Il fantomatico ministro della destra pizzicato coi trans
Sarà difficile rendere pubblico l'eventuale ministro beccato coi trans,a destra hanno il completo controllo dei paparazzi,l'agenzia dell'eminente esponente mediatico del biscione sa come archiviare e mettere tutto in cassaforte o divulgare...
Anche se la situazione per la respirazione della popolazione non è rosea in diverse città italiane,direi nel diffusissimo occidente e con l'oriente nell'imitazione più becera del nostro modello
Respiriamo veleni ma nessuno si indigna. Così si estingue l'umanità: ribelliamoci!
di Antonio Scurati Vivo a Milano, come tutti. Appartengo all’umanità, una specie destinata all’estinzione, come tutte.
Parrà che si esageri, ma la correlazione tra queste due circostanze si è resa particolarmente stringente in questa città della grande pianura in questo gelido mese di gennaio dell’anno 2010. Dall’Epifania in qua, Milano è diventata un ottimo osservatorio sullo sfinimento delle umane cose. Salvo che, nel caso dei milanesi, osservatore e osservato si sono identificati nella medesima persona. Gente sfinita. Sfinita perché priva del senso della fine.
Mentre scrivo, infatti, siamo giunti al diciottesimo giorno consecutivo di violento sfondamento delle soglie d’allarme per inquinamento da polveri sottili. Detto in altri termini: respiriamo veleno. Ciò che sbalordisce, però, è la piega molle che prendono gli eventi, l’effetto ralenti prodotto dal disastro giunto nei pressi del suo punto di precipitazione.
Dapprima niente, silenzio, poi, stancamente, i giornali hanno cominciato a dare notizia: si titola «polvere alle stelle» (da non confondersi con la polvere di stelle), si tracciano grafici sugli andamenti del PM 10, si dedica una striminzita colonnina ai dati medici sul forte aumento di ricoveri ospedalieri per bronchiti e polmoniti, al picco di ictus, infarti e crisi respiratorie gravi. Ma, poi, tutto sommato, ce ne usciamo con una scrollata di spalle. Il sindaco dichiara che non c’è urgenza di intervenire perché l’anno scorso l’emergenza era più emergenza di quest’anno, gli strascichi polemici del derby tengono ancora banco nelle birrerie, ognuno sta solo sul cuor della terra e, in men che non si dica, è già l’ora dell’aperitivo.
I pochi che rilanciano l’allarme vengono liquidati con l’accusa di «catastrofismo». Vengono messi a tacere con un sofisma: il vertice di Copenhagen è stato prima sgonfiato dall’annuncio dell’impossibilità di raggiungere un accordo, poi affossato da un accordo al ribasso, infine sepolto dalla scoperta che alcune previsioni sugli effetti del mutamento climatico erano esagerate o addirittura gonfiate. La conclusione che la malafede ne trae è che non c’è nessuna emergenza ambientale. Per scongiurare l’apocalisse ci si aggrappa, insomma, all’unico indizio contrario ignorando le cento evidenze a favore. Non potendo cambiare la realtà, si cambia discorso. Si tocca ferro, ci si gratta nascostamente le parti intime e si salta alle pagine dello sport.
La catastrofe, anche ammesso che poi venga davvero, è lontana, astratta, è una diceria dell’untore. Come ci spiega il filosofo Jean-Pierre Dupuy, propugnatore di un «catastrofismo illuminista», la fatale complessità dei procedimenti liberati dalla nostra potenza d’azione tecnologica ci obbligherebbe ad anticipare le loro conseguenze nel futuro, ma quella complessità è la stessa che ci impedisce di farlo: di fronte al futuro siamo impotenti, il futuro è incerto di suo, astratto e lontano non meno della catastrofe, il futuro è irreale. Del resto, da sempre l’umanità ha preso atto della realtà delle catastrofi soltanto quando erano già accadute, le ha vissute come l’improvvisa trasformazione di un’impossibilità in una possibilità, come uno strappo ontologico nella maglia dell’essere. Basti pensare alla reazione dell’Occidente di fronte all’Undici Settembre. L’ostacolo che ci impedisce di prendere precauzioni contro di esse è l’impossibilità di credere che il peggio debba ancora venire.
Tutto questo è vero, eppure c’è ancora qualcosa che non torna nella mollezza di questi nostri strani giorni proni al peggio. Non torna la clamorosa inversione tra astratto e concreto di cui i milanesi sembrano vittime. D’accordo, i ghiacciai che si sciolgono (anche se con minor velocità rispetto al previsto) sono al Polo Nord, le foreste amazzoniche disboscate sono a pagina 27 di Avventure nel Mondo, le falde freatiche abbassate sono addirittura sotto terra, roba astratta, lontana, futuribile, ma le polveri sottili, per quanto sottili, sono il pacciame che sentiamo ingolfare i nostri polmoni. Qui, ora, sotto questo cielo, su questo lembo di terra avvelenata nel mezzo della grande pianura.
«Che cosa vuole che le dica? Li porti al mare. Sì, anche d’inverno». È davanti ai nostri occhi il pediatra che allarga le braccia quando gli chiediamo cosa fare per nostro figlio che ha la tosse e il catarro per l’intera durata dell’inverno, e poi il raffreddore da fieno per l’intera durata di quella che un tempo si definiva «bella stagione». È qui, ora, nella vita reale, nelle nostre orecchie di Milanesi un tempo efficienti e pragmatici il rantolo che, notte dopo notte, gli impedisce di dormire. Sale dalla culla accanto ai nostri letti matrimoniali della vita presente. Perché allora non ci riscuotiamo dal nostro torpore?
Non lo facciamo perché abbiamo smarrito il senso della fine. La verità è che nessuna etica è possibile senza metafisica. E, forse, nemmeno la buona politica. Non agiamo per il meglio, individualmente e collettivamente, se non abbiamo un senso delle cose prime e delle cose ultime. Non prendiamo in mano il nostro destino se rimaniamo incapaci di un pensiero profondo sul nostro essere nel tempo, che vada oltre le previsioni meteo per il prossimo weekend in montagna. E questo profondo senso del tempo profondo porta con sé, innanzitutto, il senso della fine.
Quel tempo profondo ci dice che non c’è da attendere lo squillo della tromba: la fine dei tempi si è già realizzata molte volte. Essa ci parla attraverso i fossili, le pile sedimentali, i molari di giganteschi crani primitivi, ci dice che la storia della vita è storia di estinzioni, che sono bastati pochi secoli di caccia a mettere fine a milioni di anni di storia biologica; ci sussurra, quel tempo profondo, d’immense durate, di cose immani e lontane, ma anche borbotta nelle cose vicinissime, nel rantolo emesso dai polmoni impacciati dei nostri bambini nella Milano di questi strani giorni. La fine è già arrivata. Milano, per esempio, ha già finito di essere una città vivibile. Non aspettiamoci l'apocalisse dall’avvenire. L’apocalisse è un fatto quotidiano. Lo sono, però, anche i mezzi per lottare. Coraggio.
[ da La stampa ]
Fino a quando le statistiche diranno che l'età media della popolazione italiana si è stabilita tra i 79-84 anni,chi ci amministra avrà l'alibi che la denuncia della situazione atmosferica è relativa,ma toccherebbe aggiungere anche la qualità della vita stessa a tutte le età chiaramente,poichè non è sufficiente invecchiare,se per molti di noi diventerà uno strascico a prescindere dell'età anagrafica.
Scovata dal giornale Il fatto quotidiano,nell'aver acquistato a prezzo stracciato una casa a Roma direttamente dallo Ior e non contenta,ha pagato la tassa d'acquisto come se fosse stata la prima casa,ma non lo era.
IL SITO NON PERDONA
Il caso di Renata Polverini fa scandalo sul web nel silenzio della politica
Il giornalista: “Questa Italia è ladra e corrotta. Il popolo sovrano? E’ pronto a tutti i delitti”
MASSIMO GRAMELLINI
Il pessimismo allunga la vita. E mantiene dritta la schiena. Quella di Giorgio Bocca è drittissima, e non solo per metafora. All’alba dei novant’anni l’arzillo catastrofista cuneese ha pubblicato un saggio dal titolo molto giorgiobocchesco - Annus Horribilis (Feltrinelli) - scritto in una lingua limpida e densa come i torrenti delle sue valli.
Prima pagina del libro e subito un cittadin per terra: Gianfranco Fini. La sinistra lo adotta e lei gli spara addosso? «È il tipico carrierista che difende le forme della democrazia, ma nella sostanza permette al sultano di continuare a governare».
Bene, siamo partiti leggeri. «Chi vuol fare carriera non dovrebbe mai dire quello che pensa. Nel 1948, ero alla Gazzetta del Popolo, mi chiesero per chi avrei votato al referendum. Ma per la Repubblica, risposi io, ingenuo. Stupore assoluto. La Sip, padrona del giornale, sapeva che la sinistra voleva nazionalizzare l'azienda e tifava per i monarchici. Da allora il direttore Caputo mi fece mangiare merda. Ogni notte in tipografia urlava: chi è il coglione che ha passato questa notizia? I colleghi si aprivano come il Mar Rosso e in mezzo rimanevo io… Il mondo è pieno di servi».
Lei se la prende molto con gli urlatori da talk show. «L’avvocato Ghedini… Ogni volta che lo vedo mi contorco sulla sedia dalla rabbia. Potessi, lo strozzerei. Ti portano via la parola come delle iene. La tv è una rovina per la democrazia. Non insegna ad ascoltare, ma a urlare».
E naturalmente il grande burattinaio dello spettacolo resta Lui. «Lui è un maestro in queste cose. Ricordo quando intervistai Craxi per le sue tv. Arriva Bettino e mi saluta con tono minaccioso: “Professore, come va?” Berlusconi sparì subito in regia. E guardando l’intervista capii poi il perché. Io ero ripreso sempre di nuca (cominciavo a essere un po’ calvo) e Craxi in primo piano, ridente e sfottente».
Lei ha sempre avuto un debole per il segretario socialista... «È stato il Machiavelli della corruzione mentale degli italiani. Il suo celebre discorso alla Camera: siccome rubiamo tutti, non ruba nessuno».
I suoi seguaci dicono che ha pagato solo lui, non i capi comunisti. «I leader del Pci non avevano bisogno di rubare: ricevevano i soldi dall’Urss. E poi per loro rubare era ancora un delitto. Adesso non c’è più differenza, se non che a destra si ruba in grande e a sinistra in piccolo. Non è tanto il denaro che li affascina, ma l'idea di farla franca. Durante il fascismo uno che rubava era fuori dalla società. A rubare erano pochissimi, Ciano, Farinacci. I piccoli gerarchi non rubavano».
La accuseranno di parlar bene dei fascisti, pur di parlar male dei contemporanei. «Si era onesti perché c’era poco da rubare. La piccola borghesia aveva delle virtù. Poi i soldi hanno corrotto tutto. Conoscevo dei socialisti, a Cuneo, che facevano campagna elettorale in bicicletta. Dopo è arrivato Craxi e ho iniziato a vederli girare in automobile. Prima ai comizi bevevano vino acido. Poi davano banchetti».
Gli ex comunisti sembrano essersi adeguati. «La fedeltà è una delle virtù civili. Sono un partigiano e resto fedele alla sinistra anche quando fa delle coglionerie. Perché ne fa… Il capolavoro è stata la Puglia. Quel D’Alema… Uno odioso a tutti, un piccolo gerarca. Questa sua fama di intelligenza che consiste nel fare sempre le mosse sbagliate».
E il sindaco della rossa Bologna inguaiato dall’amante? «Mi sembrano piccoli peccati. Un tempo impensabili, perché c’era il controllo della classe operaia sul candidato. Ma ora la classe operaia non esiste più».
Immagino che il gossip le faccia venire l’orticaria. «Signorini e Corona sono due personaggi che in una società normale la gente si vergognerebbe di far entrare in casa. Berlusconi ha capito che i peccati sessuali sono un’arma di potere. Fa politica con un giornale di gossip e così riesce a uccidere gli avversari. Guardi quel Boffo come è stato giustiziato».
Lì Signorini non c’entra. È stato «Il Giornale», oggi di Feltri e un tempo del suo amato nemico Montanelli. «Montanelli era un attore, con tutti i difetti degli attori, ma una brava persona incapace di colpi bassi. Certo, un contaballe… Durante la resistenza, ha raccontato così tante balle sulla sua amicizia con i partigiani che alla fine i fascisti sono stati costretti a metterlo in galera. Però era un uomo dell’Italia onesta che non rubava».
E il suo successore? «Di Feltri non penso niente, perché mi fa paura».
Giuliano Ferrara? «Un altro pazzo, ma mi è simpatico. Il Foglio è l’unico giornale culturale che esista in Italia».
I terzisti? «Fanno i finti tonti. Chi non sta né di qua né di là finisce inevitabilmente per andare di là. Perché non c’è mediazione possibile: i ladri sono ladri».
Nel libro cita una battuta di Confalonieri su Berlusconi. «È come Anteo, se lo butti a terra, moltiplichi le sue forze». «Berlusconi è pericoloso perché è abile, furbo. Usa tutti i mezzi, anche quelli illeciti come la diffamazione. È un fondatore di imperi, la forza bruta del capitalismo che distruggerà il capitalismo. Dal punto di vista clinico, un megalomane. Quando lavoravo per lui ricordo le telefonate alle otto del mattino, la segretaria che prima di entrare nel suo ufficio mi obbligava a mettere la cravatta che teneva nel cassetto».
I veri tiranni preferiscono essere temuti più che amati. «I megalomani vogliono essere amati anche dalle persone che atterriscono… Aveva una tale smania di ottimizzare tutto che un ex giocatore di basket lo seguiva con un cronometro manuale e prendeva il tempo delle sue conversazioni. Per cui tu eri lì che parlavi con Berlusconi e quello ogni trenta secondi ci interrompeva: Dottore, sono passati trenta secondi… Dottore, è passato un minuto…».
Si rassegni. Quell’uomo vuol essere amato ed è amato. «Gli italiani invidiano chi ha un euro più di loro, ma oltre un certo livello di ricchezza l’atteggiamento cambia. Lo straricco è ammirato. Pensi all’Avvocato».
Lei non va matto per «la gente». «Il popolo sovrano è pronto a tutti i delitti. La storia d’Italia l’hanno fatta le minoranze. I Mille di Garibaldi e della Resistenza, minoranze estreme che muovono un popolo egoista, grigio. È stata la Chiesa a diseducarlo con confessioni e giubilei. Della religione cattolica mi piace la pietas, non il perdono generalizzato».
Diranno che è uno snob. «L’unico che tenta di esserlo è Sgarbi. Ma l’italiano è il contrario dello snob. Noi siamo melodrammatici».
Come la tv? «La tv è una Filodrammatica: tutti nella vita recitano come se fossero in tv. La guardo molto. Spesso mi addormento davanti. Ormai è una ripetizione di tutto. Persino il cattivo gusto è diventato difficile da rinnovare».
I comici? «Questi di Zelig non fanno proprio ridere. Neanche Macario mi faceva ridere. Totò sì, per le mosse da marionetta. E Sordi per il suo cinismo, certo non per l’umorismo. L’umorismo è sconosciuto agli italiani. È una specialità degli ebrei americani».
Cosa guarda, allora? «Lo sport. Almeno il calcio è autentico».
Sicuro? Girano tanti di quei soldi anche lì. «Ma almeno i calciatori corrono, si feriscono continuamente. Le partite sono vere».
E la sua Juve? «Ciro Ferrara! L’allenatore non è il suo mestiere. Questa Juve non ha un gioco. A me piace quello del Genoa, Gasperini».
E Obama le piace? Il 2009 è stato abbastanza horribilis anche per lui. «Ha una cattiva stampa, ma ce la mette tutta. Forse ha suscitato troppe speranze. È difficile imporre delle novità a un Impero: alla fine lì sono i militari che decidono».
Lo scrittore Martin Amis sostiene che ci sono troppi vecchi al mondo e propone un’eutanasia obbligatoria al compimento dei 70 anni. Lei ormai è fuori pericolo. «Quell’idea c’era già in un racconto di Buzzati. Magari ci arriveremo. Mi sembra la grande vendetta di Hitler. Il dominio dei più forti sui più deboli».
Lei scrive, legge, si emoziona, si indigna, mangia con appetito. È davvero così terribile diventare vecchi? «Quando ero giovane e forte avevo coraggio. Se ripenso a quei venti mesi di guerra vissuti come una splendida vacanza… Andavo in giro col mio fucile convinto di essere immortale. Adesso mi sento fragile e ho così paura di tutto che non esco quasi più di casa. La morte è una fregatura, ma l’immortalità non mi attira. La noia è micidiale a 90 anni, figuriamoci a 200».
Ai vecchi saggi si chiede di predire il futuro. «Il genere umano sta andando verso l’autodistruzione. Siamo troppi e il mondo è troppo piccolo per noi».
In che cosa crede un pessimista universale? «Nella dignità dell’uomo. I ladri sono degli stupidi che si fregano da soli».
Ci regali almeno una speranza. Anche piccola, la prego. «Se viene di là, le offrirò l’unica cosa veramente buona che esiste al mondo. Un bicchiere di vino».
[ da La stampa ]
A volte Bocca,sbrocca,come quando fece poco tempo fa di tutta un'erba un fascio,descrivendo le forze dell'ordine integralmente conniventi con la criminalità organizzata nel mezzogiorno,ma anche questa è la sua visione catastrofista di questo paese.
Ma leggendo tra le righe dell'intervista condotta da Massimo Gramellini,a voglia di trovare delle riflessioni sensate,su un paese dove per stare bene si dev'essere diffusamente disonesti,e sul genere umano che si è moltiplicato a dismisura,e che molto probabilmente imploderà.
Vivere senza soldi è possibile? È quello che ha fatto l’inglese Mark Boyle, animatore dal 2007 un progetto di economia alternativa, la Freeconomy Community, che da più di anno sta portando avanti la sua scommessa, passando i suoi giorni in un caravan e mangiando quello che coltiva. Visto da lontano potrebbe sembrare un incrocio tra un figlio dei fiori e San Francesco d’Assisi. In realtà Boyle critica le regole del mercato e gli sprechi connessi al nostro sistema di produzione delle merci, ma non è un asceta che rifiuta la modernità. Vuole solo mostrare quanto poco sostenibile sia la vita che quotidianamente conduciamo. Provando a suggerire una via più rispettosa dell’ambiente, più solidale, e in fin dei conti più felice. I primi dubbi che il nostro sistema economico causi qualche problema all’ambiente, sono sorti a Boyle nel 2002. Appena laureato in Economia, s’imbatte in un video sulla vita di Gandhi. Proprio osservando l’esempio del mahatma, si accorge con sorpresa che nessuno durante i corsi di economia aveva mai menzionato le tematiche ambientali. Pensa di mettere a frutto le sue conoscenze facendo l’imprenditore nel settore dell’agricoltura biologica, ma si rende ben presto conto che anche il business etico è troppo poco distante da quello classico. I difetti principali sono nell’uso eccessivo della plastica, nell’inquinamento causato dal trasporto e nella tendenza alla concentrazione in grandi imprese. Il problema sta nel sistema. “I gradi di separazione tra il consumatore e il prodotto, chiarisce Boyle nel suo blog, sono aumentati così tanto che le persone sono all’oscuro del livello di distruzione e sofferenza causato dalla produzione del cibo e degli altri prodotti che compriamo”. Responsabile di questo sarebbe proprio il denaro. A Boyle la teoria senza la pratica non piace troppo. Non mancandogli il coraggio prova ad avventurarsi in un viaggio a piedi fino all’India, per ricercare – in povertà di mezzi, ovviamente – le radici della saggezza orientale che lo ispira. Sfortunatamente, attraversata la Manica si trova a corto di parole francesi per la sopravvivenza. Boyle non si perde d’animo, e tornato in Inghilterra, si dedica a un’impresa più domestica ma non meno ambiziosa. Quella di vivere rinunciando al denaro. Da più di un anno ormai un Mark Boyle ha stabilito la sua dimora in un caravan abbandonato, a cui ha trovato un parcheggio gratuito alla periferia di Bath. Racconta di aver preso la sua decisione nel novembre 2008, proprio all’inizio della crisi finanziaria, quando qualche amico aveva pensato si trattasse di una necessità piuttosto che di una scelta. Da allora, per nutrirsi mangia quello che offre la natura, senza sprecare niente. Ma soprattutto coltiva frutta e verdura lui stesso, e se proprio è a corto di cibo va a raccogliere quello che i supermercati o i ristoranti buttano a fine giornata. Per cucinare ha imparato a riutilizzare, rigorosamente sempre all’aperto, due contenitori usati per la raccolta e la combustione del materiale di scarto delle olive. Unica concessione al denaro, un pannello solare pagato 360 sterline, che però provvede ecologicamente energia per il computer e il cellulare. Con qualche disagio giusto durante l’inverno. Quanto all’igiene, Boyle si lava i denti usando un osso di seppia e semi di ferula. Come carta igienica, utilizza i fogli di giornale vecchi che gli uffici accumulano in grande quantità. Con l’inconveniente di aver usato una volta proprio un articolo in cui si raccontava la sua storia. Ma in fin dei conti provare a vivere così per Boyle vale davvero la pena. Sarà pure faticoso farsi 36 chilometri in bici tutti i giorni per risparmiare i soldi della palestra, o passare molto tempo a procurarsi il cibo e cucinarlo proprio come accadeva nelle società preindustriali, senza nemmeno rilassarsi un po’ davanti alla tv. Il guadagno è un altro: “Se i soldi una volta mi dotavano del primario senso di sicurezza, adesso lo trovo negli amici e nella comunità locale”, assicura Boyle. Parola di chi l’ha provato.
Una forma alternativa di vivere l'esistenza con diversissimi aspetti della socialità,penso che l'esperienza dell'inglese non rimanga fine a se stessa,ultimamente esistono molti aspetti per una rivoluzione nel modo di vivere.
Potrebbe risultare la fine della società capitalista,la teoria dell'aumento infinito dei consumi ormai è in agonia.
Il Pd in questi ultimi tempi è diventato inguardabile,con i casi Marrazzo,Del Turco e Delbono a Bologna,ma a destra pur avendo processi e condanne molto gravi,nessuno molla la poltrona
Condannati, inquisiti, sotto processo: B. e i suoi fedelissimi Ecco il partito di quelli che non se ne vanno mai
di Marco Lillo
Le dimissioni sono un atto dovuto quando si è indagati per peculato e truffa aggravata e ora pure per induzione a rilasciare dichiarazioni mendaci, come è accaduto al sindaco di Bologna Flavio Delbono. Il Fatto Quotidiano non ha mai fatto sconti ai politici di centrosinistra pugliesi e abruzzesi coinvolti nei due scandali scaturiti dalle spese allegre nella sanità. Siamo stati i primi a chiedere le dimissioni del governatore del Lazio, Piero Mar-razzo, che pur non essendo indagato si è posto in una condizione oggettiva di ricattabilità infilandosi in una storia di sesso, bugie e videotape incompatibile con la sua carica. Ma non si può continuare a far finta di niente di fronte alla sconcertante disparità di trattamento tra destra e sinistra. L’applicazione di standard morali che potremmo definire “anglosassoni” ha comportato una vera e propria decimazione della classe politica di sinistra che ha governato città importanti come Roma, Bologna, Pescara e Bari. Mentre premier, ministri e sottosegretari, sindaci e presidenti - per non dire di parlamentari, Marcello Dell’Utri su tutti - accusati di colpe ben più gravi resistono attaccati alle loro poltrone. Proprio alla luce delle dimissioni del sindaco bolognese del Pd per una vicenda di poche centinaia di euro val la pena di rileggere le accuse pendenti contro i principali esponenti del centrodestra. A partire dal suo leader. Silvio Berlusconi è sotto processo per corruzione del testimone David Mills (già condannato per lo stesso reato), è indagato per frode fiscale e appropriazione indebita per la vicenda Mediatrade. Inoltre il Cavaliere è imputato per accuse fiscali anche nel processo per la compravendita dei diritti tv negli anni passati. Il Cavaliere avrebbe gonfiato per anni i costi di acquisto dei film per creare fondi esteri che servivano a risparmiare le tasse e a nascondere gli utili ai piccoli soci di minoranza di Mediaset, società quotata in Borsa. Quando le sue malefatte sono state scoperte, secondo i giudici, avrebbe pagato il superteste che poteva incastrarlo per nascondere la verità. Di fronte ad accuse così gravi il premier resta saldamente al suo posto e anzi, continua a sfornare leggi ad personam per mettersi al riparo dalle conseguenze penali di indagini e processi. Non va meglio sul fronte privato. Il Cavaliere, come Marrazzo e Delbono, si è posto in una posizione di oggettiva ricattabilità nell’autunno del 2008 quando cercava disperatamente di tacitare con una parte in una fiction un’attrice che minacciava di raccontare tutto con il megafono e un’altra che “stava diventando pericolosa”. Eppure Delbono e Marrazzo sono nella polvere mentre lui continua imperterrito a proporre candidature alle ragazze che hanno frequentato le sue feste. Di fronte a cotanto modello, i ministri hanno imparato subito la lezione. L’allievo migliore è certamente Raffaele Fitto. Il ministro per i Rapporti con le regioni, è stato rinviato a giudizio per corruzione e illecito finanziamento ai partiti in concorso con l’editore di Libero e del Riformista Giampaolo Angelucci (il pm contestava anche l’associazione a delinquere e la concussione ma il gip per queste accuse lo ha prosciolto). Fitto è sotto processo per una presunta tangente di 500 mila euro che avrebbe incassato quando era presidente della Puglia dall’imprenditore sanitario con il vizietto dell’editoria. Angelucci avrebbe versato i soldi (in parte usando la società editrice di Libero) al partito di Fitto, “La Puglia prima di tutto” (proprio quello famoso in tutto il mondo per avere candidato Patrizia D’Addario dopo essere stata a letto con il premier). Secondo l’accusa, Angelucci avrebbe foraggiato Fitto per ottenere un appalto da 198 milioni di euro per la gestione di undici cliniche. È interessante notare che Fitto è sotto processo anche per abuso d’ufficio e peculato, per l’uso dei fondi regionali, proprio come Delbono. Invece di dimettersi da ministro, Fitto, avrebbe cercato (secondo quello che racconta un suo amico magistrato al telefono) di colpire con l’aiuto del collega Angelino Alfano - mediante un’ispezione e il blocco della promozione - il pm che aveva osato indagarlo. Per questa vicenda, Fitto e il ministro della Giustizia sono stati indagati dal Tribunale dei ministri, Il Fatto Quotidiano ne ha parlato il 24 settembre ma poi non se n’è più saputo nulla. Ancora peggiore la situazione di Nicola Cosentino. Il sottosegretario all’Economia, se non fosse parlamentare, sarebbe in carcere con l’accusa gravissima di concorso esterno in associazione camorristica. Una decina di pentiti parlano dei suoi rapporti ultraventennali con il clan dei Casalesi. Recentemente è arrivata una seconda richiesta di arresto che il gip Raffaele Piccirillo ha rigettato per corruzione in relazione alla raccolta dei rifiuti in Campania. Anche Roberto Formigoni, pur non essendo mai stato indagato, è stato pesantemente coinvolto nell’inchiesta milanese sullo scandalo Oil for food. Il regime di Saddam Hussein prendeva mazzette da un’impresa genovese che era stata segnalata con un fax dal presidente della regione Lombardia. Il suo collaboratore Marco Mazzarino De Petro, intestatario di una barca assieme al leader ciellino del Pdl lombardo, è stato condannato a due anni per questa vicenda. Le tangenti, infatti, sarebbero finite in parte (900 mila) sui conti degli iracheni e in parte (700 mila) su quelli della Candonly, una società vicina a Comunione e Liberazione e all’uomo di Formigoni. Il presidente della Lombardia, però, non ha chiesto scusa di avere favorito una lobby che include un dittatore e un corruttore condannato in primo grado. Ha attaccato a testa bassa i pm colpevoli di avere fatto un’indagine “illegale e costosa che si regge sul nulla”. Altro che dimissioni.
A Marco Lillo la destra sicuramente obbietterà,che si tratta di sentenze delle solite toghe rosse,ed avendo colpito per fini politici,fanno benissimo a non dimettersi.
Una polemica che non finirà mai,prendendo atto che ormai alla pubblica opinione non frega quasi più nulla sui vari scandali seri o meno seri che siano,ormai fanno parte del gossip.
Se mancano le dimissioni di un intera parte politica del paese,e nello stesso tempo viene premiata elettoralmente,le istituzioni non potranno essere prese come modello e una certa onestà intellettuale di una buona parte di italiani viene a mancare,ma anche questa è una riflessione ormai superata dagli eventi,la maionese risulta impazzita da tempo.
L’occhio di Monicelli sugli ultimi sexy-gate: su questa politica girerei un film, una farsa senza sconti
di Malcom Pagani
Isoliti ignoti occupano le prime pagine, l’Armata Branca-leone abita nel Pd e i compagni, stavolta, al posto delle bandiere agitano le lenzuola. Mario Monicelli, 95 anni a maggio. Pessimismo, ironia, disincanto. Lo chiamano. “Mario guarda che si fredda il pranzo”. “Arrivo, arrivo” e intanto parla, rampogna, ammonisce. “Nel passaggio dai partiti storici al liderismo, si scoprono guêpière, altarini sentimentali, privato che si mischia col pubblico e l’impressione, me lo lasci dire è desolante e al tempo stesso antica”.
Monicelli, la politica italiana sembra essersi smarrita in un vortice di dossier in minigonna.
Di faccende come quella di Delbono sono a conoscenza fin da bambino. Iniziarono in Francia. Mi ricordo che negli anni Trenta, la politica locale venne scossa da una serie di scandali in cui erano coinvolti addirittura i presidenti della Repubblica.Ilteatrodeltempoela pochade, edificavano i copioni sulla politica deteriore e sull’affarismo. Come vede, non è cambiato nulla.
Il potere non può fare a meno dell’evasione?
Il potere profitta del suo dominio per debordare nel sesso, nella corruzione, nelle perversioni e in cima ai desideri, c’è sempre quell’esigenza. Una volta le scappatelle erano più nascoste, oggi escono dal silenzio per trovare posto sulle prime pagine. Non è detto sia un male, tanto più se qualcuno sente ancora l’esigenza di dimettersi per conservare un minimo di bene pubblico. Poco, intendiamoci, il minimo sindacale di dignità.
Come siamo arrivati fin qui?
La crisi morale parte da lontano. L’occidente sta andando in rovina, trasformandosi in una roccaforte di sopraffazione e di difesa del suo stato sociale, politico economico.
Le vittime.
Tutti quelli che non sono funzionali al percorso. Chi detiene lo scettro è pronto a qualsiasi delitto pur di non perdere la posizione. Ammazza, affoga, uccide chi cerca di entrare da noi per vivere un po’ meglio.
Un occidente fagocitato dalle sue stesse contraddizioni.
Noi eravamo più poveri. C’è stata una lotta durata settant’anni tra il lavoro e il capitale. Ha vinto il secondo e i risultati sono qui.
Può descriverli?
Livelli di vita strepitosi, noia, tracotanza, globalizzazione, consumismo. E’ stato sconfitto il mondo del lavoro e la legge del mercato, si sa, è la più spietata.
Negli anni Cinquanta, Guido Morselli scrisse “Il Comunista”, storia di un deputato catapultato dalla provincia per essere stretto tra il bigottismo di partito e i desideri.
Tempi diversi. Oggi la superiorità morale è un ricordo lontano e un certo atteggiamento petroniano, si ritorce contro chi lo agita come un fantasma da addebitare esclusivamente a una sola parte. Si chiama contrappasso, per essere chiari.
Di chi è la colpa?
Non saprei. Un tempo c’erano i partiti a indirizzare gli uomini, a controllarne vizi e deviazioni. Ma le personalità erano di un altro pianeta. Nenni dormiva su una brandina in ufficio, e poi Morandi, Berlinguer, Togliatti stesso. Qualità, moralità nei costumi e visione. Oggi chi c’è? Sa qual è la verità?
Dica.
Che hanno perso proprio perché hanno frenato la deriva edonistica. Il Pci inizia ad arretrare proprio quando Berlinguer di fronte alla corruzione, diceva ‘stiamone lontani’. Su quella linea di intransigenza, la gente non li ha seguiti e i risultati, sono sotto gli occhi di tutti.
Lei ha raccontato, senza indulgenza e per mezzo secolo, i vizi nazionali. Che film girerebbe per raccontare questa sinistra impegnata a rincorrere gonne o notti proibite?
Un film durissimo. Una farsa senza sconti. La farsa è il tipo di racconto meno accomodante che esista.
Attori?
Buster Keaton o Totò. Nel rappresentare il livello di questa classe politica, non voglio far piangere. Per disperarsi, i motivi, comunque, non mancherebbero.
Se il nostro quotidiano pare diventato la brutta copia di un reality, la colpa è della sola politica?
Limitarsi alla sinistra o alla classe politica, sarebbe riduttivo. Qui il problema è della classe dirigente, tutti persi e in fila, verso una vergognosa curruzione. Faccio l’elenco?
Proceda.
Baroni della medicina che riempiono gli ospedali di parenti, amanti, figli dei figli. Il nepotismo in cattedra ma dappertutto. Nell’istruzione, nell’università, nel pubblico impiego. Siamo nelle mani del più massiccio degrado morale degli ultimi cinquant’anni e i facili costumi, le signorine o i transessuali, sono solo la conseguenza del nostro presente.
Resurrezioni in vista?
Scherza? E’ da almeno due generazioni che l’Italia è nell’abisso.
Solo l’Italia?
Ovviamente no. Per dinamiche sociali o cambiamenti epocali, arriviamo sempre all’ultimo posto.
In America, davanti a un caso come quello di Delbono, come si sarebbero comportati?
A seconda delle convenienze. Lì se tocchi la cosa pubblica, come fece Nixon, paghi immediatamente, se invece ti limiti a dar fondo, in luoghi istituzionali, alle tue fantasie, come Clinton con la Lewinsky nello studio ovale, può anche andarti bene. Clinton ha realizzato due mandati e non ha mai davvero pensato di dimettersi, non so se mi spiego.
Cosa ha spinto Marrazzo ad autoeliminarsi in una sordida storia di ricatti e appartamenti simili ad alveari?
Mai riuscito a capirlo fino in fondo. Credo sia solo la pulsione sessuale, ma credo l’avesse anche prima di diventare presidente della regione. Però non facciamo i moralisti.
Si spieghi.
Alla fine i peggiori sono quelli che utilizzano la propria posizione per arricchirsi. Da noi ci occupiamo del sesso perché fa ridere e vendere copie.
Ce ne occupiamo solo per questo?
Anche e comunque, una volta scoperti, nel passato, la regola era togliersi di torno. Prenda Delbono, alla fine rimane una sordida storia di vacanzette ai Caraibi, bancomat, tradimenti. Lui ha fatto bene a dimettersi, però il solo fatto che ci faccia effetto le dà la cifra del punto a cui siamo giunti.
Altri sembrano indifferenti.
Ma lo fanno tutti o almeno tutti, sarebbero disposti a farlo.Nulla li scuote, neanche la pubblica riprovazione. Alcuni, prenda Marrazzo, si chiudono in convento, altri negano, altri ancora se ne fregano. E’ l’immoralità che si propaga, come un virus.
Ai suoi tempi, i politici stavano più attenti. Per alcuni giudizi durissimi su Gronchi, lei fu querelato.
E andai in tribunale. Un’altra epoca. Mica mi vorrà rispedire davanti a un giudice?
Non è bello leggere le amarezze d'un grande del cinema italiano,ma del resto non solo a quell'età non ci si può nascondere dietro ad un dito,almeno per chi vuole ammettere ciò che ci circonda,lasciando perdere eventuali interessi.
Chissà se nonostante la veneranda età,portata eccezionalmente bene dal regista,riuscirà a girare il film che vorrebbe interpretare di questa società.
Non fosse possibile,in ogni caso potremo immaginarlo ugualmente.
La migliore risposta per la digestione e l'occupazione....
Cosa stiamo diventando? A Lemmer, in Olanda, una commessa di McDonald’s è stata licenziata per aver integrato l’hamburger di una collega, regolarmente pagato, con una fettina di formaggio. Ma in tal modo, ha spiegato la multinazionale con assoluta serietà, il panino cambiava status, rientrando nella categoria, più costosa, dei cheeseburger. Il giudice, di sicuro un vecchio arnese del garantismo, ha sostenuto che il corpo del reato - la sottiletta - non fosse paragonabile al danno inferto alla lavoratrice - il licenziamento. Se la sciagurata avesse spruzzato sopra il panino anche un po’ di ketchup, l’avrebbero giustiziata nella friggitoria delle patatine? La ladra di formaggio ha vinto la causa, ma non ha riavuto il posto. Solo 4.500 euro, equivalenti a cinque mesi di stipendio. L’altro ieri avevamo appreso che un altro marchio del consumismo globale, Carrefour, stava disciplinando le pause-pipì per il personale. Una per turno e i prostatici si aggiustino con i pannoloni. Chissà se la norma varrà anche per le evacuazioni dei capi. E chissà se i manager di McDonald’s pagano i loro hamburger fino all'ultimo cent, ammesso che non si concedano di meglio a spese dell’azienda.
Quand’ero ragazzo imperavano il permissivismo e l’egualitarismo: il lavoratore era sacro sempre e comunque, non si licenziavano neanche i disonesti e gli ignavi. Adesso stiamo tornando a uno sfruttamento che, con le dovute proporzioni, ricorda certe pagine di Dickens. Così il pendolo della storia continua a oscillare, senza mai fermarsi dove dovrebbe: nel giusto mezzo.
[ da La stampa ]
Con il panorama occupazionale che hanno creato,si lo hanno creato ad arte,chi può diventa bamboccione a vita,al contrario la stragrande maggioranza dei giovani deve sentire anche la reprimenda d'un tale ministro che a 30 anni non si era mai rifatto il letto,se non siamo al delirio ditemi voi cos'è,ormai il vecchio detto "la botte piena e la moglie ubriaca",è stato superato per eccesso dell'una e dell'altra.
Oskar Schindler,o meglio l'attore che l'ha interpretato Liam Neeson
Oskar Schindler nacque a Zwittau (oggi Svitavy) nel Sudetenland, ovvero nei Sudeti, una dell'allora Cecoslovacchia dove viveva per la maggior parte popolazione di lingua tedesca. L'annessione di questa alla Germania nazista, fu per Schindler l'inizio di una nuova avventura che lo porterà a Cracovia, la città polacca che per molto tempo sarà la sua dimora. Qui acquistò a basso prezzo una fabbrica in via Lipowa n. 4, nel quartiere industriale di Zablocie, che chiamò Deutsche Emaillewaren-Fabrik, dove produsse pentolame e in seguito munizioni. Arrivò ad occupare, durante la sua attività di imprenditore, circa 1.200 (secondo alcune fonti 1.100) lavoratori ebrei. Alcuni dicono che, almeno inizialmente, abbia agito a scopo di lucro sfruttando il lavoro sottopagato di persone in stato di bisogno, come molti altri imprenditori in tutta la Germania. In seguito, tuttavia, iniziò a difendere attivamente i suoi operai. Egli avrebbe sostenuto che alcuni lavoratori incompetenti erano in realtà essenziali per il buon andamento della fabbrica, e qualsiasi danno che veniva loro fatto, risultava nelle sue proteste e richieste di risarcimento al governo. L'orrore determinante a cui dovette assistere fu il rastrellamento del 1942 nel ghetto di Cracovia. I soldati stavano trasferendo gli ebrei in un campo di concentramento a Plaszow, e uccisero selvaggiamente molte persone che cercavano di nascondersi nelle loro case. Da brillante diplomatico, dopo il rastrellamento fu sempre più pronto a usare le sue doti per salvare i suoi Schindlerjuden ("gli ebrei di Schindler"). Si accordò con Amon Göth, il comandante di Plaszow, per il trasferimento di 900 ebrei nell'adiacente complesso industriale, dove sarebbero stati relativamente al sicuro dalle angherie delle guardie tedesche.
La tomba di Oskar Schindler
Quando l'Armata Rossa era ormai prossima a liberare Cracovia, i tedeschi distrussero i campi e uccisero gran parte degli internati. Schindler, tuttavia, riuscì a spostare 1.100 "lavoratori" in una fabbrica a Brunnlitz (Brnenec) in Cecoslovacchia, sottocampo del complesso di Gross-Rosen, nell'ottobre 1944. Nel trasferimento, il convoglio della forza lavoro femminile, che partì a distanza di una settimana da quello maschile, venne deviato per un errore burocratico ad Auschwitz. Schindler riuscì comunque nell'intento di farselo restituire, e tutte le donne raggiunsero definitivamente Brunnlitz, che venne poi liberata nel maggio del 1945. Alla fine della guerra Schindler riuscì ad emigrare in Argentina. Qui fece bancarotta e ritornò in Germania nel 1958 per intraprendere una serie di avventure imprenditoriali senza successo. Nel 1961, in occasione della sua prima visita in Israele, ricevette l'entusiastica accoglienza di 220 sopravvissuti. Da allora visse tra Israele e Germania. Dal 1971 visse a Hildesheim, in Germania, dove morì il 9 ottobre 1974 in un ospedale. Dopo la sua morte, il corpo fu trasferito in Israele, nel cimitero cattolico di Gerusalemme. Il 18 luglio 1967, l'apposita commissione israeliana Yad Vashem decise di riconoscere Oskar Schindler Giusto tra le nazioni: tale decisione fu confermata il 24 giugno 1993 ed estesa alla moglie di Schindler, Emilie Schindler. Il manoscritto originale della lista di Schindler fu trovato nel 1999 in una valigia, che lo stesso imprenditore aveva lasciato nella casa di una coppia di amici a Stoccarda. Nel 2009 è stata ritrovata una copia-carbone della lista in una biblioteca di Sydney, in Australia, in mezzo ai manoscritti di Thomas Keneally.
A confronto gli sbarchi a Lampedusa e lungo le coste del mezzogiorno sono nulla
A Nova Gorica, il varco da cui ogni anno entrano in Italia migliaia di immigrati
di Elisabetta Reguitti
Le migrazioni irregolari a Gorizia le ha risolte il trattato di Schengen del 20 dicembre 2007, data della “caduta” del confine italo-sloveno. Fino a quel giorno questa città-simbolo fra est e ovest, considerata ai tempi della Guerra fredda il “confine più aperto d’Europa”, rappresentava un facile ingresso per chi fuggiva dalla miseria e dalla mancanza di libertà lungo i sentieri dei Balcani. C’era di tutto: dai turchi di etnia armena ai serbi fino ai pachistani. Solo gli sbarramenti confinari ufficiali di Sant’Andrea e della “Casa Rossa” non erano accessibili ai profughi. Ma già nelle immediate vicinanze, nella immediata periferia della città, e soprattutto lungo i sentieri di campagna e del Carso, per anni ci sono stati i massicci flussi di disperati che, con quel poco che avevano in tasca e con figli e vecchi sulle spalle, entravano in Italia accompagnati da spregiudicati passeurs la cui prestazione era pagata a peso d’oro. Prima di varcare la frontiera, quasi sempre di notte, si liberano dei propri documenti per diventare fantasmi anonimi. Il tragitto portava i più sulla statale Gorizia-Trieste (denominata il Vallone) che corre parallela al confine. Un confine “colabrodo” controllato a vista dai graniciari (milizia di frontiera) di Tito fino alla caduta della Jugoslavia, poi di fatto libero. E che in città, a Gorizia, era protetto da una rete solo davanti alla stazione della Transalpina, quella che il giornalista e scrittore triestino Paolo Rumiz – anche per fotografare la collaborazione che Gorizia e la dirimpettaia città slovena di Nova Gorica avevano saputo allacciare – aveva ribattezzato con efficacia il “muretto di Gorizia”. Contrapponendolo al più celebre e drammatico Muro di Berlino. Negli anni è diventato tutto più semplice sia per Trieste sia per Gorizia: di là, a Nova Gorica, ci sono i casinò e le file di auto italiane passano con un’attesa inferiore a quella sofferta ai caselli dell’autostrada. Ma nel 2000, attraverso il confine italo-sloveno, sono passati circa 17 mila irregolari e, di questi, solo il 10 per cento è stato rimandato indietro. Una vera e propria invasione silenziosa se paragonata, nello stesso periodo, alle più modeste cifre degli sbarchi sulle coste siciliane, calabresi e pugliesi, che però generano più allarme e fanno più notizia. Nel 2000, per ogni clandestino che approdava sulle coste italiane, ce ne erano 15 che varcavano il confine italo-sloveno. E dietro questo traffico c’erano organizzazioni criminali turche, croate, serbe, slovene e italiane: nel porto turco di Smirne, un clandestino pagava 5 mila euro per salire su una carretta del mare. Ce ne volevano 10 mila, invece, per stipare un nucleo familiare in un Tir che dalla Turchia viaggiava lungo la ex Jugoslavia fino a Nova Gorica, da dove i passeurs li guidavano in Italia.
Oggi è diverso. Per gli irregolari il viaggio più difficile finisce al confine tra la Slovenia e la Croazia. Poi ad aspettarli ci sono le auto che li conducono lungo lo Stivale. Oggi non esiste nessun controllo di frontiera perché non esistono più i confini. E intercettare gli immigrati appartiene alla casistica dei fermi per i normali controlli su strade e autostrade. Oggi i problemi, per queste terre di confine (le ultime ad essere state smilitarizzate) un tempo ferite dall’odio tra italiani e sloveni, dalle foibe e dai campi di concentramento (come il lager nazista della risiera di San Sabba a Trieste) sono altri. Hanno nomi come Cie (centro di identificazione ed espulsione qualche anno fa denominato più cortesemente Cpt, centro di permanenza temporanea), Cara (centro accoglienza richiedenti asilo) oppure ancora Sprar (sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati) o Cir (consiglio italiano dei rifugiati). Acronimi sempre nuovi per descrivere realtà di ospitalità “condizionata”. Mondi troppo spesso paralleli con regole diverse e in continua, frenetica evoluzione. Difficili da seguire anche per gli stessi operatori, impegnati a risolvere i problemi quotidiani di persone in fuga dai propri paesi di origine. Cibo, alloggi, vestiario. Ma soprattutto una possibilità di futuro per coloro che riescono a ottenere il riconoscimento di rifugiato politico: circa il 20% dei richiedenti. Sono loro, oggi, la vera emergenza lanciata dalla Caritas di Gorizia. Che rischia di scoppiare. Tra settembre 2008 e marzo 2009 ha accolto quasi 600 immigrati dimessi (allo scadere dei 6 mesi) dal Cara: oggi sono una sessantina a fronte di una capienza massima non superiore a 42 posti. I richiedenti asilo sono senza soldi, senza prospettive e non sanno dove andare. Sono persone che rischiano di essere inghiottite dalla criminalità perché non hanno occupazione. “Li manteniamo a spese nostre”, ci racconta il direttore della Caritas don Paolo Zuttion. Dieci euro al giorno per ogni immigrato in attesa del riconoscimento a fronte dei 40 euro del Cara dove si può stare sei mesi, non un’ora in più. Poi finisci per strada. Come nel caso di quella ragazza che era stata “gentilmente” invitata a lasciare il Cara. Si è scoperto, poi, che era incinta. “Noi abbiamo ospitato 620 persone in un anno. Allo Stato ognuna di loro sarebbe costata 800 euro – prosegue il sacerdote – Abbiamo chiesto al prefetto di Gorizia di sottoscrivere una convenzione ma stiamo ancora aspettando”. Non vanno certo meglio le cose rispetto ai contributi elargiti dall’amministrazione comunale, che tra il 2008 e il 2009 ha tagliato ben 16 mila euro sulla gestione del dormitorio di piazza Tommaseo: un servizio per i senza fissa dimora (pochi) che viene usato per i richiedenti asilo che escono dal Cara (tanti). Che raccontano storie tutte diverse, anche se uguali nella drammatica sostanza. Intanto però gli operatori e i volontari cercano di districarsi nella giungla degli acronimi dei tanti (troppi) progetti ministeriali funzionanti sulla carta ma meno nella realtà delle cose. Procedure complesse da capire, anche per i più esperti. Difficili da applicare. Soprattutto quando mancano le risorse.
Stranamente se ne sente parlare una tantum del passaggio di migliaia di extracomunitari dal confine italo-sloveno,quasi come fosse una zona franca,non dovrebbe essere difficile restringere le maglie nel contenere il fenomeno.
Ma sono le contraddizioni volute politicamente,buona parte delle migliaia di persone che varcano il confine orientale dell'Italia,eccome servono,tutta manovalanza a basso costo senza trascurare il fenomeno della prostituzione.
Solo in questo modo si spiega il non vedo,non sento e non parlo....
E' proprio vero,fare i marinai anche per pochi giorni,è una vitaccia che si paga anche con la vita,e magari si ritorna al punto di partenza come nel gioco del monopoli.
In arrivo dagli Usa kolossal sempre più tecnologici da vedere con prolunghe nasali per gli odori e schermi deformabili per i bassorilievi
Avatar Due Per il secondo episodio di 'Avatar', James Cameron ha voluto superare se stesso. Il 3D di nuova generazione prevede per gli spettatori, oltre agli appositi occhiali, una prolunga nasale per sentire gli odori, enormi orecchie di cartone per la ricezione stereo, un sondino gastrico per provare la fame e la sete come gli eroi del film e un papillon fosforescente per esaudire un desiderio del regista. La storia: sul pianeta Pandora i buoni indigeni vengono colpiti da un virus che li fa uscire di senno. Si ubriacano, picchiano i bambini, giocano a poker e vogliono intitolare una strada a Craxi. Per fortuna Uniplus, un avatar immune dal contagio, sgomina il virus e salva il pianeta. A chi gli fa osservare che sembrerebbe un'enorme cazzata, Cameron ha risposto che una trama più complessa era impossibile, perché distrarrebbe gli spettatori dagli effetti speciali.
La carica dei marines Il kolossal bellico, firmato da Steven Spielberg, sperimenta la tecnologia 'bassorilievo', evoluzione del 3D basata su uno speciale schermo deformabile, che si protende all'interno della sala dando forma concreta all'azione cinematografica. Durante la scena madre, i marines arriveranno fino alla quinta fila della platea coinvolgendo gli spettatori nell'azione bellica. La Croce Rossa Internazionale, sponsor del film, monterà in ogni sala un ospedale da campo.
Save the World Prodotto da Al Gore e diretto dal regista indipendente Max Tipinek, già icona della beat generation, 'Save the World' è il primo vero echo-movie della storia. Girato su pellicola riciclata, consente allo spettatore di vedere due film sovrapposti, quello nuovo, la storia di una foca alla deriva a causa dello scioglimento dei ghiacciai, e quello già impresso sulla pellicola, che varia da sala a sala. Si potrà dunque vedere, per la prima volta, 'Via col vento' o 'Cabaret' o 'Mezzogiorno di fuoco' confuso con le immagini sovrapposte del nuovo film. Ne risulta un cast prodigioso: la foca Smarty, interpretata da una bravissima Meryl Streep, apparirà di volta in volta con Liza Minnelli, Clark Gable, Gary Cooper e altre star di Hollywood. Allo spettatore sarà fornito un cappuccio oscurante per coprirsi la testa durante gli attacchi di emicrania.
Bornoz Chi non conosce Fafnor, re di Bornoz, che combatte gli spietati Skabaral con i fedeli amici Kunam e Trokul? Ora la saga di Bornoz diventa film. Apparentemente è un film normalissimo, girato in due settimane a basso costo, con trucchi dozzinali e un cast di risulta. Ma grazie alla nuova tecnologia 'stupid press' batterà ogni record di incasso: milioni di giornalisti in tutto il mondo, in cambio del cappellino di Fafnor e di una cartella stampa che contiene una banconota da cento dollari, hanno scritto recensioni entusiaste già un mese prima dell'uscita del film.
Giulietta e Romeo Da tempo a Hollywood si vocifera del tentativo di superare perfino il 3D grazie a una tecnologia sbalorditiva, il 'real movie'. In gran segreto, negli studios della XVII Century Fox, si sta tentando di mettere in scena il più popolare tra i drammi scespiriani con attori in carne e ossa che recitano davanti agli spettatori. Uno speciale schermo, detto 'sipario', si apre per consentire l'ingresso degli attori, che recitano Shakespeare in costume d'epoca, abolendo il tradizionale proiettore. "È impressionante", dicono i pochi fortunati che hanno potuto assistere alle prove, "sembra di essere a teatro". L'unico problema è che il 'real movie' può essere programmato solo in una sala per volta.
[ da l'Espresso ]
Non sono contrario alle innovazioni tecnologiche,purchè non siano sponsorizzate all'eccesso come l'ultimo film in 3D uscito da poco nelle sale,anche perchè nei film fantasy iper tecnologizzati costati un visibilio,si può raccontare di tutto e il suo contrario,condita dalla mostruosa campagna di convincimento,che se non vedi Avatar non sei cool,magari accorgendosi un momento dopo che vi sono in programmazione pellicole costate un centesimo del colossal americano,le quali risultano più interessanti.
Buongiorno a tutti, si tratta di capire che cosa è questo processo breve e se davvero l’intenzione di Berlusconi è quella di andare fino in fondo con questa legge che ammazza definitivamente la giustizia, o se non si tratta semplicemente dell’ennesima pistola carica poggiata sul tavolo, anzi puntata alla tempia delle opposizioni e del Quirinale per estorcere loro qualcos’altro, qualcosa di peggio. Intanto vediamo quale è la minaccia, ossia quale è il testo della legge che è stato approvato l’altro giorno da una delle due Camere, in attesa che venga approvato dall’altra: è stato approvato al Senato, dove il Presidente, tra l’altro, è prono a tutto e adesso si stabilirà quando ci sarà la votazione alla Camera e se ci sarà la votazione alla Camera, ma per capire quello che sta succedendo intanto vediamo quali saranno i danni, perché il processo breve non è più quello che era stato inizialmente firmato da Gasparri, Quagliariello e Pricolo, capogruppo della Lega Nord, di cui avevamo parlato qualche settimana fa, il testo è cambiato e, se è possibile, è addirittura peggiorato, ma l’hanno modificato perché temevano che fosse troppo incostituzionale persino per i gusti di un uomo di bocca buona come il Capo dello Stato.
La legge porcata passata al Senato
Il problema è che i profili di incostituzionalità restano, ma sono altri rispetto a quelli della prima versione, quindi vediamo: inizialmente sapete che il processo breve era un processo di sei anni, suddivisi in due anni per il primo grado, due anni per l’appello e due anni per la Cassazione, adesso ci sono delle variazioni. Intanto il procedimento per i reati sotto i dieci anni, puniti con pena inferiore ai dieci anni è diverso da quello per i reati puniti con pene superiori ai dieci anni e conseguentemente cominciamo a vedere che cosa succede per i processi puniti con pene inferiori ai dieci anni, che sono poi il 90% dei processi che si celebrano in Italia, perché sono quelli che riguardano la stragrande maggioranza dei reati, i più diffusi, poi vi dirò quali. Per questi processi, cioè per la stragrande maggioranza dei processi, la durata massima consentita sarà di sei anni e mezzo così suddivisi: tre anni per il primo grado, due anni per l’appello e un anno e mezzo per la Cassazione. Si dirà “ ce ne è a sufficienza”: non credo, perché intanto per cominciare c’è una piccola truffa, in quanto, quando si dice tre anni per il primo grado, non si dice che dal momento in cui inizia il processo di primo grado al momento in cui arriva la sentenza di primo grado devono passare tre anni, ce la si potrebbe fare, almeno per i processi più semplici; si dice una cosa diversa, si dice che dal momento della richiesta del rinvio a giudizio del Pubblico Ministero, al momento della sentenza di primo grado non possono passare più di tre anni: che cosa vuole dire? Che in quei tre anni il Pubblico Ministero deve concludere le indagini, formulare la richiesta di rinvio a giudizio.. anzi, no, scusate: sì, formulare la richiesta di rinvio a giudizio, aspettare che il G.I.P. fissi l’udienza preliminare, celebrare l’udienza preliminare davanti al G.I.P. e le udienze preliminari possono durare anche un anno o due anni; finita l’udienza preliminare, se il G.I.P. rinvia a giudizio l’imputato o gli imputati, bisogna aspettare che il Tribunale fissi la prima udienza del dibattimento, celebrare tutto il dibattimento, arrivare alla sentenza di primo grado, il tutto senza che siano passati tre anni, se sono passati tre anni il processo è già morto, viene dichiarato estinto dal giudice di primo grado.
Se per caso - cosa rarissima, viste le forze attualmente disponibili nei tribunali - si riesce a scavallare il primo ostacolo, bisogna poi fare il processo d’appello in due anni, se si riesce a scavallare anche la tagliola dei due anni per l’appello, bisogna poi portare tutte le carte a Roma e sperare che la Cassazione ce la faccia a celebrare il giudizio ultimo entro un anno e mezzo. Questa è la regola e quindi, quando sentite Gasparri parlare di dieci o quindici anni per i processi, non sa quello che sta dicendo, o forse lo sa e mente, chi lo sa? In ogni caso, se poi la Cassazione, invece di chiudere il processo con una conferma della sentenza di appello, oppure con un annullamento della sentenza di appello e con un rinvio al processo, se rinvia in primo grado e poi c’è un altro appello ci sarà un anno per ogni grado di giudizio aggiuntivo, se invece rinvia in appello ci sarà un anno per il nuovo processo d’appello e poi un anno per il processo in Cassazione e questo riguarda i reati più diffusi, ossia quelli puniti con pene inferiori ai dieci anni, per cui stiamo parlando di reati come il furto, la rapina, lo scippo, lo spaccio, l’associazione a delinquere, la truffa, lo stupro, la molestia, l’aborto clandestino, l’incendio, i reati ambientali, i reati finanziari, tributari, di bilancio, contabili, tutti i reati contro la Pubblica amministrazione, abuso d’ufficio, corruzione, corruzione giudiziaria, falsa testimonianza, calunnia, sequestro di persona non a scopo di estorsione, ricettazione, violenze in famiglia, lesioni, violenza privata, oltraggio a pubblico ufficiale etc. etc., la gran parte dei processi, il traffico di droga non gravissimo. Poi ci sono i processi per i reati che sono puniti con una pena che supera i dieci anni: per questi ci sarà, per il primo grado, un tempo di quattro anni, per l’appello lo stesso tempo degli altri, sempre due anni e per la Cassazione un anno; non si capisce per quale motivo la Cassazione, per i reati puniti più gravemente, dovrà fare più in fretta che non per i reati puniti meno gravemente, mistero! Ultimo scaglione, i processi per i reati di mafia e di terrorismo: lì in primo grado si potrà fare fino a cinque anni, in appello fino a tre e in Cassazione due, per esempio il processo Dell’Utri sarebbe morto, perché il processo per mafia a Dell’Utri è durato tantissimo, dovendosi sentire tantissimi testimoni e essendo il Tribunale di Palermo ultracongestionato, come sono i tribunali che si occupano di mafia: pensate ai tribunali in Calabria, ai tribunali in Campania, sono tutti oberatissimi e quindi non ce la fanno. Il giudice però potrà prorogare la durata fino a un terzo in più, nel caso in cui i procedimenti siano molto complessi e abbiano molti imputati: il caso Dell’Utri ne aveva solo due e quindi sarebbe stato escluso e sarebbe morto e sepolto.
La norma transitoria contro i cittadini
Questo per i processi a regime, ossia per i processi che cominceranno da quando la legge entrerà o entrasse in vigore in giù e per i processi cominciati prima? Norma transitoria: la norma transitoria dice che tutti i processi per i reati in corso, ovviamente, per i reati commessi fino al 2006 e quindi che beneficiano di quello sconto di pena di tre anni, previsto dall’indulto del 2006, che siano puniti con pene inferiori ai dieci anni e quindi tutti i reati commessi prima del 2006 che rientrano nella prima categoria, quella del processo brevissimo, soggiacciono alle stesse regole del processo brevissimo, per cui bisognerà fare, anzi bisognerà avere già fatto il primo grado in tre anni, l’appello in due anni e la Cassazione in un anno e mezzo. Se sono passati tre anni dalla richiesta di rinvio a giudizio e non è ancora stata pronunciata la sentenza di primo grado, questi processi muoiono, si estinguono, quindi sono già estinti i processi a Berlusconi, perché? Perché il processo Mills e il processo Mediaset sono iniziati con la richiesta di rinvio a giudizio da più di tre anni e quindi sono morti e sepolti, cancellati. Insieme a quelli rischiano di essere già morti o di morire presto anche i processi per l’aggiotaggio delle banche, come nel caso Parmalat, il processo Cirio, i processi per lo spionaggio della Telecom e della Pirelli, i processi per le scalate bancarie dell’Antonveneta e della BNL, i processi per lo scandalo della monnezza, dei rifiuti in Campania, quello a carico dell’Impregilo e di Bassolino, i processi per grandi mazzette come quelli di Enipower e Enelpower, che andranno addirittura restituite, visto che sono state nel frattempo sequestrate. I processi per la vendita di derivati, ossia di prodotti tossici, a alto rischio ai comuni e agli enti locali, che stanno devastando, sono una cancrena che sta devastando le casse di molti enti locali, si parla perfino di possibile estinzione del processo per la strage di Viareggio, la strage alla stazione di Viareggio, quell’esplosione gigantesca e poi si parla di altri processi ancora, anche l’omicidio colposo plurimo - me l’ero dimenticato - tra quelli puniti con pene sotto ai dieci anni è compreso in questa tagliola del processo brevissimo. La porcheria è stata approvata dall’aula del Senato - l’abbiamo detto prima - il 20 gennaio con 163 sì, i voti del PDL, 130 no (PD, Udc e Italia dei Valori) e due astenuti. Ci sono, oltre a quelle che vi ho raccontato, altre tre furbate, cioè altri tre codicilli che sono nascosti dentro questa legge, dei quali pochi si sono accorti, almeno fino a quando non è stata approvata, perché sono degli emendamenti o delle frasette che in apparenza non significano nulla e in realtà aggravano ulteriormente la situazione. Ve li sintetizzo: il primo è incomprensibile, se uno lo legge, ecco perché l’hanno capito in pochi, compresi secondo me molti di quelli che l’hanno votato, o che hanno votato contro e dice che “il Pubblico Ministero deve assumere le proprie determinazioni in ordine all’azione penale entro e non oltre tre mesi dal termine delle indagini preliminari. Da tale data iniziano comunque a decorrere i termini di cui ai commi precedenti, se il Pubblico Ministero non ha già esercitato l’azione penale ai sensi dell’articolo 405”. Quale è la traduzione di questo ostrogoto? Intanto che cosa vuole dire che il Pubblico Ministero esercita l’azione penale? Il Pubblico Ministero esercita l’azione penale quando chiede il rinvio a giudizio di un indagato che, da quel momento, assume le vesti di imputato, questo è l’esercizio dell’azione penale. Dice, questo codicillo da azzeccagarbugli, che se il Pubblico Ministero non chiede il rinvio a giudizio, cioè non esercita l’azione penale entro tre mesi da quando gli sono scaduti i termini dell’indagine, comunque al terzo mese dalla scadenza dell’indagine parte il calcolo del tempo, ossia di quei tre anni entro i quali bisognerà completare il processo di primo grado e conseguentemente, se non chiede il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini, il calcolo del tempo per ammazzare il processo dopo tre anni non parte dalla richiesta di rinvio a giudizio, parte da quando sono passati tre mesi dalla scadenza delle indagini e quindi molto prima della richiesta di rinvio a giudizio. Si dirà “ è sufficiente che il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio entro e non oltre i tre mesi dalla scadenza delle indagini”: già, fosse facile! Perché non è facile chiedere il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini? Perché tra la scadenza delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio c’è una cosina che si chiama deposito degli atti alle parti, prevista, se non erro, dall’articolo 415 bis; che cosa dice quest’articolo? Dice che il Pubblico Ministero non è che, quando finisce le indagini, chieda subito il rinvio a giudizio: era così una volta, poi il centrosinistra, con una delle furbate escogitate negli anni dal 96 al 2001 per allungare ulteriormente i processi e mandare un po’ di processi di tangentopoli in prescrizione, si è inventata il deposito degli atti. Che cosa vuole dire? Vuole dire che, quando il Pubblico Ministero ha finito le indagini, perché gli sono scadute, sapete che le indagini possono durare un certo tempo e non di più, dal momento in cui l’indagato viene iscritto nel registro degli indagati parte un certo tempo, che può essere sei mesi prorogabili fino a un anno e mezzo e fino a due anni per i reati di mafia, quindi al massimo in due anni le indagini dal momento dell’iscrizione nel registro devono finire, nel momento in cui ti scade l’indagine tu devi trarre le tue conclusioni e devi chiedere agli Avvocati e alle parti civili, alle parti offese se hanno qualcosa da ridire sulle indagini di cui gli hai depositato gli atti, conseguentemente devono avere il tempo di leggersele e poi di chiederti di fare delle cose che magari, secondo loro, non hai fatto tu, Pubblico Ministero e hanno venti giorni di tempo per chiedere al Pubblico Ministero di sentire l’indagato, se non è stato sentito, oppure di sentire altre persone che interessano all’indagato, oppure di fare dei supplementi di indagini che interessano all’indagato; dopodiché il magistrato deve fare questi interrogatori, questi atti etc. e poi li deve depositare, dopo averli fatti. Soltanto a quel punto può chiedere il rinvio a giudizio, oppure l’archiviazione: chiede il rinvio a giudizio, poi bisogna fare l’udienza preliminare, poi bisogna fare il rinvio a giudizio, poi bisogna fissare il processo, dopodiché inizia il processo di primo grado. Capite che è impossibile che in tre mesi dalla fine delle indagini il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio, perché in mezzo c’è il deposito degli atti, ci sono gli atti da compiere, gli interrogatori nuovi che ha chiesto la difesa o magari anche la parte offesa e quindi non si riesce mai a fare tutto in tre mesi. La sabbia nella clessidra, quella sabbia che, ultimati i tre anni, ucciderà il processo comincia a scendere ben prima della richiesta di rinvio a giudizio: non solo, ma nei processi dove c’è più di un indagato molto spesso gli indagati non vengono iscritti tutti nello stesso momento; prendete, per esempio, il processo per il sequestro di Abu Omar, Abu Omar viene rapito, poi si scopre che l’hanno rapito tizio e caio degli agenti della Cia, poi si scopre che c’era anche un Maresciallo del Ros, poi si scopre che all’ideazione avevano partecipato anche i vertici del Sismi, nell’ipotesi d’accusa il Generale Pollari, i favoreggiatori Pio Pompa, il giornalista Farina etc., quindi via via vengono iscritti e ciascuno ha una durata delle proprie indagini che parte dal momento in cui è stato iscritto, per cui le indagini non durano da tale data a tale data per tutti, durano sempre la stessa durata, ma spostata a seconda del momento in cui i vari indagati sono stati iscritti nel registro. Alla fine il magistrato fa poi un’unica richiesta per tutti, che arriva naturalmente molto dopo che sono scadute le indagini per il primo dei suoi indagati, perché deve aspettare che scadano anche le indagini per l’ultimo dei suoi indagati. Invece qua la scadenza delle indagini vale per il primo che è stato iscritto nel registro degli indagati e quindi molto spesso il tempo per cominciare a calcolare i tre anni dell’estinzione del processo partirà, per il primo degli indagati, prima ancora che siano scaduti i termini delle indagini per l’ultimo degli indagati: capite che è molto retrodatato il momento in cui parte il famoso conteggio, il famoso timer che inizia a ticchettare, i tre anni che vengono chiamati i tre anni del primo grado; in realtà, per il processo di primo grado, resterà molto poco, non tre anni, perché il resto è stato consumato prima: scadenza delle indagini, compimento degli atti, deposito degli atti supplementari, richiesta di rinvio a giudizio, udienza preliminare e rinvio a giudizio. Ecco perché quei tre anni non basteranno mai per fare i processi, quindi i processi moriranno addirittura in primo grado.
L'emendamento liberi tutti
La seconda furbata - vado veloce, perché le altre sono più facili da spiegare - è l’emendamento che estende questo colpo di spugna non solo alle persone fisiche, ossia all’imputato Marco Travaglio, ma anche alle persone giuridiche, cioè all’eventuale società di Marco Travaglio per la responsabilità amministrativa, in base alla legge 231 /2001. Perché è importante questo? Perché sono imputati in questi scandali non soltanto gli amministratori delle società, ma anche le società, che rischiano di dover pagare delle somme enormi: pensate all’Impregilo per lo scandalo della monnezza quanto dovrebbe pagare, se venisse condannata, pensate alla Telecom, se venisse condannata la sua security quando dovrà risarcire alle persone che erano state spiate. Ebbene, con questa roba muore anche la responsabilità delle persone giuridiche e la terza furbata è un emendamento firmato dal Senatore Valentino, che allarga la durata massima dei processi, ossia la morte dei processi prima che finiscano, anche a quelli per danno erariale davanti alla Corte dei Conti, non solo per i reati penali, ma anche per quelli contabili. I processi si estinguono se, dall’atto di citazione della Corte dei Conti, sono trascorsi più di tre anni senza che sia stato emesso un provvedimento di primo grado, o due anni se non si è definito il processo d’appello. Naturalmente davanti alla Corte dei Conti ci sono molti amministratori pubblici: sono 7.000, credo, i procedimenti in corso davanti alla Corte dei Conti, molti di questi saranno falcidiati da questa regola. Lo Stato rinuncerà a incassare un sacco di soldi, eppure non sono processi nei quali, per dire, l’imputato rischia la galera o rischia limitazioni della sua libertà: sono semplicemente delle questioni di soldi, a un certo punto arriva una sanzione e, se la devi pagare, la paghi. Queste sanzioni pecuniarie saranno cancellate, se il processo davanti alla Corte dei Conti non durerà tot e, naturalmente, davanti alla Corte dei Conti, addirittura condannati in primo grado a risarcire per le consulenze d’oro indebite che hanno concesso nella loro funzione, ci sono, per esempio, l’ex Ministro Castelli, la Sindaca di Milano Letizia Moratti e, tra i vari citati dalla Corte dei Conti, c’è anche il Senatore Valentino, autore dell’emendamento che potrebbe mandare a monte il suo procedimento, che è aperto da diverso tempo, quindi abbiamo di fatto un’amnistia per gli imputati, un’amnistia di fatto per le società e un’amnistia di fatto anche per i pubblici amministratori e i politici che hanno danneggiato lo Stato facendogli spendere dei soldi che lo Stato non avrebbe dovuto spendere, se loro avessero amministrato bene i loro ministeri e i loro enti locali. Capite che stiamo parlando di un’ecatombe, stiamo parlando di qualcosa di infinitamente peggio dell’indulto, visto che l’indulto si limitava a scontare pure tre anni, che erano una cosa enorme, ma qui addirittura si estingue il processo, cioè via il processo, via il reato, non c’è più responsabilità. Se uno ha subito un torto deve andare addirittura dal giudice civile a chiedere i danni, pagandosi l’Avvocato, ricominciando tutto daccapo e non avendo neanche una sentenza penale che faccia stato in sede civile, quindi sarà tutto enormemente più dispendioso e più complicato. Questa è la situazione, l’ipotesi è che sia semplicemente una pistola puntata per intimidire innanzitutto la Corte di Cassazione, che il 25 febbraio dovrà decidere se confermare o annullare la condanna di David Mills, perché se la Cassazione dovesse annullare la condanna di David Mills di fatto annullerebbe anche la responsabilità di Berlusconi: sapete che Mills è condannato perché corrotto da Berlusconi e quindi, se venisse annullata la condanna a Mills, di fatto verrebbe salvato anche Berlusconi dall’accusa di aver corrotto Mills
La norma transitoria contro i cittadini (espandi | comprimi) Questo per i processi a regime, ossia per i processi che cominceranno da quando la legge entrerà o entrasse in vigore in giù e per i processi cominciati prima? Norma transitoria: la norma transitoria dice che tutti i processi per i reati in corso, ovviamente, per i reati commessi fino al 2006 e quindi che beneficiano di quello sconto di pena di tre anni, previsto dall’indulto del 2006, che siano puniti con pene inferiori ai dieci anni e quindi tutti i reati commessi prima del 2006 che rientrano nella prima categoria, quella del processo brevissimo, soggiacciono alle stesse regole del processo brevissimo, per cui bisognerà fare, anzi bisognerà avere già fatto il primo grado in tre anni, l’appello in due anni e la Cassazione in un anno e mezzo.
Il ricatto
Stanno ricattando, con questa legge, la Cassazione e le stanno dicendo “ o salta il processo Mills, oppure saltano tutti i processi, o quasi tutti”, questo è il ricatto, accompagnato insieme al bastone dalla carota, ossia da un emendamentino che sta vagando in Parlamento, pronto a entrare in qualsiasi provvedimento omnibus, che allunga la carriera dei magistrati da 75 a 78 anni, esattamente quello che serve al Presidente attuale della Cassazione, Carbone, che sta per andare in pensione e invece si vedrebbe prorogare in carica per altri tre anni. Qualcuno ha parlato di una captatio benevolentiae in vista della sentenza della Cassazione su Mills. Ma questa è anche una pistola puntata nei confronti del Capo dello Stato e dell’opposizione, di quella che chiamiamo opposizione, a proposito almeno del PD o dell’Udc, per dire “ se volete salvare la giustizia da questa catastrofe non avete che da regalarci un’altra soluzione che salvi Berlusconi dai suoi processi, senza farci pagare il prezzo sociale di questa gigantesca amnistia e quindi ci date il legittimo impedimento”, ossia una legge che renda legittimi anche gli impedimenti più pretestuosi, purché li accampi Berlusconi, per cui se dice “ ho le escort che vengono a trovarmi” il Tribunale deve dire “ ah, beh, allora non si tiene l’udienza”, perché qualunque impedimento lui accampi sarà legittimo, anche se è illegittimo diventerà legittimo per legge, oppure - ma per questo ci vorrà più tempo - una norma costituzionale che reiteri il Lodo Alfano sulle impunità delle cinque cariche dello Stato, oppure che reintroduca l’immunità parlamentare, ossia la famosa autorizzazione a procedere, saggiamente abrogata dal Parlamento nel 93. Vedremo se la Cassazione si farà ricattare assolvendo Mills, vedremo se il PD, l’Udc e il Quirinale regaleranno una leggina a Berlusconi, il quale non sembra, ma è abbastanza in difficoltà, perché se lo costringeranno a approvare questa legge è vero che cancellerà i suoi processi, ma è anche vero che lo farà con una legge chiaramente incostituzionale, che creerà un sacco di casino, manderà salvi un sacco di delinquenti, diventerà per lui una tragedia di immagine, perché ogni giorno avremmo sui giornali i nomi e i cognomi dei criminali che esultano e escono vincitori dai processi, con il giudice che si arrende a mani alzate e quindi pagherà un prezzo tale e quale a quello che pagò il centrosinistra dopo l’indulto, uno stillicidio continuo di impuniti, anche di criminali comuni. Dopodiché rischierà che la Corte gli cancelli pure questa leggina, questa legge schifosa, perché è anch’essa, ovviamente, incostituzionale e quindi che i suoi processi riprendano. Il centrosinistra, se esiste ancora un centrosinistra e se esiste ancora un’opposizione, ha tutto l’interesse a che Berlusconi approvi la legge sul processo breve, paghi le conseguenze di impunità generalizzata, in controtendenza con le promesse di sicurezza che aveva fatto in campagna elettorale, e dopodiché si veda bocciare questa legge dalla Corte Costituzionale. Sarebbe perfetto, un’opposizione degna di questo nome starebbe ferma e non gli darebbe assolutamente nessun contentino alternativo e lo lascerebbe, finalmente, andare a sbattere il muso contro le conseguenze generali dell’impunità che lui, per garantire a sé stesso, dovrebbe garantire a tutti. Temo che il Partito Democratico e l’Udc invece opteranno per l’altra soluzione: subire il ricatto, pagare il pizzo, salvare Berlusconi sia dai processi e sia dalle conseguenze di una legge come la blocca processi, probabilmente gli daranno qualcosa che salvi soltanto lui, a meno che gli elettori del PD e dell’Udc - diciamo del PD, perché quelli dell’Udc sono abituati a qualunque cosa, vedi Cuffaro - si facciano sentire in questo periodo di campagna elettorale, scuotano i loro leaders con lettere, incontri pubblici, mail etc. etc. per pregarli, almeno stavolta, di stare fermi e di non agitarsi per difendere il Cavaliere, così magari una volta tanto pagherà qualche pedaggio di impopolarità anche lui.
Sono gli aspetti negativi esposti da Travaglio sull'ultima trovata dell'esecutivo,come al solito nell'intento di salvare il padrone del baraccone,fino a quando avrà il sostegno elettorale,costui potrà compierne ancora di peggio.
La sua ricetta,portare l'età pensionabile per tutti i lavoratori a 65 anni,così facendo risparmiando sulle pensioni,si troverebbero i bonus per i giovani.
Ma così facendo il posto di lavoro ai giovani,mancando il ricambio,e allungando i tempi,chi glielo darà,considerata la penuria del sistema occupazionale.
Proprio da quei banchi arriva la predica,dove i politici dopo due legislature hanno già diritto alla pensione,pensare di mettere sullo stesso piano chi ha iniziato a lavorare a quindici anni,a differenza da chi ha cominciato quasi a trenta,è da matti.
Poveri veneziani nel caso,come sembra,avranno come primo cittadino un elemento del genere,almeno una stronzata settimanale non la fa mai mancare,e avendo in futuro il probabile doppio impegno,i deliri ovviamente si moltiplicheranno....
Pare strano ma di questi tempi esistono voci,meglio dire voce fuori dal coro,fino a quando sarà possibile assistere su una tv nazionale questi concetti,poichè su internet non sarà la medesima situazione.