domenica 6 settembre 2009

Capitalism: a love story di Michael Moore,il capitalismo è un male



Il messaggio è il seguente: "Il capitalismo è un male. E il male non si riforma, si sconfigge". Anche perché, viste sullo schermo, le sue malefatte appaiono davvero indifendibili. Come giustificare, ad esempio, un sistema economico in cui le truffe bancarie e finanziarie sono non l'eccezione ma la regola? In cui si privatizzano perfino le carceri, mandando in cella, per profitto, ragazzini innocenti? In cui le corporation fanno di nascosto assicurazioni sulla vita dei dipendenti, sperando che muoiano per poter incassare il premio?

E' basato su fatti come questi, e su un giudizio totalmente negativo verso il libero mercato, il film che alla proiezione stampa di ieri sera, in Sala Perla, entusiasma i giornalisti della Mostra: parliamo ovviamente di "Capitalism: a love story", l'ultimo docufilm d'assalto firmato Michael Moore. Visto da centinaia di cronisti, diposti a mettersi in coda per entrare e ad accettare perfino posti in piedi, pur di non perdere la pellicola (in concorso) forse più attesa della kermesse. E c'è da scommettere che anche la proiezione ufficiale di oggi in Sala Grande, alla presenza del regista, farà non solo il tutto esaurito, ma anche il pienone di consensi a fine visione.

Certo, sulla carta, l'assunto alla base del film - le nefandezze del mondo economico e finanziario, e anche di un potere politico totalmente asservito - non è originale: dopo lo scoppio della crisi, la criminalizzazione di queste categorie è diventata quasi un luogo comune. Ma Moore, come ha già fatto nelle sue opere precedenti, ha due cose in più. Primo: mette in fila i fatti che apprendiamo disordinatamente dalla cronaca, dando loro una coerenza logica e cronologica. Secondo: fa uscire la sofferenza della gente dall'astrazione, dai grandi numeri. Mostrando nei volti, nei gesti, nelle parole delle vittime del crac da derivati tutto il capitale di sofferenza, di disperazione, che la follia di Wall Street e dintorni ha portato.

Gli esempi, in questo senso, sono numerosi. Vediamo le persone, molte anziane, costrette a lasciare le case in cui risiedono da decenni, magari costruite sulla fattoria in cui già vivevano i genitori o i nonni. Assistiamo allo strazio di chi non solo ha perso tutto, compreso il tetto sulla testa, ma che prima di lasciare l'abitazione deve anche metterla a nuovo, pur di ottenere l'elemosina di mille dollari per lo sgombero e la pulizia (per i creditori è più economico che rivolgersi a una ditta specializzata). Ascoltiamo le testimonianze di alcuni adolescenti spediti ingiustamente in galera, magari per aver preso in giro la preside della scuola: il giudice che li ha condannati alla galera prendeva mazzette dal gestore della prigione (privatizzata). Per non parlare dello strazio e della rabbia di una moglie che, dopo aver perso il marito, scopre per caso che la sua azienda ha incassato un milione e mezzo di dollari alla sua morte: sono centinaia di migliaia i dipendenti americani segretamente assicurati sulla vita dalle corporation per cui lavorano.

Insomma, un sistema marcio alle radici. Una rapina generalizzata e istituzionalizzata, nel giudizio dell'autore. Con cause lontane, nel tempo: Moore data l'inizio della fine con l'avvento del reaganismo, quando si persero innumerevoli posti di lavoro pur di abbattere le tasse sui redditi più alti. Un processo che nell'era di George W. Bush - eterno bersaglio prediletto di Moore - raggiunge il suo apice: merito anche dell'infiltrarsi nelle istituzioni di uomini già ai vertici, o comunque al soldo, di giganti come la Goldman Sachs. E, a questo proposito, vale la pena di seguire la ricostruzione di come lo scorso anno, a due settimane dalle elezioni, il Parlamento varò una legge che salvava i big di Wall Street dal tracollo, coi soldi dei contribuenti. Una decisione bipartisan voluta dai super-lobbisti, malgrado la valanga di e-mail scritte dai cittadini ai propri rappresentanti con la richiesta di bocciare la proposta.

Nessuna pietà e nessuno sconto, dunque, per i responsabili di situazioni come questa. Anche se, coerentemente allo stile Moore, il tono del film è tutt'altro che tragico: l'ironia, lo sberleffo, la provocazione sono costanti. Come quando vediamo lui, Michael, circondare Wall Street con il nastro adesivo "crime scene - do not cross", in riferimento ai crimini commessi dai finanzieri. E col regista che tenta perfino di arrestare manager e broker... Quanto alla reazione del pubblico, il regista non ha dubbi: "Cosa resterà al pubblico di questa pellicola? Popcorn e forconi".

[ da La repubblica ]

L'articolo accenna ad una presunta mancanza d'originalità,poichè il crac economico-finanziario di Wall Street apparentemente non avrebbe più nulla da dire,talmente le cronache se ne sono interessate in questi mesi.
Ma ribadisce le vere ragioni dell'approfondimento del regista americano,infatti il film-documentario è molto preciso nel mettere in ordine gli accadimenti del disastro e nel documentare la drammatica realtà di numerosissime famiglie ormai al lastrico.

Un durissimo attacco alle fondamenta del capitalismo,l'unica forma di potere rimasta,ma che dovrà essere radicalmente modificato dalle prossime generazioni,altrimenti a livello economico,occupazionale e ambientale non avremo futuro.

L'intervista rilasciata al giornale L'unità

L’Italia ha una situazione unica, perché in carica avete un premier che ha davvero poco rispetto per i media. Il che è ironico, visto che li possiede quasi tutti ed è chiaro che li ha comprati per far uscire solo versioni ufficiali». Eccolo Michael Moore, «l’agitator-filmaker» che ieri è planato sul Lido scompaginando le agende dei media con questo improvvisato incontro con Variety – tutto rigorosamente in inglese – che ha «obbligato» la stampa ad un primo assaggio del Moore-pensiero. Di cui domani vi offriremo un’ulteriore appendice più approfondita dopo la visione dell’attesissimo Capitalism: A Love Story, qui al Lido in corsa per il Leone d’oro e in anteprima mondiale.

Maglietta rossa, capelli pettinatissimi con la riga da una parte, Moore sembra quasi un ragazzino troppo cresciuto che si rivolge al pubblico gesticolando, storpiando la voce, scherzando. E, soprattutto, restando in piedi per l’intero tempo
dell’incontro. La libertà di stampa, in Italia come in Usa, è uno dei temi dell’intervista. «Siamo sicuri che ci saranno più i giornali in futuro?», attacca. «Il capitale li ha promossi finché c’era un guadagno e la possibilit di orientare la politica, ma
adesso che la pubblicità è migrata altrove non ha più alcun interesse a mantenerli. E pensare che un tempo, in Usa, c’era un giornale per ogni cittadino».

Parla della crisi Michael Moore, dei dati ufficiali della disoccupazione a Flynt, la sua città, dove si dichiara il 9.7%, mentre la gente che ha perso il lavoro è il20%.Una realtà drammatica e globale che l’ha spinto a questo Capitalism: A Love Story. «Era da anni che volevo fare un film sul capitalismo. Ed ora, certamente, con l’arrivo della crisi ho dovuto modificare parecchio la sceneggiatura. Col crack del 15 settembre la gente ha iniziato a perdere la casa, il lavoro, la salute. E la crisi ha accentuato il divario tra ricchi e poveri: negli Usa soltanto l’1% della popolazione possiede il 50% della ricchezza».

Ma la crisi non è una cosa di oggi. Ribadisce Moore che già molti anni fa, infatti, ha racconto quella dell’auto, per esempio, col suo potente Roger & Me, ambientato nella sua Flynt nella fabbrica della General Motors. «È da 30 anni che è cominciato il declino economico. Dai tempi di Reagan, quando è iniziata l’ossessione per il mercato. Soprattutto nell’ambiente dell’auto. Si continuavano a costruire grandi macchinoni, quando la gente comprava solo le piccole. Ed ora per rimettere in piedi la produzione sono stati chiamato in America manager dal Giappone e dalla Germania ». Il «capitalismo – taglia corto Moore – è un sistema irresponsabile».
Ma a chi gli chiede se si considera di sinistra la risposta è secca: «Non voglio etichette. Sono sempre stato abituato a giudicare con la mia testa». Del resto, si sa e non ne ha mai fatto mistero, il regista premio Oscar non ama i partiti in quanto tali. Certo
non si può considerare un repubblicano. E di Obama, infatti, dice: «Lui rappresenta un codice etico. È qualcuno che crede che il popolo americano sia ancora capace di impegnarsi.
Ma lui da solo non può fare tutto, ha bisogno del sostegno dei cittadini». Ma anche Moore è diventato un bersaglio: un giornalista tedesco lo accusa di chiedere denaro per rilasciare interviste. «Non ci posso credere,ma state prendendo in giro »?

Da Reagan ai Bush,parte da lontano il day after dell'economia targata a stelle e strisce,purtroppo un day after molto lungo con il rischio che non sia l'ultimo.....

La recensione di Paolo Mereghetti su Corsera

CAPITALISM:A LOVE STORY



Il trailer in lingua originale




&& S.I. &&

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