle pensioni che ci porta verso i 70 anni, tra le età più alte d'Europa?
È unità per far pagare il triplo - o dare in cambio tre giorni di riposo - chi lavora di domenica nelle cattedrali del consumo?
È unità per far far pagare l'Imu a chi vive in un un castello con dieci ettari di bosco attorno?
È unità per far pagare una robusta multa mensile a chi tiene il secondo e magari il terzo, il quarto appartamento di proprietà sfitto nello stesso comune in cui è di fatto domiciliato?
È unità per dimezzare - almeno - i 24 miliardi di euro all'anno di spese militari (oltre a quelli fatti passare falsamente sotto la voce "cooperazione")?
È unità per alzare le pene e abbassare le soglie perché l'evasione fiscale sia considerata un reato?
È unità per far togliere i diritti civili a vita a chi evadendo poi truffa anche l'Isee, cioè i poveri veri?
È unità per togliere il permesso di fare impresa a chi viene beccato a pagare un dipendente in regola tre ore e le altre 8 ore a nero?
È unità per far salire ogni mese del 20 per cento il conto delle aziende che non pagano il dovuto alle loro partite Iva entro entro i 60 giorni?
Se ad esempio l'unità è su queste cose - e su tante altre, ma non quelle di cui leggo in questi giorni - io ci sto eh.
Anche con Feudalesimo e Libertà, per dire
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Al di là della personale condivisione su tutti i punti che ha inserito,entrambi possiamo considerarci dei pericolosi bolscevichi in un paese come questo.
Aggiungo unicamente la lotta alla corruzione senza alcuna pietà,intesa con pene severissime per chi viene trovato con le dita nella marmellata,poichè sono costoro che hanno e stanno mettendo in ginocchio l'Italia.
Tranquilli,le ipotetiche larghe intese o la conosciutissima destra vista sino ad ora,faranno come al solito finta di nulla.
I.S.
iserentha@yahoo.it
martedì 17 ottobre 2017
Chiamiamo le morti bianche,morti sul lavoro
Nulla di candido
di Alessandro Gilioli
Se chiedete ai giornalisti perché scrivono “morti bianche” riferendosi a chi lascia la pelle sul lavoro, molti vi risponderanno con un “boh, si usa così”. Insomma abitudine, pigrizia intellettuale, conformismo, i soliti mali del nostro mestiere.
Fu il linguista Giorgio De Rienzo a spiegare che «l’uso dell’aggettivo “bianco” allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente».
Così, in sostanza, si dà per scontata la fatalità, la casualità dell’evento, un po’ come per le morti in culla dei neonati, chiamate anch’esse “bianche”.
Nel 2008 lo scrittore Marco Rovelli (nel suo libro “Lavorare uccide”) contestò quell’espressione «che purifica e cancella ogni macchia, cosicché nessuno sarà chiamato a risponderne».
Più di recente un operaio metalmeccanico toscano, Marco Bazzoni, ha deciso di scrivere a ogni testata che usa quel modo di dire così falsificatorio, ottenendo talvolta ascolto nelle redazioni più sensibili e meno pigre.
Bazzoni è un grandissimo rompiscatole che ha quasi sempre ragione.
No, non esistono le morti bianche. Esistono le morti sul lavoro (peraltro in aumento) che hanno sempre una causa e mai nulla di candido.
Proviamo tutti a ricordarcelo, mentre parliamo, mentre scriviamo.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Non mi sono mai informato sulla origine di come si sono definite le morti sul lavoro,denominate come bianche,ma al di là dell'imbarazzante significato voluto dal tal De Rienzo,non ho mai avuto dubbi sulle pesanti responsabilità nella stragrande maggioranza sulle morti dei lavoratori.
La mancanza delle più semplici sicurezze sul lavoro sono all'origine dello sterminio,poichè di questo si tratta,essendo un migliaio nel 2016,al ritmo di almeno 3 persone che perdono la vita nel vivere onestamente sbarcando il lunario 8 o più ore al giorno.
Bene fa chi denuncia quotidianamente l'orrore,definendolo per quel che è,morti sul lavoro,sperando frequentemente invano,che i responsabili vengano severamente puniti per legge.
I.S.
iserentha@yahoo.it
lunedì 9 ottobre 2017
Come potrebbe essere facile esercitare delle effettive politiche sociali
Allargare
di Alessandro Gilioli
"Allargare" è un verbo di facile significato ma che contiene tante cose diverse.
Giuliano Pisapia l'aveva inteso come una sorta di virtuosa ricucitura di una sinistra (anzi di un centrosinistra, di un Ulivo, di un'Unione etc) che dalla fine del ventennio berlusconiano si era divisa in una continua diaspora.
Una diaspora che era cominciata prima di Renzi (il mio modesto libro con quel titolo era uscito poco dopo la fine del governo Letta): era iniziata cioè alla fine del 2011, quando era stato messo nel ripostiglio delle cose inutili il grande ombrello che aveva tenuto tutti uniti - l'antiberlusconismo, appunto - e così a sinistra si era posto il leggerissimo problema di esistere e proporsi con un'identità propria e con proposte proprie, non più solo come alternativa per fermare l'avversario.
E lì, appunto, erano iniziati i problemi.
Pensate ai tempi di Monti, all'entusiasmo con cui una parte del Pd (quasi tutto) ne accolse le riforme rigidamente ispirate all'austerity volute dalla Troika, fino alla mitica frase «Il mio programma è l'agenda Monti più qualcosa», copyright Pierluigi Bersani. Pensate al fiscal compact e al pareggio di bilancio votati come fossero aspirine. Pensate al caos dopo le elezioni del 2013, ai 101 contro Prodi, alle larghe intese con Berlusconi. Pensate alla diaspora tra chi puntava al reddito minimo e chi invece si ispirava al volumetto ideologico "Il liberismo è di sinistra". Pensate all'abisso tra Ichino e Landini, insomma, e avete un'idea di come la diaspora stesse deflagrando, ancor prima di Renzi.
Poi è arrivato Renzi e no, le cose non sono migliorate. Per una questione di scelte politiche che hanno ulteriormente diviso (Jobs Act, Buona Scuola, Sblocca Italia, Riforma costituzionale Boschi etc) e - inutile nasconderlo - anche per una certa spocchia che Renzi ha sempre mostrato verso chiunque si collocasse alla sua sinistra - gufi, professoroni, palude, vecchi gettoni telefonici, accozzaglia, fino all'esiziale "Ciaone" del suo fido Ernesto Carbone.
La diaspora è così diventata una profonda frattura politica e anche umana.
Giuliano Pisapia è un frutto riuscito del 2011. Forse il miglior frutto di quella stagione. Di quando cioè la diaspora non era ancora esplosa, anche se stava per.
L'ultimo voto altrettanto unitario e convinto della sinistra arrivò subito dopo, nei referendum su acqua, nucleare, e legittimo impedimento.
Ma era appunto il 2011. La vigilia dell'inizio della diaspora, quando tutte le contraddizioni e le contrapposizioni sarebbero venute a galla.
Il tentativo di Pisapia di ricucire questa frattura che dura da sei anni è stato tanto eroico quanto improbabile. "Contrario alle leggi della fisica", dice oggi Asor Rosa sul Fatto. Perché le ragioni politiche della frattura erano già potenzialmente profonde prima di Renzi e con Renzi sono esplose fino all'odio personale reciproco.
E qui - anche al netto delle contrapposizioni personali e/o tribali - importano poco le definizioni reciproche , tipo "Renzi è di destra" da una parte o "inutile sinistra tafazziana di testimonianza" dall'altra. Importano invece le cose concrete, quella fatte e quelle non fatte. Di nuovo: il Jobs Act, il demansionamento, il telecontrollo, il boom dei licenziamenti disciplinari, il reddito minimo sì o no, il welfare universale, le scuole pubbliche, i voucher e la regolazione della gig economy, le pensioni (ci avviamo verso l'età pensionabile più alta d'Europa), le imposte di successione (qui invece siamo tra le più basse del mondo), le spese militari, i lager libici voluti da Minniti etc etc.
Insomma, sì: non è facilissimo ricucire chi voleva una cosa e chi il suo contrario, solo perché sette anni fa si era tutti antiberlusconiani.
Non è facile ricucire chi è d'accordo con Piketty e chi con Alesina-Giavazzi. Chi guarda a Corbyn e chi a Macron.
È andata quindi come doveva andare.
E a me personalmente dispiace soprattutto che il confronto-scontro alla fine si sia declinato più su personalismi e battibecchi che non sulle cose concrete di cui sopra, che poi sono quelle veramente scriminanti.
Tuttavia, per fortuna, "allargare" è - come si diceva - un verbo che contiene tante cose diverse.
Può voler dire allargare nel Palazzo a Tabacci, Sanza e magari Boschi e Calenda; oppure può voler dire allargare a quei milioni di italiani che - come in Gran Bretagna, come in Francia, come in Spagna, come negli Stati Uniti - potrebbero essere interessati alle discriminanti sociali di cui sopra: for the many, not the few.
Insomma, a ciò che per pigrizia o tradizione chiamiamo "sinistra".
Che non è quella cosa che serve "a fermare la destra", ma a fare cose di sinistra.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Siamo arrivati al 2017 e delle liti personalistiche tra costoro penso che interessino a pochi,oltre sfruculiare gli zebedei in modo insopportabile.
Se non si è riusciti a capire che fare politiche diverse dall'epoca di Monti in poi,verso le famiglie,l'occupazione possibile,contro le disuguaglianze da reddito, con una forbice sempre più ampia tra pochi eletti e il resto dei lavoratori,sugli investimenti della pubblica istruzione,lottando senza pietà contro la corruzione e l'evasione fiscale,e il magna,magna sulla sanità,rendendola più efficace combattendo gli sprechi.
Questi sono alcuni punti tra i più importanti da portare sul dibattito elettorale,senza rincorrere le solite sirene centriste che ce la mettono in saccoccia da decenni,allora meglio alzare bandiera bianca e arrendersi a ciò che abbiamo visto sino ad ora.
Un consiglio a Pisapia,invece di trovare armonie dall'esterno con Renzi e soci,si immerga direttamente al suo interno,altrimenti diventa una comica surreale.
I..S.
iserentha@yahoo.it
giovedì 14 settembre 2017
Riflessione sugli stupri diventati un'arma politica in Italia
Carabiniere, immigrato o capo del Fmi
di Alessandro Gilioli
Faccio molta fatica a credere che nel 2017 un maschio - sia esso carabiniere o immigrato o capo del Fondo monetario - se violenta una donna lo fa solo per sfogare la sua "incontenibile pulsione erotica".
Faccio molta fatica a credere che sia solo una questione di pulsione erotica per tanti motivi ma soprattutto per le infinite - infinite - occasioni di rapporto sessuale consenziente (anche se magari mercimoniale) che oggi vengono proposte a chiunque - a qualunque maschio di qualunque età e condizione sociale: da Tinder ai centri massaggi delle ragazze cinesi. L'accesso al sesso è ovunque e oggi farebbe solo ridere l'argomentazione difensiva più comune con cui gli avvocati degli stupratori arringavano mezzo secolo fa: "È stato provocato, non ce l'ha fatta a trattenersi".
Credo invece che, almeno in molti casi, nello stupro ci sia dietro qualcosa d'altro rispetto all'animalità incontrollata: cioè l'ansia del potere, la conferma del potere o (rovescio della stessa medaglia) la frustrazione del potere mancato. Insomma in ogni caso la competizione verso il potere, di cui la donna-preda è solo (atavico) simbolo.
Lo stupro, a chi lo mette in pratica, "serve" a questo: a sentirsi "persona alfa", a confermare o a dare l'illusione che la propria maggiore forza fisica rispetto alla vittima esprima e soddisfi più in generale il proprio potere, il proprio stare più in alto di qualcuno nella grande competizione globale in cui siamo tutti immersi e ai cui siamo tutti stati imprintati.
Non sto scoprendo nulla di nuovo, lo so: ci sono centinaia di libri sulla psicologia dello stupratore, sulle sue varianti eccetera. C'è anche un bel romanzo d'esordio (quello di Houellebecq) che mostra i percorsi paralleli e intrecciati di sesso e condizione sociale nella corsa collettiva verso il dominio.
Non sto scoprendo nulla di nuovo ma forse la prevenzione dello stupro deve passare - fin dalle scuole, ma sarebbe bello anche altrove - da una battaglia culturale che coinvolga i maschi rovesciando il loro cervello: quello che invece fin da piccoli ci viene attrezzato per la gara, per la concorrenza, per l'agonismo sociale.
E dove la conquista fisica e violenta della donna si trasfigura come parte e specchio di questo tragico iper agonismo.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Va benissimo l'educazione che ha prospettato,ben venga,sicuramente conterrà lo schifoso fenomeno che si sta moltiplicando ogni anno che passa ,che siano violenze e delitti fatti da italiani e stranieri,le pene fortunatamente sono state inasprite,dovesse essere appurato il reato di stupro dei due carabinieri,c'è un aggravante in più a mio modo di vedere,avendole fatte con la divisa intendo.
Sicuramente in questo tipo di reato è radicato il dominio del maschio alfa,ma è soprattutto l'aprofittare della facile occasione a determinare molti fatti di questo genere.
Rischiare quasi una quindicina d'anni per la violenza su una donna o su una qualsiasi persona,si va oltre l'incomprensibile,saranno maschi alfa dotati di un ego spropositato,ma anche di un enorme idiozia,è giusto che paghino severamente.
I.S.
iserentha@yahoo.it
giovedì 7 settembre 2017
L'Europa soddisfatta e i lager in Libia
Meditiamo che questo è
di Alessandro Gilioli
Possiamo tranquillamente infischiarcene di quello che ci dice Medici Senza Frontiere sulle condizioni dei campi di prigionia in cui sono detenuti i migranti che cercavano di raggiungere l'Europa: «Ammassati in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costretti a vivere una sopra l'altro. Gli uomini costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi».
Possiamo fottercene perché avere ridotto quegli esseri umani in queste condizioni è stato - direbbe Minniti - «nell'interesse nazionale» italiano: e tutti i nostri commentatori, da Paolo Mieli in giù, hanno celebrato questa situazione come un successo, dato che così sono diminuiti gli sbarchi.
Una brava collaboratrice dell'Espresso, Francesca Mannocchi, è entrata in uno di questi campi qualche giorno fa e l'ha raccontato sull'ultimo numero del giornale per cui lavoro: «Tra le 100 e le 200 persone per stanza, nessuna possibilità di essere visti da un medico, "i libici ci trattano come animali, nessuno ci dice che cosa sarà di noi, fino a quando staremo chiusi qui e perché"». In un altro centro, riservato alle donne, una era appena morta di parto; i bambini erano denutriti, i neonati tenuti nella plastica. Ovviamente, anche qui, non si è mai visto nessun dottore.
Questo nei centri di detenzione "ufficiali", quindi in qualche modo accessibili: ce ne sono altri gestiti direttamente dalle milizie armate dove non si può avvicinare neppure la polizia, figuriamoci i giornalisti. Su quello che può accadere lì, solo buio e silenzio.
In sostanza, prima i clan libici prendevano soldi dai migranti per trasportarli oltre il Mediterraneo; ora prendono soldi dai governi europei, Italia in testa, per tenerli chiusi nei lager.
Di solito le persone finite lì dentro erano partite dai vari Paesi dell'Africa occidentale e prima di entrare in Libia hanno attraversato il Niger.
Anche qui la Ue è intervenuta per sovvenzionare il governo e le tribù affinché bloccassero i migranti. Le varie autorità così remunerate hanno preso sul serio l'impegno e le carceri del Niger sono piene. Altrove, i militari hanno circondato i pozzi d'acqua sulle piste nel deserto, per evitare che i migranti li usassero per bere dopo aver percorso centinaia di chilometri nel deserto con temperature tra i 40 e i 50 gradi. I "passeurs" allora hanno spostato il traffico su altre piste secondarie, più pericolose perché prive di punti d'acqua. Anche qui riporto la cronaca sull'Espresso di Giacomo Zandonini, collega che il Niger lo conosce bene: «Ho scavato con le mie mani una fossa per venti persone morte di sete», gli ha raccontato un migrante.
Qualche anno fa noi occidentali giustificavamo l'intervento armato in altri Paesi - Afghanistan, Iraq, Libia - come "operazione umanitaria": la nostra coscienza non poteva accettare che feroci dittatori insanguinassero il loro paese. Adesso invece, curiosamente, prevale "l'interesse nazionale", quindi delle peggiori violazioni dei diritti umani in altri Paesi non ci interessiamo più. Benché questa volta ci sia l'aggravante che siamo stati noi stessi - con la svolta politica Ue per impedire gli sbarchi - a essere causa o almeno concausa di questa carneficina. Si vede che abbiamo la coscienza a giorni alterni.
«Meditate che questo è stato», ci diceva Primo Levi sull'Olocausto.
Noi invece siamo costretti a meditare che questo è, ora, adesso.
Meditiamo che questo è. O ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.
DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE
Siamo tutti colpevoli,anche chi non ritiene di esserlo,l'Africa è in queste condizioni per un innumerevoli ragioni,le proprie prima di tutto,e dal colonialismo altre responsabilità si sono aggiunte e in modo colpevolmente grave,grazie allo sfruttamento del loro territorio lasciando in miseria chi ovviamente le ricchezze le deteneva.
Ora c'è il crudele giochino a scaricare le responsabilità,dall'Italia alla Grecia che una parte l'hanno fatta,magari in modo approssimativo,del resto il fenomeno è talmente vasto che sarebbe stato difficile fare di meglio,arrivando a una condizione diventata insostenibile per la chiusura dell'Europa.
Ieri la corte europea ha condannato alcuni paesi,gli ultimi arrivati che non ne vogliono sapere di accogliere chicchessia,quelli sono entrati per prendere cosa c'è di buono,mica per ospitare un pezzettino d'umanità.
Si,siamo tutti colpevoli del disastro umanitario,forse perchè siamo in troppi su questo pianeta,le risorse che non sono illimitate ad iniziare da quelle idriche sempre più scarse e gli sconvolgimenti climatici,sono tutte componenti che affosseranno la qualità di vita vissuta sino ad ora,e non solo la qualità.
I.S.
iserentha@yahoo.it
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