L’Italia divorzia da se stessa, ma nessuno vuole pagare gli alimenti. Tutti vagheggiano la Manovra Perfetta, quella dove a pagare sono sempre gli altri. Al gran festival dello scaricabarile metto in prima fila il sottoscritto: nelle ultime settimane ho tuonato contro la supertassa per i redditi alti, lo sfoltimento dei piccoli comuni e l’abolizione delle pensioni di anzianità. Ogni volta avevo ragione, ma complessivamente ho torto. Perché alla fine qualcuno deve pagare il conto di questa lunga festa chiamata Stato Sociale (festa piena di sprechi, ma anche di sicurezze che rimpiangeremo) e non basta evocare i soliti mantra propiziatori: la caccia agli evasori e il dimezzamento della Casta, cioè due sogni che se anche diventassero realtà produrrebbero i primi effetti sul bilancio pubblico fra qualche anno: troppo tardi per un Paese che ha i creditori alla porta e la gioventù più disoccupata e anziana d’Europa.
Invece il cetriolo della crisi non piace a nessuno e se oggi sorridono le vittime di Ferragosto è perché piangono altri: i dirigenti pubblici, rimasti gli unici a versare il contributo di solidarietà, e i laureati che dopo aver pagato il ricongiungimento dei loro studi si ritrovano un altro quinquennio di lavoro sul groppone. Ma quando il governo dei sondaggi asciugherà anche le loro lacrime mettendoli in salvo - da noi una norma transitoria non si nega a nessuno - resterà la soluzione finale: far pagare i debiti degli italiani ai tedeschi, dando in garanzia alla Merkel un’ipoteca sulla scelta del prossimo inquilino di Palazzo Chigi.
Ho letto anch'io che i tedeschi sono a un bivio,pagare i debiti agli stati più deboli potrebbe salvare anche la loro economia,ma potrebbe essere la loro svolta il contrario,ovvero mandare allo sfascio il progetto Europa,pagarne le conseguenze nel medio termine,e diventare la grande Germania senza i soliti parassiti,noi tra tasse e classe dirigente sempre più inqualificabile,diventeremo Africa.
La descrizione di ciò che è avvenuto nel mega-summit di Arcore, sette ore di discussione intensa e laboriosa fra i migliori cervelli disponibili al governo di questo Paese, è buon materiale per una ricostruzione di vecchio varietà, come la celebre gag del gatto che assiste alla furibonda lite di due amanti ed è persuaso che l’uno stia incolpando l’altro di avere dimenticato di comprare la trippa.
Ciò che è avvenuto invece è la distruzione, non si sa quanto cosciente, ma certo accurata, di ciò che forse era rimasto della credibilità e rispettabilità italiana.
Come in un incubo è avvenuto tutto ciò che un mago menagramo poteva prevedere per l’Italia: una serie di cancellazioni e di aggiunte fatte con confusione , concitazione, e senza alcuna logica, da mani diverse, deformata persino rispetto al prima, inventando ciò che non si poteva fare e dimenticando dei pezzi, tipo cinque miliardi di euro che non si trovano nella somma finale.
L’evento è da denuncia penale, perché reca all’azienda Italia un danno grandissimo.
Centra in pieno l’obiettivo di presentarci come un Paese che non ha neppure un po’ di rispetto per se stesso e la propria immagine, e non teme il ridicolo. E non parliamo di tempestive e credibili misure economiche. Pensate alla canzoncina da ripetere prima che si apra il penoso sipario del Parlamento: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”. La frase corretta è questa: “Non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani ricchi”, come sempre. Gli altri se la vedano con i 40 anni di lavoro come requisito minimo per la pensione, da tassare subito. Che italiani saranno i pensionati? Che italiani saranno i sindaci che hanno invaso le strade di Milano per far sapere che i Comuni sono a secco?
Che contributo darà, e in che modo, la cancellazione a futura memoria delle Province, e la riduzione dei parlamentari di un altro parlamento, nel momento minaccioso che grava adesso sull’Italia? Come se non bastasse, giornali e tv fanno il lancio senza ridere (o senza piangere) come se ad Arcore fossero state prese decisioni storiche. “Via la supertassa, stretta sulle pensioni, niente superprelievo, l’Iva non si tocca”, gridano giornali e tv.
I cittadini credono che sia il lavoro del Parlamento. Non è vero, non è successo niente.
Hanno solo rinnovato il contratto a Bossi e Calderoli. Si attende la risposta dei mercati.
Siamo al teatrino molto scadente,dove chi deve decidere sul nostro futuro,è più interessato a comunicare d'aver vinto facendo passare la propria linea politica,magari calando le braghe sui punti fermi fino a cinque minuti prima,vedi pensioni-lega,e comunicando al giornale di partito d'aver vinto politicamente,vedi titolo padania di oggi,e cambiare repentinamente idea,considerata la base incazzatissima per non aver più a disposizione "l'anno di naja" e "anni riscattati dell'università",per il conteggio della pensione.
Infatti,quasi tutti gli economisti sono delusi da queste decisioni,il mercato di piazza Affari a Milano ne decreterà definitivamente il de profundis,peccato che a morire lentamente sia un intero popolo.
Diciotto mesi prima della strage dell’11 settembre la Cia era sulle tracce di due dei 19 futuri dirottatori, i sauditi Khaled al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi. Sapeva che erano negli Stati Uniti e ha impedito all’Fbi di scoprirlo. A distanza di dieci anni dagli attacchi alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono di Washington, Richard Clarke, zar dell’antiterrorismo alla Casa Bianca, intervistato dalla tv franco-tedesca Arte, lancia il suo j’accuse: “Perché la Cia non ha avvertito il governo americano sulla presenza, nel nostro suolo, di due uomini di Al Qaeda? È uno dei grandi misteri dell’11 settembre”. La commissione d’inchiesta del Congresso, creata per risolverli, non ha approfondito la questione. Nelle sue memorie pubblicate sei anni fa, Richard Clarke dedica solo poche righe a quell’episodio. Oggi, però, per la prima volta, chiama in causa il ruolo dell’”agenzia”. Nuovi elementi, raccolti da Arte per un documentario, portano a un’ipotesi sconcertante: la “sorveglianza” sui due sauditi si sarebbe inserita in un’operazione, poi fallita, di grande portata della Cia contro Al Qaeda.
Yemen,la centrale del terrore
TUTTO comincia nel ’98 quando i servizi Usa intercettano alcune conversazioni in una casa di Sanaa, capitale dello Yemen: è la “centrale del terrore”diAlQaeda. Qui i jihadisti ricevono istruzioni e lasciano messaggi. Tra il ’96 e il ’98 quel numero è stato chiamato più di 200 volte da Osama Bin Laden e dai suoi fedelissimi. E alla fine di dicembre ’99 scatta l’allarme,grazie a una telefonata dall’Afghanistan. Bin Laden ordina a Khaled e Nawaf di recarsi subito a Kuala Lumpur, Malesia. Qui è previsto il meeting preparatorio per la missione dell’11 settembre. Ma la Cia è all’erta. La “Alec Station”, l’unità speciale costituita al suo interno per occuparsi di Bin Laden, identifica Khaled al-Mihdhar e Nawafal-Hazmi.La caccia inizia.Il 5 gennaio 2000, in viaggio verso Kuala Lumpur, Khaled viene rintracciato in transito a Dubai.Il suo passaporto, con visto d’ingresso negli Usa,verrà fotocopiato e spedito al quartier generale della Alec Station. Dove lo riceveranno anche due agenti dell’Fbi, lì distaccati come liaison officers, Mark Rossini e Doug Miller. Stanno per mandare un rapporto in materia ai loro superiori di Washington quando il numero due della Alec Station, Tom Wilshire, dal quale ora dipendono gerarchicamente, li blocca. Rossini però protesta, esige un motivo. Wilshire lo gela: “Quando vorremo informare l’F-bi, lo faremo noi”.
La riunione di Kuala Lumpur
IL 5 GENNAIO,a Kuala Lumpur, agenti della “Special Branch” malese controllano il rendez-vous di Al Qaeda per conto della Cia. E pedinano Khaled fino a un lussuoso appartamento di proprietà di un ricco uomo d’affari malese simpatizzante di Al Qaeda. Presiede il summit di dodici persone Khaled Sheik Mohammed, il cervello dell’11 settembre. Scopo: organizzare due attentati: quello dell’ottobre 2000 al cacciatorpediniere Uss Cole nel porto di Aden e, appunto,quello delle Torri Gemelle. Ma gli agenti malesi non riescono a piazzare le cimici. Si limitano a stare alle costole di Mihdhar e Hamzi,per poi vedere il loro aereo decollare verso Bangkok. L’8 gennaio i due sauditi atterrano all’aeroporto tailandese, spiati dalla Cia, che li perde di vista.
Mark Rossini, intervistato da Arte, commenta: “Ero molto preoccupato. Quei due stavano per giungere qui, e non certo in visita turistica. Avevo capito che il loro viaggio faceva parte di un piano. Michiedevo:‘Che cosa vengono a fare da noi? Che cosa vogliono?’”. Percezione esatta. Il 15 gennaio 2000 Khaled e Nawaf sbarcano proprio a Los Angeles.Qui vengono accolti dal saudita Omar al-Bayoumi, ex impiegato al ministero della Difesa, vicino all’intelligence del regno arabo. E vanno a vivere a San Diego, dove seguono corsi d’inglese e di pilotaggio.
Primi di marzo. Alla Alec Station ricevono posta dalla Cia di Bangkok. Con due mesi di ritardo apprendono che Khale de Nawaf sono partiti per l’America. Da questo momento l’”agenzia” sa che i due jihadisti sono negli Usa. Ma continua a tagliar fuori l’Fbi.
Visti per l’11 settembre
FINE MAGGIO 2000. Khaled al-Mihdhar vuole rimpatriare nello Yemen: è appena diventato padre, ci tiene a vedere sua figlia. Il 9 giugno Khaled salta su un aereo e raggiunge Sanaa.Nei mesi successivi andrà in Afghanistan e prenderà parte all’assalto alla Uss Cole di sei mesi dopo. A San Diego è rimasto l’amico Nawaf, tutto il giorno a navigare su Internet, leggere bollettini su Bosnia e Cecenia, ricevere messaggi da Khaled Sheik Mohammed. Il tempo passa.
Nel maggio 2001 Khaled si sposta ancora, destinazione Arabia Saudita. Viaggia con un documento a suo nome, che riporta un segno distintivo invisibile ad occhio nudo, ma che lo qualifica come sospetto terrorista. I servizi sauditi lo segnalano subito agli americani.Per parte sua Khaled ha un problema . Deve ritornare negli Stati Uniti, ma ha un passaporto “pericoloso”, tutti quei timbri afgani e yemeniti,in grado di allertare i doganieri Usa. Studia il rimedio. Sosterrà che “quel” documento gli è stato rubato. Il primo giugno ne ottiene uno nuovo, sempre dotato della solita “stampigliatura”, ma che, per una ragione incomprensibile, non ha data di scadenza. Nessuno se ne accorge, nemmeno il consolato Usa di Gedda che appone il visto il 13 giugno. Unafirmaillegittima.PerchéKhaled ha mentito scrivendo, nell’appositoformulario,dinonavermai messopiedenegliUsa.Paradossale. Era stato quello stesso consolato a concedergli il visto in precedenza, nel dicembre ’99. Il 4 luglio, giorno della festa nazionale Usa, due mesi prima dell’11 settembre, Khaled rientra in America, con un passaporto pieno di “buchi”, bollato come terrorista, dopo essere stato monitorato dai servizi americani, malesi, tailandesi e sauditi.
L’allarme dell’intelligence
IN TUTTO questo periodo la Cia lancia l’allarme: è in vista un attentato. Il 10 luglio 2011 il suo direttore George Tenet incontra Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza del presidente George W. Bush. Lo accompagna il responsabile della Alec Station, Richard Blee, che annuncia: “Ci saranno azioni spettacolari nelle prossime settimane o mesi. Avranno luogo simultaneamente contro interessi americani, forse all’interno degli Stati Uniti, e provocheranno danni gravissimi”. Il numero 2 della stessa Alec Station, Wilshire, è stato intanto trasferito al quartier generale dell’F-bi, come ufficiale di collegamento.Forse per assicurare che non vi siano fughe di notizie riguardanti Kuala Lumpur?Quel summit lo assilla. A fine maggio chiede a Margaret Gillespie, un’analista dell’F-bi,di passare in rassegna,ma“senza urgenza”, e nel tempo libero, tutti i fatti di Kuala Lumpur.Omette di aggiungere che almeno due dei presenti a quell’appuntamento, Khaled al-Mihdhar e Nawaf al-Hazmi, sono arrivati negli Stati Uniti il 15 gennaio 2000.
L’ultima chance
IL 21 AGOSTO, a venti giorni dalla strage, miss Gillespie ritorna dalle vacanze e finalmente riesce ad esaminare il memo della Alec Station dal quale risulta che “due sauditi di San Diego”sono in America da tempo. Subito scopre che: al-Hazmi è sempre lì, dove ha preso lezioni di volo; al-Mihdhar è rientrato il 4 luglio e non si è più mosso. “Mi si è accesa una lampadina”, ammetterà in seguito.
Il giorno dopo la Gillespie riferisce l’esito delle sue ricerche a Wilshire. Che questa volta non può più mettere i bastoni tra le ruote. L’Fbi apre infine un’inchiesta, ma di routine, cioè ancora senza fretta. Nawaf e Khaled vengono messi sulla lista dei terroristi da fermare alle frontiere. Ma nessuno allerta le autorità aeree civili, le sole preposte alla sorveglianza dei voli interni. Il 23 agosto l’Fbi di New York, incaricata di localizzare i due sauditi, affida l’incombenza a un novellino appena uscito dalla Scuola di Quantico. Il quale viene investito del compito il 28 agosto, sempre come routine. Dal 4 settembre ci lavora. Ma lui di Bin Laden non sa nulla. E a nulla approderà. Cronaca di un disastro annunciato.
I dubbi del capo della sicurezza
CHE COSA è successo? Perché la Cia non ha permesso all’Fbi di individuare i due sauditi negli Usa? La Cia avrebbe agito per proteggere un suo informatore all’interno di Al Qaeda? Il fatto che Khaled e Nawaf siano stati “curati” da al-Bayoumi, accrediterebbe la tesi di una manovra americano-saudita e giustificherebbe il silenzio della Cia. Una fonte dentro Al Qaeda poi farebbe capire perché all’”agenzia” l’aggressione agli Usa fosse prevista. Tutte le testimonianze concordano: se la Cia lo aveva “intuito”, ignorava però data e obiettivi dell’evento. Era forse stata vittima di un agente “triplo”? Non sarebbe la prima volta.
Richard Clarke sovrintendeva tutte le iniziative antiterrorismo dalla Casa Bianca. Avrebbe dovuto essere avvisato sulle mosse di Khaled e Nawaf. Ha dichiarato ad Arte: “La Cia sapeva e non l’ha comunicato né a me né all’Fbi. Quando dopo l’11 settembre tutto questo è venuto fuori, ero indignato, pazzo di rabbia, ho cercato delle scuse”. Così mister Clarke ha condotto la sua personale indagine e oggi afferma: “Da più di un anno tutte le persone dell’antiterrorismo alla Cia erano al corrente, direttore in testa: 50 persone, che sono state zitte. È più di una coincidenza. Non amo le teorie cospirazioniste, ma voglio una spiegazione. La commissione d’inchiesta non l’ha trovata. Tra l’altro il direttore della Cia mi chiamava con regolarità per notizie banali”.
Dopo l’11 settembre Clarke ha tentato di avere chiarimenti dal grande boss, Tenet, invano. Ha domandato a Dale Watson, capo dell’antiterrorismo Fbi, come avrebbe reagito il bureause avesse saputo dei due pericolosi sauditi in giro per gli Usa, sentendosi rispondere: “Avremmo piazzato le loro foto dappertutto, le avremmo messe su internet”. Ancora Clarke: “Ho chiesto a Dale: ‘Quante possibilità avreste avuto di arrestare quei due tipi?’Mi ha detto:100 per cento”.E il massacro dell’11 settembre non ci sarebbe mai stato.
*Domani, 31 agosto, la tv franco-tedesca Arte trasmetterà la prima puntata del documentario di Fabrizio Calvi e Jean Christoph Klotz. Nello stesso giorno, autore Fabrizio Calvi, uscirà in Francia il libro “11 septembre: la contrenquete”, (Fayard Editions)
Rammento quelle ore dell'attacco,dalla radio venni a sapere del primo aereo sulla torre,ci furono gli interrogativi sulla casualità e della disgrazia,ma quando giunse la notizia del secondo aereo sulla seconda torre,a tutti fu chiaro che gli Stati Uniti erano sotto un duro attacco,l'aereo caduto sul Pentagono,l'altro abbattuto prima che si avvicinasse alla Casa Bianca,o forse dovuto all'ammutinamento dei passeggeri,confermò senza ombra di dubbio l'attacco terrorista.
E nelle stesse ore mi chiesi se tutto ciò poteva capitare agli States,con la loro organizzazione di super intelligence,e la personale riflessione fu che non era possibile,come sta emergendo dalle inchieste,nei mesi antecedenti all'attacco terrorista ci furono inquietanti interrogativi su tutta la vicenda,o forse sarebbe meglio dire che tutta la storia è immersa nel torbido delle ragion di Stato.
Anche perchè su questo strano pianeta,se uno le sapesse tutte cadrebbe in una profonda depressione.
Alla festa di Montecarlo gare di abilità, come il tiro a segno al contribuente onesto, l'elezione di miss Sgravio e alcuni ospiti star, come il sacerdote che ha fatto passare per luogo di culto la pista di go-kart.
Tra le feste politiche del prossimo settembre fa spicco il primo Raduno nazionale degli Evasori Fiscali, che si svolgerà a Montecarlo dove la comunità italiana qui residente ha messo a disposizione degli ospiti un centinaio di panfili con il nome limato. Questo il programma della manifestazione.
Inaugurazione
La Banda Nazionale dei Piastrellisti esegue "Uno su mille", il celebre inno ispirato alla percentuale di quelli che emettono fattura. Un prestanome del governo porta i saluti di Berlusconi e Bossi e rilascia ai giornalisti presenti una dichiarazione molto lacunosa, inferiore almeno del settanta per cento a quella prevista. Il resto della dichiarazione verrà recapitato in via amichevole in albergo ai giornalisti amici. Segue la sontuosa cena inaugurale. Nel menù ufficiale figurano solo maccheroni in bianco e frutta di stagione, nella realtà si tratta di un raffinato banchetto di venti portate. Molto apprezzato il lavoro dello chef maltese John Tresca, inventore della cucina camuffata (evoluzione della cucina destrutturata). Lavora le ostriche fino a farle sembrare cozze, le aragoste fino a farle sembrare gamberetti e la ricevuta fiscale fino a farla sembrare una squisita cialda che il cliente inghiotte senza neanche rendersene conto.
Ospiti
Data per certa la presenza di don Rino, un parroco veneto che è riuscito a far passare per "luoghi di culto", dunque detassabili, un tiro a segno e un circuito di go-kart, entrambi intestati alla Curia. Molto attesa Katia Copertoni, una parrucchiera di Latina che durante un'ispezione della Finanza è riuscita a ingoiare la cassa prima che gli agenti riuscissero a impossessarsene. In forse la presenza del grande ginecologo siciliano Calogero Salvo Sciuminé, primario di una clinica privata e rettore di un paio di Università, che aveva promesso di esporre alla Festa di Montecarlo la famosa "Numero Uno", la sua prima e ultima ricevuta fiscale emessa nel 1976 per l'errore di una segretaria appena assunta.
Giochi
Si comincia con la tradizionale gara di razzetti di carta fatti con i moduli per la dichiarazione dei redditi, nella quale si contendono il primato le due famose scuole degli orafi vicentini e dei dentisti calabresi. Segue lo spiritoso tiro a segno con palle di merda lanciate in faccia al Salariato, al Pensionato e al Contribuente Onesto, figure oggetto del tradizionale dileggio del popolo degli evasori. Di solito si tratta di sagome di cartone, ma per l'occasione speciale sono state noleggiate, a pagamento, persone in carne e ossa, ridotte in miseria e costrette ad accettare anche i mestieri più umilianti. Molto attesi anche il Rally dei Suv, specialità nata sui marciapiedi dei centri storici più stretti, e l'elezione di Miss Sgravio, riservato a concorrenti che hanno la quinta di reggiseno ma denunciano la seconda. Troppo lontano il confine svizzero per disputare la tradizionale corsa nei sacchi "Como-Lugano-Como", con i sacchi pieni di banconote all'andata e vuoti al ritorno.
Dibattiti
Si conoscono solo i titoli, perché i relatori hanno preferito mantenere l'anonimato. "Quando l'umanità era felice", rievocazione della società troglodita prealpina del sesto millennio prima di Cristo, l'ultima nella quale non si pagavano tributi. "Fottere il prossimo: una vocazione o una scelta?", confronto tra le due grandi correnti etiche dell'evasione. "Economia: il rotolo di banconote unte e legate con l'elastico come forma moderna di pagamento". "Paradossi scientifici: come è possibile dichiarare cinquemila euro all'anno e possedere un veliero che costa cinque milioni". "Religione. Gli evasori cattolici e la confessione: dichiarare al prete tutti i peccati o solo una parte?".
Comizio di chiusura. Umberto Bossi in canottiera mostrerà il dito medio allo Stato, farà il gesto dell'ombrello ai contribuenti onesti e poi andrà a cena con l'amico Giulio Tremonti, ministro delle Finanze e collega di governo.
Scelgo la parrucchiera di Latina,che s'è ingoiata la cassa prima del controllo della finanza,sembrerebbe impossibile,eppure per essere un "buon evasore" si fa questo e altro.
La satira di Serra per quanto colorita,esagerata in certi frangenti,non è poi così lontana dalla realtà.
Buongiorno a tutti. Oggi le parole chiave del Passaparola sono: Vice Re e Ricatti.
I Vice Re chi sono? Sono i personaggi più vicini ai padroni della politica italiana, che sono tutti sotto indagine o sotto processo, alcuni sono già passati per le patrie galere e altri ci stanno, in questo momento, nelle patrie galere e altri, magari, ci finiranno e che se parlassero sarebbero in grado di radere al suolo l’intera classe politica almeno ai massimi vertici.
Tutti i ricatti del Presidente
Ricatto. È la conseguenza di questa situazione, e cioè il fatto che c’è una situazione oggettivamente ricattatoria da parte dei vice re nei confronti dei re.
Perché se, appunto, i vice re si lasciassero scappare qualche ricordo o qualche parola compromettente, i re sarebbero politicamente morti.
Ancora una volta, quindi, si vede come le indagini giudiziarie abbiano una ripercussione politica soprattutto a proposito della ricattabilità dei nostri politici, che invece dovrebbero avere le mani libere per decidere per il bene comune anziché per il bene proprio, o per gli interessi propri.
La ricattabilità. In questi giorni, per parlare del re numero 1, ‘il re sola’ come l’ha chiamato il vignettista Giannelli in un suo libro, Berlusconi, si è scoperto che appunto Berlusconi è molto munifico, è una sorta di buon samaritano nei confronti di personaggi ben poco raccomandabili: li paga stabilmente. C’è una lunga lista di persone che vengono o sono state pagate da Berlusconi, l’ultima di questa lista, di queste persone è Giampi Tarantini.
Giampi Tarantini è un signore che fu arrestato l’anno scorso per favoreggiamento della prostituzione, traffico di cocaina e corruzione nella malasanità pugliese, ed è anche colui che portava le prostitute a Palazzo Grazioli e in altre ville del Cavaliere; anzi, era entrato in contatto con il Cavaliere proprio affittando una villa in Sardegna, vicina a Villa Certosa, riempiendola di giovani fanciulle e immediatamente fu contattato da un intermediario, anzi da un’intermediaria di Berlusconi che glielo presentò e di lì iniziò questo rapporto da cui Tarantini sperava di ricavare dei vantaggi.
Tarantini che vendeva protesi sanitarie alle Asl della Puglia, voleva mettersi in grande, voleva ingrandirsi, voleva arrivare a Roma e voleva mettere un piede almeno nel grande business della protezione Civile, c’era ancora Bertolaso. Il suo scopo era quello di diventare indispensabile per Berlusconi affinché Berlusconi si sdebitasse con lui raccomandandolo presso Bertolaso e facendolo entrare in quella ristretta cerchia di fortunati imprenditori che, nel segreto totale degli appalti della Protezione Civile, lucravano sulle disgrazie, sulle catastrofi naturali e sui grandi eventi.
Gli andò male, perché finì per pagare soltanto lui quel progetto che aveva messo in piedi di intesa con Berlusconi, in quanto Berlusconi appunto ne svicolò in quanto utilizzatore finale delle prostitute che gli portava Tarantini, il quale poi pare le pagasse lui di tasca propria, proprio per evitare che Berlusconi capisse che non le aveva conquistate con il suo fantastico charme, ma le aveva semplicemente utilizzate – per usare un orribile verbo dell’Avvocato Ghedini – con Tarantini che dietro la porta poi le remunerava per i loro servigi sessuali al Presidente del Consiglio.
La stessa cosa faceva Tarantini con il vice Presidente della giunta Vendola, Nicola Frisullo, uomo di D’Alema, uomo forte di D’Alema nella giunta Vendola, che fu per questo arrestato, perché? Perché pare favorisse gli affari di Tarantini in cambio, appunto, di tangenti sessuali, ragazze che nei giorni pari venivano portate a Palazzo Grazioli e nei giorni dispari venivano portate a Frisullo.
Bene. Si è scoperto in un’indagine di Napoli, dove Berlusconi figura come vittima di un ricatto, cioè di un’estorsione, che Tarantini prendeva, riceveva soldi dal Cavaliere: 500 mila euro in un’unica soluzione e poi dei versamenti periodici, pare addirittura mensili, che arrivavano fino a 20 mila euro al mese.
Berlusconi non ha negato questa circostanza, l’ha seraficamente ammessa, ormai non si nega più nulla, si ammette tutto come se fossero cose normali, e ha detto – cito testualmente – “ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trova in gravissime difficoltà economiche, nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio, sono fatto così”. Ecco, quest’uomo disperato in gravissime difficoltà economiche coi bambini a carico, poveretto, dipinto come un piccolo fiammiferaio, è in realtà questo Giampi Tarantini che a Roma vive in un appartamento nella zona di via Veneto, una delle zone più care di Roma, più lussuose di Roma e che questa estate era segnalato a Cortina, altro covo di piccoli fiammiferai!
Naturalmente non c’è nulla di illecito a dare dei soldi a Tarantini se è tutto avvenuto alla luce del sole. Il problema è che il Presidente del Consiglio se dà soldi a qualcuno dovrebbe spiegare il perché. E dato che di persone in gravissima difficoltà con figli a carico ce ne sono diversi milioni in Italia, e ce ne saranno molti di più quando sarà passata la manovra finanziaria che farà pagare sempre ai soliti noti il prezzo dei furti dei soliti ignoti, non si capisce per quale ragione lui debba aiutare proprio quel signore lì, ammesso e non concesso che fosse in miseria e non sapesse come sfamare i suoi figli.
Nell’indagine e dalle intercettazioni risulta, una cosa che intanto tutti sanno, e cioè che Tarantini sta per essere processato per avere portato le prostitute a casa di Berlusconi, perché organizzare la prostituzione, sfruttarla e favoreggiarla è reato; non è reato esercitarla da parte della prostituta e non è reato utilizzarla – sempre per usare l’orribile termine di Ghedini – da parte del cliente, detto anche utilizzatore finale.
Ma naturalmente il racconto di Tarantini non farebbe, nel processo di Bari, che riportare all’attenzione uno scandalo incredibile, e cioè quello di queste prostitute che entravano e uscivano dalla residenza, mezzo privata e mezzo pubblica di Palazzo Grazioli, del Presidente del Consiglio, munite di fotografie e filmati, conversazioni registrate di nascosto, che avrebbero potuto costituire ovviamente materiale ricattatorio o da parte loro o da parte di altre persone alle quali eventualmente queste ragazze avessero venduto questo materiale. Potrebbero essere interessati i servizi segreti, potrebbero essere interessati uomini della criminalità a ricattare il Presidente del Consiglio italiano con quel materiale compromettente. E quindi si capisce per quale motivo è bene tenersi buono Tarantini.
Ma c’è un fatto in più: quell’indagine, quel processo si fonda in gran parte, oltre che sulle rivelazioni della D’Addario e di altre ragazze, su intercettazioni telefoniche sui telefoni di Tarantini e di quelle ragazze, telefoni ai quali spesso chiamava o dai quali veniva chiamato Berlusconi, che non era intercettato, ma che era dunque ascoltato, perché parlava su telefoni di prostitute e di un pappone, quelli sì intercettati.
Naturalmente se si fa il processo in un pubblico dibattimento tutto questo materiale, che finora è rimasto segreto, diventerebbe pubblico e quindi noi avremmo questo bel quadretto edificante che riguarda il Presidente del Consiglio, le prostitute, il pappone. Ecco perché è assolutamente necessario, visto che il processo non si può non fare, che Tarantini patteggi la pena prima che inizi il processo, così il processo non si celebrerebbe nella forma del dibattimento, ma resterebbe tutto chiuso nell’accordo tra le parti, cioè l’Imputato che patteggia una pena davanti al Pubblico Ministero con il consenso del Gip.
E pare che proprio questo sia lo scopo al quale tende Berlusconi: far patteggiare Tarantini affinché si prenda ovviamente tutte le colpe e non vengano fuori quelle intercettazioni che potrebbero ulteriormente danneggiare, se possibile ovviamente, un’immagine già sputtanata come quella del nostro Presidente del Consiglio.
Vice e re e ricatti.
In questo affare pare che fosse entrato, prendendosi una percentuale, secondo l’Accusa, di quei soldi dati da Berlusconi a Tarantini, il famoso o famigerato Lavitola. Chi è Lavitola? Lavitola è quello strano giovanotto direttore del Nuovo Avanti, l’organo di quello che resta del partito socialista, pensate com’è ridotto, partito socialista che l’anno scorso diventò famoso perché, con i suoi rapporti di diplomatico informale nel Centro America, si era dato molto da fare per cercare di far risultare che l’alloggio di Fini a Montecarlo era in realtà di proprietà del cognato e che quindi Fini aveva di fatto venduto un bene del partito a suo cognato sotto costo. Questa cosa non fu mai dimostrata naturalmente, ma Lavitola si diede molto da fare. Bene. Lavitola non si sa a che titolo è entrato in questa vicenda Tarantini e pare che abbia trattenuto, secondo l’Accusa, una parte di quei soldi.
Un po’ quello che è accusato di avere fatto Emilio Fede con i soldi che Berlusconi ha generosamente elargito a un altro dei suoi vice re, attualmente in carcere, Lele Mora, che era subentrato a Tarantini nel procacciargli le prostitute, secondo l’Accusa della Procura di Milano. Lele Mora è in galera per il suo fallimento e per i suoi maneggi, ed è un altro che se parla... beh, insomma, potrebbe raccontare molte cose. È sotto processo anche lui per queste vicende di prostituzione a Milano insieme a Emilio Fede e, guarda un po’, risulta avere ricevuto da Berlusconi 2 milioni di euro, 2 milioni di euro mentre aveva una bancarotta in corso delle sue società. Su questi 2 milioni di euro, secondo l’Accusa, Emilio Fede avrebbe fatto una cresta: si sarebbe preso una percentuale perché si era dato molto da fare presso Berlusconi perché Berlusconi aiutasse anche questo altro povero piccolo fiammiferaio di Lele Mora che le portava le ragazze, le olgettine.
Decine e decine, centinaia e centinaia di migliaia di euro a Giampi Tarantini, 2 milioni e passa di euro a Lele Mora, entrambi imputati per prostituzione; soldi alla famiglia di Noemi Letizia, la ragazza che quando compì 18 anni Berlusconi si precipitò a partecipare alla sua festa in uno strano posto a Casoria; soldi a profusione alle ragazze dell’Olgettina, le buste del ragionier Spinelli, prima evidentemente per i servigi che rendevano ad Arcore e poi evidentemente per il timore che dichiarassero cose ai magistrati; tenete presente che in autunno entrerà nel vivo il processo sul caso Ruby, e quindi ci sarà questa sfilata di queste ragazze che andranno a raccontare che cosa facevano ad Arcore, e perché ricevevano tutti quei soldi, e perché avevano la casa gratis nel quartierino dell’Olgettina, e perché venivano loro regalati pacchi di danaro, gioielli, favori, scritture nelle televisioni, particine in film. Ruby ha lasciato nel suo diario la scritta relativa ad una promessa di 5 milioni di euro da parte di Berlusconi che le avrebbe detto “ti coprirò d’oro se tu farai la matta quando verrai interrogata, cioè dirai cose contraddittorie in modo da screditare completamente la tua parola e quindi renderti un testimone inutile in quel processo”, da cui Berlusconi evidentemente ha molto da temere.
I famosi 600 mila euro... scusate, 600 mila dollari all’Avvocato Mills, il quale ha messo anche lui nero su bianco al suo commercialista che ‘Mister B’ si era salvato nei processi Guardia di Finanza All Iberian grazie alla sua testimonianza reticente e subito dopo era stato ringraziato con 600 mila euro.
Da Tremonti a Penati
Poi c’è Dell’Utri che sulle indagini della P3 si è scoperto avere ricevuto quasi 10 milioni di euro sotto forma di prestito infruttifero da parte di Berlusconi, che lui naturalmente ha detto che restituirà, ma intanto è un modo come un altro per far avere dei soldi a un altro povero amico in difficoltà, un altro piccolo fiammiferaio, che oltre a prendere i soldi da noi come parlamentare, prende privatamente i soldi da Berlusconi.
E beh, insomma, per quale motivo sia opportuno pagare Dell’Utri è inutile che ve lo racconti, ve lo immaginate ben da soli, è dagli anni 60 che Dell’Utri custodisce i segreti delle origini delle fortune di Silvio Berlusconi e certi strani rapporti siciliani.
A Napoli c’è un’altra indagine, sempre con Berlusconi vittima di ricatto ed estorsione, in cui il ricattatore indagato sarebbe Ernesto Sica.
Ernesto Sica era sindaco a Ponte Cagnano, si era messo in testa di fare il governatore della Campania, laddove poi invece fu candidato Caldoro e con l’aiuto, sempre secondo l’Accusa, di Cosentino e di altri, si diede da fare per eliminare Caldoro e fare posto a se stesso. Eliminare Caldoro come? Con un dossier in cui si insinuava che Caldoro fosse un frequentatore di transessuali, come Marrazzo. Dopodiché non ottenne la candidatura a governatore, ma ottenne che Berlusconi e il suo entourage intervenissero su Caldoro per nominarlo assessore nella nuova giunta regionale e fu nominato assessore. E quale arma di ricatto utilizzò per diventare assessore? Secondo l’Accusa ricattò Berlusconi, andandone a parlare con il coordinatore del partito Denis Verdini, a proposito di quello che lui, Sica, sapeva della compravendita dei senatori del centro sinistra, che tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 dovevano passare, e poi in effetti passarono, al centro destra facendo mancare la maggioranza al centro sinistra al Senato. E infatti il Governo Prodi cadde nel febbraio del 2008 a causa del ritirarsi di alcuni parlamentari proprio al Senato.
E Sica minacciava di rivelare quello che sapeva sulla compravendita dei senatori, nella quale evidentemente aveva avuto un ruolo di primo piano.
Si potrebbe andare avanti all’infinito a parlare di tutti quelli che hanno ricevuto e ricevono soldi dal Presidente del Consiglio. Sempre soldi perché stiano zitti, Sempre soldi perché c’è la paura che ricordino e parlino. Abbiamo il Presidente del Consiglio più ricattabile e più ricattato della storia dell’umanità. E questo spiega per quale motivo non ha tempo di occuparsi dei nostri problemi, ne ha troppi di suo di problemi per pensare anche ai nostri.
Ma non è l’unico: se lui è il più ricattato di tutti quanti ci sono purtroppo altri casi, che noi scopriamo sempre grazie a indagini giudiziarie che vanno a vedere là dove noi non possiamo mettere il naso, perché possono per fortuna ancora usare le intercettazioni telefoniche e ambientali, altri personaggi che appaiono, non si sa se ricattati, sicuramente ricattabili.
Un altro personaggio è Giulio Tremonti. Giulio Tremonti ha il suo ex braccio destro, Marco Milanese, che rischia di finire in galera entro i prossimi due mesi: alla ripresa dell’attività parlamentare il Parlamento e la Camera sarà chiamata a votare pro o contro la richiesta del Gip di Napoli, che ha già disposto la cattura di Milanese, per gravi casi di corruzione, compravendita di nomine, di posti, di favori all’ombra di Tremonti, era Milanese a fare le nomine nelle società controllate o partecipate dal Ministero del Tesoro e, secondo l’Accusa, se le faceva remunerare con soldi, tangenti, regali, gioielli. E sosteneva spesso di dover girare questi regali al Ministro Tremonti, ecco perché nel dicembre dell’anno scorso Tremonti fu interrogato come testimone e i magistrati gli dissero che cosa avevano scoperto che faceva Milanese e che spendeva il suo nome, addirittura a proposito di un preziosissimo orologio d’oro che sarebbe stato destinato a lui. Quindi Tremonti dal dicembre dell’anno scorso sapeva cosa faceva il suo braccio destro. Eppure, dopo averlo saputo, non fece nulla, non mosse un dito: continuò a tenersi Milanese come suo consigliere privilegiato al Ministero del Tesoro, dopo averlo fatto eleggere in Parlamento, e soprattutto continuò ad abitare in un appartamento il cui affitto lo pagava Milanese, ed erano 8 mila e 500 euro al mese. Dove prendesse i soldi per pagare l’affitto a Tremonti, oltre ovviamente alle spese che doveva sostenere per sé, Milanese, non si è mai capito o forse lo sta rivelando l’indagine. Abbiamo scoperto che Tremonti viveva a casa sua girandogli poi informalmente brevi mano, si direbbe in nero, 4000/4500 euro al mese.
In un paese serio non si può fare un così largo uso di contanti senza venire segnalati immediatamente all’antiriciclaggio, ma da noi sotto i 5 mila euro si possono fare movimenti di contanti, perché questo Governo infame ha cancellato una delle poche norme giuste fatte dal centro sinistra, in particolare da Padoa Schioppa e da Visco che avevano reso tracciabile i pagamenti in contanti per somme anche di molto inferiori.
Bene. Tremonti ha mollato la casa di Milanese e ha accettato le dimissioni di Milanese da suo consigliere soltanto a luglio, giugno/luglio, quando è partita la richiesta di autorizzazione all’arresto di Milanese da parte del Gip di Napoli. Perché ha aspettato così tanto visto che sapeva tutto da quando l’avevano interrogato nel dicembre scorso? Lui ha detto “beh, in passato vivevo in una caserma della Guardia di Finanza, ma poi ho deciso di lasciarla perché mi sentivo pedinato e spiato da finanzieri facenti capo alla corrente della Guardia di Finanza fedele a Berlusconi”. Solo che invece di denunciare loro e cacciarli dalla Guardia di Finanza, visto che Tremonti è il superiore diretto della Guardia di Finanza e di lasciare il governo Berlusconi, avendo anche soltanto il sospetto che ci fosse Berlusconi dietro quel caso di spionaggio, Tremonti si è tenuto tutto per sé e lo ha rivelato salvo poi mezzo smentirlo in una intervista a Repubblica.
Ora Milanese rischia di fare la fine di Alfonso Papa, primo e unico caso finora di parlamentare arrestato con l’autorizzazione del Parlamento per reati non di sangue; finora soltanto quattro parlamentari nella storia repubblicana erano stati arrestati ed erano tutti accusati di reati di armi oppure di sangue, come Moranino, come Toni Negri, come Abbatangelo e come Saccucci. Basta, da allora tutte le richieste di arresto per parlamentari erano state respinte, mai nessuno era stato autorizzato all’arresto per reati di soldi contro la pubblica amministrazione. Il primo è stato Alfonso Papa. Il secondo rischia di essere Milanese.
Forte è la tentazione di tutti i nemici che ha Tremonti nella maggioranza di votare per l’arresto del braccio destro di Tremonti, nella segreta speranza che Milanese in carcere dica qualcosa contro Tremonti. E quindi voi immaginate in questo momento che razza di clima ricattatorio c’è intorno all’uomo che deve firmare, che ha già firmato le due manovre finanziarie dell’estate, e che adesso deve trattare con i partiti della sua maggioranza sulle modifiche al decreto di ferragosto. Sarà libero di pensare a quello che succede, oppure in questa vicenda entreranno anche i destini del suo braccio destro che se andasse in carcere ovviamente rischierebbe di fargli del male? E che cos’è succederà alla fine? Il centro destra resterà compatto a difesa del suo parlamentare, come ha fatto per le richieste d’arresto per esempio nei confronti di Cosentino, che fu respinta? Oppure scaricherà Milanese per scaricare Tremonti?
Voi vedete come i nostri soldi e i destini dell’economia sono collegati a questo clima di ricattabilità che collega i vice re ai re.
E arriviamo al caso Penati. Perché Penati sta a Bersani come Milanese sta a Tremonti.
Bersani quando divenne segretario del partito democratico due anni fa dopo il breve interregno di Franceschini e la prima segreteria Veltroni, nominò come suo fedelissimo braccio destro, il capo della sua segreteria politica, cioè il suo principale collaboratore, Filippo Penati. Era stato Presidente della Provincia di Milano, era stato sindaco di Sesto San Giovanni in precedenza e che era favoritissimo nel diventare il candidato del centro sinistra alla Regione Lombardia, cosa che poi fu e fu sconfitto da Formigoni e allora entrò in consiglio regionale e diventò il vice Presidente del consiglio regionale della Lombardia.
Penati sarebbe già in carcere se l’altro giorno il Gip di Monza non avesse derubricato le accuse che gli muove la Procura di Monza da concussione a corruzione.
Qual è la differenza? La concussione è un reato più grave della corruzione, perché è un’estorsione commessa dal pubblico ufficiale “o mi dai i soldi oppure io non ti do gli appalti”, la corruzione invece è: “ci mettiamo d’accordo, io ti do gli appalti e tu mi dai i soldi”. Nel primo caso c’è una violenza del pubblico ufficiale sul privato che paga e quindi concussione, reato commesso soltanto dal pubblico ufficiale, mentre il privato che paga è vittima di quella concussione, è come il commerciante che è costretto a pagare il pizzo alla mafia perché la mafia è più forte e lo mette in soggezione. La corruzione invece si commette insieme, di comune accordo, senza che uno faccia violenza all’altro, perché è più comodo così: io mi becco i soldi della tangente, tu ti becchi l’appalto, e tanti saluti al libero mercato e alla trasparenza.
Secondo la Procura Penati in alcuni casi era colpevole di concussione, e questo cosa cambia? Beh, cambia per quanto riguarda il massimo della pena in base al quale si calcola il termine di prescrizione: per la concussione la pena è più alta e quindi la prescrizione è più lunga, per la corruzione la pena è più bassa e la prescrizione è più corta. Grazie al fatto che il Gip ha stabilito che Penati e gli imprenditori erano parte dello stesso sistema criminoso di compravendita delle pubbliche funzioni, c’era corruzione da parte sia di Penati sia degli imprenditori che gli pagavano le tangenti o che dicono di avergli pagato le tangenti e che adesso stanno collaborando con la giustizia e quindi devono essere processati tutti. Il reato è punito con una pena fino a cinque anni e la prescrizione scatta dopo sette anni e mezzo dal momento in cui è stata data e presa la tangente. Sette anni e mezzo purtroppo non bastano, perché i fatti, secondo il magistrato, già accertati finora, vanno fino al 2004. Voi fate 2004 più sette e mezzo vedete che il reato è attualmente, proprio in questo periodo, prescritto, quindi non c’è modo di fare un processo, a meno che naturalmente l’Imputato non rinunci alla prescrizione, cosa che un politico accusato di reati infamanti, mica reati di opinione o reati bagatellari, dovrebbe sempre fare in un paese serio; fermo restando che non esistono paese nei quali al momento del rinvio a giudizio la prescrizione continui a decorrere, quindi in un altro paese basterebbe rinviare subito a giudizio Penati e la prescrizione non ci sarebbe più, da noi invece c’è questa follia che è costruita per far scattare sempre la prescrizione, soprattutto per certi tipi di reato.
Penati corrotto e contento
Quindi soltanto perché le tangenti, pur ritenute vere, sono state chiamate corruzione anziché concussione Penati non è stato arrestato perché è scattata prima la prescrizione.
Non è sempre stato così. Fino a sei anni fa la prescrizione per i reati di corruzione scattava dopo quindici anni dal momento in cui erano stati commessi i reati medesimi. Da quando è stata approvata la legge Ex Cirielli dal centro destra nel 2005 la prescrizione è stata dimezzata: prima scattava dopo quindici anni, dal 2005 scatta dopo sette anni e mezzo, dal momento in cui sono stati commessi i reati, che di solito vengono scoperti molto dopo rispetto a quando sono stati commessi, per cui c’è la garanzia praticamente assoluta che in sette anni e mezzo, dal momento in cui è stata pagata una tangente, è impossibile riuscire a fare le indagini, l’udienza preliminare, il processo di primo, secondo e terzo grado. In questo caso, visto che le cose sono saltate fuori così tardi, non ci sarebbe il tempo neppure per concludere le indagini.
Per Penati comunque la responsabilità non cambia minimamente perché, perché sia che sia corruzione sia che sia concussione il Giudice terzo, il Gip di Monza, ha stabilito che lui è un corrotto, le tangenti le ha prese.
Cambia semmai la posizione degli imprenditori, che nel caso della concussione sono vittime di una estorsione commessa in ipotesi da Penati, mentre invece nel caso della corruzione sono complici suoi e quindi invece di essere vittime e Parti Civili nel processo diventano complici, coimputati e quindi vengono processati anche loro, ma per Penati le cose non cambiano: tangente era con la concussione, tangente è la corruzione.
Quindi non si capisce come abbia potuto, con quale faccia di bronzo abbia potuto l’altro giorno dire “sono felice perché si sgretolano le accuse nei miei confronti e cadono in pezzi”. Si sgretola che? Cade in pezzi che? Il Giudice ha stabilito che sei un corrotto anziché un concussore, sai che gioia! Sai che differenza, c’è proprio da esultare! Abbi il coraggio di dire: sono felice perché l’ho fatta franca perché è scattata la prescrizione.
E qui usciamo dal campo Penati ed entriamo nel campo PD, perché Penati non è mica un passante o un dirigentunquolo locale. Penati era, fino a qualche mese fa, il braccio destro di Bersani e quindi Bersani dovrebbe spiegare intanto perché l’ha scelto, se davvero un sistema così ramificato e antico che risale a quindici/vent’anni fa e che coinvolge enormi aree industriali dismesse che andavano assegnate a questa o a quella ditta, con sempre le cooperative rosse dietro, beh se questo enorme sistema così ramificato e antico poteva sfuggire al controllo del partito. È possibile che a Milano nessuno avesse avvertito Bersani di quello che si diceva che stesse facendo Penati da anni, anni e anni? Da quando era sindaco di Sesto San Giovanni per poi diventare Presidente della Provincia e poi diventare candidato a Presidente della Regione? Come funzionano i controlli interni ai partiti? È possibile che questa cosa l’abbiano scoperta adesso che i magistrati - che sono un po’ come i cornuti, sono sempre gli ultimi a sapere - l’hanno finalmente accertata? È possibile che non fossero giunte voci al partito di Milano e al partito di Roma? O non sarà invece che Penati avesse fatto carriera fino a diventare il braccio destro di Bersani proprio perché nel partito di solito fanno carriera quelli che portano molti soldi?
Perché Penati probabilmente non si è arricchito personalmente, il sospetto anzi, è che in parte gli imprenditori locali si sdebitassero con lui per finanziare il partito a Milano e in parte - parlo delle cooperative rosse nazionali che sempre erano comprese nel prezzo - si sdebitassero poi con il partito a livello nazionale, il che renderebbe assolutamente impossibile che a livello nazionale non si sapesse quale ruolo giocava Penati nel far lavorare coloro che poi pagavano lui e il partito.
Bersani finora ha balbettato, all’inizio ha detto “ho fiducia nella magistratura, ma anche in Penati”, che è la formula paracula di dire ‘ho fiducia negli accusatori ma anche nell’accusato’, adesso però non ci sono più degli accusatori, cioè dei PM o dei testimoni o degli imprenditori: c’è un Giudice, c’è un Gip, un Giudice terzo e forse le cose cambiano. Infatti dopo le paraculate delle autosospensioni dagli incarichi, ma non dallo stipendio di consigliere regionale, adesso Bersani ha deciso di mandare Penati davanti a una commissione di garanzia del partito, che dovrebbero essere i probiviri.
Il Corriere della Sera racconta che finora i probiviri del PD, con tutto quello che è successo nel PD in questi mesi, si sono occupati di un unico caso e cioè di quattro parlamentari Lumia, Della Seta, Ferrante e Realacci che avevano osato criticare Crisafulli, quello che era stato intercettato e filmato mentre chiacchierava amabilmente di appalti e assunzioni con un boss mafioso a Enna, e che naturalmente fu promosso da Veltroni parlamentare del partito democratico. Bene, la Commissione di Garanzia non si è occupata di Crisafulli, uno scandalo a cielo aperto, che attualmente è pure indagato, ma si è occupata di quelli che avevano osato criticarlo e gli aveva fatto un culo così! A questi quattro reprobi che avevano osato criticare quel bel giglio di Crisafulli. Adesso Penati andrà finalmente davanti a questa Commissione di Garanzia che è rimasta disoccupata evidentemente in tutti questi anni, e vedremo cosa decideranno. Purtroppo pare un sistema un po’ tardivo di risolvere il problema, perché in un partito serio quando un Giudice, un Gip si pronuncia nei termini in cui si è pronunciato il Gip di Monza, parlando di gravissimi casi di corruzione, un partito serio caccia questo signore e gli dice ‘tu adesso se vuoi avere una speranza di rientrare in politica ti fai processare, perché stiamo parlando di reati di corruzione, non di reati lievi o di opinione, ti vai a far processare rinunciando alla prescrizione, se non rinunci alla prescrizione ti cacciamo’, questo dovrebbe essere una regola. Di fronte a certi tipi di reati se non si rinuncia alla prescrizione si è fuori. Perché se si prende la prescrizione e si va a casa si è esattamente come Berlusconi, e chiunque osi criticare Berlusconi perché ha preso sei prescrizioni, spacciandole per assoluzioni, dovrebbe essere coerente, e invece questi signori coerenti non lo sono. Infatti balbettano sulla rinuncia alla prescrizione, perché? E perché creerebbe un pericoloso precedente.
Anche D’Alema dovrebbe spiegarci per quale motivo prese e portò a casa la prescrizione di un vecchio finanziamento illecito che gli veniva contestato e che fu accertato dai magistrati per 20 milioni di lire negli anni 80 dal re delle cliniche private pugliesi, tale Cavallari.
Ecco, adesso il prossimo passo dell’indagine della Procura di Monza è capire dove andasse questa montagna di soldi che gli imprenditori dicono di aver dato a Penati. Andavano a Penati? Andavano a Penati e ai suoi uomini? Andavano in parte a Penati e ai suoi uomini e in parte al partito di Milano? O c’era anche un’altra deviazione dell’oleodotto che portava a Roma? Sto parlando fino ad una certa fase, fino al 2008 dei DS, e dopo quella fase naturalmente se i finanziamenti sono proseguiti sto parlando del partito democratico. Vedremo cosa riservano le indagini. Intanto noi siamo di fronte ad una classe politica che ha i suoi tre uomini più importanti: il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Economia e il leader del maggiore partito di – facciamo finta che sia vero - opposizione, in condizioni di ricattabilità assoluta. Perché è evidente che una sola parola di Penati sui suoi rapporti con Bersani sarebbe in grado di stendere definitivamente quello che resta dell’opposizione proprio nel momento in cui il Governo è in estrema difficoltà.
Io credo che per lavorare ad avere una nuova classe dirigente, non ricattabile possibilmente, sia necessario togliere ai tappi, che impediscono il cambiamento, il ricambio interno dei partiti e il ricambio anche tra forze politiche e impediscono l’ascesa mediatica e quindi anche elettorale di nuove forze e di nuovi movimenti politici, ci siano da un lato il sistema di finanziamento dei partiti, chi tiene la borsa del finanziamento dei partiti, cioè la segreteria e la segreteria amministrativa tiene in pugno i partiti, e impedisce a quelli che potrebbero venire dal basso di insidiarli e di cacciarli fuori. Dall’altro dato la legge elettorale, che consegna ai segretari dei partiti l’altro rubinetto: da un lato tengono in mano il rubinetto dei soldi e dall’altro lato tengono in mano il rubinetto delle nomine al Parlamento, perché se uno vuole andare in Parlamento oggi deve essere nominato dal suo segretario di partito con questa legge elettorale. Ecco perché tornano buoni, i V-Day, tornano buoni i referendum, tornano buone le leggi di iniziativa popolare, una per abrogare - questo sarà più difficile - il finanziamento pubblico ai partiti, così come oggi camuffato da rimborsi elettorali, a prescindere dalle spese elettorali tra l’altro; e dall’altro, cosa più fattibile, staccare l’altro rubinetto che hanno in mano questi signori, eterni e ricattabili, e cioè il potere di nominare i parlamentari. C’è un referendum - Arturo Parisi, Antonio Di Pietro, Prodi ha aderito e altri, io spero che lo facciano in tanti - referendum che si propone di abrogare il ‘porcellum’, cioè la legge elettorale Calderoli, la porcata, quella che fa nominare i parlamentari dai partiti anziché farli scegliere dai cittadini. Il referendum se raccogliesse le firme entro la fine di settembre le 500 mila firme fatidiche e si ottenesse poi l’avallo della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, avrebbe come conseguenza il ritorno al ‘mattarellum’. Io non sono un tifoso della legge elettorale ‘mattarellum’ sulla quale abbiamo votato dal ‘94 al 2001, ma almeno ci consentiva di scegliere nei collegi elettorali il nostro candidato preferito tra quelli dei due schieramenti. Non è una legge perfetta, anzi io preferirei il sistema francese a doppio turno che ha dunque le primarie incorporate nel primo turno, il primo turno voti il candidato a te più vicino e nel secondo scegli fra i due più votati quello a te meno lontano. Ma questa non è all’ordine del giorno, piuttosto che andare a votare un’altra volta con il ‘porcellum’ di Calderoli meglio tornare a una legge che almeno ci consentiva di scrivere tra due o più candidati nel collegio quali erano i nostri preferiti, per il 75% della quota maggioritaria del Parlamento italiano. Meglio che niente rispetto alla porcheria che abbiamo.
Ecco, sappiate che se firmate per quel referendum, oltre naturalmente ad agevolare il fatto che alle prossime elezioni si possa tornare a scegliere i nostri rappresentanti, seppure con quel meccanismo del ‘mattarellum’ che non era proprio l’ideale, si toglie in mano ai segretari dei partiti, che non si muovono di lì, il rubinetto della nomina dei parlamentari, che è la vera ragione insieme al finanziamento pubblico, per la quale siamo sempre ogni giorno, da venti, trent’anni nelle mani delle stesse facce.
Passate parola e possibilmente firmate.
E per la Prestigiacomo è un affare di famiglia In Sicilia le trivelle sono pronte a cercare il petrolio. E' coinvolta la società di famiglia del ministro dell'Ambiente.
La "sua" Coemi ha tra i clienti, colossi come: Eni, Erg, Esso. Tutte aziende petrolifere interessate direttamente ai risultati
Decine di pozzi di petrolio nel blu del Mediterraneo, per fermare le trivelle si sono mobilitati cittadini e comitati. Ma intorno alla Sicilia pendono 40 richieste di concessioni. Le trivelle sono pronte a entrare in azione a pochi chilometri da gioielli come Pantelleria e le Egadi.
Per arrestare la febbre da oro nero si è schierato anche Montalbano, alias Luca Zingaretti. In molti, però, da queste parti oltre che sul commissario più famoso d’Italia, puntavano anche su un altro alleato: il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Chi meglio di lei? È siciliana e vicina a Berlusconi.
Da qualche settimana, però, la gente di Pantelleria, delle Egadi, di Trapani comincia ad avere qualche dubbio. Già, perché in Sicilia c’è chi punta il dito sui legami che Prestigiacomo e la sua famiglia hanno con le società che affondano i loro pozzi nel mare dell’isola. Niente di illegale, per carità, ma una questione di opportunità, questo sì. Racconta Alberto Zaccagni, nemico accanito delle trivellazioni: “Ci chiediamo se questo ministro dell’Ambiente possa valutare obiettivamente le concessioni petrolifere in Sicilia quando le società amministrate da suoi parenti hanno rapporti d’affari con chi affonda i pozzi nel nostro mare”. Una leggenda metropolitana? Articoli di cronaca (per esempio su Terra) e visure camerali del ministro e dei suoi familiari confermano i nodi sollevati da cittadini e comitati. I giornali di Siracusa hanno raccontato che sono riprese le attività del campo petrolifero Vega (Edison ed Eni) nello Stretto di Sicilia. Una notizia accolta con entusiasmo dagli industriali locali, anche perché alle operazioni hanno collaborato con massicci investimenti imprese di Siracusa. Ecco allora il consorzio Cem che ha acquistato e trasformato la petroliera Leonis, un colosso da 110mila tonnellate, che deve essere ormeggiata alla piattaforma per raccogliere il greggio estratto.
Una commessa da 30 milioni che ha portato una boccata di ossigeno alle imprese. Niente di male, ma i maligni ricordano che del consorzio Cem fanno parte diversi soggetti tra cui la Coemi. Ecco il punto: la Coemi, come dice lo stesso sito della società, è nata come impresa di famiglia dei Prestigiacomo. L’amministratore delegato è Maria Prestigiacomo, sorella maggiore del ministro dell’Ambiente. Di più: la Coemi è oggi proprietà della società Fincoe, di cui Stefania Prestigiacomo deteneva il 21,5 per cento fino al novembre 2009 quando l’ha donato alla madre Sebastiana Lombardo, oggi azionista di maggioranza. Emergerebbe quindi che una società di cui fanno parte familiari stretti del ministro dell’Ambiente è impegnata nell’attività di estrazione di petrolio intorno alla Sicilia. Ancora niente di illegale, ma certo una questione che non rassicura chi si oppone alla caccia al petrolio nei mari dell’isola. Di più: sul sito della Coemi si legge che tra i clienti della società (oltre al ministero della Difesa, ma questa è un’altra storia) ci sono anche Eni, Erg, Esso.
Insomma, alcuni tra i principali operatori nel settore petrolifero in Italia. E in Sicilia. Proprio a Priolo, denunciano le associazioni e i comitati siciliani, “la Erg e l’Eni sono interessate agli accordi transattivi previsti dal ministero dell’Ambiente per chiudere la vertenza sui danni ambientali provocati dalle raffinerie”. Pierfrancesco Rizza, presidente Wwf Sicilia commenta: “Le cifre finora spuntate dai privati (nell’ordine di decine di milioni) sono modeste rispetto a un danno enorme. Ma bisogna dire che molte delle società coinvolte non esistono più oppure sono passate di mano”. Un’altra storia, certo, ma sempre una questione di opportunità per Prestigiacomo. Perché qualcuno in Sicilia si chiede se sia giusto che un ministro dell’Ambiente (pur avendo alienato le proprie quote sociali) possa vigilare sull’operato di colossi petroliferi che sono clienti di imprese legate alla sua famiglia.
Ecco, però, allora che le questioni da chiarire per il ministro non riguardano più solo i pozzi di petrolio. Certo non è un anno fortunato per la Prestigiacomo, già ampiamente citata negli atti dell’inchiesta P4 per i suoi rapporti con Luigi Bisignani. Un colloquio tra il faccendiere e il ministro dell’Ambiente del 2 dicembre 2010 è diventato famoso. Prestigiacomo sbotta: “Mamma mia, ma come si può vivere così! Se escono le intercettazioni con me, mi rovini”. Il punto adesso è un altro: il nome Prestigiacomo ricorda soprattutto una delle ministre in lizza come miss governo, ma a Siracusa tutti lo collegano a una delle dinastie industriali più note dell’isola.
La Coemi (che controlla tra l’altro la Nuovenergie), ha ricordato il Corriere della Sera, è anche impegnata nel business del fotovoltaico che dipende da scelte politiche del ministero dell’Ambiente. Un’altra questione di opportunità. Non basta: della galassia Fincoe fa parte la Ved (Vetroresina Engineering Development) di cui è amministratore Maria Prestigiacomo (il ministro non ha cariche, né quote sociali). Una società in passato finita due volte nel mirino della magistratura di Siracusa anche per questioni ambientali (nel 2008 i manager di allora non furono processati anche per intervenuta prescrizione). Nessun reato, fino a prova contraria. Ma le domande restano: Prestigiacomo è il ministro giusto per occuparsi di Ambiente? È lei la persona che può decidere delle trivellazioni in Sicilia? Dal ministero dell’Ambiente respingono i dubbi: “Da quando è arrivata Stefania Prestigiacomo la legge in materia di trivellazioni è diventata più severa. Abbiamo messo il limite di 5 miglia dalla costa e di 12 miglia da qualsiasi zona protetta. Nessun altro Stato fa altrettanto”.
Andiamo bene,tra nani,ballerine,escort,e resto della compagnia politica,che è tutto un programma,spuntano fuori anche i personali interessi su piattaforme di petrolio in Sicilia della Ministra dell'ambiente.
Chissà cosa dovrà ancora capitare,a volte il fondo del barile è difficile da raggiungere.
Assorbono ogni giorno la quantità di anidride carbonica che un albero elimina in un anno. Per l'Associazione degli ingegneri britannici la strada migliore contro l'effetto serra
di ELENA DUSI
Se il respiro degli alberi non basta a depurare il pianeta, l'uomo prova a intervenire costruendo foreste artificiali. Mimando il meccanismo con cui le piante assorbono anidride carbonica, questi impianti non troppo diversi nell'aspetto da un pannello solare sfruttano una reazione chimica per risucchiare la CO2 dall'aria. Se un castagno con le sue foglie larghe impiega un anno ad assorbire una tonnellata del gas serra, l'albero artificiale è in grado di raggiungere questo obiettivo in un giorno.
Secondo l'Associazione degli ingegneri britannici, gli alberi artificiali rappresentano la strada migliore per arginare il cambiamento climatico. "I governi e le aziende - si legge in una nota del gruppo che raccoglie 35mila professionisti - dovrebbero concentrare i finanziamenti su questa tecnologia, affinché si diffonda rapidamente e raggiunga una scala sufficientemente ampia da dare risultati concreti". Gli alberi artificiali sono studiati attualmente dalla Columbia University e prodotti a livello di prototipo dall'azienda Global Research Technologies di Tucson in Arizona. Per il 24 ottobre Klaus Lackner, il ricercatore della Columbia che più se ne occupa, ha organizzato una dimostrazione pratica del loro funzionamento a Londra nel corso della "Air capture week".
Il rapporto tecnico dell'Associazione degli ingegneri fa notare che questi impianti sono semplici da costruire e possono essere installati ovunque, per esempio ai bordi delle strade o laddove già esistono delle pale eoliche. Sono pannelli di dimensioni variabili, da uno a dieci metri quadri, che contengono idrossido di sodio. Quando questa sostanza entra in contatto con l'anidride carbonica, scatta una reazione chimica che cancella il gas serra e produce carbonato di sodio.
Fin qui il disegno è abbastanza lineare (a eccezione di alcuni dettagli mantenuti riservati per ragioni industriali). Eliminare i prodotti di reazione resta però un problema arduo e l'idea di seppellirli in grotte scavate a grandi profondità fino a oggi si è sempre arenata di fronte a costi e difficoltà tecniche. Per gli stessi alberi sintetici, l'aspetto finanziario resta un punto interrogativo. Secondo l'Associazione degli ingegneri britannici infatti il costo di un singolo albero può essere ribassato fino a 20mila dollari. Mantenendo comunque assai pesante il conto per gli 8,7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica emessi ogni anno, che foreste (vere) e fitoplancton marino riescono ad assorbire solo a metà. Secondo uno studio dell'università del Colorado pubblicato su Environmental Science and Policy, solo per cancellare l'anidride carbonica emessa dalle auto americane (il 6 per cento di tutte le emissioni di CO2 negli Usa) bisognerebbe spendere 48 miliardi di dollari in foreste sintetiche.
Se l'Associazione degli ingegneri britannici ha deciso comunque di puntare sugli alberi artificiali per arginare il cambiamento climatico è perché gli altri progetti di geo-ingegneria sono ancora più difficili da realizzare. Questa disciplina, che si propone di risolvere il problema dell'inquinamento con soluzioni ad alta tecnologia, ha finora generato idee decisamente troppo complicate (come quella di lanciare in orbita dei pannelli riflettenti per respingere i raggi del sole) o che si sono dimostrate poco efficaci all'atto pratico, come l'iniziativa di spargere un fertilizzante in mare per accelerare la crescita di fitoplancton.
L'anidride carbonica - uno dei gas che più contribuiscono all'effetto serra e quindi al riscaldamento climatico - è in continuo aumento dai tempi della rivoluzione industriale. Intorno al '700 questa sostanza prodotta dai combustibili fossili era presente nell'atmosfera con una concentrazione di 280 parti per milione, che oggi stanno per sfondare quota 400. Le previsioni per il futuro sono rese più fosche dal fatto che il tasso di emissioni non accenna a frenare. Gli 8,7 miliardi di tonnellate di oggi, secondo le stime dell'Agenzia per l'energia statunitense, sono infatti destinati a diventare 12 nel 2030.
Un solo pannello compie in un giorno ciò che fa una pianta in un intero anno,davvero stupefacente,ma saranno i costi di produzione e l'installazione degli stessi ad essere il vero limite di questa avveniristica tecnologia,ideata in Uk.
Finalmente Giovanni Stella, amministratore delegato di Telecom Italia Media e quindi di La7, noto esperto di banani, ha ufficializzato i motivi del mancato ingaggio di Michele Santoro. In un’intervista al Giornale, il popolare “Canaro” spiega testualmente: “Con Santoro non abbiamo chiuso il contratto solo perché lui pretendeva libertà assoluta... facile chiedere la libertà con i soldi degli altri”. Si prega di soffermarsi sui vocaboli “solo”, “pretendeva” e “libertà”. Soltanto nello Stato semilibero di Bananas un dirigente di successo, braccio destro di un top manager del calibro di Franco Bernabè, può mettere nero su bianco, per giunta sul quotidiano del premier, che la libertà è una pretesa. Talmente assurda da giustificare di per sé (“solo”) il mancato approdo nella sua tv del giornalista televisivo più noto, affermato e redditizio presente sul mercato. Come se l’articolo 21 della Costituzione fosse un optional: “Tutti i cittadini hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Si dirà, e infatti Stella lo dice, che Santoro non voleva “nessun controllo su scaletta, ospiti e filmati”. E “nessun editore può dare carta bianca perché ha la responsabilità finale di quello che va in onda”. Non sappiamo quali editori conosca, a parte se stesso, il dottor Stella, ma in tutto il mondo libero funziona così: l’editore sceglie i giornalisti a proprio gusto in base a criteri professionali; dopodiché questi lavorano come meglio credono, in base alle regole fissate dal contratto nazionale. Che prevede, appunto, libertà assoluta. Se poi l’editore non è soddisfatto di loro, li licenzia per giusta causa. E alla fine è il giudice a stabilire se la causa era giusta o no. Ora, Stella voleva assumere Santoro a La7 perché gli era giunta voce che fosse un valido professionista autore di programmi di successo, con milioni di telespettatori e di introiti pubblicitari. Dunque non sono professionali né finanziari gli ostacoli che han fatto saltare la trattativa. Stella esclude poi che fossero aziendali, per proteggere Telecom da rappresaglie governative (“Trovo singolare immaginare, come fa Travaglio, che si possa usare la piccolissima La7 come spauracchio per difendere il gigante Telecom”). E nega anche che fossero politici (“Se mi avessero chiesto di non prendere Santoro per non dispiacere a Berlusconi, avrei dato le dimissioni”). Dunque perché pretendeva – stavolta il verbo è appropriato – ciò che nemmeno la Rai di Masi&C. aveva mai ipotizzato, cioè di controllare “scaletta, ospiti e filmati”? Temeva forse che Santoro trasmettesse materiale pornografico o comunque contrario al comune senso del pudore? Non scherziamo. E allora – filosofeggia Stella – “Le regole si applicano a tutti, da Lerner a Piroso, solo Mentana non deve riferire a me perché, in quanto direttore, si assume tutte le responsabilità”. Già, anche perché sarebbe curioso un telegiornale che , prima di andare in onda su fatti accaduti magari da tre minuti, deve sottoporre il dvd preregistrato all’imprimatur preventivo dell’editore. Pare dunque che il problema fossero le eventuali cause e querele. Ma anche questa scusa non regge: prima Mentana e poi lo stesso Santoro avevano offerto a Stella di assumersi ogni responsabilità legale sul programma santoriano. A questo punto, spiace dirlo, rimane una sola spiegazione: la paura di Stella, o di Telecom tutta, che Santoro usasse la sua libertà per criticare i politici dai quali la concessionaria Telecom dipende. Ricapitolando: noi di La7 siamo così liberi che, se qualcuno viene a parlarci di libertà, lo meniamo.
Ormai è archiviata la possibilità di portare un programma di Santoro a La7,del resto tolto il duopolio a livello nazionale è dura poter essere visibile in altre realtà,anche se la multipiattaforma,webtv + altre realtà di Tv locale potrebbero essere perlomeno una possibilità.
Sulle "ragioni" dell'amministratore di La7,tutto ciò fa parte dell'incredibile situazione della libertà d'informazione in Italia,dove se si vuole mantenere la propria carica,si deve gioca forza sottostare ad essere una marionetta,chi detiene il potere politico-economico sa benissimo come muovere i fili,e non mancano le marionette di scorta nel caso qualche "pupo" inizia ad essere indipendente.
Ogni tanto ci sono dei lettori che mi dicono: “Siamo d’accordo con tante cose che dici, ma non quando parli male del Pd!“. Io ribalto sempre questo assunto così: non mi sentirei credibile quando critico la destra, se non fossi altrettanto severo quando critico la sinistra. Anzi, lo sono di più, proprio perché é la parte che mi é vicina, per storia e per cultura politica. Sui giornali di questi giorni ci sono due esempi osceni, e abbastanza eloquenti degli errori fatali e del modo di fare politica che spianano la strada alla vittoria del centrodestra.
La Cgil della Camusso – grazie alla pressione della Fiom – fa una cosa giusta e proclama uno sciopero generale contro la finanziaria più iniqua del mondo? In un paese normale il principale partito di opposizione dovrebbe applaudire la segretaria della Cgil e sostenerla nella sua battaglia. Ma siccome abbiamo un gruppo dirigente miserabile, pauroso ed autoreferenziale, ecco che nel Pd inizia l’autoflagellazione masochistica: un documento di dirigenti che criticano la Cgil, una intervista di Marini che si dice turbato e sorpreso per lo sciopero (poverino), un segretario che non sapendo che pesci pigliare ritorna al suo atteggiamento classico: il ma-neanche. Morale della favola: il Pd, invece che sostenere lo sciopero lo boicotta. Perché, vi chiederete voi? Sono pazzi? Forse.
Ma la realtà é che quel partito, anzi, i suoi dirigenti, avendo come elemento strutturale il compromesso al ribasso fra anime e correnti, non può permettersi di “turbare” la Cisl e la Uil. Come se questi due sindacati, tanto cari ai dirigenti del Pd, non fossero strutturalmente schierati (é un dato tecnico) a sostegno del governo, e impegnati a fare da stampella a Sacconi.
La seconda follia é la vicenda Penati. Nell’anniversario dell’intervista di Berlinguer sulla questione morale, secondo una sentenza, uno dei principali dirigenti del partito, Filippo Penati, “si é comportato da delinquente” in una vicenda di corruzione che lo vede protagonista di gravi indizi di colpevolezza. In un paese normale un dirigente che si trova in questa condizione e si proclama innocente rinuncia alla prescrizione, e i suoi compagni di partito gli chiedono di fare questo o lo isolano come un lebbroso. In questa Italia di inizio secolo, invece, tutti fanno finta di nulla, e il segretario di quel partito tuona contro “le macchine del fango” dicendo “Abbiamo capito bene“. Pure noi, abbiamo capito. Il dramma della sinistra é questo.
Non posso che essere d'accordo con Telese,se questa è la sinistra d'opposizione alla peggior destra mai vista nel panorama occidentale,allora fatemi scendere!
E poi perchè il medesimo giornalista o chiunque faccia onestamente il mestiere d'informazione,deve avere un occhio di riguardo per una parte politica.
Il grande problema è che non esiste più in questo paese chi porta le difese e la politica delle famiglie più povere,e stanno diventando maggioranza ogni giorno di più.
Solo ora Bersani apre una commissione su Penati,roba da far rabbrividire chiunque abbia un minimo senso di onestà.
Siria, dita spezzate a Ferzat, il vignettista
che si prende gioco del regime
Le sue vignette sono molto popolari. Non solo in Siria, ma in tutto il mondo arabo. Perché colpiscono, con ironia diretta e micidiale, eppure delicata e poetica, i potenti, i raìs che stanno cadendo, più o meno fragorosamente, uno dopo l’altro. Saddam Hussein lo aveva perfino minacciato di morte per un disegno.
Lo stanno spolpando vivo. Altro che “dieta depurativa tisanoreica a base di erbe” di cui favoleggiano i giornali per spiegare il dimagrimento di “quattro chili in otto giorni”. Qui siamo di fronte a una liposuzione di dimensioni industriali, a un’idrovora piazzata direttamente nelle sue tasche che pompa milioni in quantità da oleodotto. Un continuo salasso a opera di centinaia di insaziabili sanguisughe attaccate a quel corpicino mezzo rifatto. Bei tempi quando qualcuna poteva sistemarla a Raifiction con una telefonatina all’amico Saccà perché “sta diventando pericolosa, s’è messa a dire delle cose pazzesche in giro”. Ora gli tocca pagare tutti lui (a parte alcune centinaia di servi travestiti da parlamentari e una da consigliera regionale, che manteniamo noi con tutti gli annessi e connessi). Ecco, la biografia del Grande Compratore si divide in due fasi: quella del palazzinaro parvenu che paga mafiosi, piduisti, politici, giudici, ufficiali delle Fiamme Gialle per gonfiarsi come la rana della fiaba e farsi accettare in società; e quella del politico che paga testimoni, avvocati, papponi, mignotte e complici vari perché non vadano a raccontare in giro quel che sanno di lui o han fatto con lui o per lui. Prima comprava la gente per riempirsi la bocca, ora per tapparla agli altri. Prima per guadagnare, ora per non finire in galera. Più che un premier, un bancomat: il Silviomat dal quale tutti possono prelevare la somma desiderata, e senza bisogno di pin. Un prelievo oggi, un prelievo domani: di questo passo lo perdiamo. 600mila dollari a Mills per testimoniare il falso. 9,5 a Dell’Utri, che ogni tanto ha qualche sprazzo di memoria. Una decina di milioni alle Papi Girl per affitti, capricci e cure dentistiche (l’igiene orale innanzitutto). 5 milioni promessi a Ruby “per fare la pazza” più qualche bustona farcita di contanti e gioiellazzi assortiti “per non farla prostituire”, senza dimenticare i 60mila euro per avviarla alla carriera di estetista con tanto di “laser anti-depilazione” (un autentico strumento di tortura: appena finito di depilarti, te lo spari e ti ricrescono i peli). 1,2 milioni a Lele Mora, compresa la percentuale per Fede. E ora 500mila euro una tantum più 20mila mensili a l’amico Gianpi Tarantini, arrestato e imputato per droga, corruzione e favoreggiamento della prostituzione: l’amico ideale per uno statista. È quello che gli portava le D’Addario a domicilio. Poi, per non levargli l’illusione di averle conquistate col suo fascino magnetico, le pagava pure. Sperava di entrare nel giro della Protezione civile. Ma prima di raggiungere la cassa finì in galera. Se va a processo, saltan fuori le telefonate: meglio convincerlo a patteggiare. Niente processo, niente intercettazioni. I versamenti scoperti dai pm di Napoli sono tranquillamente confermati da B.: “Ho aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trova in gravissime difficoltà economiche, nulla di illecito: mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così”. Per la cronaca, il piccolo fiammiferaio disperato è segnalato in questi giorni a Cortina e abita pure a Roma in zona via Veneto. Nelle intercettazioni, si sentono frasi del tipo “quello là dobbiamo metterlo con le spalle al muro”, “bisogna batter cassa”. Lo dicevano già le velociraptor dell’Olgettina: “Ora deve sganciare”, “Finché c’è lui si mangia”. Abbiamo il premier più ricattato del mondo, ma che sarà mai. Che problema c’è se il capo del governo stipendia un pappone reo confesso transitato dalle patrie galere? Ora Ferrara ci spiegherà che, via, “così fan tutti” (anche Sarkozy, Zapatero, Obama, Cameron e persino la Merkel hanno almeno un pappone a libro paga). I pompieri della sera scomoderanno Stuart Mill (ma soprattutto Mills) per iscriverlo d’ufficio al liberalismo classico. Mons. Fisichella inviterà a “contestualizzare” la cosa. E al Meeting di Rimini qualche prete à porter ricorderà che pure la Maddalena doveva avere per forza un pappone, dunque anche Gesù, a ben vedere...
Che ci vuole,la faccia di bronzo,un pelo da far invidia a un gorilla,dei giri di compagnia giusti,e voilà cari disoccupati e precarizzati cronici,non avete capito nulla dalla vita,come disse lui qualche tempo fa,"Signorina ma lei deve cercare un fidanzato molto ricco",non ci sono ricette per i "Signorini",ma va bene il portaborse,il ruffiano di qualche personaggio che conta,o i famosi giri giusti alla Gianpi Tarantini.
Tutto il resto pare che conti davvero poco in questo paese marcescente...
Guardando le foto della villa di madamina Gheddafi, mi è tornato alla mente il monologo di suo padre in Italia, giusto un anno fa: «Dal 1977 ho lasciato tutto il potere al popolo». Per sé e i suoi cari si era tenuto le piscine. E’ la solita doppia verità della politica, che in pubblico maneggia concetti elevati e in privato pensa agli affari propri e del proprio clan. Che ci caschino i sudditi di un dittatore è quasi patologico. Ma come mai anche noi, cittadini evoluti di una democrazia, continuiamo a bere spremute quotidiane di falsità senza provare un moto di disgusto? Le uniche guerre per la libertà che emozionano i governi occidentali sono quelle che avvengono nei Paesi ricchi di materie prime. Se un manigoldo massacra la gente in un deserto zampillante petrolio è un criminale che va estirpato in nome dei diritti umani. Ma se un manigoldo analogo semina il panico su una distesa di pietre, come sta avvenendo in Siria, le esigenze della libertà diventano subito un po’ meno urgenti e prevale il principio di non intervento negli affari interni di un’altra nazione.
Non mi illudo più che le classi dirigenti si facciano guidare da principi etici. Pretendo però che ci trattino da adulti e la smettano di pigliarci per i fondelli. Sai cosa gliene importa a Sarkozy della libertà dei beduini. E’ andato in Libia per impossessarsi dei pozzi dell’Eni. E noi controvoglia lo abbiamo accompagnato per tenerlo d’occhio. Dice il proverbio: la verità è nuda, tocca alla saggezza rivestirla. Alla saggezza, però, non alla faccia tosta.
Bravo Gramellini,è necessario scoprire l'acqua calda a volte,di questi tempi con i cervelli diffusamente narcotizzati può sempre servire,guarda caso si fanno le "guerre sante",in Iraq,in Afghanistan(vedi la voce oleodotti) e ora in Libia,i siriani e molti popoli africani (vedi il Darfur) si possono attaccare al tram!!Della serie "When a wonderful world".
Di questa Brambilla, praticamente ministro, non si sa più che dire, né pensare. Appena la nomini, ti ha già querelato. Appena la pensi, ti ha già fatto causa. L’altro giorno il direttore e alcuni redattori del Fatto ricevono dall’Avvocatura dello Stato un atto di citazione per conto della suddetta, che chiede 1 milione di danni per la “campagna di stampa” nientepopodimenochè contro il ministero del Turismo, a proposito dei suoi viaggi in elicotteri di Stato, del fidanzato al vertice Aci e di altri amici ingaggiati come consulenti, naturalmente a carico nostro: gente proveniente anche dalla Tv della Libertà, da lei fondata e affondata con un modico buco di 14,5 milioni. Dando la notizia, ci domandiamo che diavolo c’entri l’Avvocatura dello Stato, che dovrebbe difendere le istituzioni a spese della collettività, con i nostri articoli sulle strabilianti imprese della ministra, che dovrebbe difendersi da sola e soprattutto a sue spese. Vicende che han destato l’attenzione della Corte dei Conti. Ora apprendiamo dal Giornale che la gentildonna di Calolziocorte (Lecco), vuole denunciarci un’altra volta, privatamente e per 500mila euro, per il commento alla precedente denuncia da 1 milione, che ne seguiva una terza – la prima in ordine di tempo – fatta anch’essa privatamente per 500mila euro. E che prelude a una quarta, annunciata ma non ancora notificata, per avere noi citato (come tutti gli organi d’informazione, escluso dunque il Tg1) un’intercettazione dell’inchiesta P4: quella in cui Luigi Bisignani, ministro ad honorem, la definiva – nella sua speciale classifica – “mostro” e “mignotta come poche”. Totale provvisorio dei soldi che Madame pretende da noi: 2 milioni. Il nostro delitto, stavolta, non è neppure la “campagna di stampa” (che ad avviso dell’Avvocatura dello Stato libero di Bananas costituisce di per sé reato): è l’avere scritto che nella seconda causa Ella si fa difendere dall’Avvocatura dello Stato. E questa – scrive il Giornale di Olindo Sallusti – è “una bufala di Marco Travaglio”. Siamo subito corsi a verificare: vuoi vedere che abbiamo preso un abbaglio e che la Brambilla si fa difendere da un avvocato pagato da lei e non dall’Avvocatura dello Stato pagata da noi? Niente da fare: l’atto, alla 37esima e ultima pagina, reca le firme dell’“avvocato dello Stato Massimo Salvatorelli” e del “viceavvocato generale Massimo Mari”. Di avvocati privati, nemmeno l’ombra. Dunque, non volendo nemmeno immaginare che Brambilla e Giornale mentano sapendo di mentire (sarebbe la prima volta a memoria d’uomo), non restano che tre spiegazioni. 1) Che l’Avvocatura dello Stato abbia fatto causa al Fatto per conto della Brambilla senz’avvertire la Brambilla: un caso di denuncia all’insaputa del denunciante. Una proiezione giuridica di quel che capitò a un collega della Brambilla, il compianto Scajola, quando Anemone gli pagò la casa a sua insaputa. 2) Che la Brambilla abbia incaricato l’Avvocatura dello Stato di farci causa, ma inavvertitamente, mentre era soprappensiero, insomma senz’accorgersene. Casi del genere si verificano in ostetricia con le gravidanze isteriche: ora avremmo la prima denuncia isterica della storia del Diritto. 3) Che né la Brambilla né l’Avvocatura abbiano nulla a che vedere con quella denuncia, presentata da alcuni buontemponi che si spacciano per avvocati dello Stato e per ministri del Turismo, tipo i ragazzi di Livorno che scolpirono i falsi Modigliani. Nel qual caso, meglio così: se la denuncia è finta, ce ne restano solo tre. A meno che non ne arrivi un’altra per questo articolo. Ma non vogliamo neppure pensarci: vorrebbe dire che la diffamazione consiste nel pronunciare il termine Michela Vittoria Brambilla che, lo riconosciamo, è un po’ forte. Ma allora quanti milioni chiederà la ministra Granturismo al povero Bisignani?
Le querele a sua insaputa sono effettivamente esilaranti,pazienza le case quelle sono palpabili e vivibili,ma i pezzi carta eseguiti dall'avvocatura dello stato in automatico,rasentano la follia.
Anche se tutte le supposizioni nascono da un giornale che ormai è diventato una barzelletta,anche se i lettori non se ne sono ancora resi conto.
E se invece dei calciatori scioperassimo noi? Se decidessimo di colpo e tutti insieme di diventare adulti, smettendo di delegare il nostro umore a bande di mercenari con procuratori al seguito? Per me è più facile, ho la squadra del cuore in serie B. Ma è come smettere di fumare: con un po’ di sforzo possono farcela tutti. Il baraccone del calcio si regge su un incantesimo collettivo. Per rivivere le emozioni pure dell’infanzia, il tifoso finge di credere che quei ragazzotti con l’amata divisa indosso siano i suoi avatar. Trasferisce le sue rabbie e le sue speranze a giocatori che non le condividono: perché ignorano la storia del club e perché comunque non gliene importa niente. Sono lì per guadagnare. E per vincere. Ma vincere per se stessi e i propri compagni. Mica per noi. Credetemi, li ho conosciuti da vicino quando facevo il giornalista sportivo: nelle interviste ci incensano, ma in cuor loro ci considerano dei pirla. E hanno ragione.
I calciatori sono una casta che ci sfrutta, esattamente come quell’altra. Il parallelo è impressionante: anche in politica deleghiamo a professionisti prezzolati la realizzazione dei nostri desideri, imprestando loro ansie di cambiamento che essi fingono di sottoscrivere nei comizi, per poi irriderle e svilirle nel chiuso degli spogliatoi (pardon, delle aule parlamentari). Mentre noi con la bava alla bocca ci dividiamo fra destra e sinistra, Inter e Milan, i nostri avatar vanno a cena insieme, badando ai loro interessi comuni. Il rimedio? Una cura choc: stadi vuoti, urne vuote. E’ ora di ritirare le deleghe e di diventare tifosi di noi stessi.
Non lo prescrive il dottore di interessarsi al calcio,men che mai di diventare tifosi,con un pò di fantasia si potrebbe prima di tutto praticare sport e non limitarsi al "guardone",e poi di interessi se ne possono avere altri,così facendo il pallone si sgonfierà di pari passo alla puzza sotto il naso dei milionari in mutande.
La disavventura giudiziaria di Dominique Strauss Kahn, il banchiere snob dagli impulsi erotici non controllabili (i suoi antenati di Neanderthal vestivano peggio, ma erano più evoluti) è terminata nel pieno rispetto del pronostico. Con i soldi della moglie (sufficientemente viziata e antipatica per essere affascinata da un maschio simile) l’imputato ha foraggiato avvocati formidabili e indagini spregiudicate, così da riuscire nell’impresa di trasformare la cameriera vittima in un’approfittatrice e ottenere un verdetto di archiviazione. Ma quel quarto d’ora di libidine alberghiera ha comunque distrutto la carriera politica di DSK. Il quale avrà anche evitato le conseguenze giuridiche dei suoi atti, ma non quelle sociali: le dimissioni dalla presidenza del Fondo Monetario e la rinuncia alla candidatura socialista per le Presidenziali francesi del 2012.
Cosa sarebbe successo in Italia a un suo ipotetico avatar? Esattamente l’opposto. Intanto si sarebbe cementificato alla poltrona: «Per spirito di servizio», «per senso di responsabilità», «perché me lo chiede l’Europa». Poi avrebbe gridato al complotto dei Poteri Forti contro di lui, si sarebbe presentato alle elezioni e le avrebbe pure vinte, indossando quei panni da perseguitato che portano male ovunque tranne che da noi, dove il lamento del farabutto, purché dotato di charme, fa scattare un moto immediato di solidarietà. In compenso, invece che tre mesi il processo per stupro sarebbe andato avanti vent’anni e avremmo visto l’imputato raggiungere la pace dei sensi in tribunale.
Se fosse stata una poltrona tutta italiana anch'io appoggerei la sua tesi,in questo caso la candidatura europea avrebbe imposto il ritiro anche per un incollato alla poltrona italiano,in ogni caso i vari Strauss Kahn in carriera vivono d'onnipotenza,e quando l'onnipotenza è collegata ai testicoli,evidentemente emerge la pochezza e la trivialità dell'individuo,sono i moderni trogloditi con la clava.
I bei tempi del Frattini dry,quando Gheddafi era un super amico
Il fattorino Oh Yesss
di Marco Travaglio
Mentre tutti si domandano dov’è Gheddafi, azzardiamo un interrogativo ben più angosciante: dov’è Frattini Dry? Perché c’è una sola notizia più divertente di B. che chiede la resa di Gheddafi: Frattini che chiede la resa di Gheddafi. Il guaio che, come il beduino, nemmeno il fattorino (come lo chiamano i diplomatici Usa nei cablo diffusi da WikiLeaks) si sa dove sia. Ieri per tutta la giornata ha diffuso dichiarazioni e interviste telefoniche dal suo misterioso bunker. Finora, a ogni crisi internazionale che si rispettasse, era solito apparire tutto unto e allampadato da un atollo caraibico o da una baita in alta montagna, dispensando i suoi inutili pensierini da seconda elementare con aria compunta e sofferente, come se partorire quelle frasette da bacioperugina gli costasse sforzi titanici, da ernia al cervello. Stavolta invece si appalesa soltanto in forma vocale. La spiegazione più accreditata della rinuncia al video è che il noto ministro a sua insaputa non sappia che faccia fare. Un sorriso a 32 denti? Un’espressione corrucciata, fronte aggrottata e ditino interrogativo sul labbro inferiore? E come sistemare il ciuffo corvino sulla fronte inutilmente spaziosa? Pettinarlo alla riga? O indietro alla Mascagni? O a mo’ di banana, alla Macario? Nel dubbio, non avendo ancora ricevuto disposizioni in proposito da Palazzo Grazioli, latita. Ma le sue dichiarazioni sono trionfanti, militaresche, marziali. Come se fosse lui il capo della rivolta: “La capitale è per l’85-90% in mano agli insorti”, “Il cerchio si stringe intorno al compound del dittatore”, “Nessuna mediazione, il tempo è ormai scaduto, Gheddafi si arrenda”, “Che sia processato dalla Corte dell’Aja”. Che strano. Fra il 2008 e il 2010 B. incontrò l’amico Muammar 11 volte. E il fattorino sempre un passo dietro, estasiato e sorridente, anche se nessuno capiva cosa avesse da sorridere, nemmeno lui. Amazzoni, gheddafine prese a nolo a 80 euro l’una, insulti all’Occidente, cammelli, camping nel parco di Villa Pamphili, lectio magistralis alla Sapienza, caroselli dei poveri carabinieri con 30 cavalli berberi. E lui sempre appresso, a reggere la coda della palandrana, lievemente piegato e beatamente giulivo. Baciamano di B., altri sorrisoni. “Trattato di amicizia partenariato e cooperazione italo-libico”, e giù inchini. “Yesss, yesss, oh yesss”, come gli fa dire Max Paiella nell’immortale imitazione nel programma di Guzzanti, mentre i giornalisti di tutto il mondo gliene dicono di tutti i colori in lingue sconosciute (tipo il francese e l’inglese). Poi iniziano le rivolte in Maghreb. Cade l’algerino Ben Alì e Frattini Dry indica come modello Mubarak. Il rais egiziano non fa in tempo a toccarsi e deve subito dimettersi. Allora Frattini Dry cambia modello: “Credo si debbano sostenere con forza i governi laici che tengon lontano il fondamentalismo. Faccio l’esempio di Gheddafi”. E lì si capisce che pure il colonnello rischia grosso. Infatti dopo un paio di giorni esplode la rivolta anche in Libia. Gheddafi fa bombardare i civili in rivolta. Ma B. non si scompone: “Non lo chiamo perché non voglio disturbarlo”. Non si interrompe un’emozione. Frattini Dry è sempre sulla palla: “L’Europa non deve interferire in Libia. Non siamo noi a dire chi deve restare e chi se ne deve andare”. Naturalmente l’Europa interferisce, e anche l’Italia. Ma niente paura, a inizio maggio la Volpe del Deserto vaticina: “Ci sono ipotesi realistiche che parlano di 3-4 settimane per la fine della missione militare. Ipotesi ottimistiche dicono invece pochi giorni”. Infatti è durata altri quattro mesi. Ecco, forse è per questo che Frattini Dry non ha ancora messo fuori il capino dal bunker: attende la dichiarazione del medico legale. Si spera che l’amico Gheddafi, divenuto improvvisamente tiranno, venga eliminato su due piedi, le ceneri possibilmente disperse in mare. Come per Bin Laden. Perché se – Dio non voglia – il beduino dovesse sopravvivere, subire un regolare processo e lì parlare, ci sarebbe da divertirsi. Oh yesss.
Prima le frecce tricolore a Tripoli,qualsiasi promessa con hostess dentro al tendone,alcune addirittura convertite alla religione musulmana a tempo di record,con i tappeti rossi al seguito ovunque si presentasse il Rais,il bacia mano del caimano,probabilmente il gesto che più gli ha portato rogna.
Poi lo storico volta faccia,il Rais diventato tiranno "un pò troppo",deve pagare a livello internazionale,e viene sguinzagliato prontamente il mastino "ministro della guerra",Ignazio La Russa,che come Pinocchio dichiara che i nostri aerei non sganciano bombe,ma fanno solo servizi di intelligence,davvero stupefacente.
Che fosse un tiranno sanguinario lo sapevano tutti,e tutto il mondo ha sempre chiuso gli occhi e si è turato il naso,ma noi su questo piano nessuno ci poteva superare,sia nella prima fase che nella seconda,unici al mondo ad essere profondamente orribili,con un Frattini dry come ciliegina sulla torta,naturalmente!!