mercoledì 5 marzo 2014

I salta sul carro della grande vuotezza




La grande vuotezza

di Marco Travaglio

Dopo gli Oscar per i migliori film, ci vorrebbe un Oscaretto per i migliori commenti italiani agli Oscar. Provinciali, retorici, cialtroni, pizzaemandolineschi. Un po’ come dopo le partite dei Mondiali quando vince l’Italia: il patriottismo ritrovato, l’orgoglio tricolore, il riscatto nazionale, l’ottimismo della volontà, la metafora del Paese che rinasce, il sole sui colli fatali di Roma. Questa volta però, con l’Oscar a La grande bellezza, c’è un di più: l’esultanza di chi s’è fermato al titolo, senza capire che è paradossale come tutto il film. Ecco: quello di Sorrentino è il miglior film straniero anche e soprattutto in Italia. Il Corriere fa dire al regista che “con me vince l’Italia”, ma è altamente improbabile che l’abbia solo pensato: infatti ha dedicato l’Oscar alla famiglia reale e artistica, al Cinema e agli idoli adolescenziali (compreso – che Dio lo perdoni – Maradona, inteso però come il fantasista del calcio, non del fisco). Eppure Johnny Riotta, sulla Stampa, vede nel film addirittura “un monito” e spera “che la vittoria riporti un po’ di ottimismo in giro da noi”. E perché mai? Pier Silvio B., poveretto, compra pagine di giornali per salutare l’“avventura meravigliosa” sotto il marchio Mediaset. Sallusti vede nell’Oscar a un film coprodotto e distribuito da Medusa la rivincita giudiziaria del padrone pregiudicato (per una storia di creste su film stranieri): “Ci son voluti gli americani, direi il mondo intero, per riconoscere che Mediaset non è l’associazione a delinquere immaginata dai magistrati”. Ora magari Ghedini e Coppi allegheranno l’Oscar all’istanza di revisione del processo al Cainano. “Oggi – scrive su Repubblica Daniela D’Antonio, moglie giornalista di Sorrentino – ho scoperto di avere tantissimi amici”. Infatti Renzi invita “Paolo per una chiacchierata a tutto campo”. Napolitano sente “l’orgoglio di un certo patriottismo” per un “film che intriga per la rappresentazione dell’oggi”. Contento lui. Alemanno, erede diretto dei Vandali, Visigoti e Lanzichenecchi, vaneggia di “investire nella bellezza di Roma e nel suo immenso patrimonio artistico”. Franceschini, ex ministro del governo Letta che diede un’altra sforbiciata al tax credit del cinema, sproloquia di un “Paese che vince quando crede nei suoi talenti” e di “iniezione di fiducia nell’Italia”. Fazio, reduce da un Sanremo di rara bruttezza dedicato alla bellezza, con raccapricciante scenografia color caco marcio, vuole “restituire” e “riparare la grande bellezza”. Il sindaco Marino rende noto di aver “detto a Paolo che lo aspetto a Roma a braccia aperte per festeggiare lui e il film, per il prestigio che ha donato alla nostra città e al nostro Paese”. Ma che film ha visto? È così difficile distinguere un film da una guida turistica della proloco?
In realtà, come scrive Stenio Solinas sul Giornale, quello di Sorrentino “è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri”. Il referto medico-legale in forma artistica di un Paese morto di futilità e inutilità, con una classe dirigente di scrittori che non scrivono, intellettuali che non pensano, poeti muti, giornalisti nani, imprenditori da buoncostume, chirurghi da botox, donne di professione “ricche”, cardinali debolucci sulla fede ma fortissimi in culinaria, mafiosi 2.0 che sembrano brave persone, politici inesistenti (infatti non si vedono proprio). Una fauna umanoide disperata e disperante che non crede e non serve a nulla, nessuno fa il suo mestiere, tutti parlano da soli anche in compagnia e passano da una festa all’altra per nascondersi il proprio funerale. Si salva solo chi muore, o fugge in campagna. È un mondo pieno di vuoto che non può permettersi neppure il registro del tragico: infatti rimane nel grottesco. Scambiare il film per un inno al rinascimento di Roma (peraltro sfuggito ai più) o dell’Italia significa non averlo visto o, peggio, non averci capito una mazza. Come se la Romania promuovesse Dracula a eroe nazionale e i film su Nosferatu a spot della rinascita transilvana.



Sono davvero patetici i toni trionfalistici sul recentissimo premio Oscar al film di Sorrentino,il quale ha effettivamente meritato il premio,la bontà della pellicola è stata riconosciuta non solo negli States.

I vari soliti saltacarro del vincitore,non accennano minimamente alla denuncia del film,nel quale sono evidenti i quadretti italici,dove la crisi sociale,morale e politica sono esaltati dalla storia.

Un mix tra bellezza della città eterna e l'immeritata presenza dei personaggi che vivono la realtà tutta italiana.

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4 commenti:

Tina ha detto...

Quando lo vedrò darò un giudizio, l'ultimo film italiano che ha vinto l'oscar e che mi è piaciuto è stato Mediterraneo.
Non mi piace Benigni e non ho visto La vita è bella.
Di La grande bellezza per me la garanzia è quel signore che risponde al nome di Toni Servillo, rammenti Il Divo?
Quanto al carro dei vincitori, Ivo, guarda quante calzette bucate stanno salendo sul carro di Renzi e credimi amico, prevedo rogne per noi comuni mortali.
Buon Pomeriggio Ivo ;-))
Tina

Ivo Serenthà ha detto...

Tina,questo è un paese che ha l'assoluta necessità della personalità a prescindere,non importa se piglia per i fondelli,alla maggioranza è sufficiente che dica di tutto e di più nel compiacersi con le cazzate che spara,siamo diventati al limite del cerebroleso.

Il film di Benigni pur trattando dell'olocausto è stato una fiabetta,quest'ultimo non l'ho visto integralmente ieri sera e mi è parso un buon film,nel quale i siparietti italiani sono assolutamente fedeli alla realtà.

Buona giornata a te,domani

LaDama Bianca ha detto...

E' un film decadente come non ce ne sono stati da un bel pezzo. A me non è piaciuto e penso ci sia ben poco da ridere.

Ivo Serenthà ha detto...

E' un film complesso,un mix tra la visione eccezionale della Capitale e l'inutilità della classe dirigente del nostro tempo,almeno a livello dei cosiddetti salotti bene.

Ciao