domenica 13 luglio 2014

Amarcord:Loris Mazzetti intervista Enzo Biagi



Biagi: “Cara Rai, nessun rancore Sei come Garibaldi”

FINISCE CON L’INTERVISTA AL GRANDE GIORNALISTA LA SERIE DEL “FATTO”. ENZO INIZIÒ A VIALE MAZZINI NEL 1961. DOPO 41 ANNI, CHE LO HANNO RESO UNO DEI VOLTI PIÙ AMATI DELLA NOSTRA TELEVISIONE, BERLUSCONI PRETESE LA SUA CACCIATA. “NON SONO ARRABBIATO, CREDO DI AVER FATTO UN BUON LAVORO E DI ESSERE STATO UNA PERSONA CORRETTA. NON SARÀ LA FAZIOSITÀ DI QUESTI PICCOLI UOMINI A FARMI CAMBIARE IDEA”

di Loris Mazzetti

Enzo, per la gente, come dovrebbe essere la televisione?

La televisione in genere, con i difetti che sono dovuti alle diverse stagioni politiche, è lo specchio della vita di un paese con la deformazione che comporta il mezzo perché, tu mi insegni, che se uno è ripreso in primo piano è un conto, le parole prendono un certo rilievo, se è ripreso in campo lungo è un’altra questione. La Rai ha avuto un grande merito, principalmente quello di riempire tante solitudini, poi ha unificato il linguaggio degli italiani, neanche Garibaldi ha potuto fare tanto. Ha insegnato molte cose e penso che sia stata una delle scoperte più importanti del ventesimo secolo.

La tua lunga stagione in Rai, si è interrotta per un editto bulgaro, sei stato accusato di aver fatto “un uso criminoso della televisione”. Tutto quello che è successo poi lo conosciamo molto bene, ha prodotto il tuo allontanamento e quello di tanti
altri. Cosa hai provato?

Guarda, lo dico anche con un po’ di vergogna: niente. Ne abbiamo parlato tante volte, ci siamo arrabbiati, l’abbiamo considerata una grande violenza, ma dentro non ho provato niente, perché alla mia età sono altre le cose che ti segnano. Ho avuto a che fare, quando avevo poco più di vent’anni, con Adolf Hitler, sono stato per 24 ore con una pistola in mano a un tedesco puntata alla testa... Non provo rancore nei confronti della Rai, le devo tanto e le voglio bene. Anche se so che la televisione è fatta da uomini che hanno le loro idee, le loro faziosità, oggi ragionano in una certa maniera, ma non possono essere piccoli uomini a farmi pensare diversamente.

Quando, durante una trasmissione di Rai Tre, dedicata ai 50 anni della Rai, “Il Fatto” è stato votato come il miglior programma, tu eri già stato messo in condizione di non fare la tv, la nostra redazione chiusa. Di fronte a questa inaspettata notizia che cosa hai provato?

Ho provato tristezza, perché con te, con la mia troupe, ho passato gran parte della mia vita. Mi è stata tolta l’occasione di continuare a stare con quelle persone, i miei amici, che con me hanno condiviso tante avventure, a volte anche abbastanza pericolose, sempre insieme: dove io andavo voi c’eravate, dove voi andavate io ero con voi. Non abbiamo mai pensato che quando i mortai tuonavano, potessero tuonare per alcuni e per altri no. Quando arrivai al telegiornale, il giornalista stava in un albergo e la troupe in un altro, c’era un trattamento economico differenziato, fui io a convincere la Rai che era sbagliato. Vorrei solo che fosse riconosciuto che in quegli anni, quando potevamo fare la televisione, ci siamo comportati come persone per bene.

Se ti dessero la possibilità di tornarla a fare, rifaresti “Il Fatto” o che altro?

Farei un programma diverso: un viaggio in Italia, il continuo di Cara Italia, per vedere come vive certa gente, se in questi anni è cambiata la loro vita, come arrivano alla fine del mese. Partirei raccontando la realtà di un piccolo paese, la storia di un farmacista di provincia, il caffè dove si ritrovano, la vita della famiglia media: quella realtà sociale che spesso i tg trascurano.

Visto quello che ti è accaduto e la tua lunga esperienza, con il senno di poi, forse era meglio la televisione della lottizzazione?

Per tanti anni ho fatto la televisione che volevo fare e non posso dire di aver subito delle censure, a parte qualche episodio che poi si è risolto con il programma che andava in onda qualche giorno dopo. Allora l’opinione pubblica contava più di oggi. Sono stato accusato di aver fatto un’intervista a Benigni. Una cosa è certa: la rifarei anche domattina. Considero Benigni un italiano da esportazione e lo ha dimostrato anche con i tre Oscar vinti. Non ha mai voluto un soldo per venire ai miei programmi, è un vero amico. Se involontariamente con il mio lavoro ho offeso qualcuno, spero di no, gli chiedo scusa. Appartengo anch’io al genere umano: ho anch’io i miei difetti e le mie faziosità. Ma quando ci sono dei tipi che non mi piacciono, la mia tendenza è quella di farglielo sapere. L’ho già detto tante volte e lo ripeto: noi giornalisti facciamo delle domande ma non possiamo suggerire le risposte.

La Rai oggi è poco aperta alle proposte esterne, si trova raramente qualcuno alla ricerca di nuove idee, sempre più si è trasformata in un’azienda di servizi, conta chi ha i diritti dei format.

Non è sempre stato così: c’erano strutture che avevano il compito di sperimentare, si provavano autori, attori, registi in terza serata, che dopo la gavetta, se avevano i numeri, trovavano il loro spazio. C’era la ricerca dei talenti.
Una volta non c’erano gli appalti, credo che oggi più della metà della produzione sia esterna. Sono più di diecimila i dipendenti della Rai, e siccome non sono tutti degli imbecilli, anzi c’è tanta gente di prim’ordine, non ci sarebbe bisogno di spostare tutto all’esterno. I risultati si vedono: tra i programmi della Rai e quelli di Mediaset non ci sono più differenze.

Come dovrebbe essere una tv di qualità?

Non dovrebbe essere uno strumento di propaganda per una causa o per l’altra. Dovrebbe essere senza demagogia, con il rispetto delle persone, con la consapevolezza, in chi la fa, che si rivolge a milioni di persone: l’unico padrone è il pubblico che paga il canone.

È di moda parlare di informazione manipolata, come si può manipolare l’informazione?

Si fa il contrario di quello che ti ha detto la mamma quando avevi cinque anni: “Non si devono dire le bugie”. Oggi, purtroppo, si raccontano. Poi c’è chi le racconta meglio, chi peggio. Però i fatti hanno una logica ineluttabile e qualcuno ha detto: “I nostri atti ci seguono”. Per qualche personaggio, se Dio vuole, anche quelli giudiziari. Prima o poi quello che è buono o quello che è cattivo viene fuori.

Le bugie hanno le gambe corte con tanti media, con Internet: nel tempo la verità si conosce.

Non dimenticare mai che c’è la tendenza ad adeguarsi. Diceva Flaiano: “Gli italiani accorrono sempre in soccorso ai vincitori”. Cominciano così le memorie di Charlie Chaplin: “Il successo rende simpatici”. Secondo me non è sempre vero, però aiuta.

Ti rispondo anch’io con una citazione, Carl Pop-per: “Chi controlla l’informazione televisiva controlla la democrazia”

Sì, hai ragione perché chi controlla la televisione, controlla il mezzo di comunicazione dominante. La notizia la si può raccontare in tanti modi, facciamo un esempio: un bambino che vede una bicicletta la prende e scappa via. La notizia può essere raccontata: un bambino la prende perché ha sempre sognato di avere la bicicletta, oppure, il bambino è un ladro, un precoce delinquente. Infine: era un gioco, il bambino non sa che certi giochi vengono contemplati anche dal codice penale. Ognuno ha il suo punto di vista nel raccontare le cose, ma deve farlo con onestà.

Come mai hai iniziato a fare la televisione? Tu eri già stato direttore di Epoca, eri già una grande firma del giornalismo.

Mi fu proposto da Ettore Bernabei, direttore generale della Rai, che mi chiamò nel 1961 a dirigere il telegiornale. Erano gli anni dell’apertura ai socialisti, io ero amico di Nenni. Capii subito che non era aria per me, mi accusarono, come sempre è accaduto quando mi hanno mandato via dai giornali, di essere comunista. Dopo un anno lasciai il telegiornale e inventai RT, il primo rotocalco televisivo e per 41 anni non ho mai smesso, fino a settembre 2002 quando mi mandarono una raccomandata con ricevuta di ritorno per dirmi che il mio contratto non si rinnovava più. Potevano risparmiarsi quei soldi, bastava una telefonata...

Chi sono stati i tuoi punti di riferimento?

Indro Montanelli, Orio Vergani, Dino Buzzati, Vittorio G. Rossi. Soprattutto Montanelli, al quale sono stato profondamente legato. Sono orgoglioso perché siamo diventati compaesani: mi hanno dato la cittadinanza di Fucecchio. Quel giorno andai al cimitero dove c’è la sua urna e chiesi se potevo rimanere solo con lui. Gli ho detto: “Indro tu dicevi che certi personaggi dovevamo provarli, ma ho l’impressione che abbiamo sbagliato la dose”.

Mi ricordo quando lo intervistammo a “Il Fatto”, aveva appena ricevuto una lettera anonima con minacce di morte ed era stato accusato di essere diventato anche lui comunista. Durante quell’intervista, diventata poi famosa perché messa nella lista di quelle che non dovevi fare, tu gli dicesti: “Io ho la sensazione che andremo incontro a una dittatura morbida”. Hai sbagliato l’aggettivo.

Sì, oggi lo cambierei, anzi lo toglierei proprio.

Umberto Eco, citando il tuo caso e di tutti gli altri epurati, lo ha definito un regime mediatico. Ma perché la televisione è così importante, riesce a inventare anche quello che non esiste?

Lo dimostra la vicenda di un imprenditore che non era votato alla politica, ma che disponendo delle televisioni è diventato presidente del Consiglio. È uno strumento che non ha bisogno di aggiunte: uno si siede e la guarda, mentre il giornale va comprato, poi va letto, ed è già una fatica. Un messaggio dato dalla televisione, da un telegiornale, arriva sicuramente alla gente.

Il cittadino come può difendersi?

Può solo decidere di non guardare certa roba o di guardarla con spirito libero e critico. Non mi pare che le ultime apparizioni di quell’imprenditore, ricordando un po’ i commenti fatti sui dati d’ascolto, abbiano avuto grande successo di pubblico. Certo viviamo una grande anomalia, ma il Cavaliere è stato eletto democraticamente alla guida del nostro paese, quindi, rispecchia la volontà degli italiani.

Che consiglio daresti a un giovane che vuole fare il giornalista?

Diceva un illustre collega: “Sempre meglio che lavorare”. È un mestiere che ti tiene in contatto con la vita, che ti fa partecipare agli eventi, alle storie, che ti rende testimone di tutti i fatti che accadono nella tua epoca. L’unico consiglio che posso dare è quello di essere sempre curioso, di voler vedere, dove è possibile, i fatti con i propri occhi. Gli interessa raccontare? Lo faccia.

Enzo per concludere, la televisione oltre alla popolarità cosa ti ha dato?

Contatti umani con persone a cui sono rimasto legato, amici e conoscenze di viaggio. Non mi interessava farmi vedere: non basta apparire, bisogna aver qualche cosa da dire. Mi ha dato la possibilità di raccontare la vita della gente, nel bene e nel male. Alla Rai devo tanto e le sono molto grato.



Non c'era bisogno di questa intervista nel comprendere quanto fosse un giornalista con la schiena dritta,rimangono comunque delle riflessioni importanti su cui riflettere noi stessi.

Alla memoria di Enzo Biagi

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