Anche se la situazione per la respirazione della popolazione non è rosea in diverse città italiane,direi nel diffusissimo occidente e con l'oriente nell'imitazione più becera del nostro modello

| Respiriamo veleni ma nessuno si indigna. Così si estingue l'umanità: ribelliamoci! | |
di Antonio Scurati
Vivo a Milano, come tutti. Appartengo all’umanità, una specie destinata all’estinzione, come tutte.
Parrà che si esageri, ma la correlazione tra queste due circostanze si è resa particolarmente stringente in questa città della grande pianura in questo gelido mese di gennaio dell’anno 2010. Dall’Epifania in qua, Milano è diventata un ottimo osservatorio sullo sfinimento delle umane cose. Salvo che, nel caso dei milanesi, osservatore e osservato si sono identificati nella medesima persona. Gente sfinita. Sfinita perché priva del senso della fine.
Mentre scrivo, infatti, siamo giunti al diciottesimo giorno consecutivo di violento sfondamento delle soglie d’allarme per inquinamento da polveri sottili. Detto in altri termini: respiriamo veleno. Ciò che sbalordisce, però, è la piega molle che prendono gli eventi, l’effetto ralenti prodotto dal disastro giunto nei pressi del suo punto di precipitazione.
Dapprima niente, silenzio, poi, stancamente, i giornali hanno cominciato a dare notizia: si titola «polvere alle stelle» (da non confondersi con la polvere di stelle), si tracciano grafici sugli andamenti del PM 10, si dedica una striminzita colonnina ai dati medici sul forte aumento di ricoveri ospedalieri per bronchiti e polmoniti, al picco di ictus, infarti e crisi respiratorie gravi. Ma, poi, tutto sommato, ce ne usciamo con una scrollata di spalle. Il sindaco dichiara che non c’è urgenza di intervenire perché l’anno scorso l’emergenza era più emergenza di quest’anno, gli strascichi polemici del derby tengono ancora banco nelle birrerie, ognuno sta solo sul cuor della terra e, in men che non si dica, è già l’ora dell’aperitivo.
I pochi che rilanciano l’allarme vengono liquidati con l’accusa di «catastrofismo». Vengono messi a tacere con un sofisma: il vertice di Copenhagen è stato prima sgonfiato dall’annuncio dell’impossibilità di raggiungere un accordo, poi affossato da un accordo al ribasso, infine sepolto dalla scoperta che alcune previsioni sugli effetti del mutamento climatico erano esagerate o addirittura gonfiate. La conclusione che la malafede ne trae è che non c’è nessuna emergenza ambientale. Per scongiurare l’apocalisse ci si aggrappa, insomma, all’unico indizio contrario ignorando le cento evidenze a favore. Non potendo cambiare la realtà, si cambia discorso. Si tocca ferro, ci si gratta nascostamente le parti intime e si salta alle pagine dello sport.
La catastrofe, anche ammesso che poi venga davvero, è lontana, astratta, è una diceria dell’untore. Come ci spiega il filosofo Jean-Pierre Dupuy, propugnatore di un «catastrofismo illuminista», la fatale complessità dei procedimenti liberati dalla nostra potenza d’azione tecnologica ci obbligherebbe ad anticipare le loro conseguenze nel futuro, ma quella complessità è la stessa che ci impedisce di farlo: di fronte al futuro siamo impotenti, il futuro è incerto di suo, astratto e lontano non meno della catastrofe, il futuro è irreale. Del resto, da sempre l’umanità ha preso atto della realtà delle catastrofi soltanto quando erano già accadute, le ha vissute come l’improvvisa trasformazione di un’impossibilità in una possibilità, come uno strappo ontologico nella maglia dell’essere. Basti pensare alla reazione dell’Occidente di fronte all’Undici Settembre. L’ostacolo che ci impedisce di prendere precauzioni contro di esse è l’impossibilità di credere che il peggio debba ancora venire.
Tutto questo è vero, eppure c’è ancora qualcosa che non torna nella mollezza di questi nostri strani giorni proni al peggio. Non torna la clamorosa inversione tra astratto e concreto di cui i milanesi sembrano vittime. D’accordo, i ghiacciai che si sciolgono (anche se con minor velocità rispetto al previsto) sono al Polo Nord, le foreste amazzoniche disboscate sono a pagina 27 di Avventure nel Mondo, le falde freatiche abbassate sono addirittura sotto terra, roba astratta, lontana, futuribile, ma le polveri sottili, per quanto sottili, sono il pacciame che sentiamo ingolfare i nostri polmoni. Qui, ora, sotto questo cielo, su questo lembo di terra avvelenata nel mezzo della grande pianura.
«Che cosa vuole che le dica? Li porti al mare. Sì, anche d’inverno». È davanti ai nostri occhi il pediatra che allarga le braccia quando gli chiediamo cosa fare per nostro figlio che ha la tosse e il catarro per l’intera durata dell’inverno, e poi il raffreddore da fieno per l’intera durata di quella che un tempo si definiva «bella stagione». È qui, ora, nella vita reale, nelle nostre orecchie di Milanesi un tempo efficienti e pragmatici il rantolo che, notte dopo notte, gli impedisce di dormire. Sale dalla culla accanto ai nostri letti matrimoniali della vita presente. Perché allora non ci riscuotiamo dal nostro torpore?
Non lo facciamo perché abbiamo smarrito il senso della fine. La verità è che nessuna etica è possibile senza metafisica. E, forse, nemmeno la buona politica. Non agiamo per il meglio, individualmente e collettivamente, se non abbiamo un senso delle cose prime e delle cose ultime. Non prendiamo in mano il nostro destino se rimaniamo incapaci di un pensiero profondo sul nostro essere nel tempo, che vada oltre le previsioni meteo per il prossimo weekend in montagna. E questo profondo senso del tempo profondo porta con sé, innanzitutto, il senso della fine.
Quel tempo profondo ci dice che non c’è da attendere lo squillo della tromba: la fine dei tempi si è già realizzata molte volte. Essa ci parla attraverso i fossili, le pile sedimentali, i molari di giganteschi crani primitivi, ci dice che la storia della vita è storia di estinzioni, che sono bastati pochi secoli di caccia a mettere fine a milioni di anni di storia biologica; ci sussurra, quel tempo profondo, d’immense durate, di cose immani e lontane, ma anche borbotta nelle cose vicinissime, nel rantolo emesso dai polmoni impacciati dei nostri bambini nella Milano di questi strani giorni. La fine è già arrivata. Milano, per esempio, ha già finito di essere una città vivibile. Non aspettiamoci l'apocalisse dall’avvenire. L’apocalisse è un fatto quotidiano. Lo sono, però, anche i mezzi per lottare. Coraggio.
Vivo a Milano, come tutti. Appartengo all’umanità, una specie destinata all’estinzione, come tutte.
Parrà che si esageri, ma la correlazione tra queste due circostanze si è resa particolarmente stringente in questa città della grande pianura in questo gelido mese di gennaio dell’anno 2010. Dall’Epifania in qua, Milano è diventata un ottimo osservatorio sullo sfinimento delle umane cose. Salvo che, nel caso dei milanesi, osservatore e osservato si sono identificati nella medesima persona. Gente sfinita. Sfinita perché priva del senso della fine.
Mentre scrivo, infatti, siamo giunti al diciottesimo giorno consecutivo di violento sfondamento delle soglie d’allarme per inquinamento da polveri sottili. Detto in altri termini: respiriamo veleno. Ciò che sbalordisce, però, è la piega molle che prendono gli eventi, l’effetto ralenti prodotto dal disastro giunto nei pressi del suo punto di precipitazione.
Dapprima niente, silenzio, poi, stancamente, i giornali hanno cominciato a dare notizia: si titola «polvere alle stelle» (da non confondersi con la polvere di stelle), si tracciano grafici sugli andamenti del PM 10, si dedica una striminzita colonnina ai dati medici sul forte aumento di ricoveri ospedalieri per bronchiti e polmoniti, al picco di ictus, infarti e crisi respiratorie gravi. Ma, poi, tutto sommato, ce ne usciamo con una scrollata di spalle. Il sindaco dichiara che non c’è urgenza di intervenire perché l’anno scorso l’emergenza era più emergenza di quest’anno, gli strascichi polemici del derby tengono ancora banco nelle birrerie, ognuno sta solo sul cuor della terra e, in men che non si dica, è già l’ora dell’aperitivo.
I pochi che rilanciano l’allarme vengono liquidati con l’accusa di «catastrofismo». Vengono messi a tacere con un sofisma: il vertice di Copenhagen è stato prima sgonfiato dall’annuncio dell’impossibilità di raggiungere un accordo, poi affossato da un accordo al ribasso, infine sepolto dalla scoperta che alcune previsioni sugli effetti del mutamento climatico erano esagerate o addirittura gonfiate. La conclusione che la malafede ne trae è che non c’è nessuna emergenza ambientale. Per scongiurare l’apocalisse ci si aggrappa, insomma, all’unico indizio contrario ignorando le cento evidenze a favore. Non potendo cambiare la realtà, si cambia discorso. Si tocca ferro, ci si gratta nascostamente le parti intime e si salta alle pagine dello sport.
La catastrofe, anche ammesso che poi venga davvero, è lontana, astratta, è una diceria dell’untore. Come ci spiega il filosofo Jean-Pierre Dupuy, propugnatore di un «catastrofismo illuminista», la fatale complessità dei procedimenti liberati dalla nostra potenza d’azione tecnologica ci obbligherebbe ad anticipare le loro conseguenze nel futuro, ma quella complessità è la stessa che ci impedisce di farlo: di fronte al futuro siamo impotenti, il futuro è incerto di suo, astratto e lontano non meno della catastrofe, il futuro è irreale. Del resto, da sempre l’umanità ha preso atto della realtà delle catastrofi soltanto quando erano già accadute, le ha vissute come l’improvvisa trasformazione di un’impossibilità in una possibilità, come uno strappo ontologico nella maglia dell’essere. Basti pensare alla reazione dell’Occidente di fronte all’Undici Settembre. L’ostacolo che ci impedisce di prendere precauzioni contro di esse è l’impossibilità di credere che il peggio debba ancora venire.
Tutto questo è vero, eppure c’è ancora qualcosa che non torna nella mollezza di questi nostri strani giorni proni al peggio. Non torna la clamorosa inversione tra astratto e concreto di cui i milanesi sembrano vittime. D’accordo, i ghiacciai che si sciolgono (anche se con minor velocità rispetto al previsto) sono al Polo Nord, le foreste amazzoniche disboscate sono a pagina 27 di Avventure nel Mondo, le falde freatiche abbassate sono addirittura sotto terra, roba astratta, lontana, futuribile, ma le polveri sottili, per quanto sottili, sono il pacciame che sentiamo ingolfare i nostri polmoni. Qui, ora, sotto questo cielo, su questo lembo di terra avvelenata nel mezzo della grande pianura.
«Che cosa vuole che le dica? Li porti al mare. Sì, anche d’inverno». È davanti ai nostri occhi il pediatra che allarga le braccia quando gli chiediamo cosa fare per nostro figlio che ha la tosse e il catarro per l’intera durata dell’inverno, e poi il raffreddore da fieno per l’intera durata di quella che un tempo si definiva «bella stagione». È qui, ora, nella vita reale, nelle nostre orecchie di Milanesi un tempo efficienti e pragmatici il rantolo che, notte dopo notte, gli impedisce di dormire. Sale dalla culla accanto ai nostri letti matrimoniali della vita presente. Perché allora non ci riscuotiamo dal nostro torpore?
Non lo facciamo perché abbiamo smarrito il senso della fine. La verità è che nessuna etica è possibile senza metafisica. E, forse, nemmeno la buona politica. Non agiamo per il meglio, individualmente e collettivamente, se non abbiamo un senso delle cose prime e delle cose ultime. Non prendiamo in mano il nostro destino se rimaniamo incapaci di un pensiero profondo sul nostro essere nel tempo, che vada oltre le previsioni meteo per il prossimo weekend in montagna. E questo profondo senso del tempo profondo porta con sé, innanzitutto, il senso della fine.
Quel tempo profondo ci dice che non c’è da attendere lo squillo della tromba: la fine dei tempi si è già realizzata molte volte. Essa ci parla attraverso i fossili, le pile sedimentali, i molari di giganteschi crani primitivi, ci dice che la storia della vita è storia di estinzioni, che sono bastati pochi secoli di caccia a mettere fine a milioni di anni di storia biologica; ci sussurra, quel tempo profondo, d’immense durate, di cose immani e lontane, ma anche borbotta nelle cose vicinissime, nel rantolo emesso dai polmoni impacciati dei nostri bambini nella Milano di questi strani giorni. La fine è già arrivata. Milano, per esempio, ha già finito di essere una città vivibile. Non aspettiamoci l'apocalisse dall’avvenire. L’apocalisse è un fatto quotidiano. Lo sono, però, anche i mezzi per lottare. Coraggio.
[ da La stampa ]
Fino a quando le statistiche diranno che l'età media della popolazione italiana si è stabilita tra i 79-84 anni,chi ci amministra avrà l'alibi che la denuncia della situazione atmosferica è relativa,ma toccherebbe aggiungere anche la qualità della vita stessa a tutte le età chiaramente,poichè non è sufficiente invecchiare,se per molti di noi diventerà uno strascico a prescindere dell'età anagrafica.
Alcune immagini "suggestive"

London

Los Angeles

Shanghai
@ Dalida @
Nessun commento:
Posta un commento