Com'è possibile che un paese che ha fatto emigrare nei secoli 27 milioni di persone,sia diventato razzista e xenofobo fino a questo punto?
Da Rosarno a Verona, dalle ronde alle espulsioni il giornale francese spiega il nuovo razzismo
Due vetture carbonizzate capovolte su un cumulo di pneumatici usati. All’uscita di Rosarno, sulla strada che attraversa la piana calabrese in direzione di Gioia Tauro, questi sono i soli segni visibili degli scontri che, il 9 e 10 gennaio, hanno opposto da una parte gli immigrati africani e dall’altra gli abitanti di questa cittadina calabrese che conta 15 mila abitanti. Non lontano, due poliziotti sorvegliano l’ingresso di un immenso capannone dove, a centinaia, gli africani passavano la notte durante la stagione della raccolta degli agrumi. Un po’ di riposo durante giornate di lavoro di 12 ore pagate 25 euro.
ROSARNO DESERTA. Oggi praticamente tutti se ne sono andati. “E’ strano vedere Rosarno senza africani”, dice con aria sconsolata Damiano, 16 anni, studente del liceo La Piria. “Gli immigrati si trovavano bene a Rosarno – afferma – solo una piccola minoranza ha voluto cacciarli. “Avevamo avvertito le autorità regionali inviando anche delle foto”, ricorda don Ennio Stamile, delegato regionale della Caritas per la Calabria. In due giorni di violenze Rosarno è diventato il simbolo dell’infiltrazione mafiosa nell’agricoltura locale, dell’intolleranza nei confronti degli stranieri, di una forma di moderna schiavitù e dell’impotenza dello Stato. Perché in un paese che ha visto emigrare in tutto il mondo 27 milioni di suoi cittadini, gli africani sono stati terrorizzati e poi cacciati con i fucili a pallettoni e bastonati con i manici delle zappe?
SENZA IDENTITÀ. A Rosarno è emerso in primo luogo il presunto ruolo della ‘Ndrangheta. Una inchiesta è in corso per tentare di accertare se le famiglie mafiose che controllano l’economia locale possano aver volontariamente provocato la “caccia ai neri” di Rosarno per far andar via questi immigrati diventati inutili, in quanto i sussidi dell’Unione europea fruttano a chi controlla questo mercato più della vendita delle arance, dei mandarini e dei kiwi. Anche a Castel Volturno (Campania), quando nel settembre del 2008 furono praticamente giustiziati sette africani, la colpa fu data alla Camorra.
INCENDIO LEGHISTA. Verona, 260 mila abitanti, città del ricchissimo Veneto, mille chilometri a nord di Rosarno. Qui regna il partito anti-immigrati della Lega nord. In municipio Flavio Tosi, il giovane sindaco leghista, eletto nel 2007 con il 60 per cento dei voti, è stato appena condannato con sentenza passata in giudicato per propaganda razzista a tre anni di interdizione a partecipare a elezioni politiche e amministrative. Ci sarà un rapporto causa effetto tra la sua posizione e quella del suo partito e gli avvenimenti di Rosarno? “La Lega non esiste in Calabria. Perché dovremmo essere responsabili?”. Eppure è proprio questo partito, forte di quattro ministri tra cui quello dell’Interno, a moltiplicare le provocazioni razziste. La “criminalizzazione” dell’immigrazione clandestina, passibile oggi di sei mesi di reclusione, è stata voluta dalla Lega. E che dire della legalizzazione delle “ronde cittadine”? E dell’operazione “White Christmas” in un paesi-no della Lombardia per recensire ed espellere gli immigrati clandestini prima delle feste? Il tema dell’immigrazione è elettoralmente vincente: in alcune province del nord la Lega ottiene il 30 per cento dei voti e la sua influenza è in aumento. “In Italia per la prima volta dal fascismo, forme di razzismo sono arrivate ai vertici delle istituzioni”, spiega Enrico Pugliese, sociologo presso l’Università Sapienza di Roma. “Questa legittimazione della xenofobia conduce ad atteggiamenti violenti e sempre più espliciti”. I puniti, vale a dire gli immigrati con il permesso di soggiorno scaduto e un avviso di espulsione in tasca, li troviamo a Caserta. “La tenda di Abramo” è uno dei numerosi centri di accoglienza dove trovano ospitalità molti africani giunti in Italia via mare prima che la firma di un accordo con la Libia avviasse la politica dei respingimenti. L’edificio, che si trova in una zona abbandonata, offre rifugio a 70 persone mentre ne potrebbe ospitare appena una ventina. Gli immigrati dormono in 6 o 8 per stanza.
25 EURO AL GIORNO. Racconta Assim arrivato dal Togo un anno e mezzo fa: “Tutti i giorni alle 4 e mezzo del mattino ci rechiamo in un punto preciso della città dove vengono a prenderci per portarci nei cantieri edili o nelle piantagioni di tabacco. La giornata lavorativa dura dall’alba fin quando cala la notte. Mi pagano 25 euro al giorno”. Il mediatore non prende mai gli stessi immigrati per due giorni di seguito per paura di essere riconosciuto e denunciato. “Riuscite ad avere con loro buoni rapporti?”, gli chiediamo. “Ci prendono per lavorare, non per sentirci raccontare le nostre storie”, risponde con tono sarcastico l’ivoriano Michel Djibo.
Uscire, avere contatti con la popolazione? “Nei bar se chiediamo un caffè ce lo servono in un bicchierino di plastica. Come se fossimo malati”. L’ivoriano Mamadou ci parla con gli occhi pieni di lacrime: “Qui la vita è troppo difficile. Ci vuole il permesso prima di cominciare a vivere, a lavorare, a trovare una casa. I neri vivono male, malissimo. Siamo degli sventurati che vivono come in prigione. Gli italiani ci considerano dei cani. Anzi peggio. Gli animali vengono trattati meglio di noi”, Gian Luca Castaldi, che dirige il centro di accoglienza, tenta una spiegazione: “Non è necessariamente razzismo da parte degli italiani, ma invidia. Per un giovane di qui il massimo dell’ambizione sociale è ottenere l’indennità di disoccupazione. Vedono arrivare delle persone che hanno rischiato la vita per mettere qualcosa sotto i denti. In fondo invidiano il loro coraggio”.
PERCHÉ L’ITALIA. Ridotti a una forma di schiavitù, questi immigrati non hanno scelto l’Italia per caso. Settori interi dell’economia, l’edilizia e l’agricoltura, dipendono dallo sfruttamento dei clandestini. Meno sono in regola, più sono malleabili e sfruttabili. “Gli immigrati continueranno a sfidare tutte le leggi, anche quelle più restrittive, fin tanto che sapranno che in Italia non serve il permesso di soggiorno per lavorare”, ha scritto su Repubblica l’economista Tito Boeri. La situazione non fa che peggiorare. Sebbene la legge preveda un limite massimo di venti giorni per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno, in realtà gli immigrati debbono aspettare da cinque a 18 mesi per avere il documento. Scelta deliberata da parte della pubblica amministrazione quella di lasciare gli immigrati in una condizione di vulnerabilità al fine di trarne vantaggio? “La legge produce volontariamente clandestinità”

A parte il naturale senso di vergogna,almeno il sentimento personale,si può sperare che delle inchieste organizzate da testate estere,possano cogliere nel segno,e a poco,a poco,recuperare le coscienze.
Anche se,quando un popolo s'incammina su queste idee,ed è foraggiato intellettualmente da importanti movimenti politici,il recupero da una tale barbarie risulterà molto difficile.
La tecnica dei piccoli passi dovrà essere l'unica interpretabile,fino a quando un discreta parte di popolo,che su questi argomenti riuscirà ad inorridire del tutto naturalmente,vi sarà sempre speranza.
@ Dalida @
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