Potrebbero anche condannarmi,e io non mi schiodo,un comportamento insopportabile in una qualsiasi democrazia occidentale,ma l'Italia è un caso a parte....
[ vignetta dall'inserto satirico ]
[ vignetta dal Fatto quotidiano ]
«Ho ancora fiducia nell'esistenza di magistrati seri che pronunciano sentenze serie, basate sui fatti. Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto». Lo afferma il premier Silvio Berlusconi, in una dichiarazione contenuta nell'ultimo libro di Bruno vespa 'Donne di cuori', in riferimento ad alcuni processi in corso a suo carico.
Quanto al caso Mills -il legale inglese per il quale è stata confermata la condanna per corruzione - per Berlusconi «è una sentenza che certo sarà annullata dalla Corte di Cassazione». Vespa chiede poi a Berlusconi come spieghi la campagna internazionale che si è scatenata su di lui da maggio in poi. «È partita da Repubblicà e l'Espresso - risponde il presidente del Consiglio - e su sollecitazioni di questo gruppo si è estesa ai giornali e ai giornalisti 'amici'. Per gettare fango su di me ha finito col gettare fango sul nostro Paese e sulla nostra democrazia».
[ da L'unità ]
La migliore condizione per liberarci di questo pesante fagotto,sarebbe quello del popolo sovrano,invece nonostante tutto,i suoi deliri e nefandezze varie,costui gode della medesima popolarità in modo inattaccabile,davvero un paese "suggestivo" per essere gentili,chiaramente.
Le contraddizioni palesi della politica italiana,la quale non riesce a nascondersi dietro ad un dito,poichè il predicare bene e razzolare male è diffusissimo,dove può contare nel giornalismo compiacente e assolutamente ben inserito dentro al carrozzone.
Da qui è facile pontificare. Ma cosa farei io, se mi trovassi a passare davanti a un bar del rione Sanità mentre un uomo giace sul marciapiede con il sangue che esce dalla testa? Resterei pietrificato, scapperei, chiamerei la polizia. Una di queste cose o magari tutte e tre, non so in che ordine. Nel filmato diffuso dalla questura di Napoli si vede invece come l’assassinio di camorra rientri in un contesto che Saviano ha definito di «tragica serenità»: l’anziana gioca a Gratta e Vinci, il venditore abusivo smonta il banchetto, la signora con le borse della spesa passeggia senza scomporsi. Ciascuno obbedisce a un riflesso automatico, inculcato fin dall’infanzia: fatti i fatti tuoi.
Poi sulla scena arriva un’altra donna. Scavalca il cadavere a testa alta per non vederlo, in omaggio al codice di cui sopra. Ma qualcosa la risveglia dall’assuefazione. Mi piace pensare sia una voce dal fondo del cuore che le urla: comportati da essere umano. Allora torna indietro, si abbassa, lo guarda in faccia, chiama aiuto. E d’incanto il suo gesto mi restituisce un po’ della speranza che avevo perduto.
[ da La stampa ]
L'omicidio in video pubblicato in rete,fotografa molto bene una diffusa realtà del mezzogiorno,dove la malavita,la criminalità organizzata influenza in ogni momento la vita di chi vive in quelle zone,la paura,o forse meglio dire il terrore d'essere coinvolti. Perlomeno una telefonata alla polizia ed una ambulanza potevano essere considerati normalità,invece a parte la donna e il suo dietro-front,esiste solo il solito teatrino,per altro non compreso nel video inserito,evidentemente la donna è apparsa qualche secondo dopo.
Le turbine sperimentate per sfruttare il vento,sono state trasformate nella profondità dei mari
In inglese si chiama serendipity, in italiano coincidenza. Cioè si sta cercando qualcosa in un certo campo, quando si scopre che invece funziona in tutt'altra direzione. È quanto avvenuto alla Minesto, compagnia del gruppo svedese Saab. Gli ingegneri stavano studiando un aquilone a turbina per produrre energia con il vento, quando si sono accorti che l'apparecchio sarebbe stato molto più efficiente immerso nel mare, dove l'acqua è 832 volte più densa dell'aria.
IN ACQUA - Detto e fatto: Green Deep è stato convertito dall'aria all'acqua. Si tratta di una turbina sorretta da un'ala dal peso totale di 7 tonnellate che, ancorata con un cavo al fondale marino a 60-150 metri di profondità, fluttua descrivendo una traiettoria a forma di 8 orizzontale, come il simbolo dell'infinito. Il processo avviene in due fasi. Nella prima si aumenta la velocità del flusso che entra nella turbina. Quando la marea colpisce l'ala, questa di abbassa creando una forza ascendente e con la traiettoria a 8 rovesciato la velocità del flusso è aumentata di dieci volte. Nella seconda fase si utilizza un generatore per convertire l'energia cinetica in elettricità. Secondo la Minesto dopo sole tre settimane l'aquilone sottomarino ha già recuperato l'energia spesa per realizzarlo, contro gli 8 mesi che servirebbero se fosse utilizzato in aria. Ogni aquilone ha una potenzialità di 500 kW. Ogni kilowattora viene prodotto a un costo di 0,09-0,20 dollari (0,06-0,14 euro).
POTENZIALITÀ - In Europa, però, la potenzialità di un sistema simile potrebbe essere espressa quasi solo in acque britanniche, dove le correnti sono pari a 1-2 metri al secondo a una profondità di 6-120 metri. Il ministero dell'Energia britannico si è già interessato al progetto. Deep Green è ora finanziato dai governi svedesi e britannico e ha ricevuto quasi 3 milioni di dollari da altre compagnie. Si stima che un sistema completo di aquiloni sottomarini possa produrre 18 terawattora annui, sufficienti per assicurare energia a quasi 4 milioni di abitazioni in Gran Bretagna
[ da Corsera ]
Peccato che questa tecnologia possa essere sfruttata nei mari con forti correnti marine,il nostro Mediterraneo non ne ha di particolarmenti forti,ma la ricerca su questo fronte andranno avanti,del resto come annunciato da più parti,la sfida del XXI secolo saranno le energie alternative,chi lavorerà meglio su questo fronte avrà in mano l'economia mondiale.
Meno autonomia uguale più merito. E più privato uguale più qualità. Sono queste le equazioni che stanno dietro il provvedimento sull’università approvato ieri da Palazzo Chigi. Era dai tempi del sedicente “pacchetto sicurezza” che il volto ideologico della destra che ci governa non lasciava un’impronta tanto nitida. E lo si deve alla furia riformatrice di una figlia della Bergamasca come Mariastella Gelmini, il ministro dell’Istruzione che per diventare avvocato scese a sostenere l’esame in Calabria, in un’ottica di “istruzione patria” di chiara marca deamicisiana (dalle Alpi all’Appennino e ritorno).
La realtà della riforma va oltre gli slogan ed è di volgare concretezza: come per la scuola, non c’è un soldo bucato neppure per gli atenei. Giulio Tremonti non sgancia e la Gelmini, che proprio ieri ha confessato al suo ideologo di riferimento Maurizio Costanzo di voler scrivere un libro di “favole regionali” manco fosse Italo Calvino, copre così la sua triste realtà di piccola fiammiferaia di Viale Trastevere. Ci sono meno denari per gli studenti più bravi, ma si racconta che i criteri di attribuzione saranno più severi e meritocratici. Ci sono meno soldi per gli atenei pubblici e si restringe ulteriormente il diritto allo studio sancito dalla Costituzione, ampliando il ricorso agli odiosi test d’ingresso. Si vuole limitare l’offerta formativa delle università statali, limitandone l’autonomia, e si copre il tutto con l’ingresso del famoso “mercato”.
Se almeno avessero il coraggio della provocazione culturale, si potrebbe discutere con una certa allegria. Potremmo chiudere gli occhi sugl’interessi dei privati “sussidiati” ai quali abbiamo assistito nella sanità e nei servizi pubblici essenziali. Potremmo berci la storiella che il contributo scientifico e culturale di Sciùr Brambilla e Cumènda vari sia la vera modernità. Potremmo perfino ripescare meravigliose provocazioni libertarie come quelle di Enzensberger per un “ritorno al precettore”. Poi però uno vede l’ombra di Giulietto Mani di Forbice e capisce che la prima favola della Gelmini ha per titolo “L’ateneo dimezzato”. E allora la può raccontare giusto al Costanzo Show.
L’UNIVERSITÀ PRIVATA DI TUTTO: RESTA IL BUSINESS
Il Governo conferma la riforma e i tagli di Tremonti: 1000 milioni in meno in 5 anni. I manager guideranno gli atenei
di Caterina Perniconi
La fine di un'epoca. Con la riforma dell'Università approvata ieri dal Consiglio dei ministri, sostanzialmente si chiude il capitolo ‘Università pubblica’ in Italia. Il nostro paese non è più in grado di sostenere il sistema e garantirne l'eccellenza. Perciò apre ai privati, che presiederanno i Consigli d'amministrazione e, inevitabilmente, influiranno sull'autonomia degli atenei.
DERIVA AZIENDALISTICA. Il progetto del ministro Gelmini prevede che il 40% dei membri dei Cda provengano dall'esterno (compreso, al bisogno, il presidente) e l'introduzione di un manager al posto del direttore amministrativo. Su questo aspetto si è mostrato contrario anche il capogruppo dei senatori del Pdl Gasparri: “Personalmente - ha detto - ritengo sbagliato far eleggere il presidente del Cda dai componenti piuttosto che dal rettore. L'Università ha una sua specificità che va mantenuta”. I Consigli di amministrazione assorbiranno gran parte dei poteri del senato accademico e saranno composti dal rettore, da uno studente e da, massimo, altri nove componenti. Dunque sarà diminuita la rappresentanza e il pluralismo di opinioni, proprio nel momento in cui arrivano i privati. Del resto già l'anno scorso era stata inserita, nella legge per lo sviluppo economico, la trasformazione degli atenei in fondazioni. “Siamo molto preoccupati da questa deriva aziendalistica - spiega Claudio Riccio del Link studenti universitari - con l’alibi della situazione economica sono previsti ovunque aumenti delle tasse. Tasse alte ed esterni negli organismi decisionali sono le principali caratteristiche degli atenei privati. Ciò vuol dire che entro nove mesi dall'approvazione (tempo previsto dalla riforma per essere recepita, ndr) tutte le università statali diventeranno di fatto private”.
CONFERMA DEI TAGLI. Ma questo è solo uno dei temi affrontati nel disegno di legge. Di sicuro quello più caro a Tremonti, che vuole alleggerire il finanziamento pubblico agli atenei. In 5 anni, infatti, saranno tagliati dal Fondo di finanziamento ordinario più di 1000 milioni, pari al 15% del totale. E, nonostante i proclami che anche ieri il titolare di via XX Settembre ha ribadito in conferenza stampa sul recupero dei soldi con lo scudo fiscale, il taglio non è mai stato rettificato. “La proposta del ministro Gelmini - ha dichiarato la Conferenza dei Rettori - rappresenta un’occasione fondamentale. Ma ora è indispensabile, e per più aspetti pregiudiziale, che all'avvio del processo riformatore e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse. A partire da quanto sarà garantito al finanziamento degli atenei per il 2010. Se il taglio fosse confermato provocherebbe il crollo di buona parte del sistema universitario".
REGOLE SUPERFICIALI. Le università saranno rese più autonome nella gestione dei fondi, e verranno valutate dall'Anvur (Agenzia nazionale della valutazione dell'Università e della Ricerca introdotta nella precedente legislatura). I meritevoli avranno più soldi, gli altri li perderanno. Un metodo esistente anche all'estero, che però ha bisogno di essere regolato. “Oggi - racconta Michele Cascella, professore emigrato in Svizzera - si valutano le università nel loro complesso e questo è sbagliato. Perché se un ateneo ha un dipartimento eccellente e cinque scadenti, anche chi ha lavorato virtuosamente verrà spazzato via. Servono regole più precise e non così superficiali”.
SORTEGGI INFINITI. La riforma prevede anche l'introduzione dell’abilitazione nazionale per l’accesso di associati e ordinari. “L’abilitazione - ha spiegato il Ministro - è attribuita da una commissione nazionale, anche con membri stranieri, che saranno sorteggiati”. Già, il sorteggio: un metodo che, come il Fatto Quotidiano ha raccontato con il bando “Futuro in ricerca”, non funziona (in 6 mesi il Ministero dell’università e della ricerca non è riuscito a scegliere 20 nomi in una rosa di 60). Adesso la Gelmini vuole riproporlo e istituzionalizzarlo per una commissione che avrà potere sul futuro degli studenti. Il Ministro, in conferenza stampa, non risponde alle domande. Resta aperta la questione: non esiste altro metodo?
PRECARI SENZA BORSA. Arriveranno all'abilitazione i ricercatori che saranno stati contrattualizzati a tempo determinato per 6 anni (3+3). Quindi non c'è più la terza fascia docente e non è chiaro chi li sceglierà e con quale metodo. Al termine dei 6 anni il ricercatore, se abilitato, sarà confermato a tempo indeterminato come associato. Soldi permettendo. Che per il momento le università non hanno. “Noi studenti non siamo contrari ai metodi di valutazione - spiega Lorenzo Zamponi, dottorando di Padova - ne vorremmo anche di più selettivi. Ma purtroppo non si possono valutare gli studenti sulla base di una ricerca che non possono fare perché non ci sono soldi. In più questa riforma prevede che in quei 6 anni i ricercatori si dedichino alla didattica, cioè insegnino abusivamente”. Tra le novità, inoltre, quella che preoccupa di più gli studenti è l’abolizione delle borse post-dottorali. “Ammetto che non è dignitoso trovarsi a più di 30 anni dopo aver studiato per almeno 10, con una borsa di studio - dice Francesca , ricercatrice romana - e che sarebbe auspicabile che queste fossero davvero sostituite da contratti seri. Ma il mio dubbio è: tutte le persone che sopravvivevano con la borsa di studio che faranno? Avranno un contratto o andranno a casa”? DIRITTO PER DELEGA. È prevista inoltre la delega al governo per cambiare la legge sul diritto allo studio. Ciò significa che la riforma non sarà discussa in Parlamento. L'obiettivo è quello di versare altre borse ai più meritevoli. Ma ogni anno molti ‘idonei’, cioè bisognosi di contributo per studiare, non ricevono i soldi per mancanza di fondi. Sarà difficile coprire quella spesa e averne altri per i più bravi. E poi: aumento del ‘prestito d'onore’, fondato anche questo sull'intervento dei privati (è un metodo usato all'estero dagli studenti che chiedono soldi alle banche per studiare e li restituiscono con gli stipendi). Ma l'Italia non è l'America, i ricercatori restano precari a lungo e senza regole rischiano di trasformarsi in un esercito di indebitati cronici. LE REAZIONI. Ieri gli studenti hanno manifestato in tutt'Italia contro la riforma. A Roma gli universitari di Link hanno occupato per qualche minuto alcuni uffici del ministero. Sit-in di protesta davanti alle prefetture fino a notte fonda a Torino, Genova, Napoli, Lecce, Siena, Taranto e Bari. Per la Cgil la riforma “è un’operazione scopertamente autoritaria, una netta invasione di campo nei confronti dell’autonomia universitaria”. Per la Cisl “manca una concreta soluzione alla situazione dei ricercatori ai quali si continua a negare lo status della docenza introducendo ambiti di precarietà che ne indeboliscono ulteriormente il ruolo”. Secondo il Partito democratico “la Gel-mini tradisce completamente i propri impegni e non fornisce risorse aggiuntive. Aveva detto che le riforme sarebbero state scambiate con le risorse ma nel ddl non c'è n’è traccia”. “La riforma dell'università non è stata concertata con i diretti interessati – dichiara l'Italia dei Valori - i quali saranno costretti a subire le scelte di un governo irresponsabile che sbarra l'accesso agli atenei e che ragiona con la sola logica dei costi”. Forse si ritroveranno tutti in piazza il 17 novembre, giorno fissato dagli studenti per la manifestazione nazionale.
In fin dei conti tornare ai bei "sapori" d'un tempo non è male,quando solo le famiglie più ricche potevano permettersi di iscrivere il figlio a scuola e determinare la sua cultura,fa parte del pacchetto di questa destra inguardabile,purtroppo col suggello del popolo sovrano,il quale ormai le speranze che si desti sono impossibili. Impoverire sempre più l'Università statale,la quale non è a costo zero manco adesso,dipende dal reddito famigliare,fa parte della tattica di questo esecutivo,creare un solco sempre più profondo fra ceti ricchi e poveri,è praticamente un godimento per costoro,del resto hanno in buona parte l'appoggio degli stessi.
Viva l'Itaglia,lo vedremo scritto così tra qualche tempo,il motto è dopo i 16 anni,
Va a lavurà con un bel contrattino a tempo determinato,sotto pagato e con ore in più non contemplate in busta paga,se vuoi mantenerti il posto di lavoro,chiaramente!!
Il presidente della Sicilia Lombardo e il sindaco di Messina Buzzanca a Giampilieri, nel luogo dove l’alluvione ha provocato morte e distruzione
[ foto dal Fatto quotidiano ]
Se più niente ha il potere di stupirvi, ascoltate questa conversazione carpita dall’emittente Reggio Tv il giorno dei funerali delle vittime di Messina. C’è il governatore siciliano Lombardo che si lamenta con alcuni amici per aver firmato un decreto che consente a un consigliere comunale di costruirsi una casa in riva al torrente (quindi lievemente abusiva). «Capite? Chissà quanti ne firmo senza sapere, perché c’ho tanto di carte».
Per certi versi sarebbe stato meglio che avesse agito in malafede. Mi sarei sentito un po’ più sicuro, un po’ meno affidato al caso. Quel che invece apprendiamo dalla viva voce di Lombardo è che siamo nelle mani di una banda di politici superficiali e stressati che non hanno alcuna consapevolezza dei loro atti. Non hanno consapevolezza di quel che dicono e che di solito è pensato e scritto da altri. Non hanno consapevolezza delle mani che stringono, perché vengono portati in giro come madonne pellegrine e indotti a dar retta a persone di cui ignorano la storia e la fedina penale. E non hanno consapevolezza dei documenti che firmano, spesso a tarda sera, nei ritagli di tempo fra il collegamento tv e la dichiarazione ai giornali: il loro vero lavoro. E’ chiaro che gente così dovrebbe almeno circondarsi di collaboratori preparati e integerrimi. Invece a prosperare in quella palude sono spesso i più servili, gli eterni portaborse. E così, dopo aver passato una vita a reclamare che fossero pulite, ci accorgiamo quanto sia importante che le mani della politica siano anzitutto attente, concentrate.
[ da La stampa ]
Attento Gramellini,non ho la verità in tasca,ma in alcune zone del paese si fa i finti tonti per non pagare dazio,insomma si mente a se stessi,per sopravvivere anche politicamente,meglio firmare e si sa bene a chi e confessare che si firma per troppe carte sotto il naso...come si dice a Napoli,"accà nisciuno i fisso" soprattutto a certi livelli,e non si diventa sindaco per caso!!
L'influenza A dimezza la scuola: classi deserte,ma non è pericolosa
[ dall'inserto satirico ]
Alla fine l’influenza A/H1N1 è arrivata. E il primo ambiente in cui si è manifestata in modo aggressivo è stata la scuola. Anche se le scuole in modo ufficiale non lo sanno: nessun dirigente, tra quelli interpellati da La Stampa, ha avuto conferma di casi da famiglie o asl. Eppure che si tratti proprio di A, in anticipo sulle previsioni (confuse dall’inizio), alla fine l’ha detto la Regione. Il virus è arrivato in anticipo anche sulle auspicate vaccinazioni del personale docente e non docente, per le quali i dirigenti avevano ricevuto una lettera dal ministero con la richiesta di inviare, entro il 24 ottobre, il numero dei volontari.
Molte scuole hanno indicato la metà della settimana scorsa come inizio delle assenze in massa. Il fenomeno, però, si presenta a macchia di leopardo, con grandi differenze tra scuola e scuola e addirittura tra zona e zona del medesimo piano. «Ieri avevamo classi con 2-5 bambini presenti su 25 e altre, girato l’angolo del corridoio, al completo», dice Lorenza Patriarca, dirigente dell’istituto comprensivo Tommaseo. L’IC Tommaseo ha più sedi oltre a quella storica di via dei Mille. «La media di via Sant’Ottavio - prosegue - per ora è indenne, mentre per l’elementare D’Assisi di via Giulia di Barolo ieri abbiamo ordinato 140 pasti su 260 alunni iscritti. È evidente che il contagio è piuttosto aggressivo. Ma abbiamo telefonato alla Asl e il servizio di pediatria ha detto che non si tratta dell’influenza A. Le scuole cosa devono fare?».
Gli stessi dubbi si ritrovano altrove. Ugo Mander, dirigente dell’Istituto Comprensivo Cairoli, nei pressi di piazza Bengasi, spiega che «alle elementari gli assenti sono una decina per classe, mentre alle medie sono 5-6. Anche alcune insegnanti sono a casa, in permesso, per curare i figli malati. I sintomi? Febbre alta, tosse». A Mirafiori, direzione didattica Duca degli Abruzzi, anche la dirigente Maria Grazia Mammana racconta di avere un certo numero di classi decimate: «Si sono create delle concentrazioni di assenti. Comunque, i rientri sono veloci, in cinque giorni i bambini tornano. Noi, però, non abbiamo modo di sapere di che cosa si siano ammalati».
In Barriera di Milano, alla Gabelli, la dirigente Nunzia Del Vento spiega che «tra i bambini ci sono influenze con febbre e tosse, ma anche altre forme con mal di pancia e mal di stomaco. In una classe ieri erano presenti 12 su 24. Ci sono insegnanti che si preoccupano, da noi ha accettato la vaccinazione il 70% del personale. La realtà è che non abbiamo nessuna direttiva attraverso il servizio di pediatria, nessuno ci ha detto che ci sia un’influenza A accertata».
Nulla di diverso dal solito, invece, all’Istituto comprensivo Cena di strada San Mauro come al Pacinotti di San Donato e al Vivaldi di via Casteldelfino. La mappa dell’assenza per malattia si intensifica nuovamente a Trofarello. Il dirigente dell’Istituto comprensivo, Antonio Palmas, elenca le assenze di ieri: «Alla materna mancavano 52 bambini su 320, alle elementari 3-4 per classe, alle medie 32 su 250». Situazione anche più seria alla media Alighieri di Pozzo Strada: «Su 937 alunni ieri mancavano in 180, il 20%. Il fenomeno è scoppiato venerdì. Sto monitorando, in particolare quando sento voci allarmistiche: telefono ai genitori. Però di influenza A nessuno parla».
Anche alle superiori, in particolare nei primi anni, l’epidemia si fa sentire. Se al Primo Artistico di corso Cadore proprio ieri si è cominciato a notare un incremento di assenti e al D’Azeglio ci sono state classi assottigliate nei giorni scorsi, al liceo classico Alfieri il preside Riccardo Gallarà spiega che «in ogni classe registriamo alcune assenze legate all’influenza, in totale circa il 10%: da una settimana aumentano di giorno in giorno. Arrivano gli insegnanti a dire “Volevo fare il compito in classe ma gli assenti sono troppi...!”. In Facebook, poi, sono tanti i ragazzi che si lamentano della febbre».
[ da La stampa ]
La vignetta chiarisce molto bene il momento,l'allarmismo da qualche mese è in atto,poichè se è del tutto lecito informare sui comportamenti da interpretare,tipo le norme igieniche da osservare,il tam,tam mediatico ha aiutato il proliferare di paure che si stanno rivelando del tutto infondate,l'esempio della conclamata diffusione nelle scuole torinesi prova la inconsistenza del terrorismo psicologico creato,ovvero dopo alcune linee di febbre e in pochi giorni termina il malessere.
Purtroppo sono stati presi d'assalto i pronto soccorsi di alcuni ospedali,al sopraggiungere di alcune linee di febbre.
Speriamo che l'immaginario collettivo si metta finalmente il cuore in pace,la febbre suina si sta dimostrando davvero un dettaglio superabile in poco tempo.
Il contribuente italiano paga oltre 200 milioni, spesso a testate fantasma
di Beatrice Borromeo
In questi giorni la campagna di Radio Radicale per evitare la chiusura (scade la convenzione ministeriale) ha riaperto il dibattito sui finanziamenti pubblici all'editoria. Sono stati recentemente resi noti i dati dei contributi erogati nel 2008 in riferimento al 2007: si tratta di 200 milioni 776 mila euro. Sono 32 le testate che hanno ricevuto più di 2 milioni e mezzo di euro di finanziamento. Il Fatto Quotidiano, ha volontariamente rinunciato a questi finanziamenti. Il professor Marco Gambaro, esperto di media e comunicazione dell'università Statale di Milano dice: “Complimenti, scelta coraggiosa. Questi finanziamenti sono uno spreco di soldi pubblici”. E aggiunge: “É una scelta solamente politica che serve a far sopravvivere giornali che non vendono”.
Oggi gli aiuti a un organo di stampa vengono concessi con queste regole: ne beneficiano le testate espressione di partiti e movimenti politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare (spesso costituito con l’unico scopo di ottenere i fninanziamenti) in una delle camere o nel parlamento europeo, i quotidiani editi da cooperative giornalistiche o la cui maggioranza sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali. Attingono ai contributi anche le imprese radiofoniche o televisive, sempre a patto che siano organi di partito politico. “Oggi si finanzia in base alle copie che il giornale tira - continua il professor Gambaro - non di quelle che vende. Il risultato è che ne vengono stampate tantissime e ci sono ogni giorno rese enormi. Questo sistema è completamente sbagliato : è ingiusto e soprattutto non efficiente. I giornali che vendono due o tremila copie non hanno senso di esistere”. É vero però, ribattono gli interessati, che da molti piccoli giornali arriva un contributo al dibattito italiano. Da l’“Unità” al “Foglio”, dalla “Padania” all’ “Avvenire”. É una ragione valida per salvarli? “Il loro peso nel dibattito – risponde il professore - in realtà è minimo. Sono giornali che non hanno mai delle esclusive, o delle notizie importanti”. Il professor Gambaro suggerisce una possibile alternativa al modello attuale: “Io credo nel mercato, bisogna lasciar morire chi non vende abbastanza copie per sostenersi. Per il dibattito delle idee c’è un’alternativa economia alla portata di tutti. Internet può dare spazio ai diversi punti di vista riducendo quasi a a zero i costi: si guardi al’esperienza del sito di economisti lavoce.info, è autorevole e influente e costa poco”.
Nella classifica dei giornali finanziati dallo Stato ci sono testate come “Linea”, “Cronacaqui.it ”, “Il Globo” e addirittura “Sportsman, cavalli e corse”. Quest'ultimo si aggiudica 2 milioni 530mila euro all'anno. E anche altri ottengono cifre analoghe. Se li si vuole comprare in edicola però, non è facile trovarli. "Il Globo - spiega Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale e storico conduttore della rassegna mattutina “Stampa e regime” - era una gloriosa testata economica, molti anni fa . Oggi sinceramente non ho idea di cosa sia diventato. Con questi finanziamenti si generano anche situazioni decisamente imbarazzanti: perché viene sostenuta, per esempio, la Gazzetta di Forlì ma non quella di Cesena? Tutto questo sarebbe ridicolo se le cifre non fossero così ingenti”. Anche Bordin si schiera contro i finanziamenti pubblici, ricordando che Radio Radicale aveva promosso un referendum per abolirli: “I finanziamenti sono indecorosi. Ma allo spreco di denaro pubblico, dopotutto, siamo abituati. Il vero scandalo è che vengano finanziati i partiti”. É anche vero, come ricorda il giornalista, che la stessa Radio Radicale usufruisce dei soldi pubblici: “La differenza sta nel fatto che noi possiamo documentare la destinazione del denaro fino all'ultimo centesimo. Non facciamo una ‘distrazione’ di fondi, come molti altri: le truffe sono continue. Leggendario rimane l'esempio del quotidiano 'il Campanile' dell'Udeur, il partito di Clemente Mastella. Prendevano moltissimi soldi in base a tirature tutte da dimostrare. Oppure un giornale che si chiama “La voce repubblicana”: neanche l'edicolante sa che cosa sia”.
Interessante l'elenchino con i relativi esborsi elargiti dal contribuente,fortunatamente Il fatto quotidiano non si è messo in lista,"le tutta roba pagata da noi abbonati e clienti delle edicole"
Passate parola anche su questo fronte,la distinzione dev'essere conosciuta
Vorrei mettermi dalla parte di quei tre milioni di persone che domenica, molti pazientemente in fila per ore, hanno partecipato alle primarie del Pd, dandogli un'altra occasione (forse l'ultima) per cominciare a essere il partito che aveva promesso di essere. Ricordiamo tutti il discorso del Lingotto di Walter Veltroni, quando sembrava che stesse nascendo una grande forza politica in grado di imprimere a questo paese il famoso cambiamento. Cambiamento soprattutto, nel linguaggio della politica che consiste nel parlare con la gente facendosi capire dalla gente. Nei due anni successivi questo linguggio invece di sciogliersi in qualcosa di trasparente e di comprensibile si è aggrovigliato vieppiù fino all'incomunicabilità assoluta. Non abbiamo capito perché la nascita del Pd invece di rafforzare il governo Prodi non fece nulla per impedire la caduta dell'ultimo baluardo al nuovo dilagare del berlusconismo. Non abbiamo capito perchè il Pd di Veltroni affermò la sua vocazione maggioritaria isolandosi dal resto delle forze di centrosinistra e di sinistra.
Dopodiché riuscì sì a raggiungere quel 33 e rotti per cento di voti che costituì un buon risultato in sè ma lontano ben 12 punti dalla maggioranza per cui quello stesso Pd aveva manifestato la propria 'vocazione'. Non abbiamo capito le vere ragioni che hanno spinto Veltroni a lasciare baracca e burattini da un giorno all'altro. E abbiamo rinunciato a capire cosa è successo dopo nel partito nato con tante sparanze e che ha rischiato di perdersi nelle risse interne e nella disillusione.
Adesso il Pd ha di nuovo un popolo e ha di nuovo un leader, Bersani. A cui si chiede non solo di costruire l'alternativa ma anche di dare ascolto a quei tre milioni di brave persone non abbandonandole al loro destino e alla loro solitudine come troppe volte è accaduto in passato. Bersani ha ragione: domenica è stato un bel giorno per la democrazia. Che ne seguano altri. Noi del Fatto staremo bene attenti affinché questa speranza non vada delusa.
I 12 punti di percentuale da colmare rispetto alla destra,non sono colmabili con Bersani e con alcun personaggio politico di questo mondo,sebbene il Pd abbia notevoli responsabilità da Veltroni a Franceschini,e il solito noto,il velista non per caso,forse il più responsabile,ammalliato tramite la bicamerale dal "divino" ed essere stato sedotto e abbandonato dallo stesso e non aver perseguito una corretta legge sul conflitto d'interessi,solo lui a suo tempo avrebbe potuto organizzarla. Chi da quindici anni continua la sua epopea politica sempre più ingombrante,è talmente radicato nel territorio e nell'elettorato a maggioranza,che qualsiasi avversario se lo cucina e se lo pappa,a Bersani augurargli in "bocca al lupo" suona davvero sibillino.
Se ne faccia una ragione anche lei,caro Direttore,e come partecipare ad una gara con dei limiti talmente evidenti,che non sono possibili manco i miracoli
La mostra con moltissime altre foto è in corso all'Università La sapienza-Roma,curata e organizzata da Antonella Napoli,Presidente di Italian for Darfur onlus
"Buongiorno a tutti. Vorrei partire da una cosa che accadde 15 anni fa, esattamente 15 anni fa, nel novembre del 1994: Berlusconi aveva appena ricevuto il suo primo invito a comparire, quello famoso del 21 novembre, quando lui stava a Napoli a inaugurare un convegno internazionale sulla criminalità e il pool di Milano, credendolo già a Roma, gli mandò i Carabinieri a Palazzo Chigi per notificargli quest’invito a comparire, in cui gli si contestavano tre tangenti della Fininvest alla Guardia di Finanza. L’invito a comparire era una convocazione dell’allora e anche oggi Presidente del Consiglio per un interrogatorio e conseguentemente il pool di Milano - Borrelli, D’Ambrosio, Di Pietro, Davigo, Colombo, Greco - stava organizzando l’interrogatorio, che era piuttosto complesso in quanto avrebbe dovuto avvenire contestualmente in due stanze, con due personaggi diversi; da una parte avrebbero dovuto interrogare Berlusconi e, contemporaneamente, in un’altra stanza del Palazzo di Giustizia dovevano sentire l’Avvocato Berruti, consulente della Fininvest, che era stato sorpreso a inquinare le prove dell’indagine sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza e, soprattutto, a aver ordinato questo depistaggio dell’indagine subito dopo un incontro a Palazzo Chigi proprio con Berlusconi: da qui l’incriminazione anche di Berlusconi e quindi dovevano sentire i due protagonisti di quell’incontro, per vedere se si sarebbero o meno contraddetti sull’oggetto di quel vertice a Palazzo Chigi, che precedette l’inquinamento delle prove sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza. Il pool stava lavorando alla preparazione di quest’interrogatorio, sono quelle le riunioni durante le quali Di Pietro si disse sicuro di poter dimostrare al processo, prima nell’interrogatorio e poi al processo, la colpevolezza di Berlusconi con la famosa frase “ io quello lo sfascio”, che voleva dire appunto quello, ossia abbiamo gli elementi sufficienti per farlo condannare. Di Pietro, Previti e il dossier Gorrini
In quei giorni Di Pietro riceve una telefonata: la telefonata gli arriva dall’allora Ministro della Difesa, Cesare Previti. Cesare Previti era il Ministro della Difesa ma avrebbe dovuto, secondo i desideri di Berlusconi e di Previti, essere il Ministro della Giustizia, Scalfaro aveva imposto che fosse spostato alla difesa, mentre alla giustizia era andato Alfredo Biondi. Ma tutti sanno che Previti tirava i fili da dietro le quinte e si occupava molto di giustizia, infatti Previti telefonò a Di Pietro per dirgli qualcosa che riguardava il Ministero della Giustizia, ovvero che il Ministero della Giustizia aveva avviato un’ispezione disciplinare contro Di Pietro a partire da un dossier: un dossier che poi fu chiamato dai giornali il dossier Gorrini, chi era Gorrini? Un assicuratore che conosceva Di Pietro, proprietario della Maa Assicurazioni, navigava in cattive acque, era sotto processo per bancarotta e reati societari, era con l’acqua alla gola e conseguentemente aveva passata quell’estate del 94 alla ricerca di aiuto e, naturalmente, si era rivolto anche all’entourage di Berlusconi; in particolare, era andato a trovare Paolo Berlusconi e gli aveva raccontato di quando un suo collaboratore della Maa Assicurazioni, un certo Rocca, che era molto amico di Di Pietro e che andava a caccia insieme a Di Pietro, aveva aiuto quest’ultimo anni prima in un momento di difficoltà, prestandogli 100 milioni di lire, quando Di Pietro doveva mettere su una casetta per suo figlio di primo letto, che non andava d’accordo con la seconda moglie di Di Pietro e conseguentemente doveva andare a vivere da solo e Rocca gli aveva prestato 100 milioni, che poi Di Pietro aveva restituito dopo l’inizio di mani pulite, in quanto aveva scritto un libro sulla Costituzione, lui era molto famoso e quindi aveva incassato molti diritti d’autore, allora aveva restituito quei soldi. E poi Gorrini racconta che sempre Rocca, quando Di Pietro, anni prima di mani pulite, aveva fuso la sua automobile, una Ritmo, gli aveva dato una Mercedes usata di quelle che stavano lì nei magazzini, nei parcheggi dell’assicurazione e che poi Di Pietro aveva utilizzato per un certo periodo e poi l’aveva venduta al suo Avvocato. Gorrini che cosa fa? Da questi due fatti veri, diciamo pure inopportuni per un magistrato, in quanto un magistrato non deve farsi prestare i soldi neanche dal suo migliore amico proprio per non dover, in qualche modo, dei favori a qualcuno, i soldi se li vuole se li fa prestare dalla banca facendo un mutuo, da questa leggerezza, a questo comportamento inopportuno di Di Pietro Gorrini ci mette un carico da cento, cioè aggiunge che in realtà quelli non erano stati dei prestiti fatti da Rocca a Di Pietro per amicizia, ma erano vere e proprie estorsioni fatte da Di Pietro, quindi da un magistrato, da un pubblico ufficiale, conseguentemente concussioni, nei confronti di Gorrini, per cui Di Pietro avrebbe ottenuto quei soldi e quella Mercedes in cambio di un trattamento di favore nei processi che Gorrini stava avendo a Milano per le disavventure finanziarie della sua Maa Assicurazioni. Questo è quello che va a dire Gorrini a Paolo Berlusconi, nei giorni precedenti il primo invito a comparire a Berlusconi, mentre già Paolo Berlusconi era sotto inchiesta, era stato addirittura arrestato il 24 luglio per le tangenti alla Guardia di Finanza e si stava arrivando a suo fratello, Presidente del Consiglio. Paolo Berlusconi manda Gorrini, il suo dossier a Previti, considerandolo evidentemente il vero dominus del Ministero della Giustizia, Previti lo gira a chi di dovere al Ministero della Giustizia, di cui lui disponeva con una certa dimestichezza e chi di dovere, ossia l’ispettorato del Ministero della Giustizia retto da Biondi, apre questa famosa ispezione ministeriale per indagare a livello disciplinare su quello che emerge dal dossier Gorrini. L’ispezione è riservata, nel senso che almeno all’inizio gli accertamenti devono essere fatti senza che Di Pietro li sappia, ma a questo punto Previti telefona a Di Pietro, magistrato che si sta preparando a interrogare Berlusconi. Cito da quello che ci era raccontato Di Pietro per il libro “ Mani Pulite”, lo dico perché molti dei blogs ce lo chiedono, è molto probabile che ripubblicheremo in qualche volume “ Mani Pulite” aggiornato, con chiare lettere che probabilmente lo metteremo a disposizione dei lettori de Il Fatto, distribuendolo insieme a Il Fatto, ci stiamo pensando in questi giorni, vi terrò informati perché purtroppo è introvabile, “ Mani Pulite”. Di Pietro - e questo risulta anche dai processi che si sono celebrati a Brescia, perché poi per tutto quello che c’è scritto nel dossier Gorrini Di Pietro verrà processato a Brescia e a Brescia si stabilirà che quei soldi erano semplicemente i prestiti del suo amico Rocca, neanche di Gorrini, ma di Rocca e che non c’era nessuna estorsione, nessuna concussione dietro e quindi non c’erano reati, c’era semplicemente quella leggerezza, grave finché si vuole, viste poi le conseguenze a cui porterà e di cui diremo tra un attimo - dice “ Previti mi telefonò e mi disse che c’erano queste accuse di Gorrini, che si era dovuta aprire un’ispezione riservata per verificarle, ma che lui lo sapeva benissimo che si trattava di una polpetta avvelenata. Gli risposi che sapevo quanto Gorrini fosse poco credibile”, Gorrini era alla canna del gas e quindi andava in giro a cercare di vendere questa storia per sputtanare Di Pietro, che all’epoca era una specie di Padre Eterno, era popolarissimo e era considerato dai politici una minaccia, nel caso in cui avesse smesso di fare il magistrato e fosse entrato in politica. In più stava anche per interrogare Berlusconi, l’aveva appena incriminato e conseguentemente capite che Gorrini pensava di avere in mano la gallina dalle uova d’oro e di potersela vendere al migliore offerente. “ Io gli risposi”, dice Di Pietro a Previti, “ che sapevo che Gorrini era poco credibile”. Tenete presente che in quel momento non si sa niente di Previti, Previti è il Ministro della Difesa, è un Avvocato di Berlusconi ma nessuno sa che Previti si comprava i giudici, qui siamo prima dello scandalo rivelato da L’Ariosto sulle toghe sporche, L’Ariosto parlerà soltanto un anno dopo, stiamo parlando di uno che, a parte la faccia e a parte essere l’Avvocato di Berlusconi, non era sospettato di nulla: ecco perché telefonava e Di Pietro gli rispondeva, perché era il Ministro della Difesa, ma non si sapeva nulla dei reati che aveva commesso. “Risposi dunque - dice Di Pietro - che sapevo quanto Gorrini fosse poco credibile, le sue confidenze, debitamente gonfiate e ritoccate a suo uso e consumo- sta parlando sempre di Gorrini - circolavano da tempo in forma anonima negli ambienti giudiziari, forensi e giornalistici, addirittura in veste di cruciverba ricattatori”, giravano lettere anonime, cruciverba con i nomi e le parole allusive, evidentemente Gorrini faceva girare queste cose nella speranza che, a questi ami, qualcuno abboccasse, oppure Gorrini ne parlava con qualcuno che poi metteva in giro questi dossier. “ In quei giorni io stesso, tramite qualche giornalista, ero venuto in possesso dello spezzone di un dossier anonimo: dissi a Previti che bastava ascoltare il collaboratore di Gorrini, Osvaldo Rocca - il suo amico - per sapere la verità e cioè che il prestito me l’aveva fatto lui, Rocca, non Gorrini. Previti promette che Rocca verrà sentito al più presto”. Alla fine Di Pietro si lascia andare a uno sfogo e rivela al Ministro che si dimetterà prestissimo, alla fine del processo Enimont e infatti Di Pietro in quei giorni, sapendo che girano questi dossier, pensa di accelerare un suo proposito che aveva già in animo da tempo: da tempo lui si era accorto che l’inchiesta mani pulite era finita, che non arrivava più l’acqua al mulino, cioè che non c’erano più imprenditori che collaboravano e rivelavano le tangenti e i politici si stavano chiudendo a riccio, con l’arrivo di Berlusconi e l’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica e conseguentemente si rendeva conto che, da dentro la magistratura, non era più utile lavorare. Fece un po’ lo stesso ragionamento che fece Falcone quando tentò di andare a combattere la mafia dall’interno del sistema, andando al Ministero, o il ragionamento che, per contrario, ha fatto Gherardo Colombo due anni fa, quando ha lasciato la magistratura per dedicarsi a fare opera di formazione culturale in convegni etc., perché c’è un momento in cui il magistrato si rende conto che la sua opera è più utile da un’altra parte e allora decide di cambiare mestiere: qui Di Pietro aveva deciso di mettere in piedi una specie di - se ne parlava all’epoca - autorità anticorruzione, in collegamento con altri governi, in modo da riuscire a combattere la corruzione alla radice, addirittura potremmo dire dall’interno. Di Pietro infatti se ne andrà di lì a poco, intanto Berlusconi continua a rinviare il suo interrogatorio proprio perché spera che Di Pietro se ne vada prima e che quindi non sia lui a interrogarlo e, eventualmente, a sfasciarlo. Il 27 novembre è una domenica, il Palazzo di Giustizia è semideserto, Di Pietro si è confidato con Davigo su questo tentativo di ricatto ai suoi danni e Di Pietro e Da Vigo vanno a parlarne con Borrelli, Di Pietro annuncia a Borrelli che lascia il pool di Milano. Borrelli tenta di trattenerlo, D’Ambrosio anche, intanto ci sono minacce continue della falange armata contro Di Pietro, minacce di morte, il primo dicembre Di Pietro annuncia che se ne andrà a tutto il pool di mani pulite, Borrelli tenta un’ultima volta di trattenerlo, ma invano. Il 2 dicembre D’Ambrosio tenta ancora di trattenere Di Pietro, Emilio Fede nello stesso giorno annuncia che Di Pietro si dimetterà e cita un biglietto manoscritto senza firma, il 5 dicembre il TG1 conferma che Di Pietro se ne va e il 6 dicembre Di Pietro conclude la requisitoria del processo Enimont e poi si leva la toga e se ne va davvero. Dopodiché viene invitato a Arcore da Berlusconi, che gli propone di entrare in Forza Italia e di diventare il numero due di Forza Italia e poi gli dice di scegliersi un incarico istituzionale: o capo dei servizi segreti, o capo di questa autorità anticorruzione, insomma quello che vuole glielo danno, perché? Perché è l’uomo più popolare d’Italia. Di Pietro dice no, dice che non intende fare politica subito, perché ha appena smesso di fare il magistrato e comunque, se la facesse, non la farebbe in un partito già esistente, né tantomeno nel partito di colui che lui stesso ha appena incriminato per corruzione della Guardia di Finanza e quindi da questo momento Berlusconi smette di difendere pubblicamente Di Pietro e i suoi giornali e le sue televisioni cominciano a massacrarlo, fino a quando, con opportune denunce portate o fatte portare, si riesce a attivare una serie innumerevole di processi contro Di Pietro a Brescia che dureranno due anni e terranno Di Pietro per due anni fuori dalla politica: perché? Perché è evidente che uno che ha detto che non bisogna fare politica da indagati, essendo indagato lui, non può certamente contraddirsi e conseguentemente aspetterà di essere prosciolto da tutto per poter entrare in politica dopo le elezioni del 96, quelle vinte da Prodi, alle quali lui non partecipa, perché in campagna elettorale era ancora sotto processo, non era stato ancora prosciolto e invece verrà prosciolto durante la campagna elettorale e allora accetterà poi il Ministero dei Lavori Pubblici nel primo governo Prodotti, salvo poi ridimettersi nuovamente nel momento in cui verrà di nuovo indagato a Brescia per un’altra storia, un altro dossier: il dossier D’Adamo /Pacini Battaglia. Berlusconi, padrone d'Italia, e il caso Marrazzo
Ma chiudiamo con questo flashback che mi interessava raccontarvi perché? Perché oggi sui giornali c’è un’altra storia che ricorda molto da vicino questa storia qua: c’è un signore che ha le mani molto lunghe, è una specie di polipo e che qualunque dossier circoli, qualunque video, qualunque polpetta più o meno avvelenata circoli per l’Italia riesce, con i suoi mille tentacoli, a intercettarla. Perché la intercetta? Intanto perché è il Presidente del Consiglio, poi perché è il capo dei servizi segreti, poi perché il Presidente del Consiglio è il capo di un governo che ha sotto di sé tutte le forze dell’ordine: i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza e poi perché è un editore di giornali il cui pane quotidiano è quello di visionare foto più o meno rubate, filmati più o meno rubati, filmati che molto spesso vengono addirittura realizzati dalle sue televisioni, perché lui è anche proprietario di televisioni e quindi, quando i filmati non arrivano, vengono fabbricati in casa: per esempio, quello per screditare il giudice Mesiano. Questa volta il filmato di cui stiamo parlando non è di produzione propria della famiglia di Berlusconi, di casa Silvio, è un filmato realizzato a scopi ricattatori da quattro Carabinieri mascalzoni che, avendo saputo che il governatore del Lazio, Marrazzo, frequenta un giro di trans e li incontra ovviamente per scopi sessuali ma anche, probabilmente - questo lo si dovrà verificare nei prossimi giorni - all’interno di festini con la presenza di cocaina e quindi di soldi, perché il sesso a pagamento costa ma la cocaina costa ancora di più, e quei 3. 000 Euro sul tavolo che spariscono sono un pesante indizio, perché è evidente che non sono la mercede del trans, o forse non sono solo la mercede del trans, probabilmente sono anche il prezzo della droga. E allora questi Carabinieri girano questo video e poi lo danno o lo fanno dare un fotografo che, guarda caso, è uno specialista nel ramo trans, perché è lo stesso che aveva beccato il portavoce di Prodi, Sircana, mentre dalla macchina incontrava un trans all’aperto in una strada di Roma e questo fotografo, Scarfone, che lavorava per l’agenzia Corona, per la quale continua a lavorare, che cosa fa? Si rivolge alle agenzie che devono vendere, che devono intermediare i servizi fotografici e i videotapes ai giornali scandalistici, ai giornali di gossip per vedere chi lo vuole comprare. All’epoca ricorderete che le foto di Sircana furono acquistate dal settimanale Oggi, che poi non le pubblicò, ma prima erano state visionate anche dai giorni Mondadori e conseguentemente, negli ambienti dei giornali, le foto di Sircana erano note e, evidentemente, quando uno viene a sapere una cosa compromettente di un politico, quel politico da quel momento in poi non è più libero, se qualcuno gli fa sapere di averlo filmato e di possedere il filmato. Per cui pregherà tutti i giorni che quel giornale non pubblichi le sue foto e, se quel giornale appartiene al gruppo Rizzoli, dentro il quale c’è tutto il gota della Confindustria e del sistema bancario italiano, beh, è evidente che, volente o nolente, quel gruppo lì tiene sotto scacco il portavoce dell’allora Presidente del Consiglio. Ecco perché, quando Belpietro pubblicò la notizia, che c’erano le foto con Sircana alle prese con trans, scrissi “anche se l’ha fatto Belpietro ha fatto bene a dirlo, perché solo facendo uscire queste cose finiscono i ricatti: purtroppo ci va di mezzo la persona che ha quel vizietto, però la persona è stata incauta”, questo dissi, è meglio che vengano fuori le cose perché, quando vengono fuori, cessa il ricatto. La stessa cosa avviene stavolta: il fotografo Scarfone cerca di piazzare il videotape in cui pare si veda il governatore del Lazio insieme al trans, o forse ci sono anche due video, insomma c’è della droga, adesso bisogna capire se la droga era lì prima o è stata messa dopo per creare la messa in scena, ma questo è poco importante, in questo momento, per il discorso che facciamo, va all’agenzia fotografica, la quale fa il solito giro dei giornali scandalistici che possono permettersi di comprare questo videotape, che viene offerto a 200.000 Euro trattabili. I primi a riceverlo credo siano quelli di Oggi, nuovamente il settimanale del gruppo Rizzoli, che rifiutano di comprare questa roba, anche perché immaginate un giornale che vende in allegato un filmino di due minuti in cui si vede il governatore del Lazio con i trans e la coca, insomma sarebbe una cosa di una barbarie allucinante, ancora peggio che quello che abbiamo visto in questi anni. Sappiamo che esiste anche una registrazione della D'Addario con Berlusconi, spero che a nessuno verrà in mente di regalarla o di venderla insieme a qualche giornale: è vero che lì non si rischia, perché i giornali sono quasi tutti suoi o amici suoi, quindi lui pericoli non ne corre, ma insomma è evidente che il video viene respinto. Viene respinto e allora che cosa fa l’agenzia? Alfonso Signorini, una pedina fondamentale nel gioco politico
Si rivolge all’altro grande giornale di gossip, che è Chi, quello diretto da Alfonso Signorini e Chi si prende il suo tempo per decidere: intanto tiene o si fa una copia del video e qui vi devo leggere quello che scrive Fiorenza Sarzanini, che è una fuori classe assoluta, una delle migliori giornaliste investigative che abbiamo in Italia, su Il Corriere della Sera: “ comincia tutto la scorsa settimana, quando l’agenzia Photomasi di Milano contatta il settimanale Chi e offre il video. Racconta, il direttore Signorini, “ me l’ha offerto la titolare Carmen Masi e io l’ho preso in visione. Mi disse che il prezzo era di 200.000 Euro trattabili, ho spiegato subito che non mi interessava però, come spesso avviene per vicende così delicate, ho detto che ne avrei parlato con i vertici aziendali”. Eh, hai un video con cui si può ricattare il governatore di centrosinistra del Lazio che, astuto come una volpe, ha preso la sua testa e l’ha infilata dentro la tagliola, perché già tre anni fa cercavano di incastrarlo con una storia di trans, già nel 2005, quattro anni fa, gli spioni famosi del centrodestra avevano cercato di incastrarlo con una storia di trans, è possibile che non prendi precauzioni e che vai lì con l’auto blu sempre nello stesso posto, facendoti vedere? Voglio dire, hai un vizietto, cerca di coltivarlo con prudenza, proprio la testa nella tagliola, no? E questo Signorini dice “ questa roba è politica”, a lui che gli frega della politica? Lui è un direttore di un giornale di gossip, o meglio che gliene dovrebbe fregare della politica? Il problema è che lui invece è una pedina fondamentale nel gioco politico, Signorini, in quanto è il direttore di un giornale che, con il gossip, è in grado di orientare la politica e l’elettorato con i milioni di copie che.. o meglio, con i milioni di persone che leggono o che comprano Chi. Non dimenticate che è a Chi che Berlusconi rilascia le uniche dichiarazioni approfondite sui suoi scandali sessuali, Chi è il Micromega del mondo berlusconiano, senza offesa per Micromega naturalmente, quello è il livello culturale del nostro centrodestra, purtroppo! E quindi Signorini dice “ non sono uno che deve badare al giornale, io mi devo occupare anche dell’aspetto politico di questo video” e allora che cosa fa? “ Ho detto che ne avrei parlato con i vertici dell’azienda, ho subito informato la Presidente Marina Berlusconi e l’amministratore delegato Maurizio Costa, con i quali abbiamo concordato di rifiutare la proposta”. A questo punto, scrive la Sarzanini, la stessa Marina Berlusconi presumibilmente avvisa il padre e chi è il padre? E’ il capo del governo, leader dello schieramento opposto a quello di Marrazzo, schieramento opposto che non dispone di giornali di gossip né di un potenziale televisivo tale da mettere in circolazione possibili video che riguardino esponenti del centrodestra. Lunedì scorso - oggi è il 26 - e quindi il 19, la settimana scorsa, il Presidente del Consiglio visiona le immagini: immaginate la scena, prima di partire per la Dacia di Putin Berlusconi si vede il filmino di Marrazzo con i trans e la droga, Cineforum a Palazzo Grazioli! Poi chiama Marrazzo, lo confermano ambienti vicini al capo del governo e lo stesso Marrazzo, lo racconta a alcuni amici, anche se non specifica a tutti chi sia l’interlocutore che l’ha messo in guardia. Durante la telefonata Berlusconi lo informa che il video è nelle mani della Mondadori, gli assicura che la sua azienda non è interessata all’acquisto e gli fornisce addirittura i contatti dell’agenzia per fare in modo che Marrazzo, magari pagando qualcosa o magari no - chi lo sa? - riesca a fare sparire dalla circolazione il video. Ecco perché Marrazzo sperava che il ricatto dei Carabinieri ai suoi danni non portasse gli italiani e, soprattutto, sua moglie e sua figlia, a sapere di quel suo vizietto e il fatto che ricatto riguardava proprio quel suo vizietto, ecco perché all’inizio tenta disperatamente di negare e parla di una bufala. Il problema quale è? Il problema è che qualcuno ha avvertito gli uomini del Ros che c’è un ricatto da parte di questi quattro Carabinieri contro Marrazzo e che l’arma del ricatto è il videotape, o i due videotapes e chi ha avvertito gli uomini del Ros di questo ricatto, visto che Marrazzo è convinto che a saperlo sono talmente poche persone che si può mettere tutto a tacere? Questo è mistero: noi sappiamo che tra i pochissimi a sapere di questo video c’erano il Presidente del Consiglio e il direttore di Chi e che i Carabinieri dipendono dal governo del Presidente del Consiglio. Qui mi fermo, perché non c’è altro che si possa dire su questa vicenda, se non che Marrazzo ovviamente non si deve limitare a autosospendersi, ma deve proprio dimettersi, anche a costo di fare andare il Lazio alle elezioni, tanto andare alle elezioni adesso o andarci tra tre o sei mesi non è che faccia questa grande differenza, trovassero qualcuno spendibile, possibilmente non ricattabile, d’altra parte anche il centrodestra ha visto cadere la sua Giunta per uno scandalo ben peggiore, ossia lo scandalo di Storace. O meglio, Storace fu costretto - scusatemi, mi stavo ricordando male - a dimettersi da Ministro della Sanità dopo che si erano scoperte delle brutte faccende che riguardavano la gestione della sanità nel Lazio ai tempi in cui lui era governatore, insomma anche lo scandalo di Lady A.S.L. e tutto quello che abbiamo spesso raccontato non è che deponga a favore della buona amministrazione del centrodestra. Questo non è uno scandalo che riguardi la buona o cattiva amministrazione di Marrazzo, che aveva fatto delle cose buone e anche delle cose pessime, soprattutto in materia ambientale, ma è evidente che, chi ha ceduto a un ricatto pagando, consegnando assegni a sua firma ai ricattatori e mettendosi quindi nelle loro mani, non può ricoprire una carica pubblica, esattamente per la stessa ragione per cui anche Berlusconi dovrebbe dimettersi, visto che da tempo immemorabile è sottoposto a ricatti prima da parte della mafia, poi da parte delle escort, poi da parte delle ragazzine che piazzava Saccà, “perché sennò parlano”, adesso si è scoperto che perfino Ciancimino, il padre, dal carcere lo ricattava mandandogli delle lettere in cui diceva “ se passa molto tempo senza che succeda qualcosa sarò costretto a uscire dal mio riserbo, che dura da anni”. Berlusconi ricattato: se parlano è rovinato
Berlusconi ha il problema che ci sono centinaia di persone che, se escono dal loro riserbo, lui è rovinato: vive da decenni in una situazione oggettivamente ricattatoria, pensate se parlasse Mills, dicendo qualcosa in più di quello che aveva già lasciato scritto al suo commercialista e che poi ha tentato invano di ritrattare; pensate se parla Previti, pensate se parla Dell’Utri, pensate se parlano quelli che pagano le tangenti alla Guardia di Finanza e si sono presi tutta la colpa e la condanna per salvare Berlusconi e adesso però sono in Parlamento, pensate se parla un’altra, oltre alla D'Addario, di quelle decine di ragazze che andavano nelle sue varie residenze, pensate se parlasse un’altra Stefania Ariosto, che ha semplicemente visto alcune cose che avvenivano nell’entourage di Berlusconi, di Previti e della magistratura romana. Il terrore di quest’uomo è che parli qualcuno, lui vive in una situazione oggettivamente ricattatoria da ben prima addirittura che entrasse in politica, ma è chiaro che il prezzo del ricatto, quando entri in politica, decuplica. Il problema è che quello che si dice a proposito di Marrazzo sul fatto che non può, uno che ha ceduto a un ricatto, stare lì dove sta, non si riesce a dirlo a proposito di Berlusconi, che è in una situazione ricattatoria per fatti molto peggiori, rispetto a quelli con i quali è stato incastrato, o meglio si è autoincastrato Marrazzo. Da questo punto di vista viene in mente quello che disse Gherardo Colombo a proposito della bicamerale, ossia che “la politica italiana non conosce altro modo di fare le riforme se non con il consociativismo, ovvero con tangentopoli abbiamo scoperto solo la punta dell’iceberg della corruzione, mentre il resto è rimasto sommerso e, su questo sommerso, si sono costruiti ricatti incrociati così inquietanti da indurre tutta la politica, senza distinzione di colori, a bloccare la magistratura prima che vi affondi ancora le mani. Nel metabolismo politico sociale del Paese ci sono ancora le tossine che consigliano di realizzare le nuove regole della Repubblica non intorno al conflitto trasparente, ma al compromesso opaco e un passaggio chiave è la bicamerale. Chi non è stato toccato dalla magistratura e ha scheletri nell’armadio si sente non protetto, ma debole perché ricattabile: ecco, la società del ricatto trova la sua forza su ciò che non è stato scoperto”. Questo diceva Gherardo Colombo, confermato poi, qualche anno dopo, da un’intervista di Giuliano Ferrara a Micromega, nella quale Ferrara diceva “ oggi per fare politica devi essere ricattabile: perché? Perché gli altri devono sapere fino a dove tu ti potrai spingere, quanto è lungo il tuo guinzaglio, quanto è lungo il tuo braccio”. Guardate che è un quadro drammatico, ma ci viene confermato quotidianamente da quello che vediamo: avremmo bisogno, nel centrodestra e nel centrosinistra, di qualcuno che nel passato era troppo giovane per averne combinata qualcuna o era troppo fuori da questi giochi per averne combinata qualcuna; avremmo bisogno di gente che Berlusconi non può alzare il telefono per chiamarla e dire “ sai, ho saputo questa cosa, però da noi è al sicuro, eh, te lo dico in amicizia, stai tranquillo che non la tiriamo fuori!”, da quel momento tu sei nelle sue mani. Allo stesso modo, avremmo bisogno di qualcuno anche nel centrodestra che non fosse ricattabile dalla mafia, dalle prostitute, dai papponi etc. etc., e potesse fare politica invece di occuparsi quotidianamente di tappare la bocca a questo e a quello: da questo punto di vista nel centrodestra la situazione è disperata, perché finché c’è quello lì e tutta la sua banda è evidente che stiamo parlando di un giro di ricattatori e di ricattati, ma il problema sta anche nel centrosinistra. Non ho nulla contro Bersani, ma temo che uno che fa politica da 40 anni e che diventa il leader di un nuovo partito nato nel terzo millennio.. beh, insomma, non è una bella notizia il fatto che sia diventato segretario del PD, perché se il principale partito dell’opposizione è formato da uno che ha fatto già tutto, governatore della regione, Ministro 200. 000 volte etc. etc., che è lì dalla notte dei tempi e conosce vita, morte e miracoli, operazioni finanziarie etc. etc., è evidente che sarà molto più facile che qualcuno gli telefoni per dirgli “ ti ricordi quando quella volta..” etc. etc.. Noi avremmo bisogno di qualcuno un po’ più nuovo, non tanto per giovanilismo o per nuovismo, ma proprio per il fatto che nessuno possa alzare il telefono per dirgli “ ho saputo che hai fatto quella cosa, stai tranquillo che se fai il bravo non te la tiriamo fuori”, perché finché l’opposizione sarà in mano a persone che possono ricevere quel tipo di telefonate non avremo un’opposizione. Passate parola e continuate a leggere Il Fatto Quotidiano. Grazie."
Natalie,il trans al centro dello scandalo regione Lazio
Ecco l'ultima perla che il caso Marrazzo ci regala. Dunque apprendiamo che il nostro beneamato premier aveva saputo del video, del ricatto, eccetera. Da ottimo consulente di cose giudiziarie e private, aveva detto a Marrazzo: “I miei giornali non la pubblicheranno. Tu vai a Milano, e ricomprati il video”. Il piano non si è chiuso solo perché il solito magistrato rompiscatole si è attenuto a principi desueti come il rispetto della legge e l'obbligatorietà dell'opposizione.
Ancora una volta c'è da stupirsi di come i giornali riportano con un tono apparentemente bonario e senza nessun commento questa notizia. Così scopriamo che due autorità pubbliche, un presidente di regione e un presidente del Consiglio, di fronte ad un ricatto, non sono nemmeno sfiorati dall'idea di rivolgersi alle autorità giudiziarie, a un magistrato, o a un poliziotto. Non gli passa proprio per la testa.
Il che vorrebbe dire che ha terribilmente ragione Fabrizio Corona (purtroppo) quando prova a difendersi dicendo “Così fan tutti”. La cosa ancora più sconvolgente, ovviamente, è l'atteggiamento di Marrazzo, di cui continuo a cercare – senza successo – un filo logico. Quest'uomo condivideva più segreti con Berlusconi che con sua moglie. E anche lui non era nemmeno sfiorato dall'idea che il fatto di essere bonariamente appeso per le palle alle consulenze e alla magnanimità del premier non era una condizione minimamente compatibile con il proprio ruolo. C'è anche in questo uno dei tanti paradossi dell'opposizione che non c'è: dovresti essere abituato a considerarti controparte del potere, e invece finisci per esserne un assistito. Dovresti controllare, e invece sei controllato. Resta da capire se per un leader di sinistra sia meglio trovarsi nelle mani di Silvio che nelle mani di Brenda. La seconda che ho detto, direi.
Oltre l'interessante analisi di Telese,che per altro condivido,c'è da domandarsi come quattro carabinieri si siano esposti in questo modo,chiedendo soldi e favori,il loro comportamento così sicuro e disinibito è quanto meno sospetto,è molto probabile che avessero coperture d'un certo valore,si sentivano in una botte di ferro,la quale putroppo s'è messa a rotolare...
Indubbiamente Marrazzo più che incomprensibile,era un uomo politico assolutamente ricattabile,lo scandalo tenuto nascosto con la pacca sulle spalle del divino,lascia intendere com'era diventato molto interessante.
In ultima analisi,figuriamoci se un gossipparo come Signorini si tiene un colpo in canna,evidentemente è stato un gioco di squadra.
Riemergo carico di ottimismo dalla pagina di «Le Monde» dedicata alle reazioni dei lettori al caso Due Sarkozy. Il figlio del Presidente, studente universitario poco più che ventenne, era stato inopinatamente candidato alla guida di un’importante società statale, ma la sollevazione dell’opinione pubblica, capeggiata dagli stessi elettori di Sarkò, ha bloccato il sopruso sul nascere. Nonostante il signor Carlabruni, con uno di quei sofismi in cui eccellono i politici, avesse cercato di ribaltare il senso degli eventi, considerando un’ingiustizia non che il suo pargolo ottenesse una carica per la quale non aveva né titoli né competenze, ma che non potesse concorrervi perché figlio del Capo dello Stato.
La Francia profonda conserva una pancia monarchica ed egualitaria. Ama eleggere un re, ma poi vigila sui suoi comportamenti, fino a ergersi a contrappeso dell’autorità suprema, quando essa tende a ricostituire quell’Ancien Régime di privilegi, nepotismi, caste e prebende che i francesi si scrollano continuamente di dosso da oltre duecento anni. Ci sono riusciti anche stavolta. E in coda a una settimana italiana che alimenta la tentazione di lasciar perdere, tanto tutti i politici rubano, tutti fanno sesso spericolato, tutti raccomandano tutti e nessuno ha il senso dell’istituzione che rappresenta, i lettori di «Le Monde» spediscono un messaggio di speranza. Indignarsi contro il Potere serve ancora. Perché, scrive uno di loro, «essere eletti dal popolo non dà dei diritti, ma dei doveri».
[ da La stampa ]
Indignarsi serve solo da quelle parti,i transalpini sebbene abbiano dei difetti particolarmente odiosi,la classica puzza sotto il naso per intenderci,sono un popolo a maggioranza serio,qui il concetto è inversamente proporzionale,il nepotismo,le raccomandazioni vengono viste come l'unico sbocco,in buona parte anche tra chi non ne verrà mai unto,prendiamone atto e applaudiamo i francesi,almeno su questo aspetto.
I pessimisti sono seri, realistici e meno suscettibili a essere delusi dalla vita. Gli ottimisti invece sono ingenui e quindi più propensi a essere colti di sorpresa dalle notizie negative. I pessimisti sono pensatori profondi e ben informati mentre gli ottimisti sono superficiali e non capiscono bene ciò che accade. Partendo da queste percezioni stereotipate - e sommerso come sono dall'incessante valanga di brutte notizie che ci travolge quotidianamente - la cosa più facile e sicura sarebbe scrivere un articolo spiegando per quale motivo il mondo va molto male e perché ciò che deve ancora arrivare sarà persino peggio.
Tuttavia, forse per spirito di contraddizione e perché la lista dei problemi la conosciamo già, ho deciso di scrivere su alcune ragioni per essere ottimisti.
1. Gli infarti aiutano a cambiare abitudini. Niente di meglio di un bell'infarto per smettere di fumare - soprattutto se si sopravvive. L'economia mondiale ha subito un doloroso infarto. Soffrirà ancora molto, ma nell'uscire dalla crisi sarà obbligata ad adottare abitudini più sane e sostenibili. Si ribilancerà l'equilibrio tra Stato e mercato; si metteranno sotto controllo alcuni eccessi e si correggeranno le distorsioni macroeconomiche. La dieta imposta sarà molto rigida e il paziente resterà debole per un certo tempo. Cadrà nuovamente nella tentazione di riprendere a fumare e a mangiare male, ma il ricordo dell'infarto limiterà il rischio che riprenda le cattive abitudini che lo hanno quasi ucciso.
2. Rinnovamento politico. Se il 2009 è stato l'anno del collasso economico, nel 2010 assisteremo alle conseguenze politiche del malessere economico. Le economie si stanno riprendendo, ma la disoccupazione continuerà a essere alta e l'impatto sociale della crisi è stato serio. Qualche governo cadrà, altri ne usciranno indeboliti e quasi tutti dovranno cambiare il modo di fare le cose per rispondere alla immensa insoddisfazione sociale provocata dalla crisi economica. Qualcuno risponderà rifugiandosi nell'autoritarismo e nel populismo, mentre in altri paesi si apriranno delle opportunità per cambiamenti politici positivi che non sarebbero stati possibili senza la crisi.
3. Nuovi leader. Non penso solo a Barack Obama, anche se egli è evidentemente il primo esempio che viene in mente e il suo caso e la sua storia continueranno a motivare altri in tutto il mondo. In generale, la crisi renderà la vita più difficile a chi è stato a capo di paesi, partiti politici, aziende private, università, mezzi di comunicazione o altre istituzioni e aprirà le porte e faciliterà l'ascesa a successori con idee nuove.
4. Più innovazione che mai. "Mai nella storia ci sono stati tanti innovatori come in questo momento. La quantità di persone che sta cercando nuovi modi di risolvere i nostri problemi è senza precedenti", mi ha fatto notare Edmund Phelps, premio Nobel per l'economia, sollecitato da me a fornirmi una ragione per essere ottimista. Secondo Paul Laudicina, presidente di una delle società di consulenza più grandi del mondo, "siamo all'inizio di una ondata di profondi cambiamenti tecnologici che porteranno a una nuova rivoluzione della produttività e miglioreranno la qualità della vita di tutti. Conteremo su possibilità ora inimmaginabili".
5. Più generosità che mai. Il mondo vive un'esplosione di solidarietà verso i più bisognosi. In tutti i paesi proliferano le organizzazioni la cui missione è aiutare gli altri. Grazie a Internet, la filantropia si è democratizzata e globalizzata. Questa tendenza è rafforzata da una crescente intolleranza, specie tra i giovani, verso la disuguaglianza, l'ingiustizia e la discriminazione. La crisi aumenterà le necessità e le emergenze sociali e per molti sarà uno stimolo a fare qualcosa per gli altri.
Per i pessimisti sarà molto facile spiegare perché ciascuna di queste ragioni presuppone degli effetti negativi. La crisi ucciderà molti e il paziente non modificherà le sue cattive abitudini; i vecchi leader non permetteranno che gli si strappi il potere; le nuove tecnologie avranno anch'esse degli effetti negativi; la filantropia non è mai riuscita a risolvere i problemi del mondo. Questi argomenti, ripeto, sono facili da difendere e non pongono una particolare sfida intellettuale. Difficile è invece trovare ragioni valide per essere ottimisti. Sarà pure difficile ma è indispensabile.
[ da L'Espresso ]
Per provocazione abbiamo aggiunto il grottesco filmato sul profumo della vita,anche se le cinque tesi del giornalista sono effettivamente probabili,dopo una grande crisi con un tempo ragionevole,certamente la situazione diventerà migliore,forse leggermente meno come auspica l'articolo,ma ce ne faremo una ragione.
Chiaramente per i rigidi pessimisti tutto ciò,prima di vedere la luce che ci porterà fuori dal tunnel,potranno sparare le ultime cartucce,tipo il proliferare così diffuso delle organizzazioni umanitarie ed i loro effettivi successi,nonostante la buona volontà,ma le piccole gocce nel deserto a volte creano delle oasi.
Pierluigi Battista,così solerte nel chiedere le dimissioni in questo caso,e usare un altro peso sul potentissimo intoccabile....
Piero Marrazzo si deve dimettere. Peccato: non governava male. Ma deve andarsene: la patetica manfrina dell’”autosospensione” in vista di un “percorso” che porterà chissà quando al passo d’addio è imbarazzante per tutti, ma soprattutto per lui, chiuso nel freezer in versione Findus. Se ha ceduto al ricatto anziché denunciare l’estorsione, non può più ricoprire una carica pubblica. Il fatto poi che sia stato ricattato per mesi getta un’ombra sul suo governo passato e anche su quello futuro. Ma l’unica cosa che non si può (più) dire è che sia sotto ricatto, ora che questo è stato smascherato e i suoi autori arrestati. E infatti è proprio quel che scrive Pierluigi Battista, sedicente “terzista”, sul Corriere della sera: “Un governatore sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità istituzionale le funzioni che gli sono proprie”. Solennissima sciocchezza: visto che i ricattatori sono in galera, il ricatto non c’è più. Ma è comunque consolante che il Battista, alla sua età, sia riuscito finalmente a chiedere le dimissioni di un politico coinvolto in uno scandalo, sia pur con la penna intinta nella vaselina cerchiobottista, anzi cerchiobattista (“Marrazzo deve valutare se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità…”). Purtroppo non l’ha mai chiesto per Silvio Berlusconi. Anzi, il Battista e il Corriere han sempre detto il contrario: gli scandali non devono impedire al premier di “andare avanti” e i giornali che chiedono le sue dimissioni, o qualche risposta alle domande, “organizzano campagne” e “alimentano lo scontro”. Poco importa se quegli scandali rendevano e rendono tuttora il Cavaliere ricattabile e forse ricattato. Se Mills sa di aver preso 600 mila dollari da “Mr.B.”; se Dell’Utri conosce tanti altarini e li tiene per sè, così come Previti e tanti altri complici; se Provenzano gli scriveva lettere d’amore e minacce; se Vito Ciancimino lo avvertiva dal carcere “Se passa molto tempo sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni…”; se Gaspare Spatuzza parla di lui dopo anni di silenzio e racconta che nel ’93 i Graviano minacciavano di “parlare” se qualcuno non fosse entrato in politica; se la D’Addario e interi plotoni di “ragazze” più o meno a tassametro andavano e venivano dalle sue case e/o dalle sue alcove, armate di registratori e telefonini con videocamera; se Saccà doveva piazzarne alcune a Raifiction perché questa o quella “sta diventando pericolosa”, cioè ha iniziato a parlare; ecco, se centinaia di persone conoscono fatti tali da poter rovinare la reputazione del presidente del Consiglio, o quel che ne resta, e per vicende un po’ più gravi di qualche vizietto privato, forse è il caso di pretendere “un passo indietro” anche da lui perché “politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità istituzionale le funzioni che gli sono proprie”. Invece il Pompiere della Sera, insieme al capo dello Stato e ad altri estintori umani, chiede alle opposizioni di sedersi al tavolo con lui per riformare addirittura la Giustizia e la Costituzione. Cade così l’ultimo velo dalle ipocrisie dei “terzisti”. Chi invoca le dimissioni di Marrazzo, ma non di Berlusconi, non è un terzista. E’ un berlusconiano travestito.
L'auto sospensione di Marrazzo alla regione Lazio è da considerare insufficiente,le dimissioni erano l'unica soluzione,ma le poltrone sono così comode e magari come in questo caso si tende a congelarle momentaneamente. Come al solito l'ottimo Travaglio coglie la palese cortigianeria del giornalismo a cui siamo abituati,Pierluigi Battista non è che un "professionista" di spicco tra i tanti.
Non esistono verità acquisite,la cronaca fino ad ora tratta dell'arresto e dei ripetuti interrogatori dei quattro carabinieri coinvolti nell'oscura vicenda.
Non ci possono essere due pesi e due misure,se quest'estate il premier non si è dimesso,nonostante inequivocabili testimonianze di puttanai vari a palazzo grazioli e villa certosa,con voli di stato incorporati,e una strana storia con contorno di minorenne,vedi Noemi Letizia,anche una poltrona come Presidente di regione deve avere una limpidezza di comportamento,ovvero a parte la presunta relazione con il trans,Natalie,nessun moralismo di fronte ad un uomo politico sposato con due figli,al contrario se dovesse avere pagato per non far emergere lo scandalo,con diversi assegni i carabinieri,non avrebbe più senso la carica nella regione Lazio.
Tenendo presente che in galera dopo gli eventuali tre giudizi,ci andranno quattro esponenti della "benemerita",parrebbe che non esistono più i carabinieri delle barzellette,i quali risultavano effettivamente più simpatici,ma anche su questo aspetto non tocca fare d'un erba,un fascio.
Un paese con politici che tra raccomandazioni,escort,trans e ricatti puntualmente pagati,è arrivato ad un punto molto basso,con un economia da canna del gas,con le imprese che nel corso dei mesi saranno costrette a chiudere,una disoccupazione cronica che difficilmente vedrà sbocchi,almeno nel medio termine.
In definitiva un impoverimento irreversibile,nel quale lo scadimento della qualità della vita sarà palese e con tutti i risvolti che ne conseguiranno,uno per tutti,l'aumento della delinquenza,inevitabile con le percentuali dei disoccupati senza futuro,a questo esercito l'aspetto dei vari gossip e dei puttanai già citati,non gliene fregherà nulla.
La notizia del battesimo dell’ennesimo partito di estrema sinistra non può che far pensare alla scissione dell’atomo. Viene spontaneo chiedersi: ma ce n’era bisogno? “Assolutamente sì” dice Marco Rizzo, che oggi a Roma battezza la sua nuova creatura "Comunisti Sinistra Popolare". Il rischio di confusione nel panorama della sinistra radicale è notevole, e un nuovo soggetto rischia di aggravarlo. “Non vogliamo più avere a che fare con i partiti della sinistra, identifichiamo i loro errori nel governismo e nel poltronismo” spiega Rizzo. Parole che, pronunciate dall’esponente ex Pci, ex Rifondazione, confluito nel Pdci quando nel 1998 il partito di Bertinotti scelse l’appoggio esterno al governo (allora Rizzo era convinto dell’importanza della fiducia agli esecutivi ulivisti), non sono di facile comprensione. E’ storia recente il suo divorzio da Oliviero Diliberto che lo ha espulso dal partito perché sostenitore della campagna elettorale di Gianni Vattimo dell’Idv. “Abbiamo già 60 sezioni sul territorio, più di 50 consiglieri provinciali, alcuni regionali e un bacino di iscritti che ammonta ad un terzo di quelli del Pdci, circa diecimila". Ipercritico col Pd “per i suoi rapporti con le banche e Confindustria che lo fanno apparire una copia di FI”, non risparmia rimproveri agli ex compagni della sinistra radicale colpevoli “di aver tanto urlato senza ottenere nulla”. Oggi sarà presentata una proposta di legge d’iniziativa popolare contro il lavoro precario, per il posto fisso.
Comunisti sinistra popolare,ne avevamo bisogno,un altro pezzo di sinistra se ne va nell'oblio o dimenticatoio se preferite,da Bertinotti a Vendola,chissà quante partiti e partitini nasceranno ancora. A me pare che dalle parti degli eredi di Berlinguer,si rivolterà nella tomba quel fu galantuomo, si siano bevuti il cervello,che fosse fallito il comunismo anche i bambini ormai ne davano atto,ma che la naturale trasformazione fosse la balcanizzazione del nulla,davvero non lo avrei immaginato.
Stia tranquilla e dorma sogni tranquilli questa destra inguardabile,anche dopo il padrone del carrozzone,non avranno competitor,poichè la sinistra non esiste più,è in atto la sindrome lillipuzziana,il Pd è una fotocopia sbiadita del Pdl,meno inguardabile,ma chi coltiva il proprio orticello preferisce l'originale,per arrivare a Di Pietro,il quale ogni volta che starnazza con le sue elucubrazioni mentali,fa scappare chi si stava affacciando ad una possibile alternativa al re.
Non tratto e commento l'Udc,potrei offendere scrivendo di Cuffaro tra le sue liste regionali prima ed europee oggi,meglio non andarsi a cercare querele o qualcos'altro ancora peggiore....
Non è una notizia nuova,ovvero la porcata finanziaria decisa da questo esecutivo,alcuni ragionamenti e spiegazioni di Travaglio aumentano a dismisura la portata dell'immane vaccata.
I soliti poteri,fino ad arrivare all'evasore dell'ultima ora,ha potuto stappare champagne!!
Dopo l’elogio del posto fisso centinaia di lettori hanno scritto al Fatto Quotidiano per raccontare le loro vite di Silvia D’Onghia CARO MINISTRO, abbiamo appreso con stupore l’elogio che Lei ha fatto lunedì scorso del posto fisso. In un momento di gravissima crisi per il Paese (crisi che il Suo governo un giorno smentisce, il giorno dopo giudica superata), abbiamo nutrito la speranza che la frase da Lei pronunciata potesse costituire l’avvio di una profonda revisione del mercato del lavoro. Purtroppo, in breve tempo, ci siamo resi conto che tutto ciò non sarebbe avvenuto. La sua dichiarazione ha scatenato le inevitabili polemiche politiche (che si trascinano anche in queste ore), tra chi sostiene che il posto fisso è anacronistico e chi è convinto che occorra tornare indietro. Parole inutili, perchè si scontrano con una realtà che la grande maggioranza delle forze politiche probabilmente ignora. È la realtà di quasi quattro milioni di persone, che vivono senza sapere se domani potranno ancora recarsi al lavoro. Parliamo di donne e uomini cui non vengono rinnovati i contratti e si ritrovano senza lavoro, senza soldi e, spesso, con una famiglia sulle spalle. Sono donne e uomini (come leggerà nelle lettere giunte in questi giorni a Il Fatto Quotidiano), che si accontenterebbero persino di lavori precari ma continuativi. Perchè vede, signor Ministro, tutti vorrebbero iniziare a lavorare a 20 anni e finire a 65. Il punto non è questo. Il punto è che servirebbero politiche mirate a incentivare le aziende nella promozione della stabilità occupazionale, servizi per l’impiego efficienti, (che garantiscano ai lavoratori una formazione adeguata alla continuità lavorativa), e il sostegno al reddito, quando l’impiego viene a mancare. Senza tutto questo, ogni parola si trasforma in uno spot elettorale. Che a queste persone, in questo momento, non interessa.
Ecco alcune delle lettere pervenute a postofisso@ilfattoquotidiano.it . Continuate a scriverci.
DOV’ERA QUANDO CANCELLAVANO LA LEGGE PRODI?
Egregio Signor Ministro, la presente per ricordarLe che uno dei primi provvedimenti dell’ultimo governo Berlusconi è stato la cancellazione della legge Prodi che fissava il tetto di 3 anni al lavoro precario. Lei dov’era?
A.D. INVALIDO CIVILE
MA NESSUNO SE NE ACCORGE
Salve, scrivo dalla provincia di Bari, sono invalido civile con regolare iscrizione alle liste delle categorie protette (e qui mi verrebbe da ridere se la cosa non fosse tragica) e a 44 anni non ho avuto il piacere di essere stato mai chiamato dall’ufficio preposto per un solo giorno di lavoro, in questi anni sono andato avanti o lavorando a nero (Oops! Cosa ho detto mai) e quando ho trovato lavoro ho dovuto svolgere mansioni di cui non avevo i requisiti fisici andando ad aggravare la mia situazione fisica. La mia ultima occupazione è stata con una cooperativa locale che mi ha dato la possibilità di lavorare in fabbrica, ovviamente con contratto a termine. Purtroppo con la crisi scoppiata tutti a casa, ho usufruito della disoccupazione, la quale è finita già da un bel po’, mi chiedo: “Avrò mai il famoso “posto fisso”? Ora come oramibasterebbeancheunposticino.GrazieperlaSua attenzione, ministro, attendo fiducioso di avere quel posto che mi dovrebbe spettare di diritto.
N.P.
PERCHÈ NON MI CEDE IL SUO POSTO ALL’UNIVERSITÀ?
Caro(sifaperdire)Compagno(sifaperdire)Ministro Tremonti, sono un precario da ormai quasi 10 anni. Non potendo fare a meno di notare il suo elogio all’agognato posto fisso, mi chiedevo se gentilmente me ne concederebbe uno, magari quello che Lei lascia inoccupabile presso l'Università di Pavia dove ha una cattedra che non utilizza e dove insegna anche sua moglie, ovviamente senza nessuna insinuazione dinepotismo.Immaginoavràdelleremoreafrontedi questa informazioni, ma la voglio rassicurare, io ai ministri Gelmini e e Brunetta non dirò mai nulla. Ringraziandola per la gentile attenzione, la saluto a pugno chiuso.
M.B.
UNA FIGLIA EMIGRATA CHE NON RIESCO A MANTENERE
Gentile ministro, la sua recente presa di posizione sul “postofisso”mihafavorevolmenteimpressionato,lasciandomi, al tempo stesso, interdetto: questo per il semplice fatto che, a mio avviso, il governo di cui lei fa parte non mi pare abbia mai messo in campo (nè oggi, nè in passato) delle politiche finalizzate al raggiungimento di questo scopo. Due parole sulla mia storia personale. Sono un ragazzo palermitano di 27 anni, laureato da tre, che dal febbraio 2009 è entrato nel mondo del lavoro, ovviamente precario. Percepisco un netto mensile di 600 euro (e devo ritenermi fortunato). All'età di 24 anni sono diventato padre. Una gravidanza non programmata, ma portata avanti dalla mia compagna, e dal sottoscritto, con grande amore,dignitàeimpegno,l’impegnodichicredenella vita. Oggi questo mio posto di lavoro non mi permette di mantenere la famiglia, così mia figlia, la madreelanonnamaternasonostatecostretteaemigrare in Irlanda, un paese che, seppur divorato dalla crisi, mantiene ancora oggi delle qualità da vero Stato sociale. Io resto invece qui, nel profondo Sud, perchè voglio fare di tutto per creare le condizioni per un ritorno della mia famiglia. Fino a quando non sarò costretto a mollare pure io e a fare le valigie. E intanto vedo crescere mia figlia su Skype. Ministro, il suo appello sul “posto fisso” non può che trovarmi d'accordo. Spero soltanto che non si tratti di uno spot elettorale in vista delle prossime Regionali.
R.R.
UN FRUTTIVENDOLO FORTUNATO CON DUE LAUREE
Spettabile Ministro del Tesoro, pur condividendo la sua oramai celeberrima affermazione sul posto fisso, io penso che in cuor vostro abbiate capito di averla fatta davvero grossa, vero? Sì, perchè non si spiega come sia possibile il vostro cambio di posizione, o meglio, si spiega solo per un motivo: avetecapitodiaverdistruttoisognielesperanzedipiù generazioni nel nome della flessibilità più tremenda e nauseabonda, abbandonando sin dall’inizio la strada della cosiddetta “flexicurity” che a voi piaceva così tanto... Di sicurity per coloro che son “flessibili” oggi non veneètraccia,madiflexityce n’è molta, troppa rispetto ad una flessibilità che in molti casi sarebbe giusta e pure utile; perchè tutto questo? Anche un bambino capirebbe che un’aziendapostafrailprendere una persona a tempo indeterminato ad un costo maggiore e un’altra a tempo determinato e a costo minore, avrebbe scelto la seconda, specie in un sistema come l’attuale che nonostante tutto vede nel profitto l’unico dio senza altri dei all'orizzonte... Almenopotevaterendereillavoro flessibile più costoso, così da disincentivarlo, o quellostabilepiùeconomico, così da incentivarlo... e invece, niente di tutto questo, ma solo una babele di contrattini usaegettaperlavorianch’essi usaegetta(altrocheseguirela strategia di Lisbona sulla qualit del lavoro e la formazione continua).(...)Siparlatanto,e a sproposito, di riforma - intesa come prolungamento dell’attività lavorativa - delle pensioni, che porterà ad un ulteriore blocco del turnover per le professioni pi appetibili, mentre prolungherà l’agonia sul lavoro per quelle più dure, tipo catena di montaggio, dove dovrebbero andare a farvi un bello stage i cari - inteso come costi per noi contribuenti-Draghi,Dini,Brunetta,Sacconietutticoloro che predicano bene perchè tanto razzolano male, molto male! (...) Vabbè, fortunato chi ha il posto fisso, vuoi perchè onesto, pochissimi, vuoi perchè capace, pochi, vuoi perchè “consigliato”, molti, vuoi perchè raccomandato, i più... Saluti da un trentaduenne che, bene o male, ha due stracci di laurea magistrale/specialistica e - “fortunatamente” - fa il fruttivendolo part-time in un supermercato.
M.M.
A 53 ANNI NEANCHE IL SUSSIDIO INPS
Gentilissimo Signor ministro, sono un ex impiegato della Pfizer, sono stato ceduto, insieme ad altri 450 lavoratori, ad una azienda contenitore che dopo alcuni mesi ci ha collocati in cassa integrazione straordinaria a zero ore. Ho 53 anni, monoreddito e con un figlio di 12 anni. La cosa grave che da tre mesi non percepiamo neanche il lauto sussidio INPS di 600 euro (seicento). Ho iniziato a lavorare 25 anni fa, nell’industria farmaceutica, con il classico posto fisso, mi ritrovo a 53 anni, praticamente disoccupato con figlio e moglie a carico e senza alcun ammortizzatore sociale. Sopravvivo, grazie all’aiuto economico della mia famiglia d’origine. Grazie per la cortese attenzione, colgo l’occasione per porgere i miei pi distinti saluti.
Carmine
CARRIERA: DA PRECARIA A DISOCCUPATA
Egregio Signor Ministro, sono 0288, si ricorda di me? Come no?! Sono quella precaria della scuola che a causadellaSuapoliticaditaglidaquest’annononpuò più vantare neanche il titolo di precaria! Si chiama avanzamento di carriera: da precaria a disoccupata. Non vorrei tediarla molto, ma siccome noi due lo sappiamo che la riforma della scuola non è una riforma pedagogica ma prettamente economica (...) e visto che adesso siamo pure d’accordo sul fatto che il “postofisso”èmegliodelprecariato(...),nonècheavrebbe un posticino fisso anche per me?
L.P.
Ecco alcune situazioni lavorative di alcuni giovani e meno giovani,dando atto della crisi economica mondiale,la più grave dal dopo guerra,è inutile però fare del populismo inutile,con il marketing fine a se stesso non si va da nessuna parte,gli imbonitori sono disoccupati anch'essi,quando non si arriva a fine mese l'elenco degli sprovveduti finisce,e solo questione di tempo.