sabato 30 aprile 2011

1 maggio per ridere amaramente

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[ L'unità - Staino ]














vignette ti amo cazzi tuoi

[ vignette reperite dall'inserto satirico e dal web ]

Buon 1 maggio a tutti,nonostante tutto ciò che ci circonda!


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Il 12-13 giugno tutti alle urne




Celentano è rock, tutti gli altri lenti
di Marco Travaglio
   “Cari studenti, comunisti, fascisti, leghisti e operai...”. Della lettera-appello che ci ha regalato Celentano è bello soprattutto l’attacco. E anche la chiusa che invita tutti a usare “l’unico mezzo di sopravvivenza che ci resta: il voto. Il 12 giugno dobbiamo andare assolutamente a votare”, anche se il governo, dopo lo scippo del nucleare, svuotasse le urne anche dell’acqua e del legittimo impedimento, anche se i seggi restassero chiusi: “Il nostro voto lasciamolo pure per terra scritto su un foglietto, in modo che l’indomani tutti i marciapiedi d’Italia siano invasi da 40 milioni di bigliettini”. È sorprendente come un cantante di 73 anni riesca a trovare la freschezza e le parole giuste per fotografare il momento cruciale che viviamo e l’occasione che abbiamo a portata di mano, lì dietro l’angolo. La freschezza e le parole giuste che ha trovato l’altra sera un comico di 63 anni, Beppe Grillo, nell’intervista a Francesca Fagnani di Annozero. Ha detto che questi politici sono morti e, se sembrano ancora vivi, è solo perché sono sempre in tv. E ha citato la banalità del male di tanti complici “perbene” del nazismo, immortalati nel libro I volenterosi carnefici di Hitler e paragonati agli attuali volenterosi carnefici della democrazia. Grillo, senza che nessuno glielo chieda, parte per un tour elettorale. Non solo per sostenere i giovani candidati a Cinque Stelle nei comuni dove si vota, ma anche per spingere un popolo rassegnato, disinformato, anestetizzato a trascinarsi alle urne il 12 e 13 giugno. Celentano e Grillo, due rari esemplari di artisti-cittadini estranei al palazzo con il corpo e soprattutto con la testa, hanno capito che i referendum ormai travalicano la lettera dei tre quesiti. Sono come quello elettorale del ‘93 sulla preferenza unica – questione tecnica quant’altre mai – che intercettò la crisi irreversibile della Prima Repubblica e fu vissuto dagli italiani come l’occasione per liberarsi di una classe politica ladra e decrepita. Il solo che, dentro il palazzo, l’ha capito fin da subito è stato Di Pietro, che ha tante colpe per la (non) selezione della classe dirigente del suo partito, ma grazie al suo intuito contadino ha annusato la voglia di cambiamento e ha il merito di aver creduto nei referendum quando gli altri sbuffavano annoiati, sbattendogli in faccia i calcoli ragionieristici sul quorum. Per il resto chi sta nel palazzo e nelle sue succursali televisive ha perso il tatto, l’olfatto, la vista, l’udito, il gusto del paese reale ed è lì fermo, immobile, a far di conto sul pallottoliere senz’accorgersi che una valanga di Sì, anche senza quorum, non farebbe che accelerare la caduta del regime. Se, oltre a commissionare sondaggi i politici li leggessero e soprattutto li capissero, scoprirebbero che la loro fine è vicina. E converrebbe loro assecondare la sete di cambiamento, anziché ostacolarlo o fingere di non vederlo. A Catanzaro tutto il centrosinistra l’ha capito, o forse l’ha subìto, candidando un giovane competente, Salvatore Scalzo. Ma è una moscabianca. A Napoli i sondaggi danno De Magistris vincente e Morcone perdente al ballottaggio con Lettieri: che aspettano Pd e Sel a scaricare Morcone, anziché – come titola il Corriere – ributtare “in campo Bassolino”, il ritorno dei morti viventi? A Bologna il grillino Bugani è dato al 10%: vorrà dire qualcosa? Chi invita Grillo a fare fronte comune per non disperdere i voti di centrosinistra contro B. non ha capito nulla: chi vota Cinque Stelle non voterebbe mai centrosinistra né centrodestra, anzi non si pone proprio il problema. A un raduno indetto da Enrico Letta, Nando Pagnoncelli ha spiegato che il 42% degli italiani pensa che B. sia ancora lì perché dall’altra c’è il nulla. Letta ne ha tratto la seguente lezione: “Il Pd non deve cadere nell’idea che siamo moralmente superiori”. Giusto. Ma, siccome non lo sono, perché non se ne vanno a casa e non lasciano il posto a qualcuno che sia davvero moralmente superiore?





Non sono mai stato un fan di Celentano,anche la sua musica non mi ha mai interessato particolarmente,ma dai tempi del suo motivo "azzurro",direi che non ha mai smesso di interpretare il suo spirito ambientalista,l'aver preso posizione mediante la lettera inviata al Fatto quotidiano,non può che essere positivo,ha smosso le acque e molti personaggi noti hanno preso posizione.


Il 12-13 giugno a prescindere dalla svuotamento referendario,voluto dal solito noto per non far raggiungere il quorum,diamo una risposta inequivocabile,rechiamoci in massa ad inserire una o più crocette!


&& S.I. &&

venerdì 29 aprile 2011

Gheddafi e la schizofrenia della destra




La guerra lampo dei fratelli Marx

di Marco Travaglio
   Dunque, ricapitolando. Da tre anni un “trattato di amicizia” con la “Grande Jamahiria popolare e socialista”, cioè con il regime libido di Muammar Gheddafi, ratificato dal Parlamento con i voti di Pdl, Lega e Pd (contrari solo Idv, Udc, radicali e due pd dissidenti, Colombo e Sarubbi), impegna l’Italia ad “astenersi da ogni ingerenza negli affari interni, nello spirito del buon vicinato”; a “non usare né permettere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”; e a fornire un “forte e ampio partenariato industriale nella difesa e nell’industria militare”. Naturalmente, da due giorni stiamo bombardando la Libia per eliminare il nostro amico e sostenere i ribelli che gli si oppongono armi in pugno. Ma, nella foga, ci siamo dimenticati di disdettare il trattato di amicizia. Che dunque è tuttora valido. Deve trattarsi di un’abile mossa, l’ennesima, per confonderlo: visto che non riusciremo mai a colpirlo, tentiamo almeno di intontirlo con la nostra politica estera meteoropatica, che varia a seconda del tasso di umidità. Nella speranza che il beduino, disorientato dalle piroette di B., Frattini, La Russa e Bossi, si buschi la labirintite. Proviamo per un attimo a metterci nei panni dell’ex simbolo della doppiezza levantina, ora assurto a monumento alla coerenza se paragonato al suo italico baciatore. Quando esplode la rivolta, col trattato italo-libico in tasca, si sente in una botte di ferro almeno con noi. E bombarda tranquillo i civili. L’amico Silvio, compare di baciamani e bunga bunga, dichiara: “Gheddafi non lo chiamo per non disturbarlo”. Non s’interrompe un’emozione, tantomeno una repressione. Frattini Dry, noto agli ambienti diplomatici come “il fattorino”, spiega: “Sosteniamo con forza i governi laici che tengono alla larga il fondamentalismo. Faccio l’esempio di Gheddafi”. L’Onu invece decide di disturbare un po’ e autorizza i bombardamenti. L’Italia aderisce. Ma B. rassicura: “I nostri aerei in Libia non hanno sparato e non spareranno mai. L’Italia non è in guerra e non ci entrerà mai”. Per chi un po’ lo conosce, è il preannuncio che l’Italia entrerà in guerra. Ma non subito: solo quando starà per finire, come il Duce con la Francia per avere “qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace” (nel nostro caso, sulla tavola imbandita a gas e petrolio). Lo Stato maggiore fa timidamente osservare che, se i Tornado vanno e vengono dalla Libia, è per sparare, non per visitare. Ma La Russa è costretto a smentire: i nostri aerei fanno talmente paura che il regime, appena li vede, spegne i radar, così risparmiano sui missili. Comunque B. si dice “addolorato per Gheddafi”: per quel che noi e i nostri alleati gli stiamo facendo. Frattini riconosce i ribelli come “unico interlocutore politico legittimo” e aggiunge: “La consegna delle armi non può essere esclusa”. La Russa scalpita per sparare: “Mica siamo affittacamere che danno agli altri le chiavi di casa”. Bossi li fulmina tutt’e due: “Qualche ministro parla a vanvera”. B. esclude l’ipotesi dell’esilio di Gheddafi: “Lo conosco, resisterà a ogni costo”. Poi dice che sta cercando di convincerlo all’esilio. Per fare cosa gradita, Olindo Sallusti allega al Giornale il Libretto verde a prezzi scontati e tutta la stampa berlusconiana dichiara guerra a Sarkozy, anche con l’uso di armi chimiche e batteriologiche (Giuliano Ferrara minaccia addirittura di sganciarsi su Parigi). Un mese fa B. parla con la Merkel, poi annuncia: “Col senno di poi, potevamo restare fuori dalla coalizione come la Germania”. L’altroieri parla con Obama e Sarkozy e si allinea all’ultimo interlocutore: bombardiamo anche noi. Ma senza disturbare, molto addolorati. Infatti precisa che non sganceremo “bombe a grappolo” (anche perché lui non lo sa, ma sono vietate dalle convenzioni internazionali), ma solo “razzi mirati”. E, se non bastano i Razzi, pure gli Scilipoti. Così, se Gheddafi non muore di bombe o di labirintite, muore dal ridere.




Da ieri leghisti e pdellini sono ai ferri corti,ma non vi illudete è il gioco delle parti,poco tempo fa baciamano,tendoni,donne da organizzare e convertire per il rais erano prassi comune,con frecce tricolore a Tripoli tutto compreso.Pressati dagli alleati ora hanno deciso di bombardare l'ex amico,per la goduria del ministro della guerra La Russa,e i leghisti dirne di tutti i colori al capataz della destra,ma non vi preoccupate hanno detto di peggio intorno al 1997-98,da mafioso a servo di Sarkozy gli insulti a confronto risultano di buona qualità.

Il popolo padano-leghista lo si deve accontentare,qualche abbaio al rais de noantri,e domani si brinderà con tarallucci e vino....

In qualche modo gli immigrati saranno trattenuti dai rivoluzionari,gli sbarchi non risulteranno numericamente intollerabili,un pò di pazienza è solo questione di tempo!

&& S.I. &&

giovedì 28 aprile 2011

A Brescia in Val di Sabbia la centrale fotovoltaica più estesa d'Europa



NEL BRESCIANO


Quel lago di luce: il primato europeo
di una piccola valle
In Val Sabbia la più grande centrale
fotovoltaica pubblica d'Europa

Di Gian Antonio Stella


C'è un lago di luce, tra le valli padane. Nei giorni in cui l'Italia si spacca sul nucleare, emerge dal profondo Nord una comunità montana virtuosa che si è dotata della più grande centrale pubblica fotovoltaica d'Europa. La quale distribuisce elettricità gratis a tutti gli uffici municipali, le strade, i semafori, i pensionati, le scuole... Senza un centesimo di soldi statali.

Siamo in Valle Sabbia, a nord-est di Brescia, lungo il fiume Chiese. Zona per secoli poverissima. Di emigrazione. Di parenti sparsi per l'Australia, la Merica, il Belgio, il Brasile... Di profumi forti come quello del Bagoss, il celeberrimo formaggio di Bagolino. Di infanzie passate nelle stalle o intorno al fuoco a cantare «baghècc». Di montanari cresciuti nel mito della Ferriera Italiana di Vobarno e delle acciaierie Falck, finite una quindicina di anni fa alla famiglia Chan di Hong Kong. Di fabbrichette nate dal contagio del virus dell'«imprenditorite».

Valle di gente seria. Che aveva fatto della Comunità montana una cosa seria. Al punto che, quando esplose lo scandalo delle comunità montane a livello del mare e si pose il problema di cancellare le comunità pataccare proprio per salvare quelle vere e virtuose, uno degli esempi citati a modello era sempre questo: la Val Sabbia.

Qui l'organismo altrove ridotto a un carrozzone ha messo insieme 25 comuni della valle più altri 16 che si sono aggregati. Qui la Secoval (società per i servizi comunali) frutto dell'alleanza è riuscita a strappare contratti altrimenti impensabili per la fornitura del gas e la rimozione dei rifiuti urbani pretendendo che i vincitori delle gare si accollassero il disturbo di servire anche le contrade che mai avrebbero servito perché poco remunerative. Qui sono stati raggruppati per risparmiare tutti i servizi Ici, Tarsu (smaltimento spazzatura), Tia (Tariffa di igiene ambientale). Qui c'è una banca dati che gestisce tutti gli strumenti di pianificazione e programmazione territoriale così precisa e aggiornata da contenere le foto di ogni edificio e ogni cancello d'accesso, consentendo insieme la massima vigilanza contro l'abusivismo e la massima disponibilità nei confronti dei cittadini che via Internet possono fare gran parte delle pratiche senza doversi mettere in coda agli sportelli. Qui 15 dipendenti coprono il lavoro di una ragioneria unica, un ufficio tecnico unico, una segreteria unica. Totale dei dipendenti comunali: 297 per 41 comuni con 160.000 abitanti complessivi. Uno ogni 538 abitanti. Un settimo, dicono le carte, di quelli milanesi: uno ogni 74.

Fatto sta che quando il governo Berlusconi ha deciso di sopprimere di fatto tutte le comunità montane, sia quelle «marine» sia quelle serie e funzionanti pur di non fare una scelta (questa sì, questa no) che sarebbe stata rognosa dal punto di vista clientelare, in Val Sabbia non si sono lagnati più di tanto. E dopo aver mandato un moccolo a chi non aveva capito niente del loro ruolo, si sono impuntati di sopravvivere a dispetto di Roma. Contando solo su 300 mila euro della Regione Lombardia e sulle entrate derivanti dai risparmi fatti fare ai comuni consorziati.


Ma veniamo alla centrale fotovoltaica. «Siamo partiti nel giugno dell'anno scorso», spiega il presidente della comunità montana Ermano Pasini, che è consigliere provinciale e sindaco di Provaglio dal 1985, quando aveva solo 21 anni, prima come democristiano, poi come pidiellino. «C'erano finanziamenti per le energie alternative di scadenza il 31 dicembre 2010. Una volta deciso, dovevamo fare in fretta. Tre mesi, tartassando gli uffici tutti i giorni, se ne sono andati per le autorizzazioni. A settembre, finalmente, siamo partiti: ci restavano 90 giorni».
L'area giusta viene individuata in una valletta isolata in località Gusciana, sotto il monte Budellone nel comune di Paitone. Non si vede se non ci vai apposta e deve comunque esser risanata: ci sono infatti i ruderi un vecchio allevamento di tacchini. Tredici capannoni con i tetti di amianto. Tutta roba pericolosissima, da smaltire come rifiuti speciali in discariche speciali per un totale di 350 mila chili di materiale contaminato.

Tre mesi per buttare via tutto, ripulire, risanare, costruire la centrale: da far tremare le vene ai polsi. Ma è lì che viene fuori uno dei rarissimi esempi virtuosi di questa Italia litigiosissima: tutte ma proprio tutte le decisioni da prendere passano all'unanimità sia nei comuni di destra, dove vota sì anche la sinistra, sia nei comuni di sinistra, dove vota sì anche la destra. Un piccolo miracolo. Vengono trovati i soldi: 23 milioni e mezzo di euro anticipati (mutuo ventennale) dalla Banca Cooperativa Valsabbina. Viene individuato chi può costruire l'impianto, il Consorzio Stabile Sardegna.

Ai primi di settembre 2010 partono i lavori. Che vanno avanti senza un attimo di sosta col sole, la pioggia, il vento e la neve. «Non ce l'avremmo mai fatta, senza quegli operai, quei tecnici, quei manovali sardi. Erano un centinaio. Hanno lavorato come pazzi anche di notte, con i fari. Perfino la vigilia di Natale, hanno lavorato», spiega l'architetto Antonio Rubagotti, che ha firmato il progetto complessivo. «Demoliti i capannoni e portato via l'amianto, hanno posato 24.024 pannelli per un totale di 38.438 metri quadri. Tutti stesi seguendo il più possibile la conformazione del terreno, tra gli alberi, in modo da avere il minor impatto possibile dal punto di vista visivo. E posati con una inclinazione di 10 gradi rinunciando a quella ideale (oltre i 30) purché dessero meno nell'occhio. Certo, ci rimettiamo il 5 o 6% di resa. In compenso non è orrendo come certi impianti che si vedono in giro. A guardarlo da lontano sembra un lago...».

Fatto sta che il 28 dicembre l'impianto era finito. Pronto per essere allacciato alla rete elettrica. E da allora fornisce energia per 7,8 milioni di kilowatt all'anno. Il che consente un ricavato annuale di circa 5 milioni di euro: «Uno e otto lo diamo alla banca per restituire il mutuo, uno e qualcosa se ne va per la gestione e l'assicurazione e due tornano ai comuni che non pagano più un centesimo per tutta l'illuminazione pubblica. Tutti soldi di risparmio sulla partita corrente. Quella che toglie il sonno ai sindaci», ride Ermano Pasini. «Abbiamo fatto o no un affarone?».

Non basta. Oltre a fornire energia elettrica (è anzi previsto un aumento di 1 milione di kilowatt l'anno), la valletta risanata con la rimozione di quella montagna di amianto diventerà un Parco delle Energie rinnovabili. Dove le scolaresche in visita potranno vedere anche una (piccola) pala eolica e, grazie a un vicino ruscello, un mulino ad acqua. E dove ogni metro di spazio libero ospiterà grandi siepi di lavanda profumata e distese di piante e di fiori che seguono l'andamento del sole, come appunto il girasole. E al primo che sparerà a zero su «tutte» le comunità montane (magari per salvare le province), quelli della Val Sabbia faranno, rispettosamente, un pernacchio.



Con i fondi che saranno investiti sul nucleare da questo esecutivo,chissà quanti parchi fotovoltaici ed eolici si potrebbero costruire,senza avere alcuna scoria radioattiva da smaltire.

Spero che gli italiani possano decidere tramite il referendum del 12-13 giugno il loro futuro sull'energia da organizzare,prendendosi carico e la responsabilità delle future generazioni.


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Una risata vi seppellirà



Tutti a ridere, lo ordina il capo

di Michele Serra

Ha ragione il premier, basta con la cupezza della sinistra: da oggi le sue barzellette saranno diffuse in tutti luoghi pubblici con gli altoparlanti. E al nord arrivano le Ronde dell'Allegria, per rispettare il dovere patriottico del buon umore


Il volume "Le barzellette di Silvio" sarà presto in tutte le librerie, nello spiritoso formato fallico suggerito dallo stesso premier. All'edizione economica sarà affiancato un cofanetto dei prestigiosi Meridiani Mondadori, con l'opera omnia di Berlusconi. Contiene un microchip che a ogni apertura di pagina emette risate registrate. 

Edizione critica.
 I responsabili dei Meridiani, legati e imbavagliati in uno sgabuzzino da molti mesi, non sono stati in grado di dare anticipazioni sull'importante iniziativa della casa di Segrate. Secondo indiscrezioni, il lungo e paziente lavoro critico avrebbe portato il curatore del Meridiano (Pierino Anonimo, ma si tratterebbe di uno pseudonimo) a dividere l'opera in tre volumi: le barzellette sul culo, le barzellette sulla fica e le barzellette del periodo più maturo, quelle su culo e fica. 

Lancio.
 Non era prevista alcuna presentazione dell'opera al Salone del Libro di Torino, perché la cupa egemonia della cultura azionista non tollera il buonumore. Per ovviare all'inconveniente, Berlusconi ha comperato il Salone del Libro e affidato la direzione a Chantal Ortis, una maîtresse colombiana che conosce il mondo letterario in tutti i suoi aspetti perché ha tra i suoi clienti uno scrittore, un tipografo, un libraio, un correttore di bozze e il più importante editore italiano. "Il Salone di quest'anno è dedicato al tema della memoria", ha detto Berlusconi, "e nessuno è più adatto di me per parlarne: ricordo a memoria più di 2 mila barzellette". Quanto al delicato tema della memoria dell'Olocausto, Berlusconi esclude che possa costituire un problema: "Conosco anche parecchie barzellette sugli ebrei". Gli ospiti più prestigiosi (Eco, Rushdie, Vargas Llosa, Pamuk e altri premi Nobel) sono stati tutti confermati, e solo al loro arrivo al Salone gli verrà detto che devono partecipare, tutti insieme, al dibattito "La sai l'ultima?", al termine del quale potranno autografare, per i loro fan, le copie del libro di Berlusconi.


Politica. L'uscita del libro del premier è solo il primo tassello di una nuova sfida politica, che prevede un attacco frontale alla tristezza della sinistra e la conseguente introduzione dell'Allegria di Stato. Al mesto, livido immaginario dell'opposizione, pieno di disoccupati, incidenti sul lavoro e migranti che annegano, il governo contrapporrà un'immagine dell'Italia ottimista e solare. E' già iniziato l'addestramento delle Ridarelle, corpo di volontarie incaricato di diffondere il buonumore tra gli italiani. Che cosa c'è di più allegro di incontrare per la strada una bella ragazza con le tette di fuori che racconta storielle oscene ridendo a crepapelle? E come resistere al piacere di una schietta risata ogni volta che nei tram, in metropolitana, nei supermercati, nei posti di lavoro, a scuola, gli altoparlanti diffonderanno la Barzelletta del Giorno, con la voce di Berlusconi che parla di culo e fica e le famiglie italiane che finalmente sentono tutelati i loro valori tradizionali? Imparare a ridere sarà, per ogni italiano, un dovere patriottico. 

Ordine pubblico. Le nuove ronde di Volontari dell'Allegria, con il simpatico fez in testa e il divertente manganello priapico, andranno casa per casa a stanare le persone tristi, sinonimo di comunisti. Racconteranno a ogni caso sospetto una barzelletta di Berlusconi, e basterà una bella risata per fugare ogni dubbio. Altrimenti, i renitenti dovranno baciare in ginocchio il manganello, e saranno avviati nei campi di rieducazione dove si impara finalmente a capire quanta allegria ci sia nelle storielle su fica e culo di Berlusconi, e quale generosa prova di amicizia sia renderci partecipi del suo buonumore. Nei casi di tristezza irriducibile (se, per esempio, non si ride neanche sentendo un'arringa di Ghedini), verranno applicati alla mandibola appositi elettrodi, che provocano una continua risata artificiale, anche durante il sonno.





E che sia!

Finalmente ottenuta la repubblica ridanciana che tutti ci invidiano,almeno si spera,con tutti gli sforzi messi in campo...

[ Kenzo ]

mercoledì 27 aprile 2011

Botte alla consorte,tutto lecito anche per i politici




PICCHIARE LE DONNE? NON È POI COSÌ GRAVE
Non solo Ceroni: 3 milioni di vittime subiscono e non denunciano
di Beatrice Borromeo
   Picchiare la moglie, secondo i nostri politici, si può. Nessuno, opposizione inclusa, ha avuto nulla da ridire sulla notizia data dal Fatto Quotidiano: l’onorevole Pdl Remigio Ceroni ha menato la consorte. Anche dopo la pubblicazione del referto medico del Pronto soccorso, che dimostra inequivocabilmente quanto accaduto, le scuse non arrivano: appare invece su Libero un’intervista al deputato Pdl in cui, poco elegantemente, Ceroni insinua che a pestare la compagna sia stato il padre (che non può replicare perché è deceduto). Il deputato, racconta, ha ricevuto tanta solidarietà, soprattutto dai colleghi di partito. E Ceroni conta anche sulla solidarietà della moglie: “Io non presenterò querela al Fatto, sarà lei ad agire nelle sedi opportune”. Ma una donna che prende le difese del marito non dimostra granché. Se i parlamentari studiassero i dati sulla violenza che si consuma tra le mura domestiche, quasi mai denunciata, forse sarebbero meno solidali con Ceroni e sentirebbero la necessità di fare (almeno) qualche dichiarazione.
   IO NON PARLO. Nel mondo, oltre il 90 per cento delle violenze perpetrate su una donna dal suo partner non vengono denunciate. E, anche se in Italia mancano dati ufficiali, la tendenza a tacere sembrerebbe essere la stessa: lo confermano al Fatto sia 
il ministero delle Pari opportunità che le associazioni. Racconta Antonella Faieta, avvocato del Telefono Rosa: “Le donne che vengono da noi per essere aiutate lo fanno, in media, dopo oltre dieci anni di violenze subìte in silenzio”. E, per lo più, si recano nei centri di assistenza per informarsi: “Se mio marito mi prende a schiaffi dopo una lite, può considerarsi reato?”. In Italia oltre 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni ha subito, almeno una volta nella vita, un episodio di violenza fisica o sessuale. I legali del Telefono Rosa spiegano che non passa giorno senza che si presentino ragazze con occhi neri e nasi rotti: “Non si tratta di persone deboli. É un fenomeno trasversale”. Perché il pensiero spesso corre ai piccoli paesi, dove l’emancipazione, se è arrivata, non ha attecchito. Invece, dati alla mano, le storie che leggiamo sui giornali potrebbero capitare al nostro vicino di casa: basti pensare che il 36 per cento delle vittime di stupri, che spesso accompagnano le botte, ha una laurea. Il 64 per cento vive al Centro-Nord, il 42 per cento abita in aree metropolitane. E, soprattutto, nel 70 per cento dei casi l’autore della violenza è il convivente: ci sono circa 3 milioni di donne, in Italia, che sono state picchiate dal marito o dal compagno. Però non parlano, e in alcuni casi la legge è dalla parte degli aggressori.
   Prendiamo il caso (vero) di Maria, che arriva al pronto soccorso con il labbro rotto da un pugno e un ematoma sulla fronte. É la prima 
volta, racconta ai medici, che il marito la picchia. Però non vuole sporgere denuncia, perché con lui ha due figli, perché lui minaccia di portarglieli via e perché, ne è certa, non capiterà più. In questa situazione non si può fare nulla: il reato di lesioni si persegue solo se la vittima sporge querela. E se denuncia e poi ritira non c’è possibilità di punire il marito.
   Diverso è se i maltrattamenti sono continuati (in questi casi, come per lo stalking, la denuncia presentata non si può più ritirare): allora si può agire d’ufficio, il medico chiama la polizia e il giudice decide se allontanare il violento dalla famiglia. Oggi i divieti 
di avvicinamento in atto in Italia sono 2.629.
   Ma quali garanzie ci sono che l’uomo non si vendichi sulla compagna che l’ha esposto? “L’allontanamento del violento – spiega l’avvocato Faieta – è una misura cautelare. Se lui torna, sta alla donna chiamare la polizia: anche per questo è nata la legge sullo stalking, così da mettere in carcere chi viola l’ordine restrittivo”.
   BOTTE E STALKING. Quando una donna trova la forza di denunciare, capita spesso che subisca poi episodi di stalking (a proposito: su Ceroni il ministro Carfagna non ha nulla da dire?). Ogni mese, informa il ministero delle Pari opportunità, 547 persone vengono denunciate o arrestate per questo reato. L’85 per cento sono italiani e quasi il 90 per cento sono uomini.
   Le minacce e gli insulti, raccontano nei centri di assistenza, sono sempre uguali: “Ti spezzo le gambe, ti porto via i figli, non farai più niente senza di me, quando ti vedo ti uccido”. E di solito sortiscono effetti proprio perché arrivano dopo anni di violenze. L’iter, spiega il Telefono Rosa, è questo: le botte cominciano da giovani, quando i due sono ancora 
fidanzati. Il periodo in cui l’uomo diventa più aggressivo è durante la gravidanza: la donna incinta è più vulnerabile, non vuole crescere un figlio da sola. Si abitua quindi più facilmente a essere picchiata, per motivi spesso futili: non ha apparecchiato la tavola, ha parlato troppo durante una cena, si è messa l’abito sbagliato. Seguono periodi di calma, ma la rabbia – dicono gli assistenti sociali – si manifesta di nuovo”.
   La ribellione avviene, di solito, “quando vengono coinvolti nelle liti anche i figli che prendono le difese della madre”. Denunciare conviene. E non solo perché la violenza domestica è la prima causa di morte accidentale (nel 2009 la Banca mondiale ha anche dichiarato che “il rischio di subire violenze domestiche o stupri è maggiore del rischio di cancro o incidenti”). I tempi della giustizia, almeno per questi reati, si sono accorciati e la prima udienza viene solitamente fissata entro un anno. In quattro o cinque si 
può avere una sentenza di Cassazione. Nel frattempo la vittima viene assistita: il piano nazionale antiviolenza varato a gennaio ha stanziato 20 milioni di euro per aprire 80 nuovi centri distribuiti in tutta Italia.






A confronto di alcune realtà,per la verità molto diffuse su tutto il pianeta,la condizione della donna in Italia parrebbe fortunata,anche se le statistiche non sono per nulla confortanti a riguardo.
Come spiega molto bene l'articolo su una donna che denuncia le violenze ve ne sono moltissime che subiscono in silenzio.
Fortunatamente la legge sullo stalking ha aiutato non poco alcune situazioni,ma di strada e di sensibilizzazione su questa condizione ce ne ancora molta da fare!


@ Dalida @

Ikea aperta a tutte le famiglie,un'idea contro l'omofobia



Ottima e brillante idea della casa dei mobili svedese per eccellenza,il messaggio mirato alla sponsorizzazione dei prodotti risulta eccezionale,infatti i soliti moralisti capitanati dal bacchettone Giovanardi,hanno definito l'immagine contro la Costituzione,ovvero la famiglia rappresentata nella foto è un'offesa al classico nucleo familiare.


Infatti i movimenti gay e non solo hanno organizzato nel prossimo fine settimana il bacio in piazza,per solidarietà ai soliti attacchi dei benpensanti,i quali chissà quali scheletri negli armadi possono "vantare".


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martedì 26 aprile 2011

Ricordando Chernobyl,le 2000 croci di Greenpeace e la bugia del caimano

A 25 anni dalla tragedia sono state poste oggi a Roma al circo Massimo


Greenpeace: 2000 croci per ricordare Cernobyl

Per non dimenticare le vittime del disastro nucleare in Ucraina e per non far smorzare l'eco dell'analoga tragedia in Giappone a Fukushima.

Oggi nell'incontro tra Sarkozy e il caimano,quest'ultimo si è smascherato,dichiarando la volontà di eliminare il referendum del 12-13 giugno,e di riparlare di progetti nucleari in Italia tra un paio d'anni.

Era il segreto di Pulcinella,poichè l'intento aveva la doppia valenza,quello si insabbiare le centrali nucleari e di non far raggiungere il quorum contro le leggi ad personam,su cui ha goduto sino ad oggi.

Il 12-13 giugno non dimenticate di votare i referendum,il disinteresse risulterebbe imperdonabile!


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Da Belpietro la solita "belpietrata"




Ciancipietro
di Marco Travaglio
   In evidente imbarazzo per l’arresto di Ciancimino jr, issato agli onori delle cronache dal suo Panorama nel 2007, Maurizio Belpietro scrive: “Non sappiamo da chi abbia imparato a manipolare i documenti. Ma quale che sia il suo maestro, non sarà mai sufficientemente abile da competere con Travaglio”. Troppo buono. Ma, come si suol dire: prego, dopo di lei. Ciancimino è stato arrestato per aver taroccato un documento contro De Gennaro. Accusa ancora tutta da provare (per ora si sa solo che il documento è stato falsificato, ma non da chi né perché), anche se i “garantisti” Pdl l’hanno già condannato in via definitiva. In compenso è ormai fatto notorio che da 17 anni gli house organ di B., diretti o vicediretti da Belpietro, han preso per oro colato una serie innumerevole di panzane. Nel ‘95 il Giornale rilancia le “notizie agghiaccianti” che B. dice di aver appreso sul pool Mani Pulite, denunciato a Brescia per “attentato a organo costituzionale” (art. 289 Codice penale, pena massima 10 anni di carcere). Naturalmente – vedi pagina 2 – il pool viene assolto, mentre i supertestimoni delle notizie agghiaccianti, i marescialli Strazzeri e Corticchia, vengono arrestati e condannati per calunnia. Sempre nel ‘95 il Giornale vicediretto da Belpietro avvia una lunga campagna per dimostrare che Pacini Battaglia ha corrotto Di Pietro con “una valigetta con 5 miliardi”. Poi, nel novembre ‘97, i lettori del Giornale trovano in prima pagina un articolo di Feltri: “Caro Di Pietro, ti stimavo e non ho cambiato idea”. E due pagine di ritrattazione completa: “Di Pietro è immacolato”, “i famigerati miliardi di Pacini” sono una “bufala”, una “ciofeca”, una “smarronata”, “dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro”. Cioè: Il Giornale vicediretto da Belpietro “dissolve” un mistero che ha inventato lui, per salvarsi dalle denunce dall’ex pm (Paolo Berlusconi deve pure sborsare 700 milioni di lire). Anche Giuliano Ferrara porta la sua acqua al mulino della calunnia: nel ’97, direttore di Panorama, allega il pamphlet di Giancarlo Lehner “Attentato al governo Berlusconi. Art. 289 Codice penale” che rilancia le “notizie agghiaccianti” e che viene puntualmente condannato per aver descritto fatti mai accaduti. Ora Ferrara ripesca l’articolo 289 per mandare in galera i pm di Palermo. Ed è perfino costretto a difendere De Gennaro, che il Foglio insulta da 15 anni per la penna di Lino Jannuzzi, lo stesso che nel ’91 scriveva: “Falcone e De Gennaro sono i favoriti per la Dna e la Dia... È una coppia la cui strategia... ha approdato al più completo fallimento: sono Falcone e De Gennaro i maggiori responsabili della débâcle dello Stato di fronte alla mafia. Quando si arrivasse a queste nomine, dovremo guardarci da due ‘Cosa Nostra’, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma. E sarà prudente tenere a portata di mano il passaporto”. Del resto gl’investigatori prediletti da Ferrara sono altri: per esempio Squillante, che lui definisce “uomo probo” anche quando finisce dentro per un conto in Svizzera con 10 miliardi, comunicante con quello di Previti. Quando poi Igor Marini infanga Prodi & C. per Telekom Serbia, Il Giornale di Belpietro rilancia pure le sue balle, almeno finché Marini non viene arrestato per calunnia. Ora, a corto di fornitori di bufale, deve inventarsele in proprio: tipo l’attentato subìto per mano della “sinistra dell’odio” o il progetto di un falso agguato a Fini per accusare B. Sapete come sono finite? La Procura ha appurato che l’attentato a Belpietro non è mai avvenuto e quello a Fini è una patacca rifilata al direttore di Libero da un imprenditore pugliese che voleva dimostrare come sia facile ammollare patacche a certi giornali. Infatti mica era andato a casaccio: si era rivolto proprio a Belpietro (di cui il pm Spataro ha chiesto la condanna per procurato allarme). Quel dilettante di Ciancimino, con un solo documento falso, non si monti la testa: deve farne di strada, per diventare un Belpietro.





Non acquisterei mai,manco sotto tortura giornali come Libero,ma sono dell'idea che sotto una certa ottica apparirebbero sicuramente dei giornali molto divertenti,anche perchè di riffa o di raffa,a libro paga o meno,pare che ci credano alle news che pubblicano,l'ilarità con una tale solerzia risulta ancora più grassa.





Davvero una coppia sensazionale!!!


&& S.I. &&

lunedì 25 aprile 2011

Marco Travaglio,il passaparola del lunedì,Ciancimino story




Il testo integrale dell'intervento

Buongiorno a tutti, oggi, quando va in onda questo Passaparola è pasquetta, io vi sto parlando, invece, sabato sera. Ho registrato questo intervento poco più di un giorno prima di quando va in onda. Non so quindi cosa è successo ieri, domenica, e questa mattina.
In ogni caso mi interessa, più che l'attualità, una ricostruzione: riguarda il caso di Massimo Ciancimino, di cui ci siamo occupati molto spesso in questo spazio, oltre che sul Fatto Quotidiano, ad Annozero etc. Quindi non possiamo assolutamente lasciar passare quello che è successo senza cercare, là dove è possibile, di dare una spiegazione anche se, come vedremo, le spiegazioni in questo momento sono varie, quelle possibili, e non ne possiamo scegliere una sola scartando le altre.

Ciancimino e il documento taroccato

Avete letto come è stata trattata la vicenda sui giornali: Ciancimino arrestato per aver falsificato un documento, dunque tutti i documenti che ha portato sono falsi, dunque tutto quello che ha detto è falso, dunque i magistrati che lo hanno ascoltato e utilizzato come persona informata sui fatti, sia pur indagato per reato connesso e collegato, sono nella migliore delle ipotesi dei creduloni e nella peggiore dei falsari anche loro.
O lo hanno indotto a raccontare e portare carte false o hanno comunque recepito con gioia ciò che Ciancimino raccontava loro e ciò che loro volevano farsi raccontare, quindi i giornalisti che lo hanno intervistato o che hanno parlato di lui senza sparargli addosso sono anche loro dei falsari.
A un certo punto sembrava che avessero arrestato Santoro e Ingroia, mentre la notizia è che Ingroia, Di Matteo e Paolo Guidi, i tre PM di Palermo, hanno chiesto e ottenuto il fermo di Massimo Ciancimino sull'autostrada mentre da Bologna stava andando in vacanza in Francia, fermo che è stato oggi per me che vi parlo, l'altro ieri per voi che mi ascoltate, convalidato dal GIP di Parma su parere conforme della procura di Palermo che ritiene che Ciancimino debba restare in carcere perché c'è il rischio sia che scappi – stava andando in Francia in vacanza – sia che inquini le prove, cioè che ci siano manovre tra lui e qualcuno o di qualcuno su di lui o tra lui e questo qualcuno per intorbidare ulteriormente le acque di un caso abbastanza complicato.
La leggenda che ci viene venduta sulla traiettoria, il percorso della collaborazione di Ciancimino con la giustizia è una leggenda piuttosto fantasiosa, molto avvincente, poco credibile e cioè che Ciancimino, a un certo punto, decida di rovinarsi la vita cominciando a sparare a zero su alcuni fra gli uomini più potenti d'Italia. L'ultimo è De Gennaro, ma prima Mancino, Violante, il Ros dei Carabinieri il Generale Mori, il Capitano De Donno, i governi Amato e Ciampi e poi naturalmente Berlusconi, Dell'Utri, i mafiosi, etc... I magistrati, che non vedono l'ora di incastrare Berlusconi, Dell'Utri e tutti questi, ovviamente prendono per oro colato quello che lui dice e quindi si crea questo network che poi viene rilanciato mediaticamente dai giornali e in televisione da Santoro.
A parte il fatto che Ciancimino è stato intervistato dai giornali di tutto il mondo e dalle TV di tutto il mondo, a parte il fatto che Ciancimino, qualunque cosa si pensi su di lui, è giornalisticamente una notizia, perché dice delle cose molto forti: non si vede per quale motivo chi intervista una persona dovrebbe rispondere poi di quello che fa quella persona o di quello che ha fatto quella persona, ci mancherebbe altro. Montanelli diceva: “se mi dessero da intervistare il Demonio io vado a intervistare il Demonio”.
Quindi, stiamo assistendo sui soliti giornali a sciocchezze incredibili: il Corriere della Sera ha addirittura intervistato Dell'Utri come osservatore super partes, nel caso Ciancimino, dimenticando di ricordare che Dell'Utri è un condannato in appello per mafia a sette anni. Si fa confusione, Ciancimino e i pentiti... lui non è affatto un pentito, Ciancimino, i reati che gli vengono contestati li nega. E' stato processato e condannato in primo e secondo grado per intestazione fittizia di beni, cioè per aver di fatto riciclato i soldi di suo padre, i soldi che suo padre gli aveva lasciato, a lui e alla sua famiglia, e lui ha sempre negato di aver fatto il riciclaggio, ha semplicemente detto “sono il figlio di mio padre, ho ereditato i soldi di mio padre quindi non ho riciclato un bel nulla”.
Quindi non è un pentito, Ciancimino è un dichiarante, una persona informata sui fatti, che in seguito alle cose che ha dichiarato è stato poi scritto nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, perché quando lui ha raccontato che aiutava il padre a portare i messaggi tra gli uomini dello Stato, del Ros dei Carabinieri, e gli uomini della mafia, Riina e Provenzano, portava i pizzini, i papelli avanti e indietro, evidentemente ha confessato un possibile reato, cioè quantomeno un favoreggiamento o forse addirittura un concorso in associazione mafiosa, sia pure non facendone parte personalmente, a differenza di suo padre che invece era proprio un mafioso DOC.
Questa è la sua configurazione giuridica: lui è un indagato di reato connesso, sia perché è sotto processo per aver riciclato il denaro di suo padre, sia perché in seguito alle sue dichiarazioni è stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e quindi, credendo al suo racconto su quella trattativa del 1992-1993, i magistrati proprio perché hanno preso sul serio quello che lui diceva e lo hanno verificato, hanno iscritto lui, anche per quel reato oltre ad altre persone.
Si è detto, infine, che siccome adesso lui è stato preso per avere taroccato un documento, praticamente tutto quello che ha raccontato, portato in questi tre anni di dichiarazioni e produzioni di documenti, non vale più niente. Allora, noi dobbiamo intanto distinguere l'aspetto mediatico da quello giudiziario. L'aspetto mediatico è che la figura mediatica di Ciancimino, che lui stesso aveva alimentato con questo iperpresenzialismo, libri, interviste, dichiarazioni, ospitate televisive, ecc, ne esce ovviamente a pezzi. Non so se irrimediabilmente, vedremo gli sviluppi di questa storia, ma senz'altro ne esce a pezzi.
Dal punto di vista giudiziario le cose stanno esattamente come prima: i magistrati non è che tutto quello che diceva Ciancimino o portava Ciancimino lo prendevano e gli mettevano il timbro di autenticità: ogni carta veniva spedita alla Polizia Scientifica per la perizia e se ne stabilisse l'autenticità. Cos'è l'autenticità? L'autenticità del documento, cioè se il documento appartiene alla persona che Ciancimino dice averla scritta, se la grafia corrisponde, se il periodo della carta e dell'inchiostro collima con quello con quello che lui attribuisce o è segnato nella datazione del documento. L'autenticità, invece, del contenuto di quei documenti è ancora un altro problema, che non risolve la Scientifica che può solo dire se una carta è autentica, dopodiché quello che c'è scritto in quella carta, se è autentico o no, se è vero o no, lo decidono poi i giudici con altri tipi di riscontri. Un conto è l'autenticità un conto la veridicità di un documento. Lo ripeto, l'abbiamo già detto mille volte, ma dato che anche io passo per uno di quelli che si bevevano qualunque cosa dicesse Ciancimino, vi ricordo che l'avevamo detto a suo tempo. Perché l'avevamo detto? Perché 55 documenti, alcuni in fotocopia, altri in originale, tra quelli, circa 150, che Ciancimino aveva portato ai magistrati erano già stati esaminati dalla Scientifica e 54 di quei 55 erano risultati autentici. La grafia di suo padre, sua, di qualcun altro era risultata quella, la datazione era quella, il documento non era artefatto. Uno di quei 55 documenti aveva suscitato dubbi della Polizia Scientifica perché era una fotocopia in formato A4, sulla sinistra c'era un appunto manoscritto di Massimo Ciancimino, fotocopiato nella stessa fotocopia in cui sul lato destro c'era un altro appunto, che invece aveva la grafia di suo padre. Li si era detto “ecco, ha messo insieme una cosa sua e una di suo padre, per trarre in inganno i magistrati!”, in realtà Ciancimino disse, “io, quando ho consegnato quel documento l'ho detto: questa è una fotocopia di due originali, mio e di mio padre, che io avevo fotocopiato uno vicino all'altro perché stavamo facendo una specie di promemoria per un libro di memorie di don Vito Ciancimino – e lui lo stava aiutando a scrivere – e serviva a me, quindi avevo fotocopiato questi appunti, in parte miei e in parte di mio padre, ma avevo detto subito cos'era, quindi non ho tratto in inganno nessuno”. Quindi, 55 su 55 documenti esaminati dalla scientifica erano risultati autentici; non dico veridici, dico autentici. Non erano taroccati.
Il 56° è risultato invece taroccato. Due o tre giorni prima dell'arresto di Massimo Ciancimino, che è avvenuto se non ricordo male mercoledì, quindi fine scorsa settimana, inizio della settimana appena conclusa, della Settimana Santa, arriva il referto della scientifica su un altro documento. E qui attenzione, perché altro che giallo! Altro che thriller!
Il documento che cos'è? Fa parte di una valigiata di documenti che Ciancimino ha portato in procura uno o due mesi fa, gli ultimi documenti che lui diceva di avere dell'archivio di suo padre. Perché ha impiegato così tanto a consegnarli? Forse perché gli piaceva creare un po' di suspance, restare un po' più a lungo sotto i riflettori, forse perché l'archivio di suo padre era disseminato in una serie di cassette di sicurezza e nascondigli sparsi per l'Europa e per il mondo, per cui nemmeno lui sapeva dove erano tutte, e di volta in volta con l'aiuto della madre, di altri collaboratori di suo padre è riuscito a ricostruire tutti i nascondigli e a svuotarli uno dopo l'altro da tutto quanto, e portare tutto in procura. Non era tutta roba che aveva in casa, che aveva nella sua disponibilità. Tra questi documenti che lui porta uno o due mesi fa, c'è un appunto, una lettera manoscritta di suo padre, originale, in cui suo padre parla di un magistrato, ormai in pensione, che si chiama Giuseppe Di Gennaro. Soltanto che il padre sbaglia e scrive Giuseppe De Gennaro”. Quando la scientifica vede “De Gennaro” scritto con quella grafia, si ricorda di aver visto la stessa scritta “De Gennaro”, uguale uguale, con gli stessi grassi, gli stessi magri, le stesse inclinazione, proprio identica a quella scritta – alla scientifica hanno l'occhio clinico – che compariva in una molto controversa cartolina, fotocopiata, che Ciancimino aveva prodotto nel giugno dell'anno scorso.
Cos'era quella cartolina? Diceva che fosse un appunto “che io e mio padre, quando preparavamo il libro di memorie, avevamo scritto con i nomi che mio padre chiamava quelli del Quarto Livello”. Una serie di funzionari di Polizia e dei servizi di sicurezza che lui chiamava il Quarto Livello. Il Quarto Livello, naturalmente, nell'ipotesi dei rapporti mafia-politica. Sulla sinistra c'era questa lista di nomi incolonnati, sulla destra ce n'era uno solo collegato con una freccetta alla colonna di sinistra. La freccetta e il nome a destra era scritto con un'altra grafia rispetto alla colonna dei nomi a sinistra. Come la spiegò Massimo Ciancimino? Disse: “io sotto dettatura di mio padre scrissi la lista dei nomi a sinistra, poi a un certo punto vidi mio padre che prendeva la biro, la matita, faceva una freccia vicino al nome “Gross”, e segnava 'De Gennaro', intendendo dire Gianni De Gennaro” nemico acerrimo di Vito e della mafia, già capo della criminalpol di Palermo, poi capo della Polizia, oggi coordinatore dei Servizi Segreti, condannato in appello per i depistaggi sulle violenze di Genova, non dimentichiamocelo.


Pazzo o ricattato?

A questo punto, i magistrati, per la prima volta si imbattono in un riferimento a Gianni De Gennaro come in qualche modo parte di quel presunto Quarto Livello che Vito Ciancimino aveva individuato come referenti di trattative e rapporti tra Stato e Mafia, quindi si sorprendono che Massimo Ciancimino non aveva mai parlato di De Gennaro, ma ancora rimaneva un nome su cui Massimo Ciancimino non sapeva dire bene cosa, se non “mi sono fatto l'idea che dietro a quel signor Franco, uno dei Servizi di Sicurezza che serviva come un'ombra Vito Ciancimino in tutto il percorso della trattativa e un po' lo pilotava, ci fosse come referente una figura importante come De Gennaro”.
Era una sua deduzione che Massimo Ciancimino comincia a raccontare ai giornalisti, ci mette del suo. Un giorno incontrando un ufficiale di Polizia Giudiziaria a Caltanissetta dice che praticamente il signor Franco e De Gennaro sono la stessa persona, quello là verbalizza, lui a verbale balbetta... insomma su De Gennaro fa un casino nell'ultimo anno che poi lo porta a essere incriminato a Caltanissetta per calunnia nei confronti di De Gennaro e poi all'arresto da parte dei magistrati di Palermo.
Qual è il giallo? Il giallo è appunto quello che succede alla polizia scientifica quando esaminano quell'appunto, portato uno o due mesi fa da Massimo Ciancimino insieme ad altre carte, sicuramente autografo del padre, in cui si parla di questo giudice Di Gennaro che era stato consulente del ministero della giustizia, poi era stato applicato come dirigente dell'ONU, aveva avuto vari incarichi extra giudiziari e Vito Ciancimino ne parlava nel su appunto. E' un appunto di nessun interesse investigativo, quindi Massimo Ciancimino non avrebbe avuto nessun interesse a portare quel documento che riguardava questo giudice DI Gennaro, che suo padre aveva sbagliando chiamato De Gennaro. Allora perchè Massimo Ciancimino tra le carte porta questo appunto in cui suo padre parla di un magistrato che non sa nemmeno chi sia? Mistero, primo mistero.
Quello che è interessante è che quando vedono la scritta De Gennaro, scritta da Vito Ciancimino, gli esperti della scientifica fanno una prova per vedere se per caso Ciancimino lo scrive uguale perché è la sua grafia, oppure è proprio la stessa parola, diciamo fotografata col photoshop e appiccicata alla freccetta e alla cartolina? Loro, quando hanno stabilito che la cartolina era autentica, hanno stabilito che effettivamente la grafia della colonna sinistra, come diceva Massimo, era di Massimo e che quella della freccetta e “De Gennaro” era di Vito: per questo avevano detto che il documento è autentico. Ma adesso scoprono che potrebbe essere stato artefatto prelevando col photoshop quel “De Gennaro” dalla lettera di Vito e appiccicandolo sulla cartolina di Massimo, così che dalla cartolina si desuma che anche De Gennaro, che non era nella lista appuntata da Massimo, fosse stato inserito da Vito come parte di quel quarto livello colluso.
Fanno le verifiche e scoprono che la parola l'ha scritta una volta in quella lettera, non l'ha mai scritta nella cartolina, qualcuno ha estrapolato quella scritta dalla lettera e l'ha incollata sulla cartolina, poi fotocopiata. A quel punto, dicono: “quella cartolina è taroccata”. Chi può averla taroccata? I magistrati di Palermo dicono: “non può che averla taroccata Massimo Ciancimino”, anche perché Massimo Ciancimino ci aveva detto di aver visto con i suoi occhi suo padre, sotto i suoi occhi, aggiungere a quella lista la freccetta e il nome “De Gennaro”. Se invece ci avesse detto “ho ricevuto, ho trovato questa cartolina che non so da dove venga” prima di attribuire il falso a lui ce ne corre, ma dato che lui ha detto “ho visto mio padre scrivere quella roba” e la scientifica dice “no è stata appiccicata”, è evidente che i magistrati come prima ipotesi ne desumono che quel taroccamento l'ha fatto Massimo Ciancimino. Naturalmente si chiedono anche perché, ma nel frattempo scoprono che Massimo Ciancimino, e non è difficile scoprirlo perché ha la scorta, sta partendo per le vacanze in Francia e lo fanno fermare prima che espatrii, e lo tengono dentro. Lo interrogano, e lui fa un interrogatorio pure drammatico: piange, si contraddice, dà due-tre versioni degli stessi fatti, si dice minacciato, dice di avere paura, che gli han mandato una bomba e per “non preoccupare i miei e non fare sempre la figura di quello che grida al lupo al lupo non l'ho denunciata, l'ho annaffiata con la doccetta in giardino e l'ho nascosta”.
I magistrati mandano la Polizia a perquisire la casa a Palermo e scoprono che la bomba c'è, è disinnescata ma potrebbe autoinnescarsi e distruggere l'intero palazzo, una bomba ad alto potenziale, pericolosa, attiva.
Allora è vero che gli hanno recapitato quella bomba? Perché l'ha nascosta mettendo in pericolo anche i vicini oltre alla sua famiglia? Oppure se l'è messa lui, ma è matto a mettersi una bomba che potrebbe scoppiargli fra le mani? Nell'interrogatorio, ovviamente, il problema principale è la cartolina con l'appiccico del nome “De Gennaro”. Gli chiedono “l'ha fatto lei?”, “assolutamente no”, “E allora chi l'ha fatto?”, “non lo so!”, “ma come non lo sa, se ci aveva detto che aveva visto suo padre scrivere sotto i suoi occhi il nome De Gennaro, lo conferma?”, “non lo ricordo, può darsi che mi ricordi male, che l'abbia visto scrivere altrove quel nome, non so chi ha fatto questa cosa, io non ho le competenze tecniche per alterare un documento, non avrei mai fatto una roba del genere, non mi serve a niente aggiungere il nome De Gennaro perché non è mia intenzione calunniare nessuno, quelle carte me le ha passate un amico di famiglia”.
Poi cambia versione: “no le ho ricevute in busta chiusa”, e i magistrati gli dicono “ci dia la busta così verifichiamo”, “l'ho distrutta”... insomma dà versioni che si contraddicono e che non stanno in piedi e che comunque smentiscono quello che aveva dichiarato consegnandola, quella cartolina.
L'interrogatorio viene chiuso, lui viene lasciato in carcere, viene convalidato il fermo. Questa settimana che inizia a Pasquetta ci saranno nuovi interrogatori e si spera che Ciancimino si sia dato una calmata e abbia organizzato le idee, perché è evidente che qualcosa di decente lo deve dire se non è lì per suicidarsi.
Perché il sospetto è che lui, nell'ultimo periodo abbia cominciato a fare delle cose per sputtanare quello che di vero aveva detto e consegnato in precedenza. Allora la domanda è: lo sta facendo spontaneamente, sotto minaccia, sotto pressione di qualcuno, sotto ricatto di qualcuno, è costretto a fare il kamikaze suicida oppure lo sta facendo spontaneamente magari in attesa di qualche tornaconto, o è semplicemente pazzo? Perché non c'è nulla di lucido e di lineare in quello che è successo. Ciancimino non aveva mai parlato di De Gennaro, quindi non aveva bisogna di portare delle carte false per dimostrare la veridicità di quello che aveva detto. Anzi, De Gennaro era uno dei nemici più acerrimi di suo padre, quindi accusarlo avrebbe comunque indebolito la sua posizione perché qualcuno avrebbe potuto insinuare che stava vendicandosi per conto di suo padre, mentre lui ha sempre detto di voler prendere le distanze da suo padre. Suo padre ce l'aveva coi magistrati, lui è solidale coi magistrati, suo padre era un mafioso, lui non vuole lasciare un cognome mafioso a suo figlio. Attaccare un nemico della mafia e di suo padre come De Gennaro poteva indebolire il suo tentativo di distacco progressivo dagli ambienti paterni, non aveva nessuna esigenza di taroccare quel documento per accusare De Gennaro perché lui non aveva mai detto nulla su De Gennaro, non sapeva nulla se non suo padre ogni tanto smoccolava contro De Gennaro e, a suo dire, aveva segnato il nome De Gennaro sulla cartolina. Dal che lui aveva dedotto che anche De Gennaro facesse parte del Quarto Livello, nulla di più, nulla di utilizzabile processualmente. Un sentito dire... poi sapete che Ciancimino è un uomo molto fertile di fantasia, lo racconta bene Ingroia nel suo libro “Nel labirinto degli Déi” e nella prefazione del libro di Torrealta “Il Quarto Livello”. Non è vero che Ingroia avalla tutto quello che dice Ciancimino, basta che leggiate le parti dedicate a Ciancimino, le ho pubblicate sul Fatto Quotidiano di sabato per chi è interessato: Ingroia dice “attenzione, quello che Ciancimino documenta lo prendiamo sul serio, quello che viene confermato da altri , come tutti discorsi sulla trattativa, dove poi ci sono state conferme di personalità autorevolissime – ci sono testionianze di Conso, di Martelli, di Liliana Ferraro, non ché dello stesso Mori e dello stesso De Donno che comunque parlano dei loro rapporti, dei loro colloqui con Vito Ciancimino. Quelle cose stanno in piedi anche se Ciancimino le negasse, perché hanno già avuto conferme e documenti.
Ma Ingroia diceva “quando lui fa le sue elucubrazioni sulle cose che diceva suo padre, su Ustica, su De Mauro, su Calvi etc... quelle sono cose che dice, noi non sapremo mai se sono vere o false ma processualmente ciò che non è documentabile e riscontrabile noi non lo utilizziamo nemmeno”.
Il Quarto livello... chissà se esiste, cos'è... Ingroia lo dice, basta che leggiate il libro comunque molto bello di Maurizio Torrealta.
Allora? La domanda è: mettiamo che Ciancimino ha fatto il tarocco, ha appiccicato la scritta De Gennaro sulla cartolina, perché ha deciso di attaccare De Gennaro calunniandolo. Ha preso quella parolina dalla lettera di suo padre riferita al giudice storpiata e l'ha appiccicata lì, gli è andata bene per un anno. Poi cosa fa? Un mese fa prende la lettera da cui è tratta la parolina appiccicata, e la porta ai magistrati, così dà ai magistrati il cappio per impiccarlo, dà ai magistrati la prova del falso che lui ha fatto. Vedete che o è pazzo o qualcuno lo ha indotto o costretto a farlo. E' un suicidio in diretta: tu spari a qualcuno, dici che non sei stato tu, e poi porti in procura la pistola con le tue impronte digitali, con un colpo mancante dello stesso tipo di quello trovato nel corpo di quel qualcuno che hai accoppato. O sei scemo o c'è qualcuno che ti ha costretto ad andare a costituirti. O c'è qualcuno che ti ha costretto ad ammazzare quel qualcuno e poi ad assumertene la colpa per evitare che si risalga a chi ti ha commissionato il delitto. Chi lo sa? Questa è una spiegazione sicuramente più logica di uno che fa il tarocco, ci sono cascati tutti, e poi porta la prova del tarocco.
Tra l'altro una prova che non serviva a niente, nessun magistrato gli avrebbe mai chiesto, anche se fosse stata trovata, “perché non mi hai portato quella lettera?” “Perché parlava di un giudice Di Gennaro che a voi non interessa niente, sono carte di mio padre come la lista della spesa”, ha lo stesso valore giudiziario della lista della spesa. C'è qualcosa di inspiegabile in questo comportamento, che ha fatto pensare agli inquirenti l'esistenza di un “puparo”. Non esageriamo coi gialli, il puparo... il puparo può essere benissimo una persona che rappresenta uno degli ambienti che Ciancimino ha toccato, ambienti che sono molto preoccupati dalle indagini sulle trattative che vanno avanti anche se si dimostrasse che Ciancimino ha detto tutto fandonie, con quello che si è accumulato sulla trattativa, con quello che si è saputo su Dell'Utri e Berlusconi non c'era bisogno certamente dei pizzini di Ciancimino per sapere che Dell'Utri e Berlusconi hanno avuto rapporti con la mafia, tant'è che Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni quando Ciancimino era ancora in sonno, silente, non aveva mai parlato, quindi non c'è bisogno di Ciancimino per dimostrare i rapporti tra Dell'Utri, Berlusconi e la mafia, sono dimostrati a prescindere.


Gli assegni di Berlusconi e le telefonate di Ciancimino

Il bello di questa leggenda che ci viene raccontata è che si dice appunto che Ciancimino, furbo, se ne stava bello e tranquillo. Gli avevano sequestrato i beni del padre, 64 milioni di euro nel 2004-2005, ma per il resto era un signore benestante, faceva la bella vita, nessuno gli andava a chiedere niente. Poi, a un certo punto, si sveglia e si inventa calunnie contro Berlusconi, Dell'Utri, De Gennaro, Mori, De Donno, Mancino, Violante per vivere meglio. Pensate che genio! Uno che accusa uomini potentissimi, inventandosi le accuse, per migliorare la sua qualità della vita. Ma ve lo vedete?
Ma la genesi della collaborazione di Ciancimino non è questa, non aveva alcuna intenzione di parlare con la giustizia. Non è andato lui dai giudici a dire “sapete che so delle cose? Ve le dico adesso perché mi sono svegliato storto...”.
Non è che si faccia carriera andando dai giudici a dire qualcosa di brutto su Berlusconi, Dell'Utri in Italia. Si fa carriera a non dirle, certe cose.
Pensate a Ruby... a Ruby hanno promesso e dato dei soldi per stare zitta e per fare la matta dicendo cazzate. Ricordatevi quell'intercettazione in cui lei racconta che il premier le ha detto “fai la matta, dì cazzate e io ti copro d'oro”. Perché potrebbe essere la stessa cosa che è successa a Massimo Ciancimino: “fai il matto, dì cazzate e io ti ricopro d'oro” oppure “fai così altrimenti la prossima bomba non te la faccio trovare, la faccio detonare”. Potrebbe essere, chi lo sa? Almeno ci sarebbe una logica in questo comportamento non lineare di uno che porta 54 documenti tutti autentici e poi ne porta uno falso, la fa franca per un anno ma poi porta le prove che il falso l'ha fatto lui. Non c'è niente di lineare in tutto questo. C'è una cesura, c'è un qualcosa che è successo nell'ultimo periodo.
E se uno conosce la genesi di questa collaborazione capisce che la genesi è genuina perché Massimo Ciancimino quando vengono sequestrati i 64 milioni di suo padre, stiamo parlando del 2004-2005, procura di Palermo ancora retta da Piero Grasso e Pignatone, perquisizione a casa, nella villa al mare, intercettazioni telefoniche, processo per riciclaggio, gli fanno la perquisizione, gli trovano in casa un documento tagliato in cui qualcuno – chi dice Provenzano chi dice Ciancimino sotto dettatura di Provenzano – promette appoggio elettorale a Berlusconi in cambio della messa a disposizione di una sua televisione e in caso contrario minaccia eventi tristi contro Berlusconi, quel documento, ricorderete, non finisce agli atti ma nascosto in uno scatolone dimenticato.
Quando Ciancimino viene interrogato dopo la perquisizione di quel documento non gli chiedono niente. Nelle intercettazioni lo si sente che parla con sua sorella di un assegno che negli anni Ottanta Berlusconi aveva staccato per Ciancimino padre, 35 milioni di lire, un finanziamento di Berlusconi al più mafioso dei politici siciliani, e il padre non lo aveva mai incassato, lo conservava evidentemente a scopo di ricatto, in una carpetta, così dice Massimo Ciancimino a sua sorella, intercettati nel 2004. La procura quelle intercettazioni le ha. Sapete quante domande hanno fatto i magistrati della procura di Grasso, interrogatorio condotto da Pignatone, a Massimo Ciancimino su quell'assegno di Berlusconi a Vito Ciancimino? Una domandina per dire: “ma lei è proprio sicuro?” Quando si fa una domanda così l'interrogato capisce che il magistrato non è proprio entusiasta, tant'è che quando lui risponde una supercazzola mentre al telefono diceva chiaramente di sapere dov'era quell'assegno, fine della domanda, si passa a parlare d'altro. E anche quella vicenda viene sepolta.
E Massimo Ciancimino continua a viversene sereno e tranquillo col suo processo fino al 2007, quando rilascia un'intervista. A chi la rilascia? A Panorama, diretto da Belpietro. Intrevistatore Gianluigi Nuzzi, 19 dicembre 2007. Racconta la sua vita con don Vito, racconta il suo ruolo di postino della trattativa, racconta che lui ha assistito agli incontri di suo padre col generale Mori, con De Donno ma anche con Riina e Provenzano, addirittura fino al 2002. Provenzano col nome di Ing. Lo Verde andava a trovare Ciancimino agli arresti domiciliari a Roma, lui c'era.
Storia bellissima nella quale Nuzzi, ottimo cronista, fa una domanda e dice: “ma lei sulla trattativa è stato mai interrogato dalla procura di Palermo?” Risposta: “no, su questo non mi hanno mai chiesto niente”. Nel frattempo la procura di Palermo è cambiata, è arrivato il procuratore Messineo che ha rimesso al lavoro in antimafia i magistrati che Grasso aveva emarginato, i Caselliani, e infatti appena leggono l'intervista di Massimo Ciancimino e gli fanno verbalizzare quello che racconta sulla trattativa, e dal gennaio 2008 all'altro giorno, riempie decine e decine di verbali, racconta una serie di cose, quelle che aveva raccontato a Panorama più altre.
A un certo punto una fonte che noi non conosciamo, fa sapere alla nuova procura che sta facendo sul serio su Massimo Ciancimino, a differenza dell'altra, guardate che nelle perquisizioni i Carabinieri han trovato molto di più di quel che sapete, come un appunto che parlava di promesse di appoggio elettorale a Berlusconi in cambio della messa a disposizione di una delle sue televisioni. Che fine ha fatto? Vanno a cercare nel processo a Ciancimino e agli atti non c'è. Vanno a cercarla nel verbale di perquisizione e i Carabinieri hanno regolarmente segnalato “in caratteri stampatello, parte di foglio A4 manoscritto contenente richieste all'On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti TV.” Dicono i magistrati: “dov'è questa roba?”, Vanno nel magazzino dove ci sono tutte le cose portate via da casa Ciancimino e non ritenute utili per le indagini e trovano pure questo foglio.
Qui si parla di mafia e di Berlusconi, di attentati possibili, di messa a disposizione di televisioni... ovviamente lo portano nel processo a Dell'Utri e chiamano Ciancimino per chiedergli: “cos'è quel documento?” Ciancimino sbianca, si mette a piangere, entra in confusione, dice l'ha scritto mio padre, no l'ha scritto mio nonno, no l'ho scritto io...” cerca in tutti i modi di distrarre l'attenzione, poi crolla e dice: “quello è un appunto di Provenzano, perché Provenzano aveva una corrispondenza epistolare con Berlusconi e Dell'Utri, mio padre faceva da tramite, a volte segnava le cose, di quell'appunto ci sono varie versioni di mio padre tant'è che in una mio padre scrive 'se Berlusconi non dà quel che voglio io uscirò dal mio proverbiale riserbo perché non ne posso più che abbiamo fatto le stesso cose con la mafia, io sono in galera e Berlusconi è presidente del Consiglio'”. E saltano fuori questi documenti. E' perché è costretto a parlare di Berlusconi e Dell'Utri, dalle carte che gli han trovato in casa, dalle telefonate che faceva con sua sorella sull'assegno, che Ciancimino comincia a parlare di Dell'Utri e Berlusconi, perché non può negare che quelle carte stavano a casa sua e quella telefonata l'ha fatta lui. Ma lui non è mai andato dai magistrati a offrirsi di collaborare, e non è mai andato dai magistrati a offrirsi di accusare Berlusconi e Dell'Utri.
E' dalle condizioni di necessità che a un certo punto è stato costretto a spiegare quelle carte e quelle telefonate, che naturalmente valgono esattamente quanto valevano una settimana fa prima del suo arresto. Le carte la scientifica le ha ritenute autentiche, la telefonata l'ha fatta lui, se poi ha taroccato o qualcuno ha taroccato per lui il documento su De Gennaro questo vuol dire che lui ha calunniato De Gennaro. Del resto, a nessuno è mai venuto in mente di aprire un'inchiesta su De Gennaro sulla base di quella cartolina, i magistrati non hanno mai indagato su De Gennaro.
Processualmente, le carte che erano buone prima sono buone anche adesso, quella cartolina non è mai stata usata in nessun processo e quindi non è buona.
Questo è l'approccio giornalisticamente corretto, e anche giudiziariamente corretto: in america i testimoni di giustizia e i pentiti vengono protetti dallo Stato, gli viene data l'immunità per tutto quello che han fatto prima e dopo, l'immunità dura di solito a vita, le loro dichiarazioni vengono riscontrare, se si scopre che qualcuna è falsa, non vengono incriminati per falsa testimonianza. Semplicemente quello che hanno detto di non riscontrato non è utilizzato.
In Italia, per fortuna, siamo più severi: pentiti e testimoni di giustizia sono tenuti a dire la verità, se non la dicono e calunniano qualcuno vengono arrestati e processati come tutti i cittadini, non c'è nessuna immunità né protezione, anzi è rarissimo il caso di arresto per calunnia. E' rarissimo: se voi calunniate un vostro vicino di casa, è raro che vi arrestino. Vi indagano, ma non vi arrestano.
C'è stato addirittura un surplus di severità in questo caso, evidentemente perché la posta in palio è molto importante.


Speriamo che tra la paura di restare in carcere e la paura di quelli che probabilmente lo minacciano Ciancimino decida di tornare a essere collaborativo sul serio con la magistratura, quindi se c'è qualcuno che lo ha costretto o lo costringe sotto minaccia o ricatto a portare una carta falsa e poi a mettere la firma di fatto sotto quel falso, ci dica chi è e perché lo fa. Se invece dietro di lui non c'è nessuno e ha fatto tutto lui, allora vuol dire che merita il manicomio, il reparto psichiatrico perché è completamente matto.
Ma per rispondere quale è vera e quale è falsa di queste due versioni, dobbiamo aspettare i prossimi giorni con i prossimi interrogatori.
Buona settimana a tutti, passate parola.

[ Kenzo ]

25 aprile-Ora e sempre resistenza






Da 66 anni la celebrazione del sacrificio,alla memoria delle donne e degli uomini che a quel tempo s'immolarono contro il regime nazi-fascista.